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anzi una sotto classe speciale, tra i violenti contro sè stessi. Seguono gli irosi, ma anche questi, benchè collocati tra gli incontinenti, non v'è ragion di escluderli dai violenti sia contro il prossimo, sia contro di sè; e dei primi sarà (se pur di lui deve intendersi) quell' Alessandro di cui il Petrarca disse che Vincitore Alessandro l'ira vinse, dei secondi quella Amata di cui nel Purgatorio Dante dirà Perchè per ira hai voluto esser nulla? O quale difficoltà adunque, che anche gli invidiosi possano trovarsi fra gl'incontinenti, quando il vizio in essi non varcò le soglie dell'interno dell'animo, quantunque non possa dubitarsi che, presa invidia, com'è anche in Purgatorio, nel suo senso ampio di malanimo verso il proprio simile, essa deva essere ugual. mente colpita in taluni dei violenti contro il prossimo, e tra i frocolenti, negli ipocriti, ne' mai consiglieri, nei Seminator di scandalo e di scisma nel falso Sinon greco da Troia, e in molti dei traditori fra cui certamente in Caino ?

L'unica vera difficoltà nasce dalla superbia, della quale sebbene non sia dubbio poter cagionare atti violenti e fraudolenti, pure non la vediamo colpita fra gl'incontinenti, almeno nella sua forma più comune, di superbia contro il prossimo. Potrebbe darsi però, come dissi, che Dante si fosse contentato di mostrarcela dal solo suo aspetto di superbia contro Dio, nell'eretico incontinente, al quale cosi contrapporrebbesi e il violento bestemmiatore che spregiando Dio col cuor favella (Inf., XI, 51) e il fraudolento indovino Che al giudicio divin passion porta, vuole cioè renderlo passivo, sottoponendolo alle sue previsioni (XX, 30). E la cosa potrebbe forse spiegarsi come una dimenticanza del poeta; ma meglio assai con quello che può di frequente avvertirsi, che Dante non ama la simmetria fredda e rigida, uso tavole geometriche, bensì quella a larghi tratti, che è anche nella natura delle cose. Basta che vi sia un nesso, una dipendenza logica qualunque, perchè le concezioni del poeta come le opere del Creatore appaghino la mente; lasciando pur sempre luogo ad un vago, ad un indefinito, che possiamo bensi spostare, ma non sopprimere, rendere sempre più alto, ma raggiungere non mai. Cosi qui Dante avrebbe per il rigoroso ordine del suo poema dovuto collocare fuori della città di Dite un cerchio pei superbi: preferi, come più consono ad altre esigenze della sua fantasia, creare, subito entro la citta roggia, un cerchio per gli eretici, che pur senza rompere l'ordine organico del poema (chè anche negli eretici la superbia è fondamentale) gli permetesse dare esito a tanti concetti poctici che gli fremevano in perio, a quella figura di Farinata fra l'altro, ove la superbia è quasi magrificata.

Un'altra osservazione che mi fa il canonico Savini è là ove io accenno non potersi dare significato caratteristico alla nudità degli ignavi, essendo questa nota comune a dannati e purganti; al che egli oppone l'O in eterno faticoso manto del XXIII d' Inferno e Di vil cilicio mi parean coperti del XVIII di Purgatorio. Ma va da sè che io intesi della nudità degli spiriti, in genere, senza escludere che taluni potessero essere puniti precisamente mediante una copertura. Chi volesse tuttavia chiarir meglio la cosa, e rectificare insieme qualche errore di stampa che è trascorso nel mio articolo precedente, così potrebbe leggere il capoverso relativo:

A pag. 44 dovrebbe essere provato che gli ignavi, girando rapidissimamente dietro un' insegna, rimangano sempre, come il paleo, al luogo medesimo; ne parmi che l'esser nudi possa significare come su nudo il loro animo, chè nudi, tranne i sospesi del Limbo, e tranne naturalmente tutti quelli in cui il vestito è pena, come, gl’ipocrili incappati, i mai consiglieri avvolti nel foco, e i purganti invidiosi coperti di cilicio, sono tutti gli abitanti dell' Inferno e del Purgatorio.

Al capoverso successivo, ove io osservo, nei sospesi del Linibo soli essere il desiderio di Dio, egli mi fa acutamente avvertire che un po' di questo desiderio par quasi di vedere in Francesca quando dice Se fosse amico il re dell'universo; e che gli altri dannati pur devano sentirlo, ma lo tacciano perchè più superbi nell'animo.

