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dei crudeli, dei sodomiti, al paragone dei quali, a voler esser giusti, i vili, per quanto tristi siano, son sempre qualche cosa di buono; - almeno quei tristi, dice il Cesari, si perdettero per non aver fatto nulla che nulla valesse E per quanto sian terribili le frasi, con le quali Dante investe gl'infingardi, non varranno mai le altre, di cui fa uso per bollare le anime piú nere, aggravate piú verso il fondo, per colpe maggiori: e ricordiamo che prima ha detto semplicemente: Cacciarli i ciel, per non esser men belli .... Men belli!.... Anche al Monti e a tutti quelli che con lui la pensano questa frase dev'essere parsa eccessivamente mite.

Il Tommaseo commenta che i rei“ si glorierebbero e del vedere in pari pena spiriti men rei, e dell'essere stati men vili., Ma il senso di quest'ultima interpretazione mi par troppo sottile - non dico stiracchiato, per rispetto al grand’uomo – il quale poi ottimamente aggiunge: “Alcuno qui non vale niuno. Volere che gli angeli tiepidi non fossero messi in inferno per rispettare l'orgoglio degli angeli ribelli, è un fare Dio troppo cerimonioso con Lucifero e i suoi compagni. Se questo fosse, E' poteva non li cacciare all'inferno., Basterebbe quest'argutissima riflessione per risolvere i dubbi, se alcuno ancora ne avesse, sull'interpretazione da darsi al passo dantesco, di cui parliamo.

Del resto, il dire che gli scrittori del buon secolo hanno fatto uso moltissime volte di alcuno in senso negativo, deducendo questa parola dal provenzale aucun, per me non toglie né aggiunge un ette alla questione. È vero che Dante nel poema e in altre opere usò alcuno per nessuno, esempio chiarissimo il verso

ת

Che alcuna via darebbe a chi su fosse ;

ma ciò non prova menomamente, secondo il mio debole parere, che altre volte non intendesse usare alcuno nel senso positivo, ed esempio per me magnifico è, appunto, il verso

Ché alcuna gloria i rei avrebber d'elli.

E con questo fo punto.
Sono, con la massima stima, di Lei

Chieti, decembre 1894.

dev.mo e obbl.mo LORENZO BETTINI.

Intorno al verso: Chi per lungo silenzio parea fioco

Dante erra smarrito nella selva aspra del vizio, e lo rispingon dal colle soleggiato della virtù le tre simboliche fiere, quando gli appare una strana inaspettata figura:

Mentre ch'io ruinava in basso loco,

dinanzi agli occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco. L'ultimo verso della non astrusa terzina merita d'essere chiarito.

Sul piú o meno recondito significato suo allegorico arzigogolarono, al solito, i commentatori. Non abbastanza invece, a mio giudizio, si fermarono sull' interpretazione letterale (che dev'essere fondamento d'ogni altra) e sull'impressione tutta fisica e materiale dal poeta espressa.

Vuole una opinione (e il Fraticelli, fra altri moderni, la sostiene) che il fioco di Dante accenni alla “noncuranza in cui era fino ai suoi tempi giaciuta l'opera di Virgilio ». Ma non è probabile, perché nel medio evo Virgilio (e non insisto, trattandosi di cose note) fu tra i pochi scrittori sornuotanti al naufragio ed all'oblio della classicità.

Vuole un'altra opinione (e lo Scartazzini e il Casini, tra i piú recenti, l'appoggiano) che la voce della ragione illuminata, rappresentata da Virgilio, sia o sembri “ al primo svegliarsi del peccatore assai bassa e sommessa, cosi che egli appena ne intende alcuni indistinti accenti: essa diventa poi piú alta e distinta mano mano che l'uomo va risvegliandosi dal peccaminoso suo sonno La quale spiegazione certo parmi piú razionale ed esatta della prima: ma è come questa allegorica, e suppone anch'essa che Dante riconosca in alcun modo Virgilio nell'ignota figura, e già gli attribuisca i suoi caratteri non umani, anzi di fredda personificazione.

