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nizzato, nè avendo ricevute le bolle pontificie, nè consecrato, nè preso possesso, pure esercitava la giurisdizione vescovile in quella città e diocesi. L'arciduca Carlo, di cui era consigliere, gli scrive a Trieste con lettera (originale) datata in Castris nostris apud vadum Malinzgi vocatum positis, del giorno 5 settembre 1566, avente la mansione venerabili fideli nobis dilecto Andreæ episcopo tergestino consiliario nostro, e risponde al vescovo, il qual gli aveva comunicato esservi in Trieste persone che disseminavano velenose eresie, vivevano con scandalo dei buoni, favorivano combricole e radunanze, nelle quali si trattava empiamente delle cristiane dottrine, e perciò l'arciduca gli ordina d'indicargli le persone, e le loro dottrine, onde maturamente prendere le opportune risoluzioni.

Vicenzo Catto vicentino scrive al nostro vescovo a Trieste lettera latina (originale) colla mansione italiana, al Rmo. vescovo di Trieste Andrea Rapiccio Trieste; segnata da Pratalea negl' iddi di aprile 1567 colla quale risponde al nostro Rapiccio di

aver ricevute sue lettere, ed aver per mano un'opera sopra le acque di Abano, ed i Colli Euganei, la quale, compita che sia, l'assoggetterà al di lui acre e forbito giudizio, aggiungendo di attribuire alle moltiplici di lui cure il non aver ricevuta risposta alle lettere indirizzategli in Germania, dicendo quoniam antehac in aulicis negotiis fueris occupatus, quando FERD. IMP. a secretis eras, nunc vero cum episcopus patriæ tuæ divino consilio creatus sis, et ad honestandam hanc dignitatem plurima sane adjumenta virtutis, probitatis, ingenii attuleris, vix tibi tempus ad hujusmodi scriptiones suppetere arbitror: e chiude inviandogli due epigrammi latini in morte di due suoi cari amici, l'uno certo Gualdo elegante poeta toscano, dei primarii nobili di Vicenza, e l'altro il precettore Antonio Fracanziano, del quale dice egli, che sempre ne avrà luttuosa la memoria, dandogli con questi epigrammi un testimonio di non avere ancora dimmesso le poetiche facoltà.

Nell'anno stesso 1566 il vescovo Rapiccio fu incaricato dall' arciduca Carlo a de

TOMO I.

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finire certa contesa insorta per un canoni cato di Aquileja, per cui da S. Carlo Borommeo gli fu scritta l'annessa lettera commendatizia datata in Milano 5 maggio 1566, la qual lettera si conserva religiosamente compiegata, e graziosamente all' intorno adornata in un quadro nella casa Rapiccio in Pisino, e tenuta con divozione. (a)

(a) Al Molto Reverend. Sre come fratello
Monsignor il Vescovo di Trieste.

Molto Reveren. S." come Frèllo. Sono molti mesi, che essendo vacato un canonicato di Aquieleia per morte di m. Hieronimo Frangipane da Castello, io ottèni dal papa mio zio di santa mèmoria che, per essere vacato nel mese di sua S. si conferisse al conte Bàrth. di Portia, il quale conoscevo molto degno di questo, ed di maggior grado. Ed scrissi in quel tempo al cardinale Delfino, ch' era nunzio a sua M. Cesarea, che in nome di N. S. ed mio ne dovesse ricercare al Serenis. Arciduca Ferdinando il possesso temporale per il conte. Ed il nunzio poi mi rescrisse, che sua altezza si contentava di concederglielo. Mà perche il conte quasi subito si rissolse di cedere il canonicato a m. Fulvio Frèllo del canonico morto curò di pigliare il possesso, con dissegno, che si

Che il nostro Rapiccio esercitasse la giurisdizione vescovile in Trieste nel 1566 dice anche il Mainati nelle cronache di averne trovato memorie in quel capitolo. Dobbiam credere che nato fosse colla corte di Roma qualche dissapore per questa nomina, e che perciò fosse ritardata la conferma ed instituzione pontificia, mentre traspira dalla bolla stessa, che il diritto di elezione si pretendesse dalla sede romana; ma questa

transferisse in lui questa grazia insieme col canonicato. Nondimeno hò inteso, che in questo mezzo vi si intruse un Fromontino, ed ora, che il Frangipane ha espedito le sue bolle, ed tolto il possesso spirituale dal patriarca, s'è mosso senza alcuna raggione a fargli contrasto. Di che ho sentito gran dispiacere, parendomi, che se N. S. a miei prieghi haveva conferito questo benefizio al conte, ed esso l'haveva ceduto a m. Fulvio, che n'è molto meritevole, per quanto io ne sono informato, non ne dovesse esser ritardata, non che impedita la esecuzione, massimamente essendoci concorso il consenso del serenissimo Arciduca. Piacemi bene, che questa causa; come ho presentito, sia stata rimessa al giudizio di V. S. la quale come saprà conoscere

mala intelligenza fu sopita, mentre con bolla di Pio V. del giorno 11 kalendas augusti 1567, il Rapiccio è confermato ed istituito in vescovo di Trieste, portando l' intestatura dilecto filio Andrea Rapitio electo Tergestina, dicendo che da gran tempo le provisioni delle chiese vacanti sono

le raggioni di m. Fulvio, così credo, che vorrà torre la sua protezione contra di chi lo cerca molestare indebitamente. Ed la prego di cuore a voler abbracciar la espedizione di questo negozio con quella affezzione ed prontezza, che io userei in favorire, ed ajutare ogni onore, ed commodo di V. S. ed mettere m. Fulvio in possesso pacifico. Che oltra che farà quello, che s'aspetta dalla bontà ed giustizia sua, ed è conforme alla promessa del serenissimo Arciduca, io reputerò, che questo piacere sia posto nella mia propria persona, ed ne terrò con lei particolar conto, ed obbligazione non lasciando nelle occorenze di mostrarle la mia gratitudine. Ed a V. S. mi raccomando di tutto cuore. Di Milano a v. di maggio мDLXVI.

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Di V. S. M. Rev.

Come fratello
Il Card. Borromeo.

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