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e le vedove, le vedove desolate con le chiavi alla mano,

e quelle che non avevano niente, vennero con le mani giunte.

E Caronte tosto se ne riparte, e tronca le gomene.

Le madri rivalicano i monti, le sorelle i versanti dei colli,

e le vedove, le vedove desolate le solinghe valli.

Émile Legrand, Recueil de chansons populaires grecques, Paris, 1874, n.o 125, pagg. 254-55.

Una semplice occhiata, per quanto rapida, su questa canzone popolare neo-greca subito mostra non solamente la differenza profonda fra la barca di Caronte secondo il mito classico, e questa pomposa nave, ma il luogo diverso, dove si compie il viaggio, cioè l'altro mondo nel mito classico e invece questo mondo nella tradizione popolare neo-greca, il carattere piú profano e lo scopo diverso del viaggio in questa: onde non so qual servigio possa rendere agli studiosi di mitologia comparata, benché la frase del Legrand allusiva a tale supposto servigio fosse ripetuta dal Liebrecht nel passo citato sopra.

Ritornando al precedente canto popolare neo-greco giova notare l'enumerazione di tutti coloro che prima corrono alla nave di Caronte per entrarvi e poi vi sono accolti :

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Questa è reminiscenza manifesta dell'omerica nel c. XI dell'Odissea, versi 36-41; però qui le anime escono dall'Erebo ed accerchiano Ulisse intento a compiere i funebri sacrifizi per propiziarsi Plutone; ecco il rispettivo brano greco:

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Dante si ricordò del passo di Virgilio, quando nel canto IV della divina Commedia, v. 25-30 scrisse:

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto, ma che di sospiri,
che l'aura eterna facevan tremare,

e ciò avvenia di duol senza martiri,
ch' avean le turbe ch' eran molte e grandi

e d'infanti e di femmine e di viri.

I versi virgiliani cosí pateticamente belli:

Stabant orantes primi transmittere cursum,
tendebantque manus ripae ulterioris amore,

sono resi due volte dal divino poeta: prima nella domanda che rivolge al suo maestro:

Qual costume

le fa parer di trapassar sí pronte,
com'io discerno per lo fioco lume?

poi nella risposta del Mantovano a Dante :

Pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
si che la téma si volge in disio.

1

Questa idea è resa pure nella mirologia neo-greca riportata da noi, anche due volte, prima quando si dice che “le donne, e i fanciulli e gli uomini fatti e i nonaci corrono, corrono alla nave di Caronte "per potervi salire e piú appresso dove a Caronte sono rivolte le parole: "Corri, Caronte, olà! prendi questi (nella tua barca), ché altri ancora laggiú ti attendono (ansiosi). „

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Traccia d'una simile ansia ma inversa occorre in un altro canto popolare neo-greco riportato nella sua collezione da N. Tommasèo, dove sono descritti tre forti che vogliono fuggire dall'abisso; prenderne le chiavi, e le contracchiavi di Caronte (che qui sostituisce in qualche modo Cerbero) e

Μια κόρη τους παρακαλεῖ μὲ σαυρωμέννα χέρια
Πάρτε μ', ἀντρεωμένοι, εἰς τὸν ἀπάνου κόσμο.

Una giovinetta li prega con le mani in croce: *
Prendetemi, o forti, e portatemi nel mondo di su.

Le contracchiavi di Caronte rammentano in modo singolare l'irremeabilis unda di Virgilio, il limen irremeabile3 (meno bello) di Stazio, il portas aeneas e il vectes ferreos delle sacre Carte; richiamano pure al Lasciate ogni speranza o voi ch' entrate v. 9 del III dell' Inferno impresso sulla porta di esso inferno; cfr. nel I del Purgatorio, verso la fine, pure:

Venimmo poi in sul lito diserto

che mai non vide navigar sue acque
uom che di ritornar sia fatto esperto.

Ecco perché sul principio del canto V dell' Inferno, Minosse dice a Dante:

Guarda com'entri e di cui tu ti fide:

non t'inganni l'ampiezza dell' entrare.

imitazione del passo virgiliano del canto VI dell'Eneide, ove la Sibilla dice ad Enea (v. 125-29): "L Sate sanguine divûm,

tros Anchisiade, facilis descensus Averno:

Nota il felice uso del raddoppiamento del verbo, fatto per significare la viva brarna di costoro: nota pure il senso del verbo usato in proposito.