Quanto ai lussuriosi, sono con lui: è un fatto che verso di questi (come verso i superbi) il poeta, forse per solidarietà, si mostra più indulgente: essi peccarono per amore, e Dio è amore: essi sono i meno rei e più prossimi al limbo ove questo desiderio è cocente; è naturale che rimanga in loro questa reminiscenza della terra; con una influenza subiettiva introdotta nel poema, analoga a quella che scorgesi per esempio nelle anime appena sbarcate al Purgatorio, che quasi obliano d'ire a farsi belle, la quale distingue dagli altri i beati nella Luna, alla terra più prossimi, e conservanti quindi l'effigie del viso che negli altri è tutta as. sorbita dalla luce. Estenderlo però a tutti i dannati mi parrebbe un guastar troppo la linea logica e severa che dee distinguerli dai redenti, un far perdere all' Inferno la sua espressione, il suo carattere, il suo tipo, di regno delle tenebre in antagonismo al regno del cielo.

Venendo al professor Borgognoni, egli può star sicuro che non essendo mai stato tenero della variante congetturale Ne solcar lampo nuvole d'agosto (peggio poi dell'altra, sgrammaticata, Nè solca, ctc.), non mi curai davvero di attribuirla piuttosto all'uno che all' altro, ma accettai per buono quello che ne scrisse il Faucher. Se di una cosa piuttosto vorrei maravi. gliarmi, si è ch'egli tenga ancora a quella che mi permetto di chiamare un gioco d'ingegno, una bizzarria giovanile. Io capisco questo genere di varianti, o, come le chiamano, restituzioni, quando si possono intendere diiette a eliminare trascorse o alzate d'ingegno di copisti, quali sarebbero al VII, Co d' Inferno Qual ella sia, parole non ci affulcro. (Zani); XVII, 123 di Purgatorio, E tal convien chi 'l male altrui impronti (Ronchetti, ne l'or cessata Rivista dantesca); XII, 142 di Paradiso Ad inneggiar cotanto paladino (Andreoli); XIII, 10+ Regal prudenza quel vedere impiri (Dionisi; ove la Crusca: e quel vedere impari; il Buti, e quel, vedere impari; il Lombardi, è quel verlere im-pari; il Giusti, è quel vedere imp.zri; ma che diavolo di copista può mai, se Dante avesse anche scritto solca lampo, avere copiato sol calando? La similitudine poi così modificata avrebbe forsanco due difetti: uno, che sarebbe una ripetizione dell'altra al XVIII, 35 di Paradiso E quel ch' io nomerò, li farà l' alto Che füi in nube il suo foco veloce; l'altro, che il solcare, più che del lampo, parrebbe proprio della fulgore.

Ma alla mia interpretazione (che ho poi visto al solito che non sarebbe neppur mia, sib. bene dell'edizion dell'Ancona, che la propone sotto forma alternativa; e a quanto mi dicono, anche del Monti, nelle postille al Biagioli) il Borgognoni oppone: 1° che il fenomeno in essa accennato non è frequente; 2.o ch'essa equivarrebbe al dire che un tale enuri in casa colla stessa velocità con che entra la luce in una stanza oscura allorchè s'aprono d'improvviso le finestre. – Piano un poco. Io non ho parlato del sole che riappare dallo squarcio di una nuvola, ma dei raggi del sole che squarciano una nuvola, dietro la quale il sole sta ancora nascosto, i quali raggi si slanciano nell'atmosfera luminosa e dentro di essa si scorgono per lo stesso effetto che Dante così ben descrisse al XIV, 112 di Paradiso con la nota similitudine Cosi si veggion qui, diritte e torte...; io ho parlato dello stesso fenomeno che Dante, da alıro punto di vista dipinse al XIII, 79 con l'altra similitudine: Come a raggio di Sol che puro mei Da fratla nube, già prato di fiori Vider, coperti d'ombra, gli occhi miei (e Sole per i suoi raggi non dev'essere modo singolare, se Dante stesso dà a quella voce contemporaneamente i due significati nel luogo di Purgatorio III, 16 Lo Sol che dietro fiam. meggiava roggio Rotto m'era dinanzi).

Le due similitudini che io ho citate rispondono poi anche alla prima obiezione, senza ch'io deva addurne tante altre a dimostrare come in esse il più delle volte Dante. anzichè il fenomeno comune, tenda a mettere in mostra la circostanza inavvertita, il movimento psicologico sottile, l'osservazione originale, come quegli pel quale la similitudine non era già un esercizio di rettorica, nia un bisogno di far sentire vive al lettore imagini non di per sé evi. denti e che pur voleva che fossero nettamente e profondamente percepite.

Del resto la interpretazione da me preferita non pretendo già che sia trovata ammirabile nè che non ve ne possano essere delle migliori; a me basterebbe fosse ritenuta la meno irragionevole di quelle messe fuori finora, e sufficiente a non lasciar desiderare nessuna restituzione del testo.

