Slike stranica
PDF
ePub

viceversa a pag. 19 non porrei come argomento a sostegno, che Dante contraddirebbe a Virgilio se facesse che pur una delle anime non provi il desiderio di passare, giacchè tale per fetta conformità è tutt'altro che provata necessaria: altra anzi è la legge pagana che fa affrettare le anime, altra la cristiana: in Virgilio vediamo Caronte respingere gl' insepolti, il Caronte di Dante invece non respinge nessuno, ma è in cambio il celeste nocchiero che leva quando e cui gli piace (Purg., II, 951

Per dire qualche cosa anche della edizione, che è pure un buon coeficiente per far leg. gere un libro volentieri, soggiungerò che la stampa è assai elegante, e che di errori non corretti ne trovai ben pochi: a pag. 21 in cielo e paradiso, invece di è; a pag. 30, de' violenti contro natura che possono sostenere il tormento del fuoco correndo, invece di devono; a pagina 47, non pensa e non vuole che pensi, per che si pensi; a pag. 50, che le divide in luogo di che li divide: prótnnmos, di próthumos.

In complesso, concluderò che ci troviamo innanzi a un lavoro serio, coscienzioso e insieme piacevole, e che dovrà certo essere consultato da tutti coloro che vorranno prendere notizia dell'argomento. Forse volendo mostrare che l'amore all'assunto non mi facea velo al giudizio, io avrò spinto l'analisi troppo oltre: ma mi ci indusse anche il desiderio che un opuscolo che dovrebbe dire l'ultima parola su una questione assai dibattuta si presentasse in modo da non dare appiglio a discussioni ulteriori.

F. RONCHETTI.

A. Mazzoleni. Chi parea fioco: chiosa dantesca, Acireale, tip. Donzuso, 1893, in 8°., di pagg. [13]. [Estratto degli Atti dell'Accademia di Acireale, vol. V, pag. 145 a 157].

Abbiamo letto quest'opuscolo con la speranza di trovarvi una interpretazione migliore di quella da noi altrove accennata, di uno che per appartenere ai regni del lungo silenzio appariva esile come ombra, ma la nostra speranza non fu soddisfatta. Il Mazzoleni intende per silenzio il rodimento che dovea produrre in Virgilio la pena della privazione di Dio alla quale era condannato: ma quando mai silenzio ebbe questo significato? e come potea Dante immaginarselo? Si dirà essere una anticipazione, che cioè quando Dante scrisse, sapeva che quello che gli era apparso così fioco era Virgilio, e che però avendo veduto la pena alla quale egli era condannato, già aveva nella sua mente associato quella pena con quella cascaggine. E sia: ma ve li figurate voi Omero, Cesare, Aristotile disfatti, affraliti, cascanti? La riproduzione estetica di quelle gloriose grandezze ove se ne va a finire? Erra poi l'autore quando a pag. 154 parla di sospiri; chè questi son propri bensì degli abitanti del limbo, ma esclusion fatta di quelli del nobile castello, ove l'aura non trema come ai versi 27 e 15 [IV] ma è queta.

Piacemi bensì che nel senso allegorico l'autore si appigli alla interpretazione di Benvenuto, che l' umana ragione è poco in uso e di rado parla fra gli uomini, interpretazione che può volgersi anche al significato politico, tutt'uno in Dante col morale. Non però che occorra ripudiare al tutto quella del Boccaccio, per non essere in uso lo suo parlare poetico e ornato a' moderni. Non c'insegna lo stesso Dante nel Conv., II, 1, potere nelle scritture, oltre il senso letterale, trovarsi anche l'allegorico e il morale e l'anagogico? Così qui, Virgilio nel senso morale sarebbe la ragione umana insonnolita; nell' allegorico, il suo silenzio, sarebbe la oscurità in cui pei secoli barbari il suo poema sarebbe giaciuto: o come volle il prof. Mancini nell' Opinione letteraria del maggio 1882, per non avere alcuno dopo di lui e prima di

