Slike stranica
PDF
ePub

dove, nelle sue Prose critiche, ragionò spassionatamente sulla origine delle voci ave ed avete, sostenendo ch'essa va cercata nel latino avere per desiderare affettuosamente, egli scrisse (p. 127): "le predette due " voci... l'usano i minori verso i suoi maggiori; quando, presentandosi " loro davanti, s'offeriscono presti ad ogni loro comandamento e desi"derio, dicono: ave desidera e avete desiderate, che io son presto, o "noi siam presti a mandare ad esecuzione i tuoi o i vostri desiderj, "siccome Eolo a Giunone appo Virgilio:

"Tuus, o regina, quod (sic) optas

66 explorare labor: mihi jussa capessere fas est.

"E Virgilio a Beatrice:

"Tanto m'aggrada il tuo comandamento,

"che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi;

66 piú non t'è uo' (cosi) ch'aprirmi il tuo talento 99.

E poiché l'error tipografico non raggiunge sciaguratamente mai questo limite e poiché il valore dell'esempio sta qui unicamente nella variante nostra, è proprio vero che il Castelvetro scrisse cosí, benché sia un "ver ch'ha faccia di menzogna!,

Or dunque ov'è il nostro formidabile avversario? e qual è il Castelvetro che dettò queste filologiche osservazioni? Gli è chiaro: non più il pedante inquisitore delle Giunte al Bembo e della Sposizione di Dante, per la quale bisogna ricordare ch'ei seguí senz'altro il testo aldino; egli è bensí il sereno e dotto maestro di retorica, il filologo ed artista spassionato che quando non si lascia vincere a' preconcetti fa dimenticare e dimentica sé stesso. A me preme di metter in evidenza poi che chi ragiona ora è altresí l'erudito il quale, non sodisfatto delle stampe, ha avuto ricorso ai manoscritti, e confessa adunque esser questi assai piú e assai meglio di quell'alcun libro che soltanto egli affermava offrire la nostra lezione; e fra le superbe edizioni che la respingono insomma e i codici modesti che l'offrono, il censore è vinto dal poeta.

CONCLUSIONE.

me

Qui debbo anzi tutto a me stesso una giustificazione: dico a stesso, poiché, sebbene io abbia usato di frequente il plurale maiestatico (e il faccio sempre per accomunarmi, non già per impormi, altrui), vero è ch'io non ispero lettori al mio soliloquio; né se pur lo degneranno d'uno sguardo, mi lusingo che gli editori ed interpreti avvenire del poema dantesco vorranno convincersi del dirizzone quivi preso dagl' interpreti e editori passati e trapassati: tanto l'abitudine di veder a un modo le

cose e di seguir la corrente comune, alla lunga diventa in noi una seconda imperiosa natura. Debbo quindi a me solo una giustificazione e mi chiedo: perché mai cosí lungo discorso, s'è vero che, rispetto agli effetti,

Senza speranza vivemo in disio?

Non ho che una risposta: dinanzi all'universale de' valentuomini d'ogni tempo che poser mano alla maggior diffusione del poema sacro e che alla miglior interpretazione di esso poser gl'ingegni, non potevo persuadermi d'esser nel vero io solo; m'industriai adunque e soltanto di convincer meglio me stesso che tutte le prove interne ed esterne concorrevano a giustificare la scelta della variante e la dichiarazione del testo altra volta da me offerte e difese (Op. cit., 1. c.).

Riassumiamo, ora infine, e chiudiamo.

