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lucci traduceva nel dialetto del suo paese il canto del conte Ugolino e Giuseppe Marzano dava a luce un cenno sul libro del Simonetti non privo di nuove e acute osservazioni. Dopo il 1848 abbiamo una nuova ecclissi, e bisogna arrivare al 1860 per avere una nuova fiorita di scritti danteschi. Nel 1861 Giuseppe Campagna s'inspirava a Dante per un suo poema, rimasto incompiuto, L'Abate Gioacchino; e nel 1863 Domenico Mauro dava a' torchi il suo Concetto e forma della divina Commedia. Nell'anno del centenario Ferdinando Balsano rinfrescava la memoria di Gian Vincenzo Gravina e Pio Giuseppe Caprè, Luigi Grimaldi, Lorenzo Greco e Luigi Stocchi publicavano versi e prose in onore del poeta: intanto che Francesco Fiorentino, innanzi alle tre deputazioni per la storia patria delle provincie di Emilia, ammoniva che alla gloria di Dante sarebbe scarsa ogni sorta di monumenti: e solo che sia degno dell'Alighieri è il disvelare al mondo il suo segreto, l'attuarne il pensiero, e il tradurre in opera i simboli delle cantiche divine, inaugurando un'Italia quale fu da lui vaticinata. Negli anni piú vicini a noi il grande risveglio degli studi danteschi in tutto il mondo civile ha avuto anche un' eco in Calabria e parecchi lavori si son venuti man mano publicando). I. Il dialetto calabrese nella divina Commedia. (Riporta, con parecchie osservazioni e con qualche aggiunta, alcuno dei cinquantanove vocaboli calabresi notati nella Commedia dal compianto Apollo Lumini). II. I luoghi della Calabria citati da Dante. (Cotrone, Paradiso, III, 62; Cosenza, Purgatorio, III, 124; Scilla, Inferno, VII, 22). III. I personaggi calabresi rammentati da Dante. (L'abate Gioacchino, Paradiso, XII, 140-141; il pastor di Cosenza, Purgatorio III, 124) IV. Canti della divina Commedia tradotti in dialetto calabrese. (Inferno, I, trad. Francesco Toscani; III-VI, XIII e XXV, trad. Vincenzo Gallo; XXV, trad. Paolo Salione; XXXIII, trad. Luigi Gallucci). V. Opere dantesche di autori calabresi. (Volumi ed opuscoli danteschi di scrittori calabresi; discorsi, opuscoli e cenni bibliografici, articoli di giornali, recensioni; opere varie con accenni a cose dantesche; componimenti poetici e pitture, ecc., di argomento dantesco o inspirati da Dante; pitture). Documenti. (Si riferiscono a Bartolomeo Pignatelli arcivescovo di Cosenza, [1254], a Tommaso d'Agni successore del Pignatelli nella Chiesa di Cosenza, [1268] e a un Cesario Pignatelli, spogliato dei vassalli che aveva in Napoli e nei dintorni sub tirannide Manfridi.

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Nella prima nota avvisa che le anime del secondo cerchio che girano a schiera larga e piena come gli storni, siano i libidinosi; e quelle che girano in lunga, riga come le gru, gli innamorati, morti per causa di amore, e noti per fama.

Nella seconda, prendendo le mosse dalla spiegazione che Settimio Cipolla avea dato alla esclamazione di Flegias: Or se' giunta anima fella (Inf., VIII, 18): Finalmente t'ò colta, mostra preferire l'altra: Finalmente sei arrivata dove sconterai la pena. (377)