Vero è che la scena, drammaticamente svolgentesi sotto i nostri occhi, era prestabilita e preordinata nella mente di Dante, ed i personaggi varî a noi si presentano già prima di parlare e di operare -- con le loro caratteristiche reali insieme e simboliche: ma, ripeto, il verso deve pure anzitutto interpretarsi letteralmente in qualche maniera ed esprimere una certa impressione fisica del poeta. Del resto, come mai può il lettore, a questo punto, sapere od indovinare che si tratta di Virgilio? Come mai può Dante stesso saperlo od indovinarlo? Come, se lo sapesse, direbbe in seguito quello che dice? Egli evidentemente è solo commosso e stupito dalla parvenza corporea di colui che gli si affaccia improvviso. Vediamo dunque di commentare adagino.

Fioco significa comunemente debole di voce, rauco: ma la figura non ha ancora parlato, e quindi l'interpretazione non è sostenibile. Potrebbe forse l'aggettivo valere per estensione mancante di voce, per aver lungamente taciuto (per lungo silenzio): e sarebbe già molto meglio, ma non bene ancora.

Fioco infatti in poesia vuol dire anche debole, languido, quasi non consistente.

Or quello sconosciuto è la prima ombra, la prima

vanità che par persona

che appaia al poeta nel suo viaggio d'oltretomba: ed è ben naturale ch'egli noti subito in lui una debolezza, un languore, una mancanza in fine di consistenza materiale come di chi ha taciuto a lungo, cioè da lungo tempo è morto.

E Dante in vero dubita sia un'ombra; ed il dubbio esprime chiaro nella domanda od esclamazione della terzina seguente:

Quand'i' vidi costui nel gran diserto,

miserere di me, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra, od uomo certo.

Per me adunque, riassumendo, il verso suonerebbe cosí: “ mi si presentò una figura, che mi pareva languida, inconsistente, come ombra di trapassato (come di chi tace da lungo tempo),

In tal guisa è tolta, mi sembra, ogni dubbiezza sul valore materiale della frase. Che poi essa allegoricamente significhi quello che antichi commentatori e lo Scartazzini sostengono, io non ho alcuna intenzione di negare: ma il senso letterale deve precedere, e pare a me d'averlo chiarito.

Aosta, novembre 1894.

VITTORIO AMEDEO ARULLANI.

DUE LEZIONI PROBABILI

Nella ricostituzione del testo della divina Commedia, un canone critico sembra che voglia oggi prevalere tra' piú ; ed è di preferire quella lezione, che ha per sé l'autorità d'un maggior numero di codici. Eppure i fatti addimostrano che, non solo nella pluralità, ma anche nella totalità de' codici una lezione può esser falsa. Anzi i pratici sanno benissimo non essere raro il caso d'imbattersi, fino in autografi, in lezioni affatto sbagliate per mera distrazione degli scrittori. Dell' intuassi del verso 81 del c. IX del Paradiso, io ebbi a discorrere ne' miei Studii danteschi (pag. 160), non credendo poter essere di Dante, ma una semplice storpiatura degli amanuensi, sostituita al legittimo inteassi. Ed ora mi piace riferirmi ad un altro verso del medesimo canto (il 138), dove la scorrezione del testo, comunemente ricevuto, mi pare evidente. . Cotesto verso tutti lo leggon cosí: dove Gabriello aperse l'ali; mentre tutti convengono che ivi si allude all'annunziazione di Maria, avvenuta nella sua povera casa di Nazaret per opera dell'arcangelo Gabriele; il quale, arrestandovi a tal uopo il volo, dové necessariamente chiudervi, non aprirvi l'ali. Io, considerando che in verità quella casa era stata termine, non principio dell'angelico viaggio, come l'a perse farebbe supporre; congetturai, ne' predetti miei Studii (pag. 209, in nota), che Dante potesse avere scritto Ver dove, in luogo di dove; giustificando così il dirizzare il volo degl’interpreti, che, filologicamente, nella volgata non ha buon fondamento. Dappoiché aprire non può valere mai aprire verso, o dirizzare; sibbene aprire in quel dato luogo, e ne vedrei volentieri qualche esempio contrario. Ma adesso, tornatoci su, un'altra ipotesi mi pare ben piú accettabile; cioè che Dante, non ischivo certo di latinismi, scrivesse: dove Gabriele appresse (da adprimo, stringere) lali; con che veniva a indicare, piú precisamente che nella prima ipotesi, l'umile abitazione di Maria, che allora gl’importava contrapporre al fasto tutto mondano delle reggie pontificali.' Il qual verbo, per molti degli elementi grafici che conteneva, gli amanuensi scambiarono addirittura, coscienti o no, in aperse, che a loro riusciva piú chiaro, e, per la pronunzia spiccata della s, quasi conforme; senza punto darsi pensiero, come al solito, del controsenso che nel contesto per ciò ne derivava. E se cotesta lezione (o altra simile, che sul momento non mi soccorre) non ha trovato posto in nessun codice, l'assurdità dell'altra, che ne ha tenuto finora le veci, può benissimo farla parere men temeraria, servirle anzi di passaporto; come si vede in dotte recensioni de' classici grecolatini essersi a volte praticato. Onde que' succennati critici dovrebbero anche loro ammettere che, in certi casi, il vero codice de' codici è il senso comune; ch'è tutt'altra cosa del gusto individuale, da cui lo studioso potrebbe essere indotto facilmente nell'opposto e dannoso sistema d'una critica soggettiva. 2

