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tonico; qui piú che altrove si sente l'alta ed armonica corrispondenza di questi due grandi. Infatti Platone nel Convito, VI, dice Meylotov dyocitový piv aiteos ŠOTIV e nel Leges, V, 731, afferma che è pure la causa di tutti i peccati quando è eccessivo. A questo concetto si accenna pure al cap. 42 del Timeo e nel Convito, 25 e nel De republica, X, 572. Ma sull'influsso d'amore nel dirigere gli atti umani, Dante lesse certamente la Teologia mistica di san Bonaventura al cap. II., De triplici anagogia, particula 2°, ed al cap. III, particula 1", dove si mostra come amore sia il motore di ogni cosa, come pure nello Stimulus divini amoris, al cap. 18. Di ciò tratta, e quasi negli stessi termini di Dante si esprime san Tommaso, Sum. Theol. p. I, 2° qu. XXVIII art. 6, in cui si dice: “Omne agens quodcumque sit, agit quamcumque actionem ex aliquo amore, Ibidem, p. I. qu. XX, art. I. “Primus motus voluntatis et cujus libet appetivae virtutis est amor ,. Ed ibid. qu. LX: “In ommis autem motus ad aliquid vel quies in aliquo ex aliqua connaturalitate vel captatione procedit quae pertinet ad rationem amoris, , poi ib., p. I, 24 qu. XXVII: “Omnis actio quae procedit e quacumque passione procedit etiam ex amore sicut ex prima causa, , cosí al qu. XXVIII art. 6. ed al qu. XLI, art. 2, ed al LXX, art. 3. Pietro di Dante poi ci dice che “ ad hoc ait Augustinus sicut virtus est amor ordinatus sic vitium amor non ordinatus, (cfr. . Ozanam, Dante et la phil. cat., 93) e sant'Agostino ancora afferma: “ Boni aut mali mores sunt boni aut mali amores (Oz. I. c., p 126). Dagli scolastici e dai padri della Chiesa ricavò dunque Dante la famosa teoria platonica dell'amore.

Paradiso, X, 29 e XXVIII, 37. Dante ci dice che dal cielo l'uomo acquista la forza di fare il bene, e quindi di fuggire il male, e Platone nel Timco pure ci dice che tutti coloro i quali vogliono fare alcun che di grande e di buono devono ricorrere al cielo. Ma ciò noi troviamo in Boezio, De cons. Philosoph. III, 9, 30. Paradiso, XXIX, 5: Dante ci mostra come la bontà divina sia sterminata, tanto che Dio creò il mondo, per avere intorno a sé qualche cosa che nella perfezione gli assomigliasse. Ciò abbiamo nel Timco 42, ed in sant'Agostino, De civ. Dei, lib. VIII, cap. 8 e 10.

Il concetto tanto comune in Dante, che devono governare solamente coloro che san farlo con sapienza e con forza, (vedi in genere i passi del Purg. e Par. su Firenze) è tutto platonico, come si può subito riconoscere dalla lettura del De republica, ma è pure esposto da Severino Boezio, De cons. Phil., I, 3 e 4.

Platone nell'Epinomis dice che è necessaria all'uomo per sopire gli insoddisfatti vóti, e trovar merito delle buone opere, l'immortalità (Ozanam, Dante et la phil. cat., 217) il che occorre pure in Dante, Convito, IV, 22; ma tale concetto è pure nella parte I, lib. IV del De cons. Phil. di Boezio.

Ognuno ben conosce l'amor platonico come esso sia, un sentimento tutto casto ed intimo, il vero amore del sapiente; a questo amore accenna Dante, (Purg., XVIII, 13), e ciò noi vediamo però trattato anche nel De cons. Phil., II m-VIII (vedi anche sant'Agostino, De civ. Dei, XV, 22). Dante, Convito, III, 2, ci dice in che differisca la vera scienza dalla semplice opinione, (vedi Purg.; XXVII, 19-21; Parad., II, 15) in modo conforme a quanto su questo argomento dice Platone nel De republica, 5. Ma le identiche cose sono dette anche da Boezio nell'Interpretatio posteriorum analyticorum Aristotelis, c. XXVI.

