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come il Franciosi, nè so perchè, lo fa d'intenerisce solo, e non anche di volge; ed ecco quindi quale sarebbe la mia interpretazione (mia così per dire, chè chi sa quanti l'avranno anche prima adottata).

Era già l'ora in cui la ricordanza del giorno nel quale han detto addio ai dolci amici ridesta il desiderio e intenerisce il core ai naviganti;

e in cui l'ugual ricordanza punge d'amore il pellegrino non ancora avvezzo ai viaggi, se per avventura ode da lontano un suono di campana che gli fa l'effetto di piangere il giorno che va morendo.

Ma contro questa interpretazione udiamo quello che dice il Tommasèo: « Intendasi che l'ora volga il desio e intenerisca il cuore ai naviganti nel di stesso della dipartenza: che l'ora punga d'amore il peregrino novello, che ha il desiderio delle cose amate recente. Intendere che il dì volga il desio e intenerisca e punga nell'ora, mi pare e meno poetico e meno appropriato a denotare l'impressione che viene all'animo dalle tenebre che nascondono le cose all'occhio, come già la » o le? « nascose al desiderio la lontananza ». Ma che forse questa impressione non si prova che nel giorno solo della partenza? o l'associazione delle idee non riceve anzi maggior forza quando vi sia frapposto un certo intervallo di distacco? Saranno, è vero, stati allora meno sentimentali di adesso; ma supporre che nel secondo giorno di navigazione l'impressione melanconica della sera si fosse cosi sensibilmente attenuata da doverla escludere per non indebolire l'imagine, mi parrebbe veramente eccessivo. E d'altra parte l'imagine, così, avrebbe anche quella maggiore efficacia che le verrebbe dall'elemento subiettivo; dal potercela cioè figurare trovata dal poeta appunto perchè, nel fingersi alla mente quell'ora, egli, esule pellegrino, si sentiva in quella stessa condizione d'animo che qui così profondamente descrive. Non che Dante, descrivendo, non si compiaccia talvolta di cenni anche affatto estranei ai concetti che vuol rappresentare; come ove paragonando la bolgia dei barattieri con l'Arsenal dei Veneziani, di questo ci pone sott'occhio tutto l'affannato trambusto, che pur con la bolgia non ha nulla che vedere; o dove, per accennare l'ora della mattina, si volge, per amor di perifrasi, alla mitologia, menzionando il canto lamentoso della rondinella, Forse a memoria de' suoi primi guai: ma ciò non toglie che, fra due concetti, sia sempre preferibile quello che in sè contiene maggior copia di sentimento.

Su questo punto fondamentale son lieto quindi di aver meco l'autorità del prof. Franciosi; dolente solo se, nemico come sono dei troppi rimaneggiamenti del testo dantesco, non potei del tutto accostarmi alle sue proposte, ma ad esse pur sempre grato di avermi condotto a quella ch'io ritengo, fino a prova in contrario, interpretazione da preferirsi.

F. RONCHETTI

Sempre a proposito della famosa variante Nè solca (o solcar) lampo nuvole d'agosto, riceviamo dall'illustre professore Alessandro D'Ancona la seguente lettera:

Pregiatissimo sign. conte G. L. Passerini.

Leggo nel suo Giornale, a pag. 39, che secondo il prof. Faucher, in una pubblicazione che non ho vista nè ho modo di consultare qui, io avrei proposta nel Purgatorio, V, 39

Giornale Dantesco

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la variante Ne solca lampo nuvole d'agosto. Se le nuvole non sono invece nella mia memoria, io veramente non ricordo di aver sostenuta cotesta lezione. Almeno mi si facesse dire Ne solcar, ecc.

Voglia aver Ella la bontà di verificare nello scritto del prof. Faucher se cotesta attribuzione a me della variante si appoggia a qualche citazione; e se ciò fosse abbia la bontà di avvertirmene. Se no, voglia stampare questa mia nel Giornale Dantesco, perchè so di aver troppi peccati senza dovermi caricare di quelli che gratuitamente mi si pongono sulla coscienza.

