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degli occhi suoi, come ch'ella gli muova,
escono spirti d'amore infiammati,
che fieron gli occhi a qual, che allor la guati,
e passan si, che 'l cor ciascun ritrova.
Voi le vedete Amor pinto nel riso,

là 've non puote alcun mirarla fiso.
Canzone, io so che tu girai parlando

a donne assai, quando t'avrò avanzata :
or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata
per figliuola d'Amor giovane e piana,
che dove giugni, tu dichi pregando :
insegnatemi gir: ch'io son mandata
a quella, di cui loda io sono ornata.
E, se non vogli andar, sí come vana
non ristare ove sia gente villana.
Ingégnati, se puoi, d'esser palese
solo con donna o con uomo cortese,
che ti merranno per la via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a lui come tu dèi.

Questa canzone, dove, nella seconda stanza, con lirico ardimento, Dio e tutto l'empíreo son messi in moto ed in rappresentanza quasi drammatica a maggiore onore della donna e dell'amore di Dante, ricorda pure il sonetto:

Negli occhi porta la mia donna Amore,

perché si fa gentil ció ch'ella mira:
ov'ella passa, ogni uom ver lei si gira,

e cui saluta fa tremar lo core :
sí che, bassando il viso, tutto smuore,

e d'ogni suo difetto allor sospira;
fugge dinanzi a lei superbia ed ira:

aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile

nasce nel core a chi parlar la sente;

ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quan d'un poco sorride

non si può dicer, né tenere a mente,
si è novo miracolo gentile.

E l'altro che ne compie il pensiero:

Vede perfettamente ogni salute

chi la mia donna tra le donne vede;
quelle che van con lei sono tenute

di bella grazia a Dio render mercede.
E sua beltade è di tanta virtute,

che nulla invidia all'altre ne procede,

? CARDUCCI, presso D'ANCONA Vita Nova, pag. 135.

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“ E quando

Nella canzone, immaginata nell'aperta campagna, si ripresenta con insistenza maggiore il presentimento della prossima fine di Beatrice, e piú chiaramente in un'altra dove dice Dante che, essendo lui infermo dolorosamente e soffrendo per nove giorni e non potendosi muovere, al nono giorno gli giunse un pensiero della sua donna. ebbi pensato alquanto di lei, io ritornai alla mia debiletta vita, e veggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde, sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene, che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia. E risanato disse tutto questo immaginare in una canzone, essendo il suo smarrimento giunto a tale da vedere donne scapigliate, e certi visi orribili e diversi, che gli dicevano: Tu pure morrai, tu sei morto; mentre un amico gli annunziava: or non sai ?

La tua mirabile donna è partita di questo secolo. Ed ei chiamò Beatrice: ma, per fortuna, le donne che in camera lo assistivano non udirono e da loro domandato della cagione del suo piangere, narrò la visione tacendo il nome della donna amata.

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Che fai? non sai novella?

Mort' è la donna tua ch'era si bella.

Ed il pensiero non che rifuggire da questa angosciosa immaginazione, vi si compiace, e si ferma a contemplare l'esequie della morta di cui l'anima è salita al cielo in mezzo ai canti di gioia degli angeli :

Levava gli occhi miei bagnati in pianto,

e vedea, che parean pioggia di manna,
gli angeli che tornavan suso in cielo;
ed una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual cantavan tutti : Osanna;
e s'altro avesser detto, a vo' dire'lo.
Allor diceva Amor: Piú non ti celo;
vieni a veder nostra donna che giace.
L'imaginar fallace
mi condusse a veder mia donna morta;
e quando l'ebbi scorta,
vedea che donne la coprian d’un velo ;
ed avea seco un'umiltà verace,
che parea che dicesse: Io sono in pace."

| Vita Nova, XXIII. Si noti che vegliava Dante e piangeva sul suo stato una donna giovane e gentile che era con lui di propinquissima sanguinità congiunta. È chiaro che si tratta di una sorella, forse quella che si dice maritata ad un Poggi: ciò per la verità storica di certe circostanze della Vita Nova.

cose.