Dante, cantato dell'impero universale. La ragione che il Mazzoleni oppone: Come mai i contemporanei avrebbero tributato onore all' Alighieri, imitatore e cultore di Virgilio, se essi tenevano in nessun pregio il modello? non ha troppa importanza: avean forse i contemporanei bisogno di sapere che Dante aveva imitato Virgilio per ammirarlo? e non potevano i più gustare il poeta italiano, e non capire un iota il latino del mantovano? Ma dicasi piuttosto che in questo affare delle allegorie è sempre meglio stare molto alla larga, per non correre il pericolo di sostituire alle immaginazioni di Dante le creazioni del proprio cervello; tanto più che le allegorie non sono poi sempre indispensabili nè per la comprensione nè per la degustazione, direi, del divino poema, per le quali basta, tutto al più, aver presente il fine che il poeta si è proposto, e le allusioni alle quali, con la sua mente ricca di concetti e di erudizione singolarmente biblica, egli si abbandona qua e là, senza che però occorra fra di loro quel nesso organico che solo costituirebbe una vera, continua allegoria.

F. RONCHETTI.

-

T. Sandonnini. Dante e gli estensi. Modena, tip. Vincenzi, 1893, di pagg. 47.[ Estratto dagli Atti e memorie della r. Deputazione di storia patria per le provincie modenesi].

Dante menziona più volte [o vi fa non oscure allusioni] nel suo poema i marchesi da Este, la nota famiglia di signori saliti a grande potenza sulla rovina dei comuni verso la fine del secolo XIII. Esaminati i relativi passi, alcuni critici asserirono che il sommo poeta si mostrò ingiusto, partigiano, o, almeno, troppo severo contro que' signori, perchè avevano validamente favoreggiata la parte guelfa; altri negarono il fondamento delle accuse loro mosse, o ne sminuirono la gravità. La questione si è così trasformata in una disputa essenzialmente storica, tantochè l'egregio autore del presente scritto ha creduto, con ragione, di offrire agli studiosi, in brevi tratti, una completa dissertazione sull'argomento.

Nei gironi infernali, fra i violenti in altrui, l'Alighieri ci fa trovare dinanzi ad un estense:

quell'altro, che è biondo

è Obizzo da Esti, il qual per vero
fu spento dal figliastro su nel mondo.

Gli antichi commentatori, comunemente seguìti anche dai posteriori, interpretarono che il figlio Azzo avesse ucciso il padre Obizzo: figliastro sarebbe, così, detto in puro senso spregiativo. Molti ritennero, al contrario, trattarsi di semplice diceria o malignità, esclusivamente fondata sopra un passo della Cronaca di Ferrara del Riccobaldo, e si accinsero, come L. A. Muratori, o a mettere in dubbio il fatto per mancanza di prove, o a discolparne e assolverne Azzo.

L'autore, constatata e deplorata anzitutto una lacuna nelle storie del Prisciano, prende in esame il passo del Riccobaldo, rimasto unico accusatore, e additato dai panegiristi estensi quale scrittore inattendibile perchè partigiano, essendo stato di contraria fazione e perciò bandito dai dominatori di Ferrara. Con argomenti e prove d'indubbio valore il Sandonnini giunge alla conclusione che l'affermazione di Riccobaldo è storicamente esatta, risultando, in effetti, che Obizzo rimase soffocato per opera di figli crudeli e ambiziosi. Troppo lungo sarebbe seguire l'autore nella minuta disamina: basti dire ch' egli viene tessendo l'origine e l'aggravarsi delle discordie tra Obizzo e i suoi due figli, primo e secondo-geniti, Azzo e Aldobrandino,

per dimostrata predilezione a favore del terzo-genito Francesco; che prova non essere più solo il Riccobaldo, giacchè anche il cronista mcdenese Giovanni da Bazzano, degno di fede e quasi contemporaneo († nel 1363], registra, sotto l'anno 1293 essere corsa voce che Obizzo sia stato soffocato; e che il Memoriale inviato dai bolognesi al doge di Venezia dichiara essere stato Obizzo tolto di mezzo per opera divina od umana, avvalorando per tal guisa la voce corsa e i dubbi. Il per vero di Dante sarebbe, inoltre, nuova conferma del fatto, espressa. mente detto per infirmare il dubbio di altri.

