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pensar. L'altra emendazione consiste nel leggere del penser o del pensier, che troviamo in forma identica in uno e molto simile in altro dei citati luoghi del Petrarca:

Che mi fa vaneggiar pur del pensero;

E sol de la memoria mi sgomento.

La supposizione del passaggio di del in nel è, in punto a grafia, piú che plausibile. È plausibile anche, perché il verso dovrebbe essere scritto cosí:

Che, del penser, rinnova la paura;

mentre colla trascurata e sciaurata ortografia del tempo scrivendo:

Che del penser rinnova la paura,

il senso non apparve chiaro, e preso del penser come genitivo, non si capí, come non si poteva capire, che cosa mai significasse.

Il secondo passo di quel primo canto dove parmi che qualche cosa zoppichi, è questo:

Tempo era dal principio del mattino;

e il sol montava in su con quelle stelle
ch'eran con lui, quando l'amor divino

mosse da prima quelle cose belle;

sí ch' a bene sperar m'era cagione

di quella fera a la gaietta pelle Pora del tempo e la dolce stagione.

Prescindendo dal fatto che secondo alcuni va letto: "Di quella fera la gaietta pelle, non posso convincermi che l'A. abbia scritto proprio "L'ora del tempo. Perché, a onor del vero, che mai può significare questa locuzione? Quello forse che potrebbe significare il punto del luogo, il sito del luogo, ecc., vale a dire, un bel nulla. A me pare, se non m'inganno, che il verso vada letto cosí:

o meglio:

L'ora ed el tempo e la dolce stagione,

L'ora et el tempo, ecc.

perché dall'agglutinamento etel, comune alle scritture di quell'età, sia potuto derivare del.

E qui mi si osserverà che nulla di meglio significherebbe il verso anche a cotesto modo. Il tempo, si dirà, comprende bene l'ora e la stagione, e non può mentovarsi come cosa alquanto diversa dall'una e dall'altra. E perciò occorre una distinzione:

E qui è uopo che ben si distingua.

Dalla piú remota antichità il giorno, dall'alba all'imbrunire, venne diviso in quattro parti eguali: il che venne simbolicamente significato coi quattro cavalli tiranti il carro del sole. Di questo era inteso l'Alighieri, che ne parla nel Convivio (IV, 23). Nei tempi di mezzo queste quattro parti vennero chiamate dai poeti stagioni a simiglianza, osserva il Castelvetro, delle quattro parti dell'anno (cfr. p. es. il Petrarca, Canzon., canz. Ne la stagion, i; son. Gia fiammeggiava, 7; Tr. della M. ij. 7; e Shakespeare, Tempest, I. ij). Ora a me par sicuro che quelle parti del giorno si chiamassero non solo stagioni, ma anche tempi; perché essendo quattro come le parti dell'anno, e venendo a simiglianza di queste chiamate con quel primo nome; a simiglianza pure di esse che si dissero tempestates o tempora (la Chiesa le designa ancora col nome di quattro tempora „) furono probabilmente dette anche tempi. Difatti presso il Petrarca, nel sonetto che cosí incomincia, leggiamo:

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Benedetto sia 'l giorno e 'l mese e l'anno

e la stagione e 'l tempo e l'ora e 'l punto, ecc.

nel qual luogo evidentemente il primo verso ci offre una enumerazione con successione ascendente, e il secondo una con successione discendente. Laonde nel secondo verso il tempo è meno di stagione e più di ora, come l'ora è piú del punto, cioè dell'attimo. Se ivi la parola tempo valesse quel che vale adesso, non starebbe, espressione di spazio temporale indeterminato, in mezzo a tutte quelle altre designazioni di spazi temporali determinati. Ed è però che lo stesso Petrarca dice altrove:

I' benedico il loco e 'l tempo e l'ora.