Donati L. 1894, in-8°. Tra le altre opere dell'Orelli, l'autore accenna allo studio sulla poesia italiana prima di Dante, alla vita di Dante (anno 1820-"22) e alla edizione delle Egloghe (1839). (378) D'Ovidio Francesco. Della topografia morale dell'" Inferno", dantesco a proposito di una recente pubblicazione. (In Nuova Antologia. Anno XXIX, terza serie, vol. LIII, fasc. XVIII). Fino alla città di Dite se si tolgon gli ignavi dell'Antinferno e gli abitatori del Limbo non si trovan puniti se non peccati mortali, e soli cinque di essi: lussuria, gola, avarizia, ira, accidia: ma passata quella porta, ci si trova dinanzi ad una nuova casuistica penale. Quivi non si fa parola dell' invidia e della superbia: e vengono, invece, in campo l'eresia, la violenza, la frode semplice, il tradimento. Il fatto in apparenza strano dovea dare incentivo alle supposi

Giovan Gasparo degli Orelli e le lettere italiane. Zurigo, Zürcher e Furer,

zioni e a' ragionamenti teologici e filosofici degli studiosi. Alcuni si son visti come in dovere di far un po' di largo ai superbi ed agli invidi nei cerchi anteriori alla città di Dite. Ma se fuori della detta città avesse Dante di già spesi tutti e sette i peccati mortali, come avrebbe poi potuto continuare con nuove categorie di dannati senza offendere gli insegnamenti della Chiesa? Or dunque, perché superbia ed invidia sono, per Dante e per la Chiesa, i peggiori e i capostipiti dei sette peccati mortali, e che di fatto nel Purgatorio occupano le due cornici piú basse, non posson mancare nell' Inferno, non resta che di metterli nella città di Dite, l'inferno dell'inferno. Lo Scherillo (in Nuova Antol. del 1o e del 16 di novembre 1888) con fina e dotta industria fiutò nel cerchio dei traditori la quintessenza della superbia e dell' invidia insieme: ma anche la sua ipotesi urta contro la mancanza d'una categorica menzione de' due peccati; e contro la supposizione eterodossa che, se non tutti i quattro cerchi di Dite, i tre primi di essi siano fuori dei peccati capitali, e vi si puniscano colpe soprannumerarie non riducibili né radducibili ai sette o a qualcun dei sette. Sicché, in fin de' conti, a una sola possibilità siam ridotti: che in tutta la città di Dite siano puniti, sotto forme derivate, i due peccati ultimi. Giovandosi del loro carattere fondamentale e germinativo, Dante ne fa come un complesso peccaminoso, ed applicandovi un nuovo criterio di classificazione e di suddivisione, sminuzza quel complesso e lo dirama in tante specialità. Senza presentar di fronte e nominativamente i due peccati che sono piú proprî di Lucifero, se li è tenuti in serbo per la città di Dite, e quivi li ha fusi, diluiti, stemperati in quella mirabile suddivisione del peggiore inferno e delle sue parti. Nella penombra in cui ivi restano penetrano dappertutto, e meglio che in ogni altro luogo traspaiono, come ben dice lo Scherillo, dal ghiaccio di Cocito. Ma costituiscono il sostrato ideale, piú o men recondito, di tutte le malizie degli ultimi quattro cerchi. Il che non fu senza malizia dell'artista. Invece di attenersi sino in fondo alla sintetica classificazione criminale della Chiesa, che gli sarebbe riuscita troppo conforme e troppo monotonamente parallela alla cantica seconda, a un dato punto Dante muta maniera, e mentre i cerchietti si van di mano in mano restringendo, egli s'attacca alla classificazione etica di Aristotele e ne cava una sua inaspettata suddivisione minutamente analitica, costruendosi cosí il teatro per una successione interminabile di spettacoli varî e strazianti, per una mostra maravigliosamente vivace, di tanti nuovi tormenti e tormentati, mascherando in modo assai abile il passaggio, un po' brusco, da l'uno a l'altro metodo criminale. La tela dell'Inferno rassomiglia ad un nastro che, svoltosi intero per cinque palmi, è da ultimo sfioccato in diciotto pèneri o frangie. A non tenersi stretto al settemplice colore dell'iride criminale ecclesiastico, Dante ebbe certo, anche fuor dei motivi schiettamente estetici, ottimi pretesti d'indole storica e filosofica: ché l'inferno, preesistente al cristianesimo, era cosa già nota ai pagani, e benissimo gli si affaceva una spartizione non meno filosofica che teologica, non men desunta dalla morale classica che dal catechismo cattolico. Per concludere, tra l'inferno e il purgatorio dantesco v'è giusta conformità di schemi e insieme disuguaglianze cosí naturali come deliberatamente cercate. Lussuria, gola, avarizia con prodigalità sono nei cerchi piú alti di entrambi i regni; in entrambi accidia e ira stanno prossime, ma sol nell' inferno addirittura appaiate e di più considerate come due specie d'incontinenza; in entrambi l'invidia e la superbia sono al fondo, ma sol nell'inferno son fuse e disciolte e poi ridivise in due specificazioni piú etiche che teologiche, cioè bestialità e malizia, che poi servon d'addentellato a un'ulteriore suddivisione. Nella parte dunque piú diabolica e piú pagana d'inferno trionfa veramente la dottrina di Aristotele e qualche sua propaggine ciceroniana. Se non che non solo lo sviluppo e l'applicazione analitica che Dante ne fa è assai libera e tirata a una gran precisione originale e poetica, ma la stessa illustrazione teorica dà luogo a più di un dubbio. È ben chiaro soltanto che delle tre categorie aristoteliche: incontinenza, malizia, bestialità, l'incontinenza è tutta e sola al di qua di Dite; ma entro Dite come si distribuiscono le altre due? Degli eresiarchi (primo cerchio di Dite) che certo incontinenti non sono, tuttoché lor vengano appresso, il poeta non dice se siano maliziosi o bestiali: ci sorvola su, senza curiosità. Ma pure sugli abitanti dei tre cerchietti la lezione di Vergilio ha un fondamento non iscevro di equivoco. D'ogni malizia, si dice da prima, il fine è l'ingiuria, e l'ingiuria si fa o con forza o con frode; quindi i violenti nel settimo, i frodolenti nel cerchio ottavo e nell'ultimo. Ma, avremmo a concludere, se cosí la forza come la frode non son che suddivisioni della sola malizia, e

