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di canzone adulatrice, e di turpe e sconcio prodotto di vana retorica. Siccome però noi abbiam veduto il Catone mistico dimostrarsi superiore all'amore umano di Marzia, similmente l'Allighieri, che deve dedicarsi all'ideale e altissimo amore di Beatrice, viene rimproverato quando si trattiene con Casella ad ascoltar versi che celebrano la bellezza della Filosofia, non perché quei versi siano ignobili e spregevoli, ma perché non vi si ritrova quella perfezione assoluta di dottrina e di pensieri, che è richiesta nel divino poema.

Prima di scendere ai dettagli del nostro principio, diremo, a mo' di desinizione, che il viaggio dell’Antipurgatorio è in tutto simile a quello del sacro monte, e riproduce e svolge agli sguardi del contemplante le medesime immagini, in tal ordine però, che la fine del primo risponde al principio dell'altro, giacché il più basso dei ripiani del monte è quello della superbia, mentre, nell’Antipurgatorio, all'ingresso del regno di Catone, l'anima eletta deve prima spogliarsi del vizio di lussuria.

Ora, esaminiamo in primo luogo le analogie platoniche del Gorgia, senza le quali è vano voler rendersi conto dei simboli del divino poema.

Platone ammette certa affinità, o, per meglio dire, identità filosofica fra tutti quegli atti ch'egli considera come forme della lusinga. Questi si ritrovano nell'arte della cucina, che somministra ai golosi i loro viziosissimi piaceri, in quella dei cosmetici, e in quella del retore, che seduce i cuori colla sua vana eloquenza, e fa dimenticare agli uomini i principii della giustizia in tal modo, che nascono sconvolgimenti politici e discordie civili. Anche Boezio, nel Libro della Consolazione, tanto vagheggiato dall'Allighieri, mette il retore a paragone col cane, ed è perciò che noi vediamo in inferno nel cerchio dei golosi, Cerbero dilacerando le anime, e Ciacco lamentandosi del non trovarsi piú di due giusti in Firenze. Le discordie civili della Toscana, frutto amaro di tali vizii, vengono profetizzate da Ciacco, ed anche da Forese Donati, nel girone dei golosi, in purgatorio. Dante, come uomo che vive in quei principii, chiede egli medesimo a Ciacco gli schiarimenti sulle guerre domestiche, e sull'ingiustizia dei cittadini, in risposta alle parole del dannato, che dice d'esser tormentato cosí PER LA DANNOS A COLPA DELLA GOLA.

Fra i gironi dell'Inferno superiore e quelli della Malebolge, l'analogia è talvolta evidente, e talvolta nascosta.

I seduttori della prima bolgia vanno girando sotto la sferza diabolica, come i lussuriosi del primo cerchio, nella bufera infernale che gli mena di qua e di . Del resto, da una parte come dall'altra, il peccato di quei malnati si riferisce all'amore colpevole.

I simoniaci della terza bolgia sono avari, come i dannati del terzo cerchio: e fra questi ultimi, papi e cardinali sono in gran numero.

Ora nella seconda bolgia il supplizio è consimile a quello del secondo cerchio, ma piú schifoso. Seguendo i principii del Gorgia, noi osserviamo l'analogia fra la lusinga in generale, e il vizio della gola; oltre a ciò, la persona di Taide risponde all'idea platonica dell'adulazione rivestita da quelli artifizii che oggi potrebbero chiamarsi toelette, e che Platone chiama cosmestici. Nel girone dei golosi, in purgatorio, Forese inveisce contro il modo indecente di vestire ed adornarsi delle donne fiorentine, e Buonagiunta da Lucca, mettendo a paragone il suo stile con quello di Dante, biasima il suo, come falso, e ispirato da cattiva retorica, piú che da verace amore. Finalmente, gli angeli, in quel cerchio, dove i cosi detti golosi purgano il peccato, chiamano beati quelli che in vita si mantennero sempre esuriendo quanto è giusto.

