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passaggio miracoloso, e però entrambi agivano e parlavano come se questo non dovesse accadere. Sia pur concesso ciò; ma il poeta che narra lo sa, e tanto più era suo dovere di farne cenno appresso, quanto meno prima lo fa capire dai discorsi anteriori dei personaggi. Non averlo fatto ci conduce ad una delle due seguenti conclusioni. Se il passaggio miracoloso ci fu, Dante è colpevole di voluta oscurità e incompletezza, unica di tal natura nel poema. Se non si vuole ammetter questo, allora bisogna negare tal passaggio miracoloso. E siccome nulla d'altra parte s'oppone a far credere che Dante, tramortito, sia stato collocato nella barca di Caronte e quivi trasportato all'altra riva, si può ritenere che la cosa sia avvenuta in questa forma, che è la più semplice di tutte e non ci forza a leggere nel poema quello che non c'è scritto.

Suppongo che questa conclusione si raccolga pure chiaramente dal complesso delle ragioni testè esposte, per la qual cosa Caronte, non avendo nessun passaggio angelico da prevedere, le parole che grida, rivolto a Dante, del modo come questi convien che faccia il passaggio e con che barca, le dice per rispetto a sè e al suo legno è perciò vero che tutto il discorso ha quell' intonazione ironica, di cui s'è già visto qual'è il significato recondito. Chi volesse sapere il perchè di questa ironia, dovrebbe cercarlo nei danni che l'antico barcaiuolo sa che i vivi da lui per l'innanzi tragittati avevano recato all'inferno, e nel suo or fermo proponimento di fare in modo che questo più non avvenga. Se non che, l'autorità di cui Virgilio è munito rompe il suo disegno, vince la sua resistenza e lo costringe a prestarsi al passaggio. Forse si dirà da taluno che il linguaggio ironico non è proprio di chi parla negl' impeti dell'ira; e tale era Caronte. Vero: però l'ironia di lui non sta in quello che dice, ma in quello che sottintende; è nel pensiero e non nelle parole; e se si riflette che quel che disse lo disse in suon rabbioso e tristo, si comprende di leggieri che si verifica questa progressione: dapprima dà semplicemente sfogo all' ira sua naturale gridando da lontano verso le anime e Dante, al quale ingiunge di partirsi dai morti; e così facendo i suoi pensieri sono crucciati poi l'ironia s'insinua fra questi, ed è quando dice al Poeta che se, vuol passare all' altra sponda, passerà in altro legno, ma non in quello suo: disposto così l'animo allo scherno, anche il linguaggio si fa ironico e tale è l'ultima frase che gli esce di bocca.

Riassumendo tutta la discussione che precede, la scena del passaggio dell' Acheronte io credo che debba andare intesa così: Dante vede venir Caronte da lungi, il quale grida alle anime annunziando il luogo d'orrore dove sta per tragittarle; indi si rivolge

a lui in particolare intimandogli di scostarsi da quelle. Vedendo che non lo fa, soggiunge stizzito: « Che! tu vuoi dunque venire per forza nella mia barca? Perdinci ! vedrai ch'io non ti ci farò entrare! Se vuoi, potrai passare di là con altro legno e per altra via: sì, va, vatti a trovare, se ti riesce, un' altra barca; già appunto a te ne occorre una più leggiera di questa mia ». Allora Virgilio lo ammonisce che è volere del cielo che Dante vivo passi per mezzo suo, e Caronte si tace acconsentendo. Le anime s'imbarcano e la navicella s'allontana. Mentre i due poeti ragionando attendono che la barca ritorni, trema la terra e scoppia improvvisamente una bufera violentissima: il tremuoto fa sudar freddo Dante di spavento, la luce vermiglia lo stordisce e lo fa cascar privo di sentimenti. Così tramortito, al ritorno di Caronte, vien collocato nella nave e tragittato alla sponda opposta, dove si riscuote ad uno scoppio di tuono : si alza, guardasi intorno e vede che non è più dove era prima; intende che è stato passato all' altra riva: affisa il luogo e riconosce di trovarsi sull'orlo dell' abisso infernale.

E qui riflettasi come s'intende bene l'aggettivo riposato, perchè gli occhi essendo stati chiusi per il non breve tratto di tempo che intercede fra l'assopimento e la scossa del risveglio, Dante può dire di aver veramente avuto agio di riposarsi.

