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sostenere che le altre coste superiori, di un'altezza molto piú limitata, sono state dismontate sopra scale apposite lungo la linea verticale? Dante, ove non fece uso delle proprie gambe per discendere le diverse coste, lo dice chiaramente: con piú chiare note ci rende ancora avvertiti della fatica che gli costava il superare certe accidentalità del suo itinerario; ma ove parla delle prime cinque discese nei cerchi degli incontinenti non ci dà nemmeno un cenno di difficoltà superate; questa mi sembra una ragione piú che sufficiente per ritenere sempre piú essere le prime cinque coste di facilissimo accesso, e quindi sopra una linea tutt'altro che verticale.

Ma ammettiamo pure, per un momento, che le coste sieno verticali come vuole il dott. Russo. Dato questo, di necessità bisogna ammettere che scale vi fossero, e di molto facile declivio. Ora queste scale dovrebbero essere poste in uno dei seguenti modi; 1° o partendo dal ciglio interno di ciascun cerchio seguono la concavità della ripa volgendo a destra o a sinistra; 2° 0 incominciano non sul ciglio del cerchio, ma molto più indietro verso la circonferenza esterna per riescire poi sul limitare esterno del cerchio successivo; 3° oppure, sempre partendo dalla riva interna del cerchio, si spingono in avanti verso l'asse del cono, raggiungendo il piano inferiore in un punto molto vicino alla riva interna; di qui non si scappa, se si vuol dare alle scale la pendenza richiesta per renderle praticabili. Il primo caso non può avverarsi perché allora i dannati al cerchio che si va a visitare non si presenterebbero di fronte, ma a destra o a sinistra; e ciò non risulta: anzi certi luoghi della prima cantica ci dimostrano il contrario; veggasi l'entrata al IV cerchio (VII, 25-39) e la discesa del burrato al Minotauro (XII, 52-102) dove non si può ammettere che i poeti scendessero sopra scale rasenti la convessità della costa. Ma piú specialmente è da porre attenzione alla discesa dal quarto al quinto cerchio, dove i poeti fanno via in compagnia dell'onde bigie: queste acque, per discendere al cerchio inferiore, per legge propria, non possono rasentare la concavità della costa, ma devono, per la più breve, farsi strada verso l'asse del cono infernale; e per conseguenza anche la via che le costeggia deve avere la identica direzione. D'altronde il poeta dai punti dove intraprende le discese dei primi sei cerchi non dice mai che si sia vol. tato a destra o a sinistra,

sinistra. Il secondo modo non può darsi perché il poeta incomincia sempre le discese dal ciglio interno del grado che si vuol smontare. Ci rimane il terzo; questo modo di discendere corrisponde veramente al contesto della cantica, ma solo quando si dà alle coste una scarpa qualunque. Il dottor Russo, che fa le coste verticali, non può far tenere alle scale questa direzione, perché allora le sporgenze considerevoli richieste ingombrerebbero il cerchio inferiore, ed i poeti vi giungerebbero non al limitare esterno, come vuol Dante, ma molto innanzi, verso il limite interno; il che, per piú motivi, è contrario alle esigenze del poema.

Ma l'autore vuole le scale intagliate nell'alta ripa come quelle del Purgatorio (p. 23), e questo non può essere.

Le scale del Purgatorio seguono la pendenza della costa, giacché il sacro monte non è, come lo disegnano alcuni, un complesso di cilindri ritti l'uno sull'altro, dal più grosso al più piccolo; ma un monte come gli altri, fatta astrazione dell'altezza e delle leggi che per causa di questa e per altre cagioni etiche gli sono proprie. Le sue scale sono intagliate profondamente nel marmo e seguono la direzione della costa, la quale, trattandosi di un monte, va naturalmente restringendosi fino alla vetta: queste circostanze non corrispondono per nulla alle coste di un inferno quale ci viene disegnato dal dottor Russo. È inutile che in qualche luogo l'autore dica che tra i diversi gradi vi sia un declivio che può variare in molti varî sensi, delle ruine e delle ineguaglianze, ecc., ciò non basta per rendere praticabile una ripa verticale nelle condizioni richieste dal poeta. I cerchi, dice l'autore, seguono le curve di sfere concentriche: sono più o meno inclinati, ove però le acque dei fiumi non ristagnano (p. 24). Io però credo che egli sbagli ove tenta di dimostrare colla frase:

Non era lungi ancor la nostra via
di qua dal sommo ....

IV, 67-68.

che il piano del Limbo, invece che orizzontale, pendeva verso il centro. In tal caso questa espressione sommo ci darebbe a credere che il primo cerchio abbia una pendenza straordinaria; e notisi, non si era ancora giunti al mezzo del traverso, dove presumibilmente sorgeva il nobile castello. Io credo che Dante colla frase citata abbia voluto dire: Noi non ci eravamo di molto scostati dal luogo dove prendemmo le mosse per discendere in questo cerchio, quando vidi, ecc. Ma all'autore non potrà garbare questa interpretazione propria di molti commentatori, perché egli dà alla discesa verticale poco prima eseguita nientemeno che un'altezza di miglia settanta.