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se con esse l'inferno è bell' e finito, perché poi sessanta versi più sotto si distingue, come una
terza disposizione al peccato, la bestialità? La sola interpretazione ragionevole del difficile passo
è quella che in gran parte si deve al regale acume di Giovanni di Sassonia, quantunque alla sua
voce molti altri interpreti sian rimasti sordi o ribellanti. La malizia dev'esser davvero nell'un
verso in senso generico, nell' altro in senso tecnico. La violenza corrisponde alla bestialità, se-
condo Aristotele la specifica; che vi ascrive pure la crudeltà tirannica e la sodomía, due delle
piú caratteristiche colpe del settimo cerchio. La vera malizia è giusto la frode, e quel che
Dante dice della frode, cioè come sia il peggior dei peccati perché è tutto proprio dell' uomo,
non comune all'animale, non è che la sintesi di quanto Aristotele scrive della malizia. A riba-
dire codeste tre ultime conclusioni è venuto or ora il prof. Fraccaroli, la cui argomentazione
è sottile. Egli torna, in fondo in fondo, a quella del Todeschini, per il quale l'antinferno, il
limbo, il sesto cerchio, ospitano i manchevoli di virtù teologali; i manchevoli di carità l'antin
ferno, di fede il limbo di speranza il cerchio sesto. Certo, il silenzio del poeta non può ascriversi
a distrazione, e qualche sottinteso o secondo fine qui ci deve essere. Se la classificazione fosse
data in uno dei primi cerchi non avrebbe potuto schivare di catalogare il sesto: data sull'orlo
del settimo, il discorso si concentra sui tre ultimi e solo sotto forma di quesito vi si considerano
poi i primi cinque. Cosí quel di mezzo ha potuto essere pretermesso senza scandalo. Ma per-
ché questo sotterfugio? perché mentre Dante chiede della collocazione degli usurai non domanda
al maestro notizie anche di quella degli eresiarchi? Il Fraccaroli insinua con molto riserbo che
forse a Dante parve difficile dichiarare senza odiosità che gli eresiarchi non fossero i pecca-
tori piú neri. Ma in un poeta cosí coraggioso e baldo, e che della sua ortodossia veniva dando
cosí cospicue prove, e che, in fine, metteva gli eretici in uno stato tutt'altro che delizioso, un
timore tale non è verosimile. Bisogna concludere che il cerchio degli eretici è uno dei passi
piú scabros: per chi si fa a studiare l'ordinamento criminale dell'inferno dantesco; che la disin-
voltura con cui il poeta lo sottintende apre l'adito a congetture diverse; ma che insieme, per
non peccare noi di troppa disinvoltura col supporre una soluzione di continuità nella scala dante-
sca dei peccati, bisogna forse riconoscere negli eretici un primo grado di lor malizia, e alla vaga
analogia coi perduti del limbo non dare almeno troppa precisione di contorni e di colorito.
(379)
Diemand Anton. Das Ceremoniell der Kaiserkrönungen von Otto I bis Friedrich II. Mün-
chen, H. Lüneburg, 1894, in-8°, di pagg. 151.