Roma, 3 di giugno, 1893.

Suo

ALESSANDRO D'ANCONA.

RIVISTA CRITICA E BIBLIOGRAFICA

RECENSIONI

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Oreste Antognoni. Saggio di studi sopra la Commedia di Dante. Livorno, tipografia di Raffaele Giusti, 1893, in 16o, di pagg. 92.

Il libretto contiene sette studi, de' quali ecco i titoli: I. La rocaggine in Inferno. II. Il colloquio di Beatrice e Virgilio. III. L'adagiarsi delle anime. IV. Le tenebre nel Limbo. V. Piccarda e Beatrice. VI. Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani. VII. Il se deprecativo. Ad eccezione dello studio V, che vide la luce sopra un giornale letterario poco diffuso 1 e del quale il Passerini diede notizia sa questo periodico, tutti gli altri vengono ora pubblicati per la prima volta. In generale l'autore vi mostra estesa e buona cultura, ottimo discernimento e sommo amore per le cose dantesche. Ma esaminiamoli singolarmente. Nel primo studio « La rocaggine in Inferno» il discorso prende le mosse dal verso I, 63 della prima cantica:

chi per lungo silenzio parea fioco,

« di cui la spiegazione letterale è poco soddisfacente, mentre ben più chiara apparisce l'alle gorica». Stabilito il significato allegorico, d'accordo co' migliori commentatori, l'A. mostra con evidenza quanto sia strano attribuire a fioco il valore di rauco, come han fatto la maggior

1 Nella Terra dei Nuraghes di Sassari. An. 1, n. 6,

parte di coloro che si diedero a ricercare nel verso il senso letterale. Virgilio non poteva sembrare rauco a Dante, perchè con lui non aveva parlato ancora, ed è stiracchiata e contraria all'arte di Dante stesso l'interpretazione per la quale il poeta accennerebbe a priori quella circostanza ch'egli non conobbe che a posteriori 1; non doveva poi essere rauco per lungo silenzio perchè anzitutto aveva proprio allora parlato, e piuttosto a lungo, con Beatrice, ed in secondo luogo « gli spiriti magni non hanno pena materiale, e perciò non conservano dei corpi altro che le sembianze ». L'A., ricercando, trova che in qualsiasi altro luogo della Commedia (come pure nella Vita Nuova) Dante ha dato alla parola fioco il significato di debole, anche nel verso:

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voci alte e fioche e suon di man con elle,

dove, e solo in questo caso, il Blanc riconosce il senso di rauco. Il Blanc non ha ragione, perchè l'antitesi con alte ci fa determinar subito per l'interpretazione di deboli » e perchè le voci delle anime, anzichè rauche pel molto gridare, dovevano sembrare alte o deboli, secondo l'età, il sesso e la minore o maggiore distanza. Da tutti i passi quindi, ove è usata la parola fioco, posti a confronto tra loro, e dall'opportuno richiamo al verso d' Inferno, XXIV, 64,

parlando andava per non parer fievole

dal quale risulta che è non già nel parlare, ma nel non parlare che altri mostrasi debole, fioco, conclude l'A. che Virgilio si mostra a Dante come una di quelle figure istantanee che ci si presentano nei sogni: una sembianza d'uomo, cioè, « evanescente, su lo sfondo cupo della selva, con la luce che la illumina di fronte. Il Casini, commentando il verso 54 della canzone Donna pietosa 2

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ed omo apparve scolorito e fioco

disse già che qui fioco vale piuttosto fievole, come se l'uomo avesse per il gran dolore im pedita la facoltà della parola. Non pare all' A. che quest' interpretazione si concordi molto bene col verso dell' Inferno, XXIV, 64, sopra citato? E noti che il Casini non si esprime in modo da lasciar supporre che l'uomo non parli.

