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è di quest'ultimo avviso: perchè Milano fu distrutta dall'imperatore per le preghiere e con l'opera degli stessi italiani nei quali l'odio di partito aveva spento ogni sentimento di coni. passione anche per le grandi sventure, e perchè Federico si contenne lealmente con le città della lega quand'era per stipularsi la pace di Costanza. Le trattò, infatti, come pari: cesse anzi loro il diritto di comandare nel proprio contado, di godere de proventi fiscali, di aver propria magistratura, di tenere armi proprie, di pattuire alleanze. Ed esse gliene sepper grado: perchè, sceso in Italia col figliuolo Arrigo nel 1184 e' vi fu ricevuto onorevolmente. A Dante, che della storia avea cognizioni larghissime, dovean questi fatti esser noti: e non poteva quindi falsare egli, poeta della rettitudine, la storia. Potrebbe forse accettarsi l'interpretazione data su per giù da tutti i comentatori ai versi in discorso, se Dante avesse alluso ad un guelfo: ma Federico era ghibellino e imperatore di Germania, che è quanto dire il rappresentante del romano impero, nome glorioso e venerabile. E ancora: Federico mantenne illese sempre le ragioni dell'impero, opponendosi con severità alla smisurata ambizione degli avversari, e volle, altresi, che, senza distinzione di persona, tutti ciecamente obbedissero alle leggi; e da questa persuasione nacque probabilmente la rigida e ostinata forza del suo volere. Dante, quindi, lo dice buono, perchè nella coscienza degli uomini e nell'uso del linguaggio equivaleva a prode e a valoroso, come ne porgono belli esempi i cronicisti Malespini e Giovanni Villani. E che tale poi ei fosse stato lo asseverò il Raumer con le testuali parole: I grandi fatti dell'antichità gli esaltavano l'anima; il che era non piccolo indizio del suo valore. Ma più ancora eloquenti son le sue gesta per le quali egli vive in una leggenda popolare che fa dipendere dal suo ritorno il risorgimento dell'impero germanico.

(80 Cesari Augusto. La morte nella « Vita Nuova ». (Recensione in La Cultura. Anno II della nuova serie, no. 10).

Dante fu sempre attratto dall'idea della morte e dell'eternità, perchè in esse vide come un richiamo alla gloria e alla tranquillità. L'espressione di questo desiderio studia il Cesari nel suo lavoro; ma non limitandosi alla sola Vita nuova, bensì scorrendo pur le poesie de' rimatori dello stil novo, di alcuni petrarcheschi, del Collenuccio, del Leopardi, e ritrovando, qua e là, le espressioni medesime e il medesimo sentimento.

Cfr. 110. 46.

(81 Cipolla Carlo.

Cfr. ni. 92 e 98. Curti G. Paura di un'ombra creduta, per falso vedere, una bestia. (In L'Educatore della Svizzera italiana. XXXIV, 22).

Interpreta così il verso 48 del II canto d' Inferno : La viltà, cioè la paura, talvolta ingombra l'uomo in quella stessa maniera che lo ingombra il falso vedere, cioè l'ingannarsi nel credere di vedere, una bestia laddove si vede un'ombra. Questa interpretazione è confutata nel no. 23 dell'Educatore della Svizzera italiana).

(82 Eroli Giovanni. Cfr. ni. 20 e 73. Fiammazzo Antonio.

Cfr. ni. 74 e 95. Fornaciari Raffaello. Cfr. no. 85.

Franoiosi Giovanni. Il sonetto del saluto nella « Vila nuova , di Dante (In Roma letteraria. Anno 1, no. 7).

Intorno al sonetto: Tanto gentile e lanto onesta pure La donna mia quand' ella altrui saluta. Considerazioni estetiche qui riprodotte dalla Nuova raccolta di scritti danteschi, publicata dal Pergola di Avellino nel 1891, pag. 5.

(83 Postille dantesche. (In Bollettino illustrato di letteratura, arti e scienze, di Foggia. Anno I, no. 1).

Son le postille a' versi 9, 16, 21, 40 e 49 del III canto d' Inferno, già publicate nella Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca di G. L. Passerini (Roma, gennaio, 1893, pag. 17). – Cfr. no. 23.

(84

no. 62.

Cfr. no. 95.
Ctr. no. 95.

