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l'aggettivo valere per estensione mancante di voce, per aver lungamente taciuto (per lungo silenzio): e sarebbe già molto meglio, ma non bene ancora. Fioco infatti in poesia vuol dire anche debole, languido, quasi non consistente.

Or quello sconosciuto è la prima ombra, la prima

vanità che par persona

che appaia al poeta nel suo viaggio d'oltretomba: ed è ben naturale ch'egli noti subito in lui una debolezza, un languore, una mancanza in fine di consistenza materiale come di chi ha taciuto a lungo, cioè da lungo tempo è

morto.

E Dante in vero dubita sia un'ombra; ed il dubbio esprime chiaro nella domanda od esclamazione della terzina seguente:

Quand'i' vidi costui nel gran diserto,

miserere di me, gridai a lui,

qual che tu sii, od ombra, od uomo certo.

Per me adunque, riassumendo, il verso suonerebbe cosí: "mi si presentò una figura, che mi pareva languida, inconsistente, come ombra di trapassato (come di chi tace da lungo tempo)

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In tal guisa è tolta, mi sembra, ogni dubbiezza sul valore materiale della frase. Che poi essa allegoricamente significhi quello che antichi commentatori e lo Scartazzini sostengono, io non ho alcuna intenzione di negare: ma il senso letterale deve precedere, e pare a me d'averlo chiarito.

Aosta, novembre 1894.

VITTORIO AMEDEO ARULLANI.

DUE LEZIONI PROBABILI

Nella ricostituzione del testo della divina Commedia, un canone critico sembra che voglia oggi prevalere tra' piú ; ed è di preferire quella lezione, che ha per sé l'autorità d'un maggior numero di codici. Eppure i fatti addimostrano che, non solo nella pluralità, ma anche nella totalità de' codici una lezione può esser falsa. Anzi i pratici sanno benissimo non essere raro il caso d'imbattersi, fino in autografi, in lezioni affatto sbagliate per mera distrazione degli scrittori. Dell' intuassi del verso 81 del c. IX del Paradiso, io ebbi a discorrere ne' miei Studii danteschi (pag. 160), non credendo poter essere di Dante, ma una semplice storpiatura degli amanuensi, sostituita al legittimo

inteassi. Ed ora mi piace riferirmi ad un altro verso del medesimo canto (il 138), dove la scorrezione del testo, comunemente ricevuto, mi pare evidente. Cotesto verso tutti lo leggon cosí: Là dove Gabriello aperse l'ali; mentre tutti convengono che ivi si allude all'annunziazione di Maria, avvenuta nella sua povera casa di Nazaret per opera dell' arcangelo Gabriele; il quale, arrestandovi a tal uopo il volo, dové necessariamente chiudervi, non aprirvi l'ali. Io, considerando che in verità quella casa era stata termine, non principio dell' angelico viaggio, come l'aperse farebbe supporre; congetturai, ne' predetti miei Studii (pag. 209, in nota), che Dante potesse avere scritto Ver dove, in luogo di Là dove; giustificando così il dirizzare il volo degl' interpreti, che, filologicamente, nella volgata non ha buon fondamento. Dappoiché aprire là non può valere mai aprire verso, o dirizzare; sibbene aprire in quel dato luogo, e ne vedrei volentieri qualche esempio contrario. Ma adesso, tornatoci su, un'altra ipotesi mi pare ben piú accettabile; cioè che Dante, non ischivo certo di latinismi, scrivesse: Là dove Gabriele appresse (da adprimo, stringere) l'ali; con che veniva a indicare, piú precisamente che nella prima ipotesi, l'umile abitazione di Maria, che allora gl'importava contrapporre al fasto tutto mondano delle reggie pontificali. Il qual verbo, per molti degli elementi grafici che conteneva, gli amanuensi scambiarono addirittura, coscienti o no, in aperse, che a loro riusciva piú chiaro, e, per la pronunzia spiccata della s, quasi conforme; senza punto darsi pensiero, come al solito, del controsenso che nel contesto per ciò ne derivava. E se cotesta lezione (o altra simile, che sul momento non mi soccorre) non ha trovato posto in nessun codice, l'assurdità dell'altra, che ne ha tenuto finora le veci, può benissimo farla parere men temeraria, servirle anzi di passaporto; come si vede in dotte recensioni de' classici grecolatini essersi a volte praticato. Onde que' succennati critici dovrebbero anche loro ammettere che, in certi casi, il vero codice de' codici è il senso comune; ch'è tutt'altra cosa del gusto individuale, da cui lo studioso potrebbe essere indotto facilmente nell'opposto e dannoso sistema d'una critica soggettiva. 2