2 Rammenta pur Palinuro, ma il Tommasèo trova superiore il tratto greco a' virgiliani per patetica bellezza.

3 T. Mamiani, in un inno sacro, dice pure: I liti irremeabili del polo.

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Nei canti letterari e popolari neo-greci secondo É. Legrand questa idea è molto frequente; cosí in un poema della sua collezione neo-ellenica del XVI secolo dal titolo: Аnóxoñog v. 19 si legge :

Οποῦ στὸν ᾅδη καταιβῇ 2 οὐ δύναται διαγύρειν.

(Nell'inferno profondo, da cui non si può uscire).

In un poema inedito in versi di quindici sillabe, racchiuso in un ms. greco n.o 390 della Biblioteca Nazionale di Parigi, dopo una descrizione delle pene dell'inferno, figura questo verso doppiamente notevole per la sua bellezza ed efficacia:

Ἐκεῖ βληθῆναι γὰρ ἐστίν, οὐκ ἐστίν ἐκβληθῆναι.

Dov'è senza dubbio possibile cadere, ma donde non è possibile piú fuggir fuori.

Finalmente in una canzone popolare della raccolta del Passow gli abitatori delle buie regioni dicono ad un nuovo arrivato ch'egli è giunto sè tónov ãyupto, in un luogo cioè, donde piú non

si esce.

Tornando ora al proposito nostro, un tratto comune v'è nel passo citato dell' Eneide e nell'altro della mirologia neo-greca, cioè le vele, di cui è fornita la barca di Caronte in ambi i luoghi; laddove di vele non si parla punto nell' Inferno dantesco 3.

Il virgiliano: terribili squalore e lo stant lumina flamma (donde il dantesco: Caron dimonio con gli occhi di bragia,1 e poi: Intorno agli occhi avea di flamme ruote) 5 diventa nella mirologia neo-greca:

1 Da comparare col tale).

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xúpats poipais della mirologia neo-greca (neri destini, il nero luogo fa

2 Nel Fedone di Platone quelli che per la gravezza delle scelleraggini loro appariscono insanabili, cioè coloro che hanno commesso molti e gravi sacrilegi o altre grosse ribalderie, una sorte loro convenevole tutti sommerge nel Tartaro, onde mai piú non potranno uscire. Questa sommersione, che occorre ivi, riappare nella leggenduola popolare livornese riportata piú appresso, dove Caronte giunto alla metà del fiume Acheronte con la sua barca, dà una remata alle anime, le butta nell'acqua, le fa tutte affogare e precipitare in fondo all'inferno.

3 Anzi dell'angelo che trasporta le anime dalla foce del Tevere al purgatorio, c. II del Purg., dice il poeta:

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Imitato dall'Ariosto cosí: "Con gli occhi biechu e più che bragia rossi,,, ma riferito a due cani mordenti che vengono a contesa fra loro (Furioso, c. II; ott. 52, v. 4).

5 Imitato da V. Monti cosí: "Rote di fiamme gli occhi rilucenti,, a proposito del cherubino minaccioso e fiero che sta sulla cupola di san Pietro a guardia del Vaticano (Basvilliana c. I, v. 67). Nell' Apocalisse (I, 14) del simbolo di Gesù è detto che aveva "Gli occhi come fuoco fiammanti„,.

6 Il vecchio bianco per antico pelo di Dante.

7 Nota la contradizione stridente con la frase anteriore: Κρύα εἶν ̓ τὰ κρειάτα του (fredde sono le sue carni).

Esagerazione assurda molto più di quella occorrente nel protagonista di una novellina popolare polacca, il quale esercitava tale jettatura con gli occhi formidabili, che, dove li rivolgeva, ivi faceva sempre divampare un esteso gravissimo incendio.