Gambinossi Conte Teresa. I luoghi d'Italia rammentati nella divina Commedia, rac: colti e spiegati alla gioventù italiana: con prefazione di R. Fornaciari. Firenze, R. Bem. porad e f., 1893, in 16°, di pagg. 115.

(85 Gioia Carmine. L'edizione nidobeatina della divina Commedia : contributo alla storia bibliografica dantesca. (Recensione firmata G. in La Cultura. Anno II della nuova serie, ni. 15 e 16).

È un breve lavoro che merita di essere notato. In esso l' egregio autore riassume, coordina, illustra le notizie riguardanti l'edizione nidobeatina della divina Commedia. – Cfr.

(86 Giovanni da Serravalle. Janitsoheok Hubert.

Jaret Charles. La rose dans l'antiquité et au moyen âge: histoire, légende et symbolisme. Paris, Bouillon, 1892, in 16', di pags. X-483.

Al capitolo 3 della parte II, ove si tratta della rosa nelle leggende cristiane, l' autore osserva quanto frequente sia il paragone tra la rosa e Maria vergine nel medioevo. Quando Maria si manifesta agli uomini, rose le germogliano sotto a' piedi : ed ella se ne adorna, e salendo alla beatitudine ne lascia pieno il sepolcro. Per la verginità sua la Madonna è una candida rosa; vermiglia rosa per la sua carità. Pe' poeti religiosi ella è rosa di pazienza, rosa senza spine, rosa mistica : per Dante Alighieri è La rosa in che ľ verbo divino Carne si fece. (Paradiso, XVIII, 73-74). Al capitolo 4, ov'è considerata la rosa nelle leggende pro. fane e nella poesia, è detto che le similitudini prese da questo fiore e da le sue spine sono infinite ne' poeti medievali d'ogni paese; e Dante nostro paragona i beati ad una rosa sempiterna, Che si dilata, digrada e redole Odor di lode al Sol che sempre verna. (Paradiso, XXX, 124-126).

(87 Key Helmer. Francesca da Rimini. (Recensione firmata A. B. in Fanfulla della Do. menica. Anno XV, no. 21).

Il poeta scandinavo H. Key è di già benemerito dell'Italia per aver fatto conoscer nel suo paese, per via di traduzioni eleganti, la letteratura nostra contemporanea. Ora egli ha presentato al teatro reale dramatico di Stockholm un drama originale in quattro atti e in versi che pure ricorda l'Italia pel soggetto tratto dalla storia e dall'arte nostra. Il tema del nuovo lavoro è Francesca di Rimini: ma la infelice protagonista non vi è rappresentata dal Key al modo convenzionale usato pel suo drama da Silvio Pellico. L'autore svedese ha voluto accostarsi, quanto ha potuto meglio, alla realtà della storia, e si è accinto all' impresa dopo uno studio accurato delle fonti e degli scrittori da Pompeo Litta all’ Yriarte e a Corrado Ricci, del quale cita l'importante libro su L'ultimo rifugio di Dante.

(88 Kraus Franz Xaver.

Lessona Miolele. Gli animali dell' « Inferno » : conferenza tenuta nella sala del Collegio romano. (Resoconto nel Popolo romano. Anno XXI, no. 141).

I grandi poeti sono sempre stati grandi naturalisti: e quando non ebber sicuro conoscimento delle cose naturali, quando non furono osservatori, mancarono di un importante elemento poetico, e riusciron manierati. Così errò il Petrarca quando fece piangere dal vedovo rosignolo la consorte: cosi falsi e poco veri riuscirono i serpenti di Torquato Tasso. Dante, osservatore per eccellenza, esperto di cose naturali, dotto come pochi furon dotti al suo tempo, conobbe la vita e le usanze degli animali e di questa conoscenza si valse per trarne compara zioni ed imagini di efficacia e bellezza rare. Nè solo li conobbe per diretta osservazione, ma per studio profondo delle opere aristoteliche eziandio: dalle quali, per esempio, è tolta la perifrasi gli augei che vernan lungo il Nilo, per accennare alla gru (Paradiso, XXIV, 64-66). La lezione del senatore Lessona è stata ascoltata con molta attenzione dal publico abbastanza

Cfr. no. 95.