Egli poi crede che le meschite, da Dante vedute mentre attraversava lo Stige nella barca di Flegias, sieno né piú né meno che i sepolcri che popolano quella terra desolata. A me pare che ciò non sia provato abbastanza; come pure non mi sembra messo fuori di dubbio che la città di Dite abbia una sola torre, quella sulla porta d'ingresso. Qui per confutare il dottor Russo mi permetto di far uso delle parole di un egregio dantista, il quale, a questo proposito, scrive: “ entro nella valle (Inf., VIII, 71) se non signi“ fica fuori della valle non significa neppure dentro la città, ma dentro il fummo della valle stigia fino alle mura di Dite e oltre. Né vale certo l'op

porre che, se le fiamme arroventassero le torri del muro di cinta, non po* trebbe Dante incamminarsi tra il muro della terra e li martiri (Inf., X, 2). “ Non va Dante tra gli avelli? (X, 38). Eppure tra essi

u

......... fiamme erano sparte

per le quali eran si del tutto accesi
che ferro piú non chiede verun arte.

IX, 118-21.

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Invece entrato il poeta in Dite non solo non avverte questa straordinaria al“tezza dei coperchi sepolcrali che vuole il Russo, ma ricordando insieme le

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tombe e gli spaldi della città, a questi e non a quelli aggiunge l'epiteto alti: passammo tra i martiri e gli alti spaldi (IX, 133) ,.'

Veniamo ora all'ottavo cerchio. L'autore dimostra che le coste delle varie bolge non sono perpendicolari, parallele; che perciò una bolgia è piú stretta al fondo che non all'imboccatura: altrimenti lo scivolare e lo scendere sarebbero inverosimili su pareti perpendicolari (pag. 30). Questa disposizione delle bolge porta seco la conseguenza che gli argini tra bolgia e bolgia possono terminare superiormente o in taglio o con una zona circolare piú o meno larga. L'autore dice: “Errore è poi dare a ogni argine lo spessore di un "miglio e un quarto.... o di tre quarti.... e anche d'un quarto.... errore è “il designare i ponti fra loro separati Il dottor Russo potrà dire benissimo che queste sono misure arbitrarie, ma non un errore, perché una certa larghezza, ed anche considerevole, sebbene matematicamente indeterminata, risulta dal testo ed egli stesso lo sa, e lo dimostra illustrando magnificamente l'episodio di Ciampolo (p. 31). Passa poi ad esaminare la pendenza di Malebolge, ed apre una disputa circa la declinazione del letto delle bolge in relazione colla sommità degli argini e del lungo scoglio: ma è ben lungi dalla soluzione del problema, e lo dimostro.

Quando l'autore (p. 32) assevera che la pendenza di Malebolge è subordinata alla condizione che in ogni bolgia la costa interna sia piú bassa dell'esterna, non dice tutto. Non è solamente la minore altezza della costa interna quella che rende piú accessibile il fondo della bolgia, ma anche la differenza di declinazione; dice Virgilio:

.. Se tu vuoi ch'io ti porti
laggiú per quella ripa che piú giace,
da lui saprai....

Inf., XIX, 34-36. Ora questa proprietà della costa interna della terza bolgia ci fa persuasi che le coste interne, oltre essere più brevi, sono anche meno ripide di quelle interne. Disegnando adunque la sezione di una bolgia si vedrà che l'angolo formato dalla costa esterna colla linea di base è considerevolmente piú stretto di quello formato su questa linea dalla costa interna: quindi il disegno delle bolge delineate dal dottor Russo non corrisponde ai dati fornitici dal poeta.

Io credo che la ripidità della costa esterna di ciascuna bolgia vada man mano aumentando fino ad assumere la direzione perpendicolare, come avviene colla costa interna dell'ultimo argine, sulla quale stanno i giganti, ed assume la denomizione di pozzo.

L'autore mette il fondo di tutte le bolge sopra una linea orizzontale: dovendo l'intiero cerchio avere una pendenza verso il centro, questa si trova man mano abbassando la sommità delle ripe, di modo che le bolge diminuiscono di profondità in confronto dell'altezza degli argini, man mano che si progredisce verso il centro: con quest'ordine anche la sommità degli argini viene man mano allargandosi: mi affretto ad osservare che questa progressione voluta dal disegno del dottor Russo, non risulta dal poema, ma è affatto arbitraria. Lo scoglio che attraversa tutta la Malebolge non è interrotto dagli argini, ma li domina, li interseca, si incrocicchia con essi, mantenendosi ad una certa altezza, in modo che per andare dallo scoglio sugli argini o viceversa bisogna discendere o salire: qui l'autore ha cento ragioni. Lo scoglio poi, secondo l'autore, come il fondo delle bolge, segue una linea concentrica a quella del fondo stesso, in modo che, man man che si va verso il centro, l'altezza che separa la superficie dello scoglio dalla sommità degli argini si fa sempre maggiore: e questo, a mio modo di vedere, è uno sbaglio.