Il lettore intende da sé stesso altri dettagli ch'io non voglio spiegar piú a lungo, come, per esempio, il perché della questione di Dante intorno a Farinata, e Tegghiaio Aldobrandi, a Mosca dei Lamberti, e Arrigo Fisanti, che furono gli uccisori di Buondelmonte. Questi ebbero la maggior colpa nelle origini delle fazioni fiorentine, e il poeta si rivolge al goloso Ciacco, per conoscer subito quale sia il destino delle anime loro.

Anche si osserva come quello che Forese vede alla coda d'una bestia tratto non possa esser Corso Donato, ma sia il medesimo che testé piaggio, nel canto VI dell'Inferno, cioé Bonifazio VIII. Alle medesime profezie, e alla medesima allegoria non possono risponder due persone diverse. Corso Donato non fu mai tratto alla coda di nessun animale, ma, secondo il Villani, ricevette da certo soldato mercenario un colpo di lancia che lo uccise. La bestia che trascina Bonifazio verso l'inferno è la lupa romana, simbolo dell'avarizia.

Goloso mistico sarà ancora Bonifazio dei conti di Lavagna, arcivescovo e principe di Ravenna, che pasturò col rocco molte genti, giacché non v'è autorità di documenti che lo dimostri per bevitore, o ubbriaco, mentre le cronache lo dipingono come uomo crudele (vir crudelissimus) che acquistò beni grandissimi, e prese parte nelle fazioni e guerre domestiche di quelle regioni.

Lo studio dell'avarizia dà luogo a osservazioni ancor piú strane. Per avarizia Dante intende, nel senso letterale, la fame dell'oro; ma nel senso allegorico, accenna a quell'amore della patria, che spinge i principi all'ingrandimento del proprio regno, mediante guerre ingiuste, ed è per questo che Manfredi diviene l'eroe del III canto: egli fu vittima dell'ambizione degli Angioini che gli tolsero l'imperio e la vita, sotto il pretesto onorevole di farsi propugnatori degli interessi della Chiesa.

Questo modo di giudicare gli avvenimenti fu anche quello di san Luigi, al quale parve che l'invasione del regno di Manfredi fosse ingiusta. E che Dante

segua quel sistema simbolico, lo dimostra il passo del Convito, nel quale si spiega la frase del Purgatorio su quell'eccesso d'amore ragionevole e buono, che può ingenerare i tre ultimi peccati mortali:

Ma come tripartito si ragiona,

tacciolo acciò che tu per te ne cerchi. Dice il poeta, in quel capitolo del suo libro filosofico, che l'uomo, avendo indole e natura quasi divina, raccoglie in sé stesso le facoltà degli enti inferiori, ed è capace di tutti gli amori che esistono in quelle creature imperfette.

Osserva che secondo i principii della fisica aristotelica, negli elementi (quali sono la terra e il fuoco), è certo amore, mediante il quale le particelle dei medesimi hanno un impeto, una tendenza a radunarsi colla sostanza semplice. Cosi si vede come la terra cade verso il centro del globo, mentre le fiamme s'innalzano verso il cielo.

Anche si dice, nella medesima filosofia, che le sostanze minerali hanno un annore particolare che le costringe a ricercare il luogo della lor generazione, come fa la bussola, che si rivolge verso il nord, dove sono, come favoleggia Guido Guinizzelli, i monti della calamita, nei quali fu creata e formata ogni materia magnetica.

I vegetali amano l'acqua, l'aere, e ogni cosa che per loro è alimento.

Proprio degli animali è quel materialissimo amore, che nella specie umana s'indirizza verso la bellezza esteriore, e il vezzo femminile della donna.

Ma l'uomo è un insieme composto da materia elementare, il quale ha in sé, oltre alle proprietà di quella materia, anche quella dei tre regni inferiori, cioè, degli animali, dei vegetali e dei minerali, e finalmente le proprietà umane e quasi divine, che son quelle della ragione. Egli ha dunque in sé cinque amori distinti, che sono i seguenti:

1° La tendenza che lo fa cadere in giú, a imitazione d'ogni corpo terrestre; 2° l'amore del luogo natale; 3o l'amore degli alimenti necessari;

4° quello della donna, considerata materialmente, e senza tener conto delle bellezze morali dell'anima sua; 5o quello della virtú, che nasce nella mente, ed è l'unico al quale si

pus concedere il titolo d'umano.