numeroso che suole intervenire alle conferenze del Collegio romano, anche per parecchie nuove interpretazioni di passi della Commedia controversi, studiati, esaminati, sconvolti, straziati dai comentatori. Notevoli specialmente le seguenti. V'era una frase sulla quale tutti hanno voluto dire la loro, proponendo alterazione di virgole, ecc., là dove Dante confronta l'avvicinarsi di Paolo e di Francesca all' avanzarsi delle colombe dal desio chiamate che vo. lano al nido con l'ali aperte e ferme. Bastava osser ;are, come Dante fece, che i colombi non muovono quasi per nulla le ali, per comprendere facilmente come, anche volando, queste possono restar ferme. Inoltre il Lessona ha dimostrato che Dante intuì i principii dell’embrionologia moderna, che fa riseder la vita non nel cuore ma nel midollo spinale, là dove fa dire a Bertrano da Born (Inferno, XXVIII, 139-141) che egli portava il proprio cerebro partito dal suo principio che era nel corpo, cioè appunto dall'occipite ove il midollo ha sede. Così, per inciso, il dotto conferenziere ha accennato ad un recente interprete che in colui che fece il gran rifiuto intende Pilato, che rifiutò giustizia a Gesù.

(89 Levi Eugenia. Rammentiamoci... Parte prima. Firenze, successori Le Monvier, 1893, in 16° obl., di pagg. IX-96.

In periodi di cinquant'anni, quattro per ogni secolo, sono in questa prima parte dell'utile lavoretto raggruppati moltissimi fra i personaggi più celebri che dalla metà del secolo Oltavo prima di Cristo alla metà del decimoquinto dopo la venuta del Redentore ricordano le istorie. Alla pag. 84, sotto gli anni 1265-1312, è fatta memoria di Dante Alighieri. (90

Maignien. Cfr. ni. 75 e 95:
Mandalari Mario. Cfr. no. 102.
Penoo Emilio.

Cfr. no. 95. Plebani B. Se il commento palatino alla divina Commedia possa attribuirsi a Talice da Ricaldone. (In Gazzetta letterariı. XVII, no. 2).

Piuttosto che l'autore, Talice da Ricaldone sarebbe il copista di questo comento edito a spese del magnanimo nostro re, Umberto, e il codice torinese non altro che un estratto di quella copia. Ma a questo proposito è da vedere, quantunque il Plebani non ne faccia ri. cordo, quanto fu scriito già nel Giornale storico della letteratura italiana (IV, 63), e quanto osservò il Cabotto nella Biblioteca delle scuole italiane (V, 1).

(91 Poletto Giacomo.

Professione Alfonso. Intorno al « De Monarchia , di Dante. (Recensione del libro di C. Cipolla Il trattato De Monarchia di Dante Alighieri e l'opuscolo De Potestate regia et papali di Gio. da Parigi, in La Cultura. Anno II della nuova serie, no. 8).

Il trattato dantesco De Monarchia fu studiato spesso in modo unilaterale e subiettivo, senza considerare l'ambiente e il clima storico che lo determinò. Il Cipolla scrisse la sua re. cente monografia collo scopo, appunto, di chiarire interamente lo stato delle questioni politiche e religiose intorno alle quali si affaticò il pensiero dell'Alighieri e specialmente collo scopo di porre le teorie di Dante in contrapposto colle aspirazioni e colle dottrine dei guelfi francesi: e il suo scritto è riuscito pieno di acutezza e dottrina ed eminentemente suggestivo. Confrontando la Monarchia di Dante col De Potestate di Giovanni da Parigi fa impressione l'incontro, diretto in parte, e in parte contrario, delle due trattazioni. Coincidono mirabil. mente quando si tratta di negare la donazione costantiniana e di impugnare l'autorità impe. riale del papa : si escludono invece a vicenda quando indagano la natura e l'avvenire del. l'impero. E mentre Giovanni sostiene esser lecito discutere del papa e de' suoi arti, Dante non afferma tale libertà come teoria, ma in realtà ne usa, allorchè vi si crede indotto dalla suprema necessità del bene universale, senza peraltro perdere mai i sentimenti di rispetto. Il De Monarchia conserva l'originalità di un trattato scritto con acutezza d'ingegno, con chiarezza d' esposizione, con libertà di parola e non mori quando l'impero fu snaturato dalla

Cfr. no. 95

(93

vittoria dei guelfi angioini e dalle disordinate fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Il concetto del. l'unità della famiglia romana e del fondersi delle varie nazioni nella unità della vita publica è una di quelle verità che scaturendo dalla profondità del pensiero cristiano, e ritraendo vita e nutrimento dall'avanzarsi della civiltà, non sono di certo destinate all'oblio. Dante disegnò nella sua mente un altissimo ideale; s'ingannò in una cosa sola: nel credere che prossima e facile ne potesse essere l'attuazione. Ctr. no. 98.