A. BUSCAINO-CAMPO.

i Che Dante volesse dire: I Papi non pensano alla povertà della casa di Nazaret, dove fu annunziata Maria, a servir loro il' esempio, è indubitato; dappoiché dell'incuria loro di procurare il riscatto di Terra santa aveva parlato prima (v. 125-126); e qui sarebbe stata un'inutile ripetizione. Se poi mi si objetterà essere poco probabile che egli adoperasse questo vocabolo, avendo a mano il comunissimo chiuse, che rendeva a puntino il suo concetto; per tutta risposta aspetterd che mi si spieghi perché nel XXVI del Paradiso (v. 85) scrivesse flette la cima, anziché piega, certo assai piú italiano e piú popolare dell'altro.

? E tale sarebbe, nel caso nostro, il sostituire qualunque altro verbo piú in uso, che non avesse alcuna affinità grafica colla lezione ripudiata. La quale ha comune con quella ora proposta la pluralità degli elementi; non facendo ostacolo la duplicità di alcuni di essi, dappoiché è risaputo trovarsi spesso scempia ne' codici, specie trattandosi di parole composte, la consonante che va letta doppia. E della metatesi, frequentissima, del pre in per, e viceversa, non è nemmeno da discorrerne.

LA 4 SECONDA MORTE

Quasi tutti gli interpreti del divino poema intendono per seconda morte la morte dell'anima, l'annichilimento, e spiegano: I dannati invocano, chiedono, desiderano di morire una seconda volta, di rientrare nel nulla.

Su questa interpretazione sollevò lo Scartazzini alcuni dubbi che a me sembrano lecitissimi, giacché non ho mai potuto capire come le anime dell'inferno dantesco possano invocare la loro completa distruzione. Dante non poteva né pensare né dire che i dannati desiderano il loro annientamento, il che di necessità porterebbe con sé la cessazione del tormento: ciò sarebbe contrario al sentimento suo religioso ed al tempo, e contrario ai dogmi tutti della religione cristiana.

Nulla speranza gli conforta mai
non che di posa, ma di minor pena

frir tanto,

ha detto il poeta nel canto V. (Inferno, 44-45).

La terribile pena del dannato sta principalmente nella sicurezza della eternità e immutabilità del suo dolore, che non potrà mai essere diminuito, che non dovrà mai, tanto meno, cessare.

F. Cipolla, in un suo articolo pubblicato nel Giorn, storico della letteratura italiana (Vol. XXIII, fascic. 69, p. 330 e segg.), scrive: “ Preferirebbero morire anche coll'anima (cfr. III, 46), essere annichilati piuttosto che sof

Preferirebbero? certamente; ma essi non possono né debbono preferire nulla alla pena supposta, certi di doverla soffrire per sempre.

Un grande malvagio può desiderare, in vita, la morte dell'anima per paura di ciò che l'attende, un dannato mai. E facilmente per ciò comprendiamo le parole che F. D. Guerrazzi pone in bocca a Malatesta Baglioni morente:1 «Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: è troppo.... io voglio domandargli la morte dell'anima

Il verbo gridare in questo verso non significa né invocare né desiderare (è molto dubbio del resto se possa ricevere tali significati), e tanto meno piangere, dolersi. In questo ultimo caso si verrebbe a far dire a Dante: i dolenti si dolgono, piangono; pleonasmi che l’Alighieri non usò mai.

Nel caso nostro parmi si debba dare al verbo gridare un significato ben stabilito che ha ancora, e cioè: proclamare, far noto, manifestare, bandire, ecc.

Cosi nel canto VIII del Purgatorio, 124-125:

1 Assedio di Firenze, oap. XXX.

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