La ferruginea cymba1 di Virgilio (l'affumicato legno di A. Caro) è stemperato nei versi della mirologia neo-greca, in cui dopo il paúpats poipas (neri destini) abbiamo:

Μαῦρο εἶν' τὸ καράβι του, καὶ μαύρα τὰ πανιά του,
(μαύρο εἶν' τὸ σκαφίδι του, καὶ μαῦρα τὰ κουπιά του

Nera è la barca di lui, e nere (ne sono) le vele,
(nera è la chiglia di essa, e neri (ne sono) i remi,

L'atto di Caronte di ghermire con la mano quelli che fa salire nella sua barca, secondo la mirologia neo-greca, fa sovvenire il suo costume di afferrare le varie persone uccise, quando come Nume della Morte (perciò anche nel nostro canto è rappresentato con la falce strumento di distruzione in mano, laddove sempre invece l'impugna la Morte) scorre il mondo a far preda d'uomini; difatto secondo il n.o 400 della raccolta pel Passow, Tprovdia popainá. Popularia carmina Graeciae recentioris, Metz, 1865 Caronte trascina i vecchi per le mani, i giovani per i capelli, pone i fanciulletti sopra la sella del suo destriero (Passow, n.o 409); talora conduce le vittime sopra le spalle (Passow, n.o 413). Egli talora cigne una spada d'oro al fianco (collez. Legrand n.o 88), talvolta va invece armato d'una clava d'oro (Sakellarios, Kʊяρtaxá n.o 17), talora brandisce invece strali che scaglia contro quelli che vuol fare sua preda (Passow, n.o 417); egli è dipinto sovente in arcione d'un nero corsiero che ferra da se stesso (Id. ibid. e Sakellarios, Kuпplanά, n.o 17); esso percorre il mondo sempre intento alla sua tremenda opera di universale distruzione a lui imposta (Passow, n.° 428) quando traversa le montagne traendo seco i defunti, la terra si copre d'un velo di tristezza (Passow, n.o 409). Gli occhi sfolgoranti di Caronte che nella mirologia predetta, come si è visto già, tralignarono poi nelle ossa che scricchiolando divampano, hanno invece il riscontro loro in altri canti popolari greci, ne' quali Caronte ha un viso risplendente come la fiamma (Passow, n.o 428), i capelli sfolgoranti come i raggi del sole, (ecco perché i tre capelli del sole delle novelline popolari slave diventano i tre capelli del diavolo nella tradizione popolare tedesca); e gli occhi poi che lanciano lampi (Passow n.i 430 e 428). Il lordo ammanto di Caronte con un nodo fermato al collo, secondo Virgilio, diventa nella tradizione neo-greca un abito nero (Sakellarios, Kunρtaxá n.o 17), talvolta invece indossa un abito dalle gradazioni luccicanti (Passow, 430). Che se però Dante nulla ci dice del colore della barca di Caronte, tocca però molto bene "della riva malvagia Ch' attende ciascun uomo che Dio non teme, della livida palude, dell' "onda bruna perché si accolgono su quella i malvagi e perché Acheronte è il fiume della non gioia (letteralm.) cioè del dolore inseparabile dalla colpa, e conduce alla città dolente, al luogo dell'eterno dolore, natural effetto e legittima pena della causa, la colpa, e siccome il fango è immagine della bruttura morale mercé quella fisica 3 cosí livida palude ricorda insieme e il limus niger e il turbidus coeno di Virgilio, e farebbe pieno

Che Ciampolo rende in volgare: Con una nave molto antica e nera; cfr. Plauto Miles Gloriosus, IV, 4, 3: Palliolum ferrugineum, nam is color thalassicus. Nel v. 410 Virgilio l'appella: Caeruleam puppim, perché il colore ferrigno (della ruggine) ed il ceruleo sono affini oltremodo fra loro, cioé sono di tinta fosca: Claudiano, De Raptu Proserpinae, II, 275 dice: Ferrugineus Plutonis amictus; Stazio, Tebaide, II, 13: Ferrugineum nemus Inferorum, e I, ibid. 600: Ferruginea frons strigis.

2 Dotato d'una forza soprannaturale dalle ferite aperte nelle sue vittime fa zampillare e scorrere fiumi di sangue (Sakellarios, Koпptaxá, n.o 17 e Passow, n.o 430). La sua vegeta vecchiezza vien espressa dal nostro poeta con la frase: Vecchio bianco per antico pelo e la sua vigoria singolare dal verso: Batte col remo qualunque s'adagia.