Dante, nel Paradiso, XV, 25, ci mostra come Dio sia immutabile e non soggetto mai a pentimenti, il che è pure sostenuto da Platone nel De rep., 1. II, e quelle stesse idee a questo proposito vediamo esposte in Boezio, De Trinitate liber, c. V.

Dante, Purgat., XXIX, 44 e nel De monarchia, III, ci dice che vi sono quattro specie di virtú: la fortezza, la giustizia, la temperanza, la prudenza. Questa classificazione è platonica e noi infatti la troviamo nel De leg., I, di Platone; ma non fu trascurata dai padri della Chiesa e facilmente da questi l'apprese Dante. Infatti sant'Agostino, nel De civitate Dei, lib. IV, cap. XX trattando De virtute et fide, dice “ virtutem in quatuor species distribuendam esse, viderunt; prudentiam, justitiam, fortitudinem, temperantiam.

Nel breve tempo che ho dato a questo mio lavoro, solo questi pochi brani mi occorse raccogliere; ma ad ogni modo credo di non aver troppo ardito, affermando che tutti i passi danteschi, nei quali, senza che si citi Platone ed alcuna sua opera, pure si sente l'influenza platonica, non derivarono dalla lettura diretta di Platone, o che, per lo meno, tutti si possono trovare in Aristotele, o in qualche padre della Chiesa e che quindi molti facilmente Dante li ricavò da essi. E si noti che neanche Aristotele cita, nei passi da me scelti, Platone, e che appunto dove Aristotele concorda con questo, Dante lo cita, mentre, come vedremo in seguito, il piú delle volte, quando lo cita, abbiamo discrepanza tra i due filosofi. Ciò è naturale: quando Aristotele accetta i principî di Platone, non troviamo per lo piú citazione alcuna, mentre quando vuol dimostrare erronea una teoria del maestro, la citazione è indispensabile.

Ed ora passiamo al secondo gruppo: reminiscenze platoniche con citazione del solo nome del filosofo. Nel Convito, t. III, c. IX, troviamo un rimprovero a Platone perché afferma “che il nostro vedere non era perché il visibile venisse all'occhio ma perché la virtú visiva andava al visibile ,. Platone al cap. 67 dice, che fra le parti che sortono dagli altri corpi e vengono a colpire la nostra vista, le une sono piú piccole, le altre piú grandi, etc. È adunque evidente che in Dante si ha un difetto d'interpretazione; ora la stessa inesattezza troviamo anche in Aristotele De sensu et sens., c. II. Evidentemente l'interpretazione dantesca è derivata dall'aristotelica o meglio Dante non fa altro che riportare il brano d'Aristotele. C., t., II, c. IV, Dante ci dice che Platone afferma «che i cieli per

virtú dei motori inducono perfezione alle disposte cose». Questo concetto capita spesso nelle opere di Aristotele, cosi nel De an. generat., 4, 9; nel De plantis, II, 4, ma quasi nell'identica forma l'abbiamo nel De an. gen., II, 3, in cui si mostra come lo spirito ed il colore del seme dipendano dai cieli.

Qui veramente Aristotele non cita Platone, ma, siccome questi fu con Aristotele il filosofo cui piú largamente attinsero i padri della Chiesa e gli scolastici, cosí, molto probabilmente, una ricerca minuziosa e paziente ci farebbe trovare in qualche padre della Chiesa, o in qualche scolastico, o fors’anco in qualche classico latino, la citazione platonica.