A. BUSCAINO-CAMPO.

1 Che Dante volesse dire: I Papi non pensano alla povertà della casa di Nazaret, dove fu annunziata Maria, a servir loro d'esempio, è indubitato; dappoiché dell'incuria loro di procurare il riscatto di Terra santa aveva parlato prima (v. 125-126); e qui sarebbe stata un'inutile ripetizione. Se poi mi si objetterà essere poco probabile che egli adoperasse questo vocabolo, avendo a mano il comunissimo chiuse, che rendeva a puntino il suo concetto; per tutta risposta aspetterò che mi si spieghi perché nel XXVI del Paradiso (v. 85) scrivesse flette la cima, anziché piega, certo assai piú italiano e più popolare dell' altro.

2 E tale sarebbe, nel caso nostro, il sostituire qualunque altro verbo piú in uso, che non avesse alcuna affinità grafica colla lezione ripudiata. La quale ha comune con quella ora proposta la pluralità degli elementi; non facendo ostacolo la duplicità di alcuni di essi, dappoiché è risaputo trovarsi spesso scempia ne' codici, specie trattandosi di parole composte, la consonante che va letta doppia. E della metatesi, frequentissima, del pre in per, e viceversa, non è nemmeno da discorrerne.

LA "SECONDA MORTE „

Quasi tutti gli interpreti del divino poema intendono per seconda morte la morte dell'anima, l'annichilimento, e spiegano: I dannati invocano, chiedono, desiderano di morire una seconda volta, di rientrare nel nulla.

Su questa interpretazione sollevò lo Scartazzini alcuni dubbi che a me sembrano lecitissimi, giacché non ho mai potuto capire come le anime dell' inferno dantesco possano invocare la loro completa distruzione. Dante non poteva né pensare né dire che i dannati desiderano il loro annientamento, il che di necessità porterebbe con sé la cessazione del tormento: ciò sarebbe contrario al sentimento suo religioso ed al tempo, e contrario ai dogmi tutti della religione cristiana.

Nulla speranza gli conforta mai

non che di posa, ma di minor pena

ha detto il poeta nel canto V. (Inferno, 44-45).

La terribile pena del dannato sta principalmente nella sicurezza della eternità e immutabilità del suo dolore, che non potrà mai essere diminuito, che non dovrà mai, tanto meno, cessare.

F. Cipolla, in un suo articolo pubblicato nel Giorn. storico della letteratura italiana (Vol. XXIII, fascic. 69, p. 330 e segg.), scrive: "Preferirebbero morire anche coll'anima (cfr. III, 46), essere annichilati piuttosto che soffrir tanto „. Preferirebbero? certamente; ma essi non possono né debbono preferire nulla alla pena supposta, certi di doverla soffrire per sempre. Un grande malvagio può desiderare, in vita, la morte dell'anima per paura di ciò che l'attende, un dannato mai. E facilmente per ciò comprendiamo le parole che F. D. Guerrazzi pone in bocca a Malatesta Baglioni morente: 1 "Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo.... io voglio domandargli la morte dell'anima

Il verbo gridare in questo verso non significa né invocare né desiderare (è molto dubbio del resto se possa ricevere tali significati), e tanto meno piangere, dolersi. In questo ultimo caso si verrebbe a far dire a Dante: i dolenti si dolgono, piangono; pleonasmi che l'Alighieri non usò mai.

Nel caso nostro parmi si debba dare al verbo gridare un significato ben stabilito che ha ancora, e cioè: proclamare, far noto, manifestare, bandire, ecc.

Cosí nel canto VIII del Purgatorio, 124-125:

1 Assedio di Firenze, oap. XXX.

La fama che la vostra casa onora

grida i signori e grida la contrada:

e il Petrarca, in una delle famose canzoni su gli occhi, quella che comincia:

Perché la vita è breve

usa questo verbo nello stesso senso:

Ma spero che sia intesa

là dov'io bramo e là dov'esser deve

la doglia mia la qual tacendo grido.