Questa divisione deve esser sempre presente a chi vuole intendere il testo di Dante, quello del Petrarca, e in generale la poesia medievale italiana.

Quando i trecentisti toscani cantano l'amore, i versi loro hanno sempre un senso dubbioso, poiché, forse, in certi passi, si tratta dell'amore di certa donna reale, ma, nei piú belli, e sovra tutto in quelli che sono e saranno sempre degni d'eterna memoria, si tratta di persone fantastiche, ideate per esser simboli di virtú, o della Filosofia, come la donna del Convito, o della Chiesa, come Beatrice, o della Gloria, come Laura.

I poeti dell'epoca moderna, sia in Italia, sia altrove, furono quasi sempre imitatori ciechi e malvagi, e si slanciarono come i seicentisti italiani o francesi, nella cosí detta galanterie, che è la cosa più stupida, più indecente, e più immorale del mondo. A chi vorrebbe pigliare sul serio i Chapelain, i Guarini, i Scudéry, i Victor Hugo, pare che il massimo sistema di virtù sia il voler dare un bacio a qualche donna giovane e piacevole, trattandosi d’un uomo, e di fare all'amore con un

un uomo qualunque, trattandosi d'una donna. L'amore invece è una gran bella e divina cosa; ma bisogna che sia virtuoso e questa massima distinzione si ritrova nella storia di Francesca. L'amore di Francesca per Paolo era, nel suo principio, amore di sorella, amore di sorella gentile, che a nullo amato amar perdona, e allora fu degno della lira del poeta; ma poi, sovra questo purissimo e soavissimo amore nacque, a guisa di rampollo, il materiale, che non poteva esser altro che funesto e ignobile, perché contrario ai doveri di Francesca verso il marito, e di Paolo verso il fratello.

Queste son cose che nessuno intese prima di me, e senza quei principii morali è inutile ogni ricerca del senso di Dante, il quale, per dire il vero, non è mai difficile, ma per altra parte, non è mai cattivo, né pericoloso, né infame, come lo vogliono i comentatori.

Ciò premesso, noi vediamo che i cinqne amori del nostro poeta non sono cattivi nel principio essenziale della natura loro, ma possono esserlo in certe circostanze, tranne il primo, che è fuori della potenza del libero arbitrio. Anche l'ultimo può dar luogo a conseguenze immorali. L'amore di Dante per la Filosofia, distogliendolo dalla fedeltà che si doveva a Beatrice, cacciava dall'anima šua i pensieri di virtú perfetta, o in altri termini di virtú cristiana. Ricercando il segreto della felicità nelle teorie aristoteliche o nelle lezioni degli altri maestri antichi, egli s'inoltrava in dubbii inutili, in difficoltà insuperabili e forse si dava in preda all’influsso delle passioni inferiori.

Quanto agli altri amori, l'eccesso dei medesimi dà luogo alla lussuria, al vizio della gola, e all'avarizia mistica. Questa è dunque esagerazione dell'amore della patria, che prorompe in cupidigia, ira folle, ambizione sfrenata. E come bellissimo esempio di quel sistema fantastico del poeta, non mi pare inopportuno di far qui un breve comento dell'anatema d'Ugo Ciapetta, al canto XX del Purgatorio.

Figliuol fui d'un beccaio di Parigi. Questa è calunnia ghibellina, e tutti sanno che Ugo non era figlio di un beccaio, ma di principe. Pure, volendo vituperare l'ambizione dei re francesi, è bella la furia colla quale il poeta mette a paragone l'origine umilissima ch'egli attribuisce al primo sovrano, e la magnificenza del sepolcro, che riceve le sacrate ossa dei nipoti suoi.