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Nel secondo studio « Il colloquio di Beatrice e Virgilio si esaminano le ragioni, per le quali Beatrice non si sia trattenuta a parlare sui modi come Virgilio avrebbe aiutato Dante. Da tutti i passi della Commedia, che l'A. cita, ne' quali si accenna a questo riguardo (Inf., II, 67-69, 81, 112-113; Purg, I, 52-54, 61-63; XXVII, 130, 136-137; XXX, 136-141) deduce che la cosa era manifesta e che un'unica via si presentava per campare il poeta, quella cioè di condurlo pel regno dei morti. L'A. trova lungo il colloquio fra Beatrice e Virgilio, considerata la fretta che avevano entrambi; ma non si nasconde che i sentimenti manifestati in esso poterono essere espressi con poche parole, per la perfezione dell'anima di Beatrice e l'elevatezza di quella di Virgilio. Si domanda anche perchè mai Virgilio non abbia detto a Dante quale sarebbe l'anima che lo condurrebbe a visitare il paradiso, e quando mai Bea trice abbia fatto intendere a Virgilio ch'ella stessa ne sarebbe stata la guida. Non può trovare per questo silenzio che una ragione tutt'affatto artistica. Ma Virgilio, osserviamo noi, non dice (Inf., I, 121) che Dante debba andare in paradiso: fa un'ipotesi, e dall'ipotesi si

1 Fiszt, Saggi danteschi. Torino, Loescher, 1888, pag. 120.

2 Nella Vita Nuova. Firenze, Sansoni, 1890, pag. 126,

comprende che della visita alle beate genti fra lui e Beatrice non era stata parola. Che se l'ipotesi si vuol credere semplicemente rettorica, richiamiamo l'attenzione sulla terzina del canto XXX del Purgatorio, 136-139

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

alla salute sua eran già corti,
fuorchè mostrargli le perdute genti,

dalla quale risulta che a Beatrice sarebbe bastato anche se Virgilio avesse accompagnato Dante pel solo inferno.

Il terzo studio « L'adagiarsi delle anime » è per togliere la contradizione tra l'adagiarsi nel senso d'indugiarsi, che l' A. dimostra con nuove prove (Purg., XXV, 28 e Ariosto, Orl. Fur.. XIV, 116) e la prontezza delle anime a trapassare il fiume. Egli dà alla parola pronte il significato di parate, e conclude che, sebben pronte, preparate, pure nel momento che avrebbero dovuto spiccare il salto, alcune di esse s'indugiano un poco, trattenute dalla rabbia e dal pianto. Ci sarebbe da osservare che l'interpretazione di adagiarsi per posarsi riuscirebbe molto meglio a togliere la contradizione, senza che ci sia l'obbligo di supporre le anime sdraiate nella barca, il che con valide ragioni ha dimostrato strano ed assurdo l'A. Ma non pare a lui che le anime dovendo calare nella barca ad una ad una sia necessario che, pure essendo desiderose di passare, attendano ciascuna la loro volta? Nell' attendere esse vorrebbero posarsi un poco, ma Caronte non lo permette, altrimenti esse, anime di dannați, avrebbero, sia pure per un momento, riposo. In questo modo al verbo adagiare si restituirebbe il suo incontrastabile significato ed anche al verbo battere sarebbe lasciato il suo giusto valore, chè per l'interpretazione adottata dall' A. assumerebbe piuttosto, secondo me, il significato di spingere. Ma su questo punto ritornerò, qualora il direttore del Giornale me lo

consenta.

Il quarto studio Le tenebre nel Limbo» ci spinge a riflettere quante volte purtroppo anche letterati insigni leggano leggermente alcuni passi della Commedia. L'Antognoni non sarà mai abbastanza lodato d'averci ricondotto all'esame dei versi:

per altra via mi mena il savio duca
fuor della queta nell' aura che trema
Inf., IV, 149-150.

L'aura che trema è nel Limbo, ma fuori del Castello, sede degli spiriti magni, dove invece essa è queta. Gli spiriti magni non mandano sospiri e son difesi con sette mura dall'aria che è mossa pe' sospiri delle altre anime del Limbo. A Dante si presenta subito il Castello, poichè vede un joco

ch' emisperio di tenebre vincia.