92 Prompt Dottor.

Cfr. ni. 75 e 95: Rioci Corrado. Cfr. no. 100.

Rocquain Félix. La cour de Rome et l'esprit de réforme avant Luther. I. La théocratie. Apogée du pouvoir pontifical. Paris, Thorin et fils, edit., (Chatillon-sur-Seine, Pichat et Pepin), 1893, in 8°, di pagg. VIII-428.

Tavola delle materie. I. Fondation de la théocratie: Le monde et l'Eglise à l'époque d' Hildebrand; Les commencements d'Hildebrand, 1046-1073; Grégoire VII, 1073-1085. II. Les premiers successeurs de Grégoire: Victor III, Urbain II, 1086-1099; Pascal II, 109-1118; Gélase II, Calixte II, 1118-1124. III. La cour de Rome: Honorius II, 1124-1130; Innocent II, 1130-1143; Célestin II, Lucius II, Eugéne III, 1943-1152. IV. Attaques des souverains sécu. liers: Eugéne III, Anastase IV, Adrien IV, 1152-1159; Alexandre III, 1159-1167; Alexandre III, 1107-1181. V. Apogée du pouvoir pontifical: Lucius III, Urbain III, Grégoire VIII, Clémet 1!I, Celestin III, 118i-1198; Innocent III, 1198-1208; Innocent III, 1208-1216.

Sabbadini Remigio. Un secondo Leonardo aretino e le origini di Plinio e Svetonio. (In Rivista etnea. Anno ), no. 1).

Tratta di un Leonardo di Arezzo che nel 1414, o giù di lì, era allo studio di Padova sotto il Barzizza: e publica di lui alcune lettere, una delle quali aveva data già in luce il Gamurrini erroneamente attribuendola a Leonardo Bruni.

(94 Soartazzini Giovanni Andrea. Aus der neuesten Dante-Literatur. (In Beilage-Nummer 81 zur Allgemeinen Zeitung. Aprile, 1893).

Parla di Alcuni studi su Dante Alighieri del Poletto, i cui giudizi rispetto al potere temporale dei papi non posson essere spassionati; esamina nelle sue parti l'importante volume Year Book of the American Dante Society ; dà giudizio sfavorevole sulla Beatrice Portinari del padre Berthier; rileva il moltiplicarsi delle edizioni del poema dantesco anche al meglior mercato, come quella dell'editore Barbera di Firenze a cinquanta centesimi, le quali non giovano, per altro, in nessun modo, rispetto al testo critico che, se ci basti la vita, ci vedremo offerto dalla Società dantesca italiana di Firenze, e quindi accenna alla edizione minore del proprio commento lipsiense datoci testè dall'Hoepli, e tratta, poco favorevolmente, di quella impresa dal Berthier di Freiburg e dal Penco. Applaude all'edizione udinese del commento del Bambaglioli, presentata dal Fiammazzo (cfr. il no. 74 di questo Bollettino) e a quella ponteficia di fra Giovanni da Serravalle (non Senavalle) curata dai padri Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli; e, finalmente, ragiona delle traduzioni tedesche recenti del poema di Dante e delle illustrazioni artistiche Luca Signorelli 's Illustrationen zu Dante's divina Commedia (a cura di Franz Xaver Kraus, Freiburg i. B., 1892), Die Kunstlehre Dante's und Giotto 's Kunst, (a cura di Hubert Janitscheck, Leipzig, 1892) e del manoscritto grenobliano dell'Eloquenza vulgare publicato a cura del Maignien e del dr. Prompt (Leo S. Olschki di Venezia, editore, 1892).

(95 Simonetti Giuseppe. - 1 biografi di Castruccio Castrcani degli Antelminelli. (In Studi storici. Vol. II, no. 1).