È ella possibile tanta tetraggine, in un libro che parla d'amore che è principio di vita ? Questo si domandano e quei che credono alla Beatrice reale, e quei che la oppugnano negando alla Vita Nova qualsiasi contenuto storico, nel senso cioè che essa sia un racconto vero e proprio dell'amore di Dante. E ciò va notato, poiché nemmeno il Bartoli, il piú strenuo e dottamente ingegnoso tra gli avversari di una Beatrice donna viva e vera, non nega che il libretto dantesco sia storico in quanto Dante ci parla dello svolgersi del suo pensiero poetico e dell'arte sua. La sentenza del primo sonetto fu spiegata dal Todeschini cosi : – “Il significato della visione espressa nel sonetto non fu compreso da prima da veruno, ma bene si rese manifesto a tutti, morta Beatrice; poiché allora ognuno vide, che recò a Dante allegrezza il caldo, ma timido e riservato affetto, che Beatrice concepí per lui, e che questa allegrezza si converse in pianto quando ella uscí di

questa vita. Quello che può recar sorpresa, e colla sorpresa qualche sorta di sospetto, si è il rinvenire un sonetto scritto sette anni prima della morte di Beatrice, il quale contenga una predizione del successo che aver dovea l'amore del poeta per questa donna. E qui noterò alcune

La prima, che io presto fede a Dante sulla verità ed autenticità del sonetto, non tanto pel carattere assai giovanile di cui esso mi sembra improntato, quanto per le risposte di tre altri rimatori che se ne conservano: la seconda, che un giovinotto servido, ingegnoso, immaginoso, essendo preso d'amore per una donna lusingandosi d'essere da lei corrisposto, e temendo che un tale amore non potesse avere alcun esito felice, poté facilmente concepire la visione o fantasia che è nel sonetto contenuta: la terza che la circostanza allusiva alla morte di Beatrice – e cosi piangendo (amore) si ricoglie a questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che se ne gisse verso il cielo già dichiarata a questo modo nel sonetto, ma soltanto nella prosa, che fu scritta un buon tratto di tempo dopo la morte della Portinari. Anche il Bartoli, dopo aver detto che fino d'allora amore sapeva che la Beatrice terrena sarebbe presto morta per risorgere poi trasfigurata in Beatrice celeste, conchiude, dandosi torto, che il commentario in prosa è sicuramente posteriore, e l'ultimo verso del sonetto può essere stato rifatto dopo. O non è piú probabile invece che la prosa sia stata da Dante accomodata agli avvenimenti? Piú gravi difficoltà presentò al Todeschini la canzone Donne che avete e con molte ragioni, accettate dal Bartoli e combattute strenuamente dal D'Ancona, si persuade che la seconda stanza della canzone, ov'è l'accenno della discesa di Dante vivo all' inferno, sia stata composta solamente quand'egli compilava questo libretto, alquanto tempo dopo la morte di Beatrice.

non è

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Ma questa

I Giuseppe TopESCHINI, Scritti su Dante raccolti da Bartolommeo Bressan. Vicenza, Burato, 1872, vol. II, pag. 15. BARTOLI, Op. cit., IV, pag. 205.

conclusione non accetta il Bartoli perché non suffragata da prove, non il D'Ancona perché se troppo iperbolico o irreligioso ne apparirebbe il contenuto vivente Beatrice, bisognerebbe estendere la stessa censura anche al primo verso della strofa seguente, e bisognerebbe ammettere un troppo ampio rimpasto della canzone stessa, che in tutti i codici ci è pervenuta com'è. Dante qui non accenna al suo In ferno, nel quale egli mai parla di Beatrice ai dannati

, ma con esagerazione poetica di umiltà egli dinanzi a Beatrice angelo celeste, confessasi peccatore destinato all'inferno dove la pena gli sarà raddolcita al pensiero che egli in terra vide Lei, speranza dei beati, che la chiedevano a Dio. 1

Del resto, quanto alle profezie di morte, tutte le quistioni cadono quando si tenga sempre presente che la prosa è posteriore alle poesie, e di quelle scritte per Beatrice, via via che amore dettava, pochissime trovarono luogo nella Vita Nova, e queste disposte simme tricamente con un ordine ed un preconcetto prestabilito.

Certo è che in queste immaginazioni l'espressione del dolore giunge ad un alto grado e sino allora inusitato, senza cessare però d'essere umano, e si dimenticano le divisioni scolastiche, gli armeggiamenti sul numero nove e tutto quanto l'uso del temjo s'imponeva all'ingegno del poeta impacciandone i liberi movimenti leggendo quelle pagine bellissime nelle quali si manifesta un cuore puro. e nuovo, tutto aperto alle impressioni, facile alle adorazioni e alle disperazioni, ed una fervida immaginazione che lo tiene alto da terra e vagabondo nel regno dei fantasmi. Cosí il principe degli interpreti dell'arte italiana, ed altrove: “ Né il suo genio si è spiegato mai con tanta forza, che ora che è impressionato dal dolore. Dante non ha né la dolce malinconia del Cavalcanti, né la tenerezza un po' molle del Petrarca, ha un dolore virile, ingrandito dalla possente immaginazione, e mescolato di una certa fierezza; la lagrima gli scappa, ma presto l'asciuga, e sembra, non che se ne paoneggi come il Petrarca, ma che quasi ne abbia onta. L'espressione del dolore è gigantesca, come nelle nature forti; conoscenti e sconosciuti, la terra, l'aria, il mare, il sole, tutto vi prende parte, di tutto egli fa un piedistallo a Beatrice; ma non vi stagna, non giunge fino alla tenerezza e al languore. Dipinge a gran tratti,