Quelle lodi che Beatrice rivolge in una mirabile apostrofe a Virgilio, appena apparsagli e che gli promette anche maggiori presso Dio, esigono dalla modestia del poeta latino un cenno di risposta; gareggiando questi adunque di cortesia con la donna beata e bella, all'esordio di lei risponde con un altro ispirato a non minor ammirazione e, dettosi cosí disposto all'obbedienza da sembrargli averla già ritardata, dichiara quindi tosto soverchia la lusinghiera perorazione di Beatrice, dichiara cioè che, per un servigio da lui, essa non ha maggior bisogno ch'esprimerne, senza blandimento veruno, il desiderio. All'accenno di Virgilio a Marzia (Purg., I, 83):

Grazie riporterò di te a lei,

Catone risponderà con piú che romana rigidezza:

non c'è mestier lusinghe;

bàstiti ben che per lei [Beatrice] mi richegge:

non guari diversamente, alla lusinghiera frase di Beatrice:

Di te mi loderò sovente a lui [Dio],

Virgilio risponde col gentile:

Piú non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento,

e viene quasi dire anch'egli: Bastiti ben che.... per te mi richegge. A ogni modo quanto freddamente e oziosamente chiude la terzina dan

tesca il

Piú non t'è uopo aprirmi il tuo talento

della lezione comune, altrettanto aggiunge di calore e d'efficacia quel

vero crescendo finale ch'è la lezione reietta

Piú non ť'è uo' ch'aprirmi il tuo talento!

L'ostracismo però non fu inflitto alla nostra variante, perchè essa sembrasse priva di un significato, ma perché i critici e gli editori del poema credettero riferirla a quel che segue, dove, naturalmente, non è più traccia veruna del talento di Beatrice; e' dovevano adunque, come in quel d'Eolo a Giunone (Eneide, I, 80) da loro citato, e come in quel di Catone a Virgilio (Purg., I, 87), e' dovevano riferirla a quello che precede. Non bisognava a ogni modo dimenticare che, forse dal solo Boccaccio infuori, l'avevano accolta se non sempre chiaramente intesa, tutti gl'interpreti antichi oggi conosciuti; che anzi l'aveva accolta e dichiarata con perspicua chiosa fra tutti Benvenuto da Imola, il quale basterebbe da solo a darle oggi irrefutabile autorità: che per ultimo e Benvenuto e (a non tener conto pure del Daniello) il Lana e il Buti e il Bargigi, i quali precedettero di tanto le edizioni del poema, ebbero a dettar i commenti loro di sui codici fra' quali scelsero certamente i migliori. Si aggiunga che nella proporzione del settanta su cento i codici offrono la variante qui esaminata, non ostante ch'essa presenti una forma rarissima (se non anche un aлağ λɛyóuevov) ed una non ovvia interpretazione; s'aggiunga anzi che in quel maggior numero di codici pare certo si debbano annoverar sempre, come vedemmo, i piú autorevoli per l'età e l'originaria purezza del testo, e si converrà con noi nell'atto di suprema meraviglia per l'ostracismo imposto sempre dalle edizioni tutte della divina Commedia alla lezione

Piú non t'è uo' ch' aprirmi il tuo talento.

Ed ora oserei chiudere consigliando a chi, in Italia e fuori, medita sul vagheggiato testo unico del poema di Dante d'accogliere fra' tant'altri e sapienti canoni di critica già escogitati, anche quest'uno: La lezione che, pur presentando rarità di forma e difficoltà d'interpretazione, ricorra nel piú e meglio de' codici ed interpreti antichi, ove non apparisca evidentemente errata, in aspettandone l'Edipo, s'accetti intanto ad occhi chiusi!

Bergamo, nel luglio del '94.

A. FIAMMAZZO.

[merged small][merged small][ocr errors][ocr errors][merged small][merged small][merged small][merged small][merged small]
[ocr errors][merged small]

Se gettiamo uno sguardo sulle tante perifrasi della divina Commedia, di subito ci è dato ammirare l'arte sovrana che usò l'Alighieri nel far uso delle indicazioni adatte per significare la persona, l'oggetto, il fenomeno od altro, di cui non ha voluto fare il nome. Il modo con cui Dante ha proceduto in questo difficile compito è stato sí circospetto e l'arte sí fine, ch'io non trovo perifrasi, la quale, per non esservi espressi i caratteri o le indicazioni proprie del personaggio, o della cosa, o del luogo con essa rappresentati, dà motivo a interpretazioni diverse.