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(380)

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Ferri Luigi.

Il misticismo in una recente vita di s. Francesco d'Assisi. (In Fanfulla della domenica. Anno XVI, n. 41).

Recensione del libro del Sabatier.

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Fiammazzo Antonio. Il codice dantesco della Biblioteca di Bergamo, illustrato. In Udine, dalla tip. di G. B. Doretti, 1894, in-8°, di pagg. 67.

Indice: Descrizione ed esame del testo. Bibliografia. Varianti dalla lezione di Carlo Witte (Berlino, 1862). Appendici: Varianti alle frasi del commento ed alle didascalie del codice di Bergamo desunte dagli italiani 538 e 79 e lat. 8701 della Bibliothèque Nationale di Parigi: Principali differenze fra i versi del testo e le frasi del commento. (382)

Filomusi-Guelfi Lorenzo.

"Colui

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che dimostra a Dante “il primo amore di tutte le sustanzie sempiterne, ("Par. „ XXVI, 38 e 39). Verona, Donato Tedeschi e figlio, editori (Stab. G. Civelli), 1893, in-16° picc., di pagg. 13.

Chi intese Pitagora, chi Platone, chi Aristotele, chi l'Areopagita, chi san Pietro. musi-Guelfi è da intendersi il sole.

Pel Filo(383)

Fontaine (La) Pietro. I beati pacifici della divina Commedia: monografia. Viterbo, tip. vescov. Donati e Garbini, 1894, in -16°, di pagg. 21.

Dante nel passo beati Pacifici che son senz'ira mala del canto XVII di Purg. versi 68 e 69, non ha inteso significare il beati pacificici quoniam filii Dei vocabuntur del Vangelo di san Matteo, ma il beati mites, ecc. (384) Gatta Renzo. Il Paradiso dantesco: sue relazioni col pensiero cristiano e colla vita contemporanea. Roma, ditta G. B. Paravia e comp., (tip. Nazionale di G. Bertèro), [1894] in-16o, di pagg. 203.

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Sommario: I. Il paradiso nell'evoluzione del cristianesimo. II. Prima di Dante. III. I motivi che hanno ispirato la terza cantica dantesca. IV. Il contenuto del Paradiso. V. Beatrice nel Paradiso. VI. I cieli e loro influenze. VII. Influenze della vita contemporanea nel Paradiso: 1o, l'idea imperiale; 2o, i frati; 3°, Firenze e i papi nel Paradiso. VIII. La teologia nel Paradiso. (385)

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Goyau G., A. Pératé et P. Fabre. Le Vatican. Les papes et la civilisation; le gouvernement de l'Église. Paris, Firmin-Didot, 1895, in-4o, di pagg. x1-496, con cromolit., fototipie e

incisioni.