Questo verso sembrerebbe in contradizione con quanto il poeta fa dire a Virgilio nel Purgatorio, VII, 28-29:

Loco é laggiù non tristo da martiri,
ma di tenebre solo,

dove il Castelvetro, per togliere la contradizione, dà al solo il valore di separato. Ma, giustamente osserva l'A., perchè un'interpretazione così sottile? Virgilio nel Purgatorio ricorda tutto il Limbo, non il solo Castello: la poca luce ch'egli laggiù gode co' suoi compagni non è da paragonare, neppure lontanamente, con lo splendore del Purgatorio.

Non esporrò di nuovo lo studio quinto Piccarda e Beatrice. Si veda per esso quanto scrisse il prof. Passerini nel primo quaderno di questo Giornale. Dirò soltanto che ne' versi :

Ond' io a lei Nei mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta dai primi concetti
'Par., III, 55-60,

l'A. crede che Dante accenni solamente a Piccarda e a Beatrice, e vuol trarre da ciò una nuova prova della realtà storica della donna celebrata da Dante. Notiamo nello studio molto ingegno ed acume, ma non rimaniamo convinti dal ragionamento dell' autore. Egli peraltro, a lode del vero, presenta la sua interpretazione come una semplice ipotesi.

Il sesto studio Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani è un saggio di ben più ampio lavoro, che il prof. Antognoni sta compiendo intorno a Francesco da Barberino, o, meglio, intorno alle glosse ai Documenti d'Amore, in gran parte inedite. Si leggono intanto qui con molto interesse gli accenni ai costumi italiani di quel tempo: alla tirannide de' principi, all'empietà e crudeltà dei giovani e dei prelati, alla magnanimità de' ladri, alla iattanza e vanità de' senesi, al contegno non lodevole delle donne di Bologna, ecc. ecc.

Il settimo Il se deprecativo», è uno studio grammaticale condotto sulla Commedia di Dante. Seguita l'A. a chiamare questa congiunzione deprecativa, perchè così l'han chiamata i commentatori, ma egli trova invece come quasi sempre suoni augurio, raramente desiderio e in due soli luoghi deprecazione. L'esame, fatto con molta pazienza, conduce alla bella e originale conclusione che questo se, in fine, ha quasi sempre un valore epitetico.

Terminando la nostra recensione, faremo osservare come anche interessanti in questo libretto siano le note. Si leggano, per esempio, quella a pag. 3, dove si dà notizia d'una copia dell'edizione di Dante del 1555, probabilmente annotata dal Tasso, e quella a pag. 57, che contiene una bella e geniale interpretazione del verso 69 del canto terzo del Paradiso

ch' arder parea d' amor nel primo foco.

L'Antognoni giustamente intende che qui il poeta voglia alludere all'amore spirituale che provò Piccarda quando si diede tutta alla religione, e non all'amore mondano, sia pure nel senso della scuola poetica e filosofica, a cui Dante apparteneva, chè l'immagine ad ogni modo sarebbe molto sconveniente.

G. MARUFFI

Illustrazione del codice dantesco Grumelli dell'anno 1402. Seconda edizione. dalla tipografia Pagnoncelli, 1892, in 4.o gr. di pagg. 33.

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Questa pubblicazione del municipio di Bergamo per il sesto centenario di Dante» sta per essere ora licenziata, ma non messa in commercio, crediamo, in una seconda edizione: è la stessa adunque apparsa nel 1865 e citata dal Petzholdt (Bibliographia dantea, nova edit., Dresdae 1880, pag. 4) e dal Ferrazzi (Man. dantesco, vol. IV, pag. 295). La stessa, dico, per rispetto alla descrizione anonima del codice, ai cenni di Gabriele Rosa su Alberico da Rosciate e a quelli su Guiniforte Barziza di Giovanni Finazzi; in quest'edizione mancano le * quattro pagine fotografate» che fregiavano la prima, benchè l'introduzione integralmente

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