Con tutto questo vengo a conchiudere che nel verso dantesco in esame, emendato come si è visto, debba ravvisarsi la forma enumerativa in successione ascendente:

L'ora et el tempo e la dolce stagione;

e cioè: l'ora prima del giorno (" dal principio del mattino,), il tempo del mattino, e la stagione di primavera, ecc. E difatti tutti e tre questi momenti che gli davano a bene sperare della lonza, sono espressi nei versi precedenti:

Tempo era dal principio del mattino,

era il mattino ed era la prima ora del giorno; che fosse primavera dice nei tre versi successivi.

Leggiamo ora il seguito di quei versi nella vulgata:

Sí che a bene sperar m'era cagione

di quella fera a la gaietta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione:

ma non sí che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venesse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sí che parea che l'aer ne temesse:
ed una lupa che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fe' già viver grame.

Qual è il verbo che regge Ed una lupa? Nessuno. Secondo qualche interprete sarebbe "m'apparve. „ Ma "mi apparve, regge una proposizione complementare molto lontana, mentre questa è proposizione principale o coordinata ad altra principale. Bisogna dunque sottintendere il verbo della proposizione principale piú prossima, di cui questa è coordinata, come dà a divedere la congiunzione copulativa ed. Tale verbo non è "parea,, perché in primo luogo non farebbe senso, e in secondo luogo i tre versi da "Questi parea, "l'aer ne temesse, formano come una specie di parentesi. Qual è

sino a

dunque?

Leggasi invece: "E d'una lupa, ecc., e tutto fila diritto; perché il sentimento principale che regge tutto, è questo: "Ma l'ora ed il tempo e la dolce stagione non mi erano cagione a bene sperare si, che paura non mi desse la vista che mi apparve di un leone (il quale parea, ecc. ecc.), e di una lupa, la quale, ecc. ecc. Autorità di codici non manca a questa lezione vera: perché dunque insistere tanto sull'erronea?

"

Seguitando, subito dopo leggesi:

E qual è quei che volentieri acquista,

e giugne il tempo che perder lo face,

che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista, ecc.

Qui la lezione dev'essere piú che manifestamente errata: secondo la stessa l'acquistare volentieri e il perdere non possono essere che rispetto a ricchezze e beni mondani; e per un altro verso quello che induce a perdere non può essere se non "il tempo „. Su queste basi la comparazione non sussiste e non può sussistere: il poeta canta la propria rigenerazione morale, ritardata e impedita dalle tre fiere, e specialmente dalla lupa, figura in gran parte di cupidigia e di avarizia; e pure paragonerebbe sé in questo caso a uno tutto inteso all'avidità del guadagno, ch'è la caratteristica più forte dell' avarizia! quello che indurrebbe a perdere sarebbe non cosa, non persona, ma il tempo, mentre al poeta erano cagione di danno non il tempo, ma le tre fiere, anzi il tempo eragli cagione a bene sperare di una almeno di quelle bestie! Tutte queste contraddizioni spariscono leggendo invece:

E qual è quei che volentieri acquista

e giugne il tempo chi perder li (o lui) face,

che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista, ecc.

Giornale dantesco

35

L'acquistare cosí non significa piú guadagnare, ma ascendere (guadagnar l'erta) secondo che ancor oggi sentesi in alcune parti di Toscana, e secondo che anche il nostro poeta disse altrove;

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Il tempo, non è più soggetto ma complemento oggetto, soggetto invece diventa "chi. Il cambiamento di chi in che è facilissimo: l'altro, pur facile, di li o lui in lo n'è venuto di conseguenza.