Si può trovare una ragione, anzi più di una, a questo suo stratagemma del perdere i sensi. Primamente è da considerare che non importava che ci descrivesse il passaggio d' Acheronte al quale egli non volle dare alcuna importanza nell' architettura del poema il contrario appunto del passaggio dello Stige, che per la ragione contraria vien descritto minutamente. In secondo luogo ci doveva parlare dell' accoglienza di Caronte, dello sbarco e di cose simili, tutte inutili. Terzo, e mi pare assai importante, prendendo posto nella barca insieme con le anime, le quali appartenevano a diverse specie di dannati, o taceva di esse ed era sconveniente, o ne parlava ed era fuori posto; perchè delle loro condizioni generali ne aveva già detto abbastanza, e di quelle particolari non poteva dir nulla essendo lì tutte le anime in condizioni eguali. Con la scappatoia del tramortimento tutto è soppresso: portato di là e destatosi comincia il suo viaggio di giro in giro e distinguendo colpa per colpa. Anche il Rambaldi pare che la pensasse così, perchè gliene dà lode: bene fingit se transivisse per somnum.

Una sola obbiezione si può fare a tutto quanto precede, ed è: «Se non v'era più difficoltà da parte di Caronte a che Dante mettesse piede nella sua barca, perchè i due poeti non vi discesero subito e si fecero trasportare assieme a quelle anime che

furono tragittate sotto i loro occhi?» Il dubbio sta; ma la risposta è altrettanto facile quanto l'apparente gravità di esso.

Dante nel poema è da considerarsi sotto un doppio punto di vista; e come visitatore dei luoghi oltramondani, e come artista. Come visitatore egli va osservando tutto e vuol rendersi ragione di tutto; però nel punto che ci occupa, egli non aveva ancora finito di osservare quanto c'era di notevole al passaggio d'Acheronte, non sapeva cioè come le anime s'imbarcano, che, mentre le une trapassano il rio, altre si vanno raccogliendo di qua, ecc. Tutte queste cose egli parte le vede, parte le sa poi, a guisa di spiegazione, da Virgilio; e poichè, non ostante la via lunga, la sua sollecitudine non doveva giungere a tal segno da traversare i luoghi visitati con tal furia come se avesse attaccato ai fianchi l'assillo di Io, Virgilio crede opportuno di tenerlo come spettatore e di indugiare per un poco il suo tragitto. Fors' anche Virgilio, che nell' inferno prevede tutto, ha già previsto la luce vermiglia e il resto, ed anche il suo sbalordimento, ed ha giudicato che quello è il momento più opportuno per passarlo di là. Come artista, Dante non solo deve rendere conto al lettore di quanto è necessario perchè questi abbia un'idea completa di quanto avviene colà; non solo deve presentare le cose in ordine naturale e chiaro; non solo deve toglier via il troppo e il vano, ma non deve tacere nulla che sia importante e che abbia attinenza al soggetto. Ora una cosa alla quale Dante tien molto è quella bufera che si scatena all'ultimo di qua dell' Acheronte. Questa bufera la quale è, secondo me, un saggio delle commozioni atmosferiche che a quando a quando si verificano in quell' antinferno, non sarebbe più stata osservata da Dante, se non forse per un rombo di tuono, nel caso che egli si fosse imbarcato con le prime anime. Metterla prima non poteva, altrimenti doveva sopprimere il tramortimento, che non gli avrebbe permesso di veder nulla; imbarcato che fosse, o non l'avrebbe intesa perchè lontano, o l'avrebbe intesa con meno forza e spavento; e ciò anche perchè gli effetti naturali, puzzo, grida, calore, freddo, ecc., hanno colaggiù soltanto azione tutta locale. Non gli restava quindi che di fare come ha fatto, cioè indugiare l'imbarco e mettere lo stordimento in fine.

ง.

Poichè ho avuto necessaria opportunità di dilungarmi a discorrere di questo passaggio d' Acheronte, e certo più che non avrei voluto, mi si permetta di aggiungere, per finire, un' altra con

siderazione la quale risponde ad un'osservazione che si potrebbe farmi circa al modo come io interpreto la bufera che fece cadere Dante privo di sentimenti. E, studiando la cosa con più attenzione, vedremo forse di che natura potrà essere questa bufera e che durata avere; e quindi ricaveremo un' ultima e più di tutte efficace prova per convincere il lettore che il Poeta fu proprio passato nella barca di Caronte e che non v' ebbe intervento di angelo alcuno.