L'autore scende poi a confutare coloro che male interpretarono il figliastro dantesco, alcuni avendo sostenuto trattarsi non di Azzo primogenito, ma di uno de' parecchi figli naturali di Obizzo, altri avendo congetturato che Azzo fosse veramente figlio naturale e illegittimo di Obizzo. Il Sandonnini, perciò, tesse la storia di questo marchese nelle sue relazioni domestiche, si per rispetto alle due sue mogli, sì per rispetto ai figli avuti; e, confutati parecchi errori storici o leggerezze di commenti, sostiene l'interpretazione di figliastro nel senso di figlio snaturato e infame, perchè parricida, o per lo meno esclude che Dante abbia voluto mettere in forse la legittimità dei natali di Azzo.

L'autore si chiede poscia se e quali ragioni ebbe Dante di relegare Obizzo fra i violenti in altrui, il Muratori avendo affermato che non si sa per quali demeriti, altri avendo tessuto l'elogio del marchese, come di uno fra i migliori o meno spregevoli principi del tempo. Indi, per logica connessione, ampiamente illustra l'altro passo dantesco (Inferno, XVIII) che accenna al fatto della Ghisola bella infamemente condotta dal fratello a far le voglie di Obizzo da Este. E viene a conchiudere che questo tiranno non fu peggiore degli altri dell' età sua, che non potè essere collocato nella fossa dei violenti in altrui per ferocia d'animo, ma che, per avarizia e per avidità di danaro, e per commessi attentati, se non alla vita, agli averi dei cittadini, bene meritò di essere punito fra i violenti contro la roba altrui.

Ad inasprire l'animo del poeta contro Obizzo e Azzo VIII da Este può, e deve, secondo l'autore, avere contribuito il tradimento contro Aldighiero Fontana, che aveva tanto operato a pro' di Obizzo, e che l'aveva creato marchese, essendone poi stato fatto avvelenare nel 1270, e le successive persecuzioni e dispersione della famiglia Fontana, dalla quale Dante Alighieri vanta di avere tratto l'origine materna. Opportunamente l'autore commenta, a questo proposito, e in relazione con questi avvenimenli, i versi del canto XV del Paradiso:

Mia donna venne a me di val di Pado,

e quindi il soprannome tuo si feo;

e gli altri che parlano degli antenati di Dante:

Basti de' miei maggiori udirne questo;

chi ei si furo, ed onde venner quivi,
più è tacer, che ragionare onesto.

Nel canto V del Purgatorio Dante rimprovera ad Azzo VIII l'uccisione di Iacopo del Cassaro da Fano, suo personale nemico e denigratore, podestà e strenuo difensore di Bologna, che il tiranno voleva conquistare. Con la narrazione del Prisciano l'autore constata la verità del commesso assassinio, ma opina che Dante non inveì oltre misura per questo fatto contro Azzo, avendo forse ritenuto che al fanese spettasse la propria parte di torto.

L'autore vuole anche rammentare il passo del De Vulgari Eloquentia: «la lodevole discrezione del marchese d'Este e la pronta sua magnificenza lo fa a tutti esser caro »> per togliere valore alla asserzione che Dante mai non nomini i signori da Este se non a titolo

di opere tristi e vituperose. Posto a confronto col precedente periodo della stessa Volgare Eloquenza, dove male si parla del marchese Azzo, l'autore conchiude che Dante rivolge bia simo a costui personalmente, non alla intiera famiglia da Este, e che l'Azzo rimproverato è l' VIII, e il lodato è, invece, o l'avo e predecessore di Obizzo, Azzo VII, di cui fu ministro e favorito l'Aldighiero Fontana, o potrebb' essere anco Azzo VI, uno tra i principali fautori di Federigo II.

Nel canto VIII del Purgatorio si allude, ancora una volta, ad una persona della casa di Este. Al quale proposito, l'autore sostiene che il rimprovero di Nino Visconti giudice di Gallura [.... Se l'occhio o il tatto spesso nol raccende] più che alla moglie Beatrice d'Este, in particolare, è rivolto a tutte le donne in generale. Ed ancora, in tutti questi versi egli non trova, e ne dà le ragioni, che il poeta si dimostri troppo sfavorevole a Beatrice d'Este, e neppure che n'abbia tratto argomento per sfogare il proprio malanimo contro gli estensi.