L'opera, divisa in tre parti, tratta della storia generale del papato, del governo centrale della Chiesa e della influenza che il ponteficato ha esercitato su le arti. Recens. favor. nel Polybiblion. Parte lett., 1o fasc. del 1895.

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(386)

Lettere di uomini illustri, per Demetrio Gramantieri. Pesaro, stab. tip. lit. di G. Federici, 1894, in-16o, di pagg. 47.

Son lettere dirette al professore D. Gramantieri e contengono giudizi intorno ad alcuni dei lavori da lui publicati. Sono fra queste un biglietto di Niccolò Tommasèo e tre letterine di G. B. Giuliani.

(387)

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Lucchetti P. Saggio di una interpretazione scientifica della Commedia di Dante Alighieri, Milano, tip. Gizzi, 1894, in-16°, di pagg. 31.

Ancora sul Pape Satan.

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Luchini Luigi. La politica di Dante e sue pellegrinazioni a Bologna, Padova, Milano, Cremona, Brescia, Mantova, Genova, Verona, Treviso, Udine e Ravenna: nuovi studi. Bozzolo, tipografia Giulio Arini, 1893, in-4o, di pagg. 196.

SOMMARIO: I. La repubblica federativa è l'ideale degli italiani del medio evo; Concetto relativo dei guelfi e dei ghibellini; Scadimento del partito ghibellino e tentativo di Dante per ristaurarlo, che torna di danno immenso a Cremona, Brescia, e a tutta Italia; Piano e scopo di questo libro. II. Missione dei papi sull' unificazione d'Italia; Opera precipua di papa Bonifacio VIII; Suo carattere; Dissidii e fazioni sorte in Firenze; Tentativo di Bonifacio per sedurli, riuscito frustaneo; Dante furente ghibellino; Incongruenza del suo carattere e relativi suoi errori politici. III. Prime peregrinazioni di Dante esule nella Toscana; Suoi tentativi per rientrare in Firenze tornati frustanei; Sue vicende; Suoi ospiti; Suoi viaggi a Bologna, Verona