stan

Ma, si dirà, il perder tempo può esser mai a chi ascende cagione di pianto (“Che in tutt'i suoi pensier piange e s'attrista „)? Si risponde: In primo luogo piangere qui non è impiegato nel significato ordinario di lagrimare, ma in quello di lamentarsi; del che è prova: 1° che il piangere è nel pensiero ("in tutt'i suoi pensier piange „); 2° che stando all'ordine della proposizione, quando non voglia supporsi un brutto bathos, " piange, è meno di " s'attriche segue, o è quanto esso; 3° che piangersi di alcuno o di alcun che, e parimenti compiangersi nei primi secoli della lingua, come nel francese se plaindre significano lagnarsi e cosí anche in franc. plaindre e in italiano rimpiangere non implicano pianto vero (cfr. altresì franc. complainte, ant. fr. complaindre, ingl. complain; plaint, plaintiff). In secondo luogo si consideri come l'ascendere ha qui un alto significato morale; e che ben dev'essere rincrescevole a chi si solleva nel mondo morale essere respinto ove tace il sole della verità e della virtú. Il perder tempo poi era considerato gran male e cosa spiacevole dal N.: Virgilio l'ammonisce sempre a non perder tempo, Ché perder tempo a chi piú sa piú spiace;

ond'egli oramai si era abituato a quegli ammonimenti:

Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo....

**

Ed eccoci ai tre puntini.

Sicuro: una virgola, un apostrofo, un accento, alcuni puntolini di piú o di meno o fuori posto, sono sufficienti, molte volte, a far dire a uno scrittore ciò che non s'è mai sognato di dire. Il caso questa volta non è tanto serio; ma non è per ciò meno notevole, né è trascurabile la differenza di significato che ne deriva.

A Virgilio e Dante, arrivati alle porte di Dite, dai demonii viene impedita l'entrata. Virgilio prima ne rimane abbattuto, poscia, per rinfrancare il compagno, si mostra acceso d'ira.

Indi

Attento si fermò com' uom che ascolta,

aspettando il soccorso celeste promessogli da Beatrice, e non vedendolo arrivare, prese a parlare fra sé, ma non senza che Dante lo sentisse;

Pure a noi converrà vincer la punga,
cominciò ei: se non... tal ne s'offerse.

oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga.

Prima di andare avanti, consideriamo come il pronome " tal, del secondo fra gli ultimi tre versi allegati, appo gli scrittori classici ha forza ellittica assai marcata, con soppressione del verbo principale sustantivo e del pronome relativo. Qui, per esempio, "tal ne s'offerse,, significa tal è chi ne s'offerse. Ora si rifletta che il pronome tale, in questo uso ellittico che ne fanno i classici, non appartiene mai a proposizione assoluta e indipendente, ma da un lato integrata da una complementare anch'essa ellitica, e dall'altro preceduta da una proposizione (integrata o no da altre subordinate) a cui è unita in relazione di causalità, vale a dire le è unita in modo da lasciar conoscere di essa la ragione o la causa. Valga a dimostrarlo il seguente esempio ch'è nel Purgatorio, ove Beatrice a Dante, che piangente confessa i suoi falli, dice: Se tacessi, o se negassi

.....

ciò che confessi, non fora men nota

la colpa tua: da tal giudice sassi;

cioè: Poi che tale è il giudice dal quale si sa. Altrettanto vedesi in questi altri luoghi del Petrarca:

E son (i sospiri del p.) di là sí dolcemte accolti,

com'io m'accorgo, che nessun mai torna:

con tal diletto in quelle parti stanno;

cioè: Perché tale è il diletto col quale stanno in quelle parti:

Ma miracol non è; da tal si vole;

cioè: Poiché tale è colui dal quale si vuole:

I' no 'l posso ridir, che no 'l comprendo;

da ta' due luci è l'intelletto offeso;

cioè: Poiché da tali due luci l'intelletto è offeso:

Non spero che già mai da 'l pigro sonno
mova la testa, per chiamar ch' uom faccia;
si gravemente è oppressa e di tal soma;

cioè: Poiché sí gravemente e da tal soma è oppressa.

Ciò posto, leggendo, nel luogo in esame, colla vulgata, dov'è quest'altra proposizione, sola o con acccompagnamento di subordinate, che sia unita, nella relazione di effetto verso la causa, a "tal ne s'offerse?, Non è certamente quella accennata dal "se non.. .......,, perché questa è indipendente condizionale, mentre noi abbiamo bisogno di una principale; e perché fra essa e “tal ne s'offerse, corre una relazione avversativa, mentre qui occorre un rapporto di effetto a causa.

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