C., II, c. 5, Dante cita Platone senza indicare l'opera, ed afferma ch'egli pose tante intelligenze quante sono le spezie delle cose. Anche Aristotele nella Metafisica XI, 3, enuncia questo principio di Platone quasi colle stesse parole. «Per il che non disse male Platone, che vi sono le specie ossia le idee di tutte quelle cose che in natura sono

Al C., IV, 6, Dante afferma che per Platone il fine della vita è la virtú; mentre nel Timeo, 90, questi ci dice che solo la sapienza dà il bene supremo. Evidentemente Dante quando fece questa affermazione non aveva presente il Timeo, ma qualche passo di un padre della Chiesa o di uno scolastico in cui si rammentasse il Protagora, 25, dove si dimostra che la virtú è scienza.

Quanto all'epistola X, 29: “Multa per intellectum videmus quibus signa vocalia desunt, quod satis Plato insinuat in suis libris ,, osserviamo che questo concetto non può derivare dalla lettura del Timeo, giacché in esso di ciò non si tratta mai.

Platone è pure citato nel IV del Paradiso, 22-25; ma la teoria platonica dell'anima è ampiamente esposta da Aristotele nel De anima, I, 2.

Anche adunque questo secondo gruppo di citazioni ci spinge a credere che Dante conoscesse Platone attraverso Aristotele ed i padri della Chiesa senza aver mai letto il Timco, specialmente per ciò che abbiamo osservato nel Convito ai passi III, 9 e IV, 6.

Ed ora veniamo a due casi, nei quali Dante cita il Timco.

Al capo IV, t. III del Convito, leggiamo che “ Platone scrisse, in un suo libro, intitolato Timeo, che la terra col mare era bensí il mezzo di tutto, ma che il suo mondo tutto si girava attorno al suo centro, seguendo il primo movimento del cielo; ma tarda molto per la sua grassa materia e per la massima distanza di quello; ma queste opinioni sono riprovate per false, nel secondo di Cielo e Mondo da quello glorioso filosofo, al quale la natura piú aperse i suoi secreti e per lui fu provato che questo mondo, cioè la terra, sta in sé stabile e fisso in sempiterno». Al c. 40 del Timco, Platone dice infatti che la terra è posta nel centro dell'universo, e che produce e guarda il giorno e la notte. Al capo 60 parla Platone dei varî cambiamenti subíti dalla terra per forza del caldo e del freddo; ed al 24, b, mostra come la terra sia in varie parti divisa, come deve essere anche la società. In nessun altro luogo parla il Timco della terra e certo Dante non ha da esso presa la seconda parte del giudizio che egli attribuisce a Platone. Ora Aristotele al c. 13 lib. II del del De coelo, confuta l'opinione di Platone che la terra si muova e spesso, come al 4, IV del De coelo, mostra come la terra sia pesantissima. Dante attribuí un'asserzione aristotelica, che gli pareva logica, vera, spontanea, a Platone, cosa che non avrebbe certamente fatto, se avesse letto il Timco. Si noti poi che Aristotele, contutando l'affermazione platonica, cita il Timeo senza però mettere il numero del capo come Dante. Nel Parad., IV, 49, Beatrice dice:

Quel che Timeo dell'anime argomenta

non è simile a ciò che qui si vede.

e piú sotto:

E forse sua sentenzia è d'altra guisa

che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.

Fa maraviglia il vedere questa titubanza in Beatrice, la sapienza divina, che possiede la verità, che quindi non può essere indecisa; che abitualmente tratta con superiorità e con indulgente disprezzo e spesso con schiacciante ironia le opinioni di tutti coloro che da lei discordano, e che nel Paradiso esclama (XIX, 79):

Or tu chi sei che vuoi sedere a scranna

e giudicar da lunge mille miglia
con la veduta corta di una spanna?

e più sotto, all'85:

O terreni animali, o menti grosse.

Davvero non ci potremmo spiegare tale indecisione, se non ammettendo che Dante sia venuto a cognizione di quanto dice Platone a questo proposito nel Timeo, attraverso qualche intermediario che n'abbia adombrata la verità, e resa difficile l'interpretazione, giacché poche teorie sono esposte cosi chiaramente nel Timco, come questa del ritorno delle anime ai loro astri.