Nel corso di meno di un secolo abbiamo quattro vite di Castruccio: quella scritta dal Tegrimi, quella di Niccolò Machiavelli, quella di Aldo Manuzio iuniore e quella del Richi. L'autore passa qui in rassegna, una ad una, queste biografie, per concludere che tutti gli storici del Castracani non fecero altro che camminare sulle tracce del primo biografo di lui, col quale l' apoteosi dell’Antelminelli incomincia, dopo le crudeli ed ingiuste guerre fatte a Lucca dai fiorentini, e dopo le usurpazioni territoriali che ebbero a soffrire i lucchesi per parte di questi ultimi. Era come una vendetta e una rappresaglia il gettare in faccia ai fio. rentini il racconto delle prodezze del loro grande inimico, benchè, nel fatto, la dominazione di Castruccio a Lucca fosse stata esiziale.

(96 Stampini Ettore. – Alcune osservazioni sulla leggenda di Enea e Didone nella letteratura romana. (Recensione firmara E. C., ivi).

Lo Stampini, dopo aver fatte alcune osservazioni sull'episodio vergiliano di Enea e Didone, ritiene che ci sia del vero nella vecchia opinione del Niebuhr, che cioè la leggenda troiana sia indigena nel Lazio, inquantochè essa, pure essendo di origine greca, per opera dei romani e dei latini acquistò maggiore amplificazione ed accentuò sempre più il suo carattere antiellenico preso nella Sicilia occidentale. Quivi essa sarebbe stata viva già prima di Stesicoro e nei primi anni della republica sarebbe passata nel Lazio, come naturale prodotto dell'importazione del culto di Venere Ericina: e in una leggenda locale della Sicilia stessa sarebbe stato il germe del legame che uni, più tardi il nome di Enea a quello di Didone e diede a Nevio oggetto di epica poesia. Lo Stampini, in fondo, accetta cosi l'opinione del Nissen e si scosta invece da quella dello Schwegler. Egli sostiene la sua tesi con dottrina e chiarezza e con pregevole eleganza di esposizione.

(97 Tamassia Nino. Recensione del libro di Carlo Cipolla « Il trattato De Monarchia di Dante e il De potestate regia et papali di G. da Parigi. (In Russegna bibliografica della letteratura italiana. Anno I, no. 3).

L'oggetto delle feconde ricerche del Cipolla è riassunto fedelmente in queste parole nelle quali sta tutto il disegno del lavoro suo: « Esaminare come Dante intenda l'Impero nel libro che ha dedicato ad esso espressamente, e vedere le relazioni che le sue opinioni hanno con gli scritti del tempo... ». Per comprendere bene il concetto dantesco affermato nel De Mo. narchia l'autore è tratto a studiare ne' documenti dell'età il valore, per così dire, pratico e dottrinario dell'impero e l'opposizione esistente già fra l'impero romano in senso tradizionale, cioè quasi mondiale, e il più ristretto e meno remoto dalla realtà. Dante ha lo sguardo rivolto al guelfismo francese, ed è contro questo che egli drizza i suoi strali vigorosi. Ai tempi di Dante s'iniziavano i primi tentativi della monarchia francese per tramutare quello stato feudale in robusta unità di regno: e il pensiero politico e scientifico accompagnava quegli sforzi. Giovanni da Parigi, morto nel 1306, combatte fieramente la monarchia universale; nulla vede di provvidenziale nel vecchio impero romano, che non diede la decantata pace al mondo, che fu costituito per forza d'armi. Lo scritto del giurista francese ha un carattere polemico; sostiene e prova la piena indipendenza del suo paese dall'impero. Al contrario Dante: per Dante la continuazione e il perfezionamento dell'impero romano si hanno nel concetto di una monarchia universale, nella quale tutte le nazioni debbon esser comprese. Il Cipolla, esponendo le idee di san Tommaso, di Egidio Colonna, di Dante, di Giovanni di Parigi e confrontandole nel modo più acconcio, giunge alla conclusione che leggendo questi varii trattati l'uno accanto all'altro, vediamo diminuire la originalità di ciascuno. E sia: ma per mezzo di questi raffronti riusciamo a conoscere le diverse correnti scientifiche dei tempi, una de!le quali è così scultoriamente delineata nell'opera dantesca.

(98 Tenneroni Annibale. Di un compendio sconosciuto della « Cronica» di G. Villani Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, 1893, in 8.°, di pagg. 8.

Då la notizia e la descrizione di un codice che insieme ad altro importante manoscritto villaniano del finir del trecento o de' prim'anni del quattrocento, saranno indicati nella terza parte, ora in corso di stampa, del Catalogue des livres de feu M. le comte Jacque

Cfr. no. 92.

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