Voglio sperare che la mia franchezza non sarà per dispiacere all' illustre professor Borgognoni, col quale dopo tutto sono ben lieto di trovarmi d'accordo per quanto riguarda la restituzione dell' invidioso fummo; dolente solo che mi sia sfuggita la priorità della sua pro. posta, contenuta in un opuscolo del "63 ora probabilmente esaurito; e che non abbia mai avuto il bene di fare la sua personale conoscenza, nel qual caso, conversando, potrebbe anche darsi che tutta questa polemica si sarebbe volatilizzata.

Ma giacchè siamo a discorrere di varianti, mi siano permesse ancora due parole a proposito di quella che da alcuni codici desunse il prof. Franciosi all'VIII, 5 di Purgatorio. E per maggiore chiarezza, riporterò qui tutto il passo per disteso.

Era già l'ora che volge il disio A'naviganti e intenerisce il core 3 Lo di ch' han detto a' dolci amici : addio ;

E che lo novo peregrin, d'amore Piange ode squilla di lontano 6 Che paia il giorno pianger che si more.

Era l'ora nella quale il desiderio d lla terra lontana ritorna a'naviganti, e il di ripensato dell'addio intenerisce il loro cuore;

l'ora nella quale il peregrino, il primo o secondo giorno di viaggio, piange d'amore, se ode di lontano squilla che paia piangere il giorno morente.

È

questa la lezione che piace al prof. Franciosi, con la interpretazione corrispondente; nella quale, a solo fine di renderla più chiara, mi permisi sostituire due espressioni, prendendole però dal suo comento. In luogo di volge, posi ritorna, perchè uno potrebbe domandare: volge, che cosa? forse il core? il disio volge il core, e il dì lo intenerisce? non va. A spiegazione di novo egli avea posto novello, ma è una parola anche questa suscettibile di più significati.

L’intendimento suo lo trovo giustissimo, ed è quello di non limitare il ritorno dell'ora del disio pel navigante al solo giorno della partenza, ciò che avverrebbe leggendo Punge, e facendo l'ora soggetto di entrambe le proposizioni. Peccato però ch' egli lo indebolisca alquanto limitando poi la puntura (secondo lui, il pianto) del peregrino, ai soli primi giorni di viaggio.

Ma per raggiungere questo intento sarà egli necessario attaccarsi ad una variante che è di soli tre codici, nè so di quanta autorità? Già quel piange d'amore, col pianger che vien dopo, sebbene Dante ami le ripetizioni, ha un non so che di affettato che non mi pare suo. Quasi a diminuire la sdolcinatura, vorrebbe il Franciosi intendere, piange senza lagrime; ma su che fondamento poi ?

Un altra sua ragione in appoggio è che, se peregrin si fa oggetto di punge, esso può dopo diventare soggetto di ode. Ma è una libertà che l'uso ammette pienamente; e la riproverebbe nel solo caso che potesse nascerne equivoco; ora chi mai qui potrebbe intendere che sia l'ora quella che ode?

Molto tempo addietro mi era, in quell'intento, balenato l'espediente, non potendo adottare quello di dare al primo che il senso di, nella quale, al secondo, di, la quale, di tradurre Punge, per si punge, vien punto (ciò che lo stesso Franciosi quasi autorizzerebbe, dando a volge il significato di, ritorna, che è quanto dire, si volge); ma sebbene non manchino esen pii (più frequenti bensì nell' infinito, come Paradiso X, 67 Così cinger la figlia di Latona Vediam talvolta, l'orecchio non ne rimaneva sodisfatto.

Mi parrebbe ora invece più naturale fare addirittura soggetto di tutto il periodo Lo di;

non

come il Franciosi, nè so perchè, lo fa d'intenerisce solo, e non anche di volge; ed ecco quindi quale sarebbe la mia interpretazione (mia così per dire, chè chi sa quanti l'avranno anche prima adottata).

Era già l'ora in cui la ricordanza del giorno nel quale han detto addio ai dolci amici ri. desta il desiderio e intenerisce il core ai naviganti;

e in cui l'ugual ricordanza punge d'amore il pellegrino non ancora avvezzo ai viaggi, se per avventura ode da lontano un suono di campana che gli fa l'effetto di piangere il giorno che va morendo.