Anche questi due passi, che hanno indotti i critici di Dante a credere che il divino poeta abbia letto il Timeo, mi pare non giovino affatto alla loro tesi. Sarebbe inoltre veramente strano che Dante, avendolo letto, solo in questi due casi lo citi, mentre ci siamo spesso imbattuti in passi danteschi che col Timeo concordano. Ora, se Dante lesse il Timco, come si spiega che, quando enuncia una teoria di Aristotele ne cita l'opera ed il libro esponendone la traduzione quasi letterale, mentre per Platone solo due volte indica l'opera senza mai accennare al capo, e ne espone i principî in modo cosí indeterminato e difettoso ? E perché dà ad Aristotele il titolo di maestro ed a Platone no? Noi sappiamo che Dante chiama suoi maestri coloro le opere dei quali egli ha studiato con cura, e furoro tali Virgilio, Aristotele e Brunetto.

S'egli avesse avuto tra mano l'opera di Platone egli l'avrebbe studiata con grande amore, giacché la filosofia platonica tra le antiche è la piú affine alla dantesca.

E se Dante, come giustamente dice il Caverni scrivendo al Terrazzi, è platonico non solo nella forma, ma anche nel contenuto, come mai, se avesse potuto studiare direttamente Platone, si sarebbe tenuto cosi stretto alla prosa fredda d'Aristotele, come mai avrebbe dato a costui il titolo di filosofo dei filosofi, di maestro di color che sanno, di conducitore delle genti (C., IV, 1) non concedendo a Platone altro che quello di uomo eccellentissimo (C., II, 4) anzi dichiarandolo inferiore allo Stagirita (Inf., IV, 134) ?

E si pensi che il concetto della forma vera della terra, e del trarre che fanno i gravi al centro gli venne da Platone, il che né da Aristotele né dalla tilosofia del suo tempo va ammesso, tanto che alcuni commentatori poco diligenti vollero fare del divino poeta un precursore di Newton. D'altra parte, se Dante lesse il Timeo, come mai non rivendicó questa teoria al grande filosofo? E come mai Dante, tanto affine d'idee e di sentimenti a Platone, come lui altamente poeta in ogni sua filosofica concezione, seguí l'andazzo del suo tempo d'elevare Aristotele sopra Platone? (Inf., IV, 134; Purg., III, 43). Certo se Dante avesse letto un'opera qualsiasi di Platone, ne sarebbe rimasto tanto entusiasta, l'avrebbe trovata cosi conforme allo spirito suo, vi avrebbe tanto appreso, che forse invece di Virgilio, Platone gli sarebbe stato compagno nel suo viaggio attraverso i regni dei morti.

Dopo tutte queste osservazioni non mi sembra soverchia arditezza l'affermare che Dante non lesse alcun'opera platonica nel testo, nella traduzione.

Non ammettendo che Dante abbia letto Platone, si può benissimo spiegare il suo platonismo pensando che egli studiò certo le opere di quei convinti neoplatonici cristiani, che furono s. Agostino, s. Anselmo, e s. Bonaventura, (Ved. Vito Fornari, Sul Convito di Dante Alighicri in Dante e il suo secolo, 443) le quali sono specialmente informate a Platone (Boezio, De cons. Phil., I, 3; III, 9; V, 5; S. Agostino, De civ. Dei, VIII, conf. 7, 9; S. Bonaventura, Mag. sent., II, 1).

Il Paganini, nello studio del quale abbiamo già fatto cenno, dice: «assai meno (dell'aristotelismo) avrebbe pregiudicato alla perfezione del sacro poema lo studio che Dante avesse posto nel platonismo, piú poetico dell'aristotelismo perché piú concorde alla verità.

L'idea è ardita, ma ciò nullameno vera. Se l’Alighieri avesse studiato Platone, certamente egli sarebbe stato piú filosofo e meno scolastico; e il suo poema, non guasto dalla fredda prosa aristotelica, piú armonioso e piú continuo.

Milano, febbraio 1895.

L. MARIO CAPELLI.

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