e Padova; Finalmente disilluso e scorato, va all' Università di Parigi. IV. Discesa di Enrico VII in Italia; I fuorusciti fiorentini e di Romagna accorrono a lui; Dante abbandona Parigi e si unisce con loro; È dei più favorosi partigiani di Enrico che sogna liberatore d'Italia; Dante viene a Milano con Marcello Malaspina; Incoronazione di Arrigo VII; Dimora di Dante in Milano; Argomenti di prova. V. Rivoluzione dei Torriani che vengono sbandeggiati da Milano; Rivoluzione dei cremonesi che scacciano il vicario imperiale; Orribile vendetta fatta da Arrigo VII, sui cremonesi, per eccitamento di Dante; Sue lettere scritte dal Casentino; Enrico chiede soccorsi ai ghibellini per condurli contro Brescia; Dante nella Toscana ne raccoglie alcuni, e con essi discende a Reggio, a Parma, a Cremona; Prova di asserto e documenti. VI. Arrigo muove su Brescia all'assedio; Dante lo segue cogli esuli fiorentini e piglia dimora sul castello di Paratico in vedetta dell'Oglio; Sua amicizia e conversazione con Corrado da Palazzolo; Escursioni di Dante sulla riviera del lago di Garda durante l'assedio; Descrizione di esso; Alla vigilia della resa di Brescia, con Lapo Farinata degli Uberti suo concittadino, nominato vicario di Mantova, si reca a questa città; Visita la patria del suo maestro; Raccoglie notizie sui Pinamonti e su Sordello poeta; Tesi De Aqua et terra ivi sostenuta; Disquisizione e relativa critica. VII. Enrico VII ritorna a Cremona e vi scioglie i carcerati; Elegge altri vicari e s'incammina a Genova con Dante; Sua dimora in questa città e pratiche diplomatiche; Si trasferisce a Pisa e di là a Roma; Cerimonia dell'incoronazione; Badalucchi e vendette dell'imperatore contro le città guelfe della Toscana e specialmente contro Firenze; Sua eroica difesa; Ritorna a Pisa scornato e mentre fa i suoi preparativi contro il re di Napoli improvvisamente muore a Buonconvento. VIII. La Nemesi divina; Rivendicazione e trionfo del partito nazionale; Altre delusioni del poeta con Federico III di Sicilia; Dante alla corte dell' Uguccione in Lucca lenisce i suoi dolori coll'amore della Gentucca; Brevi trionfi dell'Uguccione e nuovi disastri; Dante e l'Uguccione riparansi alla corte dello Scaligero in Verona; Suo soggiorno in essa. IX. Pellegrinazioni del poeta a Gubbio, a Treviso, a Gargagnano e Villa Marco; Descrizioni; Voti del poeta pel ritorno del pontefice da Avignone a Roma; Elezione del pontefice di nazione francese Giovanni XXII; Elezione di due imperatori pretendenti alla corona d'Italia; Nuovi dissidii piú pertinaci in Italia. X. La crociata indetta da papa Giovanni XXII contro i ghibellini; La scomunica contro i capi e massimamente contro Matteo Visconti; Capi di accusa ; Dante tenta stornare dal capo dello Scaligero la tempesta; Sue pratiche presso Pagano Della Torre; Esito; Abbandona la corte di Verona e va a Ravenna presso il Polentano; Sua dimora colà; È spedito a Venezia come ambasciatore; Suo ritorno e morte; Descrizione della catastrofe politica; I funebri del poeta; Suo ritratto; Sepolcro; Suo cranio; Epilogo. Dante nacque guelfo, come guelfo crebbe e come guelfo difese la patria e da guelfo governò, salí ad onori, tenne onorevoli ambascerie; come guelfo riposò qual agnello innocente nel dolce suo ovile, per dirla colle sue parole stesse. L'iroso poeta dovette rendere giusto encomio alla sua patria, magnificando i costumi de' suoi maggiori schietti e semplici; quando tutti erano concordi nel partito papale o nazionale, è costretto a confessare che il partito suo fu guasto dall'oppressura di novelli potenti, dalla sollevazione dei deboli e dall'urto feroce di parte. Dante divenuto ghibellino, non per proposito ma per rappresaglia di partito, per dissennatezza d'ira: come ghibellino congiurò tutta la vita contro la sua patria; come ghibellino andò errabondo per l'Italia disseminando il mal seme delle discordie ed i furori partigiani; come ghibellino invocò i tedeschi a nostro danno, e fu l' uomo fatale a Milano, Lodi, Cremona e Brescia e a tutta l'Italia ritardando il risorgimento italico (!!!). Questa, a senno dell'autore, la vita politica di Dante :

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ma per ciò, osserva il Barbi (in Bullett. d. Soc. dant. italiana, I, 7) a troppo mal fide testimonianze s'attiene, e troppe cose suppone nella lunga dissertazione, mentre la gravità delle deduzioni morali liberamente fatte a carico di Dante richiedeva prove di solido fondamento. 7 (389)

Ludovisi Idido.

Giudizio di Francesco Petrarca sulla rinunzia di Celestino V. (In Bollettino della Società di storia patria A. L. Antinori negli Abruzzi. An. VI, fasc. 11-10).

Dal trattato De vita solitaria (lib. II, cap. XVIII) toglie il brano in cui Francesco Petrarca tocca della rinuncia di Pietro del Morrone.

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