Il Puccianti, nello spiegare il greve tuono che rompe l'alto sonno di Dante, crede che questo tuono sia quello che fa seguito alla luce vermiglia veduta dal poeta, (questa il lampo, quello lo scoppio) e l'uno e l'altra insieme al vento e al tremuoto siano prodotti dall'avvicinarsi di un angelo. Che l' avvicinarsi di un angelo susciti delle bufere e dei tremuoti, sia pure nell' inferno, è assai difficile a sostenere, poichè ciò non avviene nemmeno alle porte di Dite: e sì che lì lo sdegnato messo del cielo poteva farsi annunziare con tutti gli orrori immaginabili, quando invece si contentò d'un fracasso d'un suon pien di spavento, per cui tremavano amendue le sponde; e ciò nell'intento di mostrare il suo sdegno a quei mille diavoli stizzosi che sfidavano caparbiamente l'ira celeste. Qui che, a conceder molto, al più al più si può dubitare che Caronte abbia provocata la collera divina (e se si accettano le conclusioni da me inferite più su, non l'ha provocata affatto, dappoichè si è acquietato alle parole di Virgilio) mettere una tempesta sì orrenda quale segno precursore della venuta di un angelo pacifico, mi pare che si pecchi di sconvenienza artistica, di eccessiva sproporzione tra la causa e l'effetto. Per conseguenza, io non credo che l'angelo possa aver provocata la bufera: viceversa poi, dovendosi la bufera spiegare senza dell' angelo, si avrebbe una prova di più, sebbene negativa, che questi non intervenne nel tragitto di Dante.

Ma non era questa la cosa alla quale io miravo, sibbene spiegare perchè non è possibile che il greve tuono che riscosse il poeta sia proprio stato quello prodotto a un tempo con la luce vermiglia che lo stordì, come il Puccianti ritiene assolutamente; e sarei in ciò d'accordo col Del Lungo il quale conforta il suo parere facendo rilevare che Dante dice un tuono e non il tuono, volendo farci intendere con l'articolo indeterminato che non lo destò quello che seguì alla luce rossa da lui veduta, ma un altro.

Si sarà da tutti osservato, che quando imperversa da lontano un temporale, noi vediamo dei lampi rossastri senza udire alcun tuono: al contrario, quando il temporale è vicino, si vede il guizzo incandescente della saetta che abbarbaglia la vista, e immediatamente dopo ci colpisce lo schianto del fulmine. Ora il tuono che

riscosse Dante scoppiò senza dubbio vicinissimo, altrimenti non avrebbe avuto la potenza di destarlo come per forza: egli quindi avrebbe dovuto vedere non già una luce vermiglia, ma il candido solco del baleno. Essendo invece il suo occhio stato colpito da luce vermiglia, se ne deve concludere che il tuono che accompagnò questa non potè essere inteso da lui per la distanza grande, e l'altro, il greve, che poi lo svegliò, ebbe origine insieme ad un baleno il quale, per essere egli assopito, non fu da lui veduto. Che si deduce da ciò? Due cose.

Prima ritenuto per indubitato che il fulmine scoppiò da presso, la distanza di tempo fra il baleno ed il tuono non può essere stata che di pochissimi secondi. Tralascisi la considerazione della luce bianca e della vermiglia da me or ora fatta, e si ritenga pure che la vermiglia sia quella relativa al greve tuono, spiegandola coll'ammettere che Dante non abbia visto il guizzo del baleno perchè guardava altrove, ma abbia percepito soltanto il riflesso rossastro diffuso nelle tenebre; secondo il Puccianti, in questi pochissimi minuti secondi, Dante è caduto tramortito, l'angelo è venuto a lui, l'ha preso, lo ha tragittato all' altra sponda ed è sparito, e per di più il poeta ha potuto riposarsi gli occhi. Veramente è un po' troppo. L'atto stesso del cadere ha bisogno di qualche tempo; e se il tuono di quel medesimo baleno che lo fe' andar giù doveva svegliarlo, ei 'non s'era anco disteso per terra che quello doveva aver già intronato l'aria intorno a lui; per la qualcosa, anche se l'angelo fosse stato lì a riceverlo a braccia aperte, non avrebbe avuto il tempo di trasportarlo e posarlo. Ma l'angelo non era ancor giunto quando Dante cadde, e ciò basterebbe da solo a dimostrare la fallacia del supposto; nè gli angeli nel Poema giungono od operano mai così fulminei, specialmente quando fanno alcunchè di simile al lavoro dell' uomo. Abbiasi riguardo, se non altro, a quello che aprì le porte di Dite ed a quello che tragittò le anime a piè del purgatorio, e si vedrà che non si capisce perchè questo qui dell' Acheronte debba rovinare in tal modo da fare tutto ciò che su è detto in meno di quattro o cinque secondi, peggio di un uccello di rapina che investe un nido; ossia si capisce pur troppo, perchè senza tale furia non è possibile ammettere la spiegazione del Puccianti. Nè voglio tralasciar di notare che il sublime che il Puccianti sente in questo fulminio dell' angelo è un sublime sui generis. Il chiaro professore sa bene quanto ogni altro che il sublime bisogna cercarlo o nelle parole del poeta o in qualche fatto o idea da esso accennata ma che facilmente si sottintende: invece qui sarebbe tutto nella spiegazione non sicura nè facile del com

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