V. 52.

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Se Dante volle accennare alla dote d'Eleonora, moglie di Luigi il Giovane, non si può negare ch'egli si dimostri fedele, almeno in parte, alla verità storica, poiché i re capeziani furono principi di potenza mediocre prima di quel matrimonio, ma poi s'impadronirono di varie provincie e veramente presero Ponti e Normandia. Pure la Guascogna propriamente detta era piuttosto possedimento dei Plantagenets nel 1300.

Alcuni espositori vollero che la gran dote fosse quella della moglie di Carlo d'Angiò, che diede la Provenza alla casa di Francia. In quel caso, l'Allighieri sbaglierebbe grandemente e farebbe un ingente anacronismo, mettendo ai tempi di san Luigi la conquista della Normandia, che ebbe luogo sotto il regno di Filippo Augusto. Con tutto ch'egli non sia perfetto conoscitore delle cose di Francia, noi non abbiamo il diritto di attribuirgli errori non suoi, e vorremmo credere che la dote provenzale sia il dominio d'Eleo

nora, il quale, del resto, non rimase nelle mani dei principi francesi, e divenne parte dell'imperio dei Plantagenets, dopo il divorzio di Luigi il Giovane, e il matrimonio della moglie ripudiata con Enrico II, re d'Inghilterra.

Ma che si dirà della Guascogna ?

I fatti possono giustificare l'opinione di Dante, almeno in certo modo, giacché nel 1259 Enrico III re d'Inghilterra venne a Parigi e acconsenti a certa pace con san Luigi, nella quale, riconoscendo il fatto compiuto della conquista di quelle provincie, concedeva ai re francesi la proprietà della Normandia, dell'Angiò, ecc., e faceva omaggio per la Guascogna,

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É inutile osservare che se questo fu peccato gravissimo di Carlo, non fu peccato d'avarizia, ma, tutto al contrario, atto che aveva per effetto di rendere impossibile l'acquisto delle somme ingenti alle quali doveva innalzarsi il riscatto di Corradino. Ma fu atto d'avarizia mistica, cioè d'ingiusta ambizione, come quella che si rimprovera a Filippo il Bello per le guerre di Fiandra, o a Filippo Augusto per le sue conquiste, alle spese del dominio di re Giovanni. Si sa che san Luigi aveva dubbi, e incertezze di coscienza sulla legittimità del suo diritto su quelle provincie; qui si ritrova per la seconda volta quella similitudine di giudizio fra san Luigi e Dante, alla quale si accennava ancora in un precedente mio lavoro, ' per questioni d'un altro genere, e mediante documenti finora inediti.

Si osserverà che Dante non vuole far cenno della calunnia non meno stupida che inverosimile, dell'eccidio di Federigo d'Austria. Quel principe fu ucciso nella battaglia di Tagliacozzo; si è detto che Carlo d'Angiò lo abbia fatto decapitare; ma la cosa è piú che incredibile, e nei documenti francesi non si legge neppure una parola su tutta quella storia, o leggenda, o favola ghibellina dei due giovani crudelmente trucidati insieme.

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Tommaso d'Aquino mori’ mentre si preparava al viaggio d'oltr’Alpi, per assistere al concilio in Lione; in quell'assemblea si presero decisioni sfavorevoli all'ambizione di Carlo d'Angiò, essendo papa Gregorio X, piuttosto amico dei ghibellini. Si diceva, ai tempi di Dante, che san Tommaso avrebbe minacciato Carlo di lagnarsi della sua tirannide, e di richiedere pei cittadini del regno la protezione della Chiesa. Su questo non abbiamo autorità di documenti. Anche si disse che il re lo avrebbe fatto avvelenare; ma qui abbiamo calunnie ignobili e veramente indegne d'ogni esame.

Nel codice Italien, 541 della Biblioteca Nazionale di Parigi, v'è un commento che spiega la favola in modo turpe e bestiale, dichiarando che l'autore dell'assassinamento fu certo

11 Dottori del Sole, nella rivista L'Allighieri.

? Il 7 marzo 1274. Fu questo precisamente l'anno in cui Dante, fanciullo, s'innamorò di Beatrice.

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