Quando, per esempio, si legge Que' gloriosi che passaro a Colco, chi può non sostituir subito colla mente il vocabolo Argonauti, dalla perifrasi stessa rappresentato? E quanta limpidezza in quest'altra!

[blocks in formation]

dalla quale trasparisce Atene in tutto il suo splendore, dalle origini all'apogeo della gloria. Quel Greco Che le Muse lattar più ch'altro mai, chi può essere se non Omero? Nel Cantor che per doglia Del fallo, disse Miserere mei s'intende il Salmista, meglio ancora, starei per dire, che se Dante l'avesse significato col proprio nome....

A me pare che Dante per mezzo delle similitudini e delle perifrasi abbia fatto del suo poema quel che suol fare l'architetto d'un edifizio gigantesco e splendido, in cui, oltre la grandiosità delle linee e la magnificenza delle parti, tutte proporzionate all'intero, cura per siffatta guisa i dettagli da sorprendere l'osservatore coll'ardimento della mole e colla grazia degli ornamenti.... Certo è che alcune perifrasi della divina Commedia non si potrebbero intendere isolatamente, senza riferirle alle circostanze di luogo e di tempo in cui sono usate e senza riconnetterle alla storia particolare del personaggio o del popolo a cui alludono. Per esempio, L'alta tragedia si capisce esser

1

Dalla Raccolta delle perifrasi della d. C. di prossima pubblicazione. (La direzione).

l'Eneile, dal contesto però del discorso e sol perché detta frase è posta in bocca a Virgilio, che dice a Dante:

Euripilo ebbe nome, e così 'l canta

l'alta mia tragedia in alcun loco;

ben la sai tu, che la sai tutta quanta:

diversamente in questa perifrasi mancherebbero i caratteri proprî dell'opera virgiliana e l'interpretazione riuscirebbe difficile. Così il poverel di Dio, la terra prava, pastor senza legge, con cui son significati san Francesco d'Assisi, Firenze e Clemente V, si comprendono soltanto per le circostanze in cui sono adoperate.

Il che dà occasione di considerare le perifrasi dantesche divise in due gruppi: il primo di quelle che accennando a nomi di personaggi o di luoghi, o di fatti, universalmente noti, non possono dar luogo a interpretazioni diverse e a bella prima si comprendono anche se distaccate dal poema; e il secondo di quelle che, com'ho detto, si possono intendere soltanto riferendole al momento in cui il poeta le adopra, mentre isolatamente rimarrebbero oscure e d'interpretazione difficile, per non dire impossibile. Quelle del primo gruppo si potrebbero dire perifrasi universali e quelle del secondo particolari, perché connesse intimamente al poeta, alla storia de' suoi tempi e all'architettura del suo poema....

Né si vuol però disconoscere, osserva il Mestica, che nei particolari casi una perifrasi, che non sia perfetta in sé, o sembri men bella di un'altra, in relazione al discorso che si fa sia da preferire, e acquisti maggior pregio per l'opportunità; avvenendo che qui stia meglio rilevare una data qualità dell'oggetto, là un'altra.

Dante infatti nel principio del suo poema fa del sole una perifrasi men bella della surriferita,' ma tutta a proposito in quel luogo, dove gl'importava mettere in evidenza l'ufficio che fa il sole di menare il viandante diritto per la sua strada: il pianeta Che mena dritto altrui per ogni calle. E altrove del sole dice:

Colui che già si copre della costa
sí che i suoi raggi tu romper non fai.

Qui è stile tutto familiare e dimesso, come appunto si conveniva allora che Dante e Virgilio, salendo il purgatorio, poco prima d'incontrare Sordello, discorrevano, come due buoni amici fra loro, sulla via da prendere. In questa circostanza non sarebbero state a proposito neppure le altre perifrasi meno solenni, che Dante adopera per significare il sole, per la ragione che allora il parlare non sarebbe corso naturale. Se Virgilio avesse detto: Prima che si lassù, tornar vedrai Colui che tutto il mondo alluma, ovvero Co

[blocks in formation]
« PrethodnaNastavi »