Ma contro questa interpretazione udiamo quello che dice il Tommasèo: « Intendasi che l'ora volga il desio e intenerisca il cuore ai naviganti nel di stesso della dipartenza: che l'ora punga d'amore il peregrino novello, che ha il desiderio delle cose amate recente. Intendere che il di volga il desio e intenerisca e punga nell'ora, mi pare e meno poetico e meno appro. priato a denotare l'impressione che viene all'animo dalle tenebre che nascondono le cose al. l'occhio, come già la » o le? « nascose al desiderio la lontananza ». Ma che forse questa im. pressione non si prova che nel giorno solo della partenza? o l'associazione delle idee non riceve anzi maggior forza quando vi sia frapposto un certo intervallo di distacco? Saranno, è vero, stati allora meno sentimentali di adesso; ma supporre che nel secondo giorno di navigazione l'impressione melanconica della sera si fosse cosi sensibilmente attenuata da doverla escludere per non indebolire l'imagine, mi parrebbe veramente eccessivo. E d'altra parte l'imagine, cosi, avrebbe anche quella maggiore efficacia che le verrebbe Jall'elemento subiettivo; dal potercela cioè figurare trovata dal poeta appunto perchè, nel fingersi alla mente quell'ora, cgli, esule pellegrino, si sentiva in quella stessa condizione d'animo che qui così profonda. mente descrive. Non che Dante, descrivendo, non si compiaccia talvolta di cenni anche affatto estranei ai concetti che vuol rappresentare ; come ove paragonando la bolgia dei barattieri con l' Arsenal dei Veneziani, di questo ci pone sott'occhio tutto l'affannato trambusto, che pur con la bolgia non ha nulla che vedere; o dove, per accennare l'ora della mattina, si volge, per amor di perifrasi, alla mitologia, menzionando il canto lamentoso della rondinella, Forse a memoria de' suoi primi guai: ma ciò non toglie che, fra due concetti, sia sempre preferibile quello che in se contiene maggior copia di sentimento.

Su questo punto fondamentale son lieto quindi di aver meco l'autorità del prof. Fran. ciosi; dolente solo se, nemico come sono dei troppi rimaneggiamenti del testo dantesco, non potei del tutto accostarmi alle sue proposte, ma ad esse pur sempre grato di avermi condotto a quella ch'io ritengo, fino a prova in contrario, interpretazione da preferirsi.

F. RONCHETTI

Sempre a proposito della famosa variante Ne solca (o solcar) lampo nuvole d'agosto, ri. ceviamo dall'illustre professore Alessandro D'Ancona la seguente lettera :

Pregiatissimo sign. conte G. L. Passerini.

Leggo nel suo Giornale, a pag. 39, che secondo il prof. Faucher, in una pubblicazione che non ho vista nè ho modo di consultare qui, io avrei proposta nel Purgatorio, V, 39

Giornale Dintesco

9

ecc.

la variante Ne solca lampo nuvole d’agosto. Se le nuvole non sono invece nella mia memoria, io veramente non ricordo di aver sostenuta cotesta lezione. Almeno mi si facesse dire Nè solcar,

Voglia aver Ella la bontà di verificare nello scritto del prof. Faucher se cotesta autri. buzione a me della variante si appoggia a qualche citazione; e se ciò fosse abbia la bontà di avvertirmene. Se no, voglia stampare questa mia nel Giornale Dantesco, perchè so di aver troppi peccati senza dovermi caricare di quelli che gratuitamente mi si pongono sulla coscienza.

Roma, 3 di giugno, 1893.

Suo

ALESSANDRO D'ANCONA.

RIVISTA CRITICA E BIBLIOGRAFICA

RECENSIONI

Oreste Antognoni. Saggio di studi sopra la Commedia di Dante. Livorno, tipografia di

Raffaele Giusti, 1893, in 16°, di pagg. 92.

Il libretto contiene sette studi, de' quali ecco i titoli: I. La rocaggine in Inferno. II. II colloquio di Beatrice e Virgilio. III. L'adagiarsi delle anime. IV. Le tenebre nel Limbo. V. Piccarda e Beatrice. VI. Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani. VII. Il se deprecativo. Ad eccezione dello studio V, che vide la luce sopra un giornale letterario poco diffuso? e del quale il Passerini diede notizia su questo periodico, tutti gli altri vengono ora pubblicati per la prima volta. In generale l'autore vi mostra estesa e buona cultura, ottimo discernimento e sommo amore per le cose dantesche. Ma esaminiamoli singolarmente.

Nel primo studio « La rocaggine in Inferno » il discorso prende le mosse dal verso I, 63 della prima cantica:

chi per lungo silenzio parea fioco,

« di cui la spiegazione letterale è poco soddisfacente, mentre ben più chiara apparisce l'alle• gorica . Stabilito il significato allegorico, d'accordo co' migliori commentatori, l'A. niostra

con evidenza quanto sia strano attribuire a fioco il valore di rauco, come han fatto la maggior

1 Nella Terra dei Nuraghes di Sassari. An. 1, 1), 6.

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