3 Ricorda nel c. VI dell' Inferno il fango, in cui al paro d'immondi animali stanno immersi i golosi, simbolica immagine la pena, come sovente succede in Dante della sozzura della colpa; ricorda pure il nome di Ciacco (porco) del fiorentino goloso che nel c. VI dell' Inferno parla con Dante, nome ricevuto da lui, com' egli stesso dice Per la dannosa colpa della gola. Cfr. nella

riscontro alla malvagia riva, dove col Bopp l'aggettivo latino malus (malvagio) si deducesse dal nome sanscr. malà fango, per l'ovvio passsaggio dal brutto fisico al morale; l'onda bruna fa riscontro alla ferruginea cymba virgiliana e alla nera barca della mirologia neo-greca, e qui cade in acconcio notare che il nero, simbolo del lutto dev'essere il colore del fiume che scorge al luogo dell'eterno lutto (ricorda le papat poipa: della mirologia neo-greca) e significando pure la negazione d'ogni colore e, indi ancora della luce, perciò Dante appella neri cherubini1 i diavoli perchè spiriti delle tenebre, dell'inferno, ma per l'affinità fra nero e tristo (cfr. il comune tema di malus lat. tristo e di pia nero gr.) e l'espressione virgiliana: limus niger, che riconnette l'idea del nero al fango, alla palude limacciosa) Dante stesso con l'espressione: Anime nere? vuole significare anime malvagie. E qui ne sovviene il doppio senso di cui è suscettivo il vocabolo: sciagurato d'infelice e tristo, come pure il vocabolo gramo salvo che mentre solo in italiano significa infelice, (cfr. il dantesco verso allusivo alla simbolica lupa :

E molte genti fe' già viver grame 3)

nel dialetto piemontese vale pure: tristo, briccone; laonde d'un furfante in Piemonte si usa dire: Pel grama, pelle trista, cioè pelle di tristo, e, parlandogli, rivolgergli l'espressione: T' ses gram, sei tristo. Ed il Tommasèo giudiziosamente ne avverte in una nota ad un canto popolare funebre neo greco che in Corsica tinta vale la desolata, appunto dal bruno, simbolo del dolore; difatto il canto popolare neo-greco dice con l'usato suo affetto:

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Però nel testo letteralmente si dice: tingere bruno piú poetico, perché dice l'atto del tingere e del portare; in Sicilia poi tinto e anche tingiu to vale malvagio come il nero dantesco. Il virgiliano: Nunc hos, nunc accipit illos, è reso nella mirologia neo-greca dal tratto:

̓Αρπάχνει ἐκεῖνο τὸ κουπὶ καὶ τοὺς κουττάει, καὶ φεύγει.

Καὶ πάλι ἐματαγύρεσε, καὶ πάλι ἐματαπῆρε

άντρες, γυναίκες, καὶ παιδιά, γέρους, παιδιὰ καὶ κήραις.

Quegli afferra il remo, e li scorre con l'occhio e li sfugge;

e vi ritorna di nuovo e nuovamente riprende seco (nella sua barca)
uomini fatti, donne, giovanette, vecchi, garzoncelli e vedove.

Basvilliana del Monti c. II il v. 22: ... La colma di vizi atra sentina (cioè cloaca), cosí detta Parigi per la sua corruzione; vedi ancora nello stesso poema c. IV Parigi, l'antica Lutetia con perifrasi simbolica etimologicamente avvilitiva detta al v. 3o: Città della sozzura. Cfr. pure lo sterco, nel quale stanno immersi gli adulatori dell'Inferno dantesco, sterco la cui suprema schifezza fisica indica simbolicamente la suprema schifezza morale dell'adulazione per il poeta della rettitudine, quindi l'altra dell'ignominia, onde Dante nel c. XVI del Purgatorio ce lo mostra per bocca di Marco Lombardo, versi 127-29.

Di' oggimai che la chiesa di Roma
per confondere in sé duo reggimenti
cade nel fango, e sé macchia e la soma.

e il Petrarca nella canzone II, della p. IV del Canzoniere dice al valentuomo, cui è diretta, parlando appunto pure di Roma, st. II, v. 5-7:

1 Inf. XXVII, v. 113.

2 Inf. VI, v. 85.

3 Inf. I, v. 51.

Pon mano in quella venerabil chioma
securamente e nelle treccie sparte,
sicché la neghittosa esca del fango.

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