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| TODESCHINI, Op. cit., vol. I, pag. 275 e segg.

Bartoli, Op. cit., V, pag. 78 D'ANCONA, Vita Nova, pag. 143. Rodolfo RENIER, convertito alla fede del Bartoli dopo la Vita Nova e la Fiammetta, Torino, 1879, vede qui il passaggio di Dante alla terza Beatrice, come nel & XII ove è presentata la seconda : la prima è la donna ideale della sua mente. Già nel libro citato ricercando i significati della parola mente in Dante e nei contemporanei, è il germe della conversione del Renier che nella idealizzazione di Beatrice ha trapassato il maestro. Cf. Giornale storico della letteratura italiana. Torino, 1883, anno I, vol. II, fasc. 6. Conseguenza di questo scritto è n tipo estetico della donna nel Medioevo, appunti ed osservazioni di Rodolfo RENIER. Ancona, Morelli, 1885, ediz, di 250 esemplari, § V.

2 Prima di C. Eliot Norton traduttore inglese di Dante, notò questa simmetrica disposizione il nostro G. Rossetti. Sulle ragioni che mossero Dante ad escludere altre poesie dalla Vita Nova, vedi un articolo di G. SALVADORI nella Domenica letteraria del 17 febbraio 1884.

lasciando grandi ombre come in un tempio gotico, e porgendoti innanzi qualche cosa di colossale che ti percota: in quel dolore senti non so che di scuro e di grande, come la disperazione. Irresistibile è la commozione, quando a immagini gigantesche sopravvengono immagini tenere, quando, per esempio, nella costernazione di tutto l'universo, come invaso da presentimenti di prossime rovine, si sente con fioca voce il funebre annunzio :

E uom m'apparve scolorato e fioco,
dicendomi: che fai? non sai novella ?
Morta è la donna tua ch'era sî bella.

1

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L'universo muore ! E non si piange; si rimane immobile. Beatrice è morta: e scorrono le lacrime. Ma è un lampo: subito con un solo impeto il poeta risorge dal profondo del dolore, bruscamente, senza i passaggi e le gradazioni artificiose d'un'arte più raffinata, ne risorge per tuffarvisi un'altra volta, effondendo la ricca anima ne' piú diversi movimenti e sentimenti

E piú forte poté allora sull'animo di Dante il pensiero della morte poiché poco innanzi avea pianto a cagione di gravissima sventura toccata a Beatrice. Anch'ella come le altre creature umane, prima di tornarsene al cielo d'onde era venuta in terra a miracol mostrare, dovette soffrire come tutti noi. Il padre suo, e se Folco ciò avvenne nel 1289, di lei amantissimo e da lei amatissimo, mori, e per la sua carità se ne gio alla gloria eternale veracemente, poiché Dante lo afferma buono in alto grado. Egli seppe dalle donne che, secondo l'usanza, erano state al corrotto che Beatrice piangeva sí che qual la mirasse dovrebbe morir di pietade. Ed egli scrisse quattro sonetti che inco. minciano :

Voi, che portate la sembianza umile.
Se tu colui, che ha trattato sovente.
Voi donne, che pietoso atto mostrate.
Onde venite voi cosí pensose ?

Dei quali i due soli primi accolse nella Vita Nova.? Questa morte e la infermità sopraggiunta al poeta ravvivano in lui i tristi presentimenti, ed il futuro cantore dell'Inferno, inventa per sé un martirio che solamente trova riscontro in quella pena terribile, che egli seppe escogitare per gli spiriti magni dannati nel limbo, i quali senza speme vivono in desío.

E quanto una tale situazione nuova e straziante sia naturale in un animo fortemente acceso ed immaginoso, senza ricorrere ad allegorie,

I F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, Morano, 1873, vol. I, pag. 57. – Saggio critico sul Petrarca, pag. 47.

? Vita Nova, XXII: Del terzo sonetto il Giuliani nega l'autenticità.

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