Dal complesso di siffatte analisi, all'autore non risulta per nulla provato che Dante non menzioni gli estensi se non a titolo di sfregio o scherno, e se non ad esempio di opere tristi e vituperose, come si è da altri voluto sostenere: egli ammette che l'odio politico, per l'importanza assunta negli avvenimenti dell'epoca da Obizzo e da Azzo d'Este a favore degli Angioini e de' guelfi e contro gli svevi e la parte ghibellina, nonchè le addotte ragioni di famiglia non siano state estranee all'animo di Dante nel giudizio di Obizzo e di Azzo VIII, ma che nessun preconcetto ostile, nessuna prestabilita mala intenzione lo ha dominato contro la famiglia de' signori d' Este.

L'opuscolo, piccolo di mole, ma denso di contenuto, riesce una dissertazione storica molto notevole e importante, sia come contributo agli studi danteschi, che nel campo storico per le vicende dei signori d'Este e per gli avvenimenti del loro tempo. Non tutte le conclusioni dell'autore potranno essere accolte così com' egli le presenta, senza riserve e contestazioni; ma è innegabile che, nel complesso, l'indagine storica è condotta con rara efficacia. L'opuscolo, tuttavia, avrebbe molto guadagnato, a mio credere, se non si fosse presentato con l'apparenza di una quasi-polemica, o di una dissertazione a tesi; se non vi abbondassero le ripetizioni, talvolta enfatiche, a confutazione degli oppositori; e se non vi avessero luogo frasi che possono sembrare irriverenti verso scrittori che godono meritamente fama di critici e letterati fra i più valorosi ed eminenti.

G. GORRINI.

NOTIZIE.

Il 20 del corrente mese si publicherà il dodicesimo volumetto [ultimo della prima serie] della Collezione di opuscoli danteschi inediti o rari diretta da G. L. Passerini. In questo vol. Edoardo Alvisi ci darà per la prima volta, traendolo da tre codici, il testo del Commer cium paupertatis, pel quale son mirabilmente illustrati i versi 43 a 75 del canto XI del Paradiso. Nei mesi di settembre e di ottobre saran ristampate le Note a Dante di G. De Cesare per cura di N. Castagna e le Osservazioni di N. Villani intorno alla divina Commedia raccolte dal prof. Umberto Cosmo.

-

L'editore Hoepli ha publicato, tra i suoi Manuali, la seconda edizione, corretta, rifatta e ampliata dall'autore della Dantologia [Vita ea opere di Dante Alighieri] del nostro illustre collaboratore dr. G. A. Scartazzini.

La Collana di buoni scrittori, del Paravia, si arricchirà presto di una nuova edizione della divina Commedia, annotata di brevi note ad uso delle nostre scuole secondarie, dall'egregio amico nostro prof. Felice Martini.

[blocks in formation]
[graphic]
[ocr errors]

IL GRIDO DI UN VERSO DANTESCO

[ocr errors]

Quid miserum.... laceras ?

La gioconda impressione di chi fugga un tratto la dotta uggia della città per chieder ristoro alla libera semplicità della campagna, la stessa gioconda impressione provai io quando di tra le sapienti contraddizioni delle stampe corsi a chieder fede alla modesta insipienza delle pergamene; e da queste mi parve movesse contro la civiltà dei torchi il coro stesso di lamenti che move eterno dalle campagne contro le soperchierie delle città. Fra i codici tutti però, che ci serbarono gli antichi tesori dell' intelligenza umana, quelli della Commedia di Dante, io credo, hanno il triste vanto di maggior diritto a sí fatti lamenti; non occorre varcar quivi né meno la soglia (Inf., I e II) per trovar esempi di cotesti soprusi della tipografica civiltà. Dalla nidobeatina e dalla aldina infuori, per esempio, tutte le edizioni de' secoli passati rifiutarono la lezione originale del verso (Inf., I, 28):

Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,

perché l'ei od hei per ebbi aveva il torto d'esser diventato un arcaismo, né Dante l'usò altrove mai! Che valore potevano avere, contro cotesta critica, e l'autorità dei codici e l'uso del tempo? Eppure il Bembo aveva scritto nelle Prose della volgar lingua: "Dalla ho, prima voce "del presente tempo [di "avére,,] molto usata, formò m. Cino la prima " altresí del passato ei quando e' disse:

Or foss' io morto quand' io la mirai,

ché non ei poi se non dolore e pianto....,;

e il Castelvetro nelle Giunte a quelle Prose (Napoli, 1714, III, 254) aveva osservato: Non credo che messer Cino fosse il formatore della voce

Giornale dantesco.

12

« PrethodnaNastavi »