Ma che cosa adunque i dannati proclamano, manifestano, bandiscono? Il valore della locuzione seconda morte ci è anzitutto spiegato dai versetti dell'Apocalisse che lo Scartazzini riporta in nota, e che io citerò in latino. Cap. XX, 14: "Et infernus, et mors missi sunt in stagnum ignis. Haec est mors secunda "".

Cap. XXI, 8: "Timidis autem, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus.... pars illorum erit in stagno ardenti igne, et sulphure: quod

est mors secunda

Ai quali si può aggiungere anche il versetto 6 del cap. XX, messo dallo Scartazzini: น Beatus, et sanctus, qui habet partem in resurrectione prima: in his secunda mors non habet potestatem, sed erunt sacerdotes Dei, et Christi, et regnabunt cum illo mille annis

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È chiaro ora che seconda morte è frase biblica e significa nient'altro che dannazione, come la parola vita nelle sacre Scritture significa salvazione. Valga per tutti questo esempio: Matteo VII, 14: "Quam angusta porta, et arcta via est, quae ducit ad vitam, et pauci sunt qui inveniunt eam!", Anche la semplice parola morte significò presso i teologhi e presso Dante stesso dannazione.

e nel canto III, 45:

Partiti da cotesti che son morti

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa
che invidiosi son d'ogni altra sorte;

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i quali versi, con buona pace dello Zingarelli, non parlano punto della vita degli ignavi nel mondo, ma della condizione di questi nell'inferno. E non dicono se non questo, che gli sciaurati che mai non fur vivi, sdegnati dal mondo e dal cielo, sarebbero contenti di sperare la dannazione, perché il loro stato è sí vile che "l'altrui condizione invidiano sia pure infelicissima,. Hanno coscienza della loro superiorità di fronte agli altri dannati, e vorrebbero, almeno come questi, soffrire la dannazione.

In sant' Agostino, sant'Ambrogio, san Cipriano, e in altri ricordati dal Tommasèo, troviamo sempre la frase seconda morte nel senso di dannazione. Cosí Prudenzio (Hymnus ante somnum):

1 V. questo Giornale, anno I, quad. VI.

2 CIPOLLA, artic. cit. pag. 135.

2

Quesitor ille solus

animaeque corporis :

ensisque bis timen da

prima et secunda mors est.

1

Ma quello che non osservò, credo, sinora nessun critico o commentatore di Dante, si è che il poeta usa la stessa locuzione un'altra volta, 1 in un'epistola (la VI ai fiorentini 2), e in quel luogo nessuno certo può mettere in dubbio che essa non significhi dannazione.

Ecco il brano che fa al caso nostro

"Vos autem divina jura et humana transgredientes, quos dira cupiditatis ingluvies paratos in omne nefas illexit, nonne terror secundae mortis exagitat?...,.

Adunque il poeta spiegherebbe con questo brano della epistola sua il verso della Commedia.

E che la locuzione fosse già entrata nel patrimonio della nostra lingua, parmi lo dimostrino i noti versi su la fine del Cantico del sole di san Fran

cesco:

Beati quei che trovano tue sante volontate

ka la morte secunda non li farà male.

Anche qui il senso è chiarissimo. Ma è poi vero che coloro che stanno nell'inferno dantesco testimoniano, annunciano la dannazione loro?

Osserviamolo brevemente: o con le grida o con le bestemmie o con le minacce o con le beffe o coi lamenti ci fanno conoscere lo stato loro infelicissimo.

Appena il poeta e la sua guida entrano nell'inferno (III, 22):

Sospiri, pianti ed alti guai

risonavan per l'aer senza stelle
perch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira, ecc.

Le anime che stanno raccolte su la trista riviera d'Acheronte (III, 103):

Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,

l'umana spezie, il luogo, il tempo e il seme, ecc.

Quando entrano nel I cerchio, Dante ci dice subito qual è la condizione delle anime colà punite:

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto, ma che di sospiri,

che l'aura eterna facevan tremare, ecc.

Ed eccoci innanzi a Minosse e tra i peccatori carnali, V 25:

1 Nel XX Paradiso la stessa frase esprime ben altra cosa.

2 Ediz. Fraticelli.

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