1 Bullettino della Società dantesca italiana, Nuova serie, pagg. 74-75.

L’autore fonda queste sue asserzioni sul fatto che “ dal primo ponte al" l'ottavo si è andato rendendo sempre più disagioso il salire dall'argine sul“ l'arco, (p. 35): ma io lascio esaminare da chiunque i passi che l'autore cita (XVIII, 69-70, 100-102 ; XIX, 130-132; XXIV, 62-63; XXVI, 13-18) per decidere se le espressioni, assai leggeramente, sconcio ed erto, erto più assai che quel di pria, borni e schegge, lo piè senza la man non si spedia, esprimono idea di altezza: per me credo che queste frasi accennino a difficoltà sempre maggiori causate non dall'altezza che, secondo l'autore, man mano va crescendo dal sommo dell'argine al colmo dell'arco, ma dall’ertezza, dalla ripidezza delle sponde dello scoglio nei punti in cui si incrocicchiava coll'argine: e questa difficoltà fa contrapposto alla leggerezza che il poeta di grado in grado veniva notando nel salire le scale del sacro monte. Io adunque credo che non solamente andasse pendendo verso il bassissimo pozzo la sommità degli argini presi nel loro complesso, ma che parallelamente a queste vada calando anche il sentiero che scorre sul lungo scoglio. Osservo ancora che se la costa interna è sempre preferita per discendere nel letto della bolgia, è segno che da questa parte si è anche più vicini al fondo stesso: l'autore, che tanto aggiunge all'altezza dello scoglio, quanto man mano vien togliendo all'altezza delle coste, rende la distanza tra scoglio e fondo sempre eguale: che necessità dunque di discendere sempre per la costa interna quando anche l'altra offrendo, secondo l'autore, il medesimo pendio e una medesima altezza, è altrettanto accessibile?

L’autore dice che questo scoglio non pendeva perché il poeta non parla mai di discendere, ma semplicemente di camminare senza sforzo, passare oltre, andare: ma dato che il campo maligno abbia una declinazione verso il centro, va da sé che queste parole abbiano il significato di discendere sopra una ripa declinante; quel senza sforzo poi accenna tanto felicemente a una discesa, che parole non ci appulcro.

Gli archi dello scoglio in questo modo vengono a poggiare sopra due piedritti eguali in altezza, ma non allo stesso livello: assumono cioè la forma di archi rampanti sui quali scorre piú o meno ampia, piú o meno facile la via che dalla gran cerchia di Malebolge mette al pozzo.

L'autore dirà che un arco di questa forma non corrisponde alle esigenze richieste, perché il suo colmo non è nel punto medio tra i due piloni, e quindi non sovrasta al letto della bolgia: questo è vero solamente per le bolge delineate da lui le quali hanno le coste colla stessa declinazione; ma facendole di declinazione diversa, vale a dire quella esterna sempre piú rapida, il letto della bolgia viene a spostarsi e ad occupare un posto sempre piú vicino al piedritto esterno, e piú lontano dall'interno: il colmo dell'arco rampante in questo modo cade sempre a perpendicolo sul mezzo del piano sottostante dove sono o si muovono i dannati. Questo spiega anche il perché piú si procede verso il centro piú cresce la difficoltà di salire l'arco giacché il profilo superiore dello scoglio segue in via generale le curve degli archi, e non una linea retta come fa l'autore nel suo disegno. Ma avanti.

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Il dottor Russo misura la circonferenza di una bolgia non dal ciglio superiore dell'argine esterno, ma dalla linea che è media tra le periferie del letto della bolgia, sul quale camminano i dannati; e con questo crede di superare la difficoltà incontrata dai suoi antecessori nello spartire lo spazio tra la decima bolgia e il pozzo. Vi è egli riescito? Pare di no.

Infatti nessuno mi negherà che quando i poeti diedero il dosso misero al vallone Su per la ripa che il cinge d'intorno (XXXI, 7-8) camminarono per buon tratto avanti che, al suono del corno, intravedessero qualche cosa come le torri di Montereggione; e per altro buon tratto si avanzarono verso il centro prima che arrivassero di fronte a Nembrotte. Questa circostanza ci presenta un dilemma: o la spianata è un argine come gli altri, o presso a poco; ovvero è un luogo particolare: che sia cosí non risulta, perché Dante la chiama ripa come tutti gli argini antecedenti; dunque anche essa è un argine

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