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Manzoni. Il codice, cartacco, in 8.°, alto m. 0 210 e largo m. 0,143, appare scritto nell' ultimo terzo del XIV o, al più tardi, nel principio del secolo XV. Contiene un compendio della Cronica di Giovanni Villani, compilato e scritto con lettera di forma corsiva, angolosa, molto stretta con unioni continue di parole, correzioni e giunte interlineari da Domenico del Terosi, calzolaio di Firenze, come ne attesta la sottoscrizione al recto della carta 213. Il codice consta di duecentosedici carte aventi un giglio per filigrana, numerate da mano antica, eccetto le ultime tre, con linee scritte da 35 a 50 per pagina ; ha bianche le carte 41 verso e 42 recto, offese dalle tarme le carte 1-5 e 211-216, e restaurate o macchiate le prime venti. Ad ogni quaderno di dodici carte son richiami e piccoli spazi vuoti per le iniziali dei capi i quali vi si succedono, senza distinzioni in libri, segnati di numero originariamente sino al XIII, e preceduti quasi sempre da titoli nello stesso carattere ed inchiostro nero del testo, chiusi fra due trattini. Nei margini, sei disegni a penna, rozzamente tracciati da mano posteriore, dei quali tre ricordano il ponte a s. Trinita, a carte 36 recto; la Ciesa di sta (Croce) quando si comicio, a carte 85 verso; e di santa Maria del Fiore come si chrebe, a carte 104 verso, colla celebre cupola. Conserva il volume, guasta in più parti, la legatura originale, in asse ricoperte di cuoio scuro con impressioni a secco e vestigia di borchie e termagli: vi precede un foglio di risguardo membranaceo, tagliato circa la metà. Il testo comincia al recto della prima carta: cronache fiorentine | [q] uia apreso brieue mente chonteremo len | ouita antiche di fiorenza presso i la citta di fiesola disfatta per gli rol mani giulio ciesare il quale aueua auta i quelli vitoria con sua giente isciese gil uso alpiano preso alla riua darno: la dove i fiorino chonsue hoste era istato morto dla fiesolani .... Ficisce col capitolo 51 del libro XI, che va da carte 215 recto a 215 verso e s'intitola : chome le brigate di meser mastino chaualcarono in | sul contado di firenze. Segue la sottoscrizione. Scritte di una diversa mano e posteriore son le note di varii sog. gerti nel margine della carta 13 verso a 107 recto e il relativo indice o tavola a carte 214. Il Terosi principia le sue cronache con una riduzione dei capi 38 e 42 del I libro, Come di primo fu edificata Firenze, e Come in Firenze fu fatto il tempio di Marte (ediz. del Ma. gheri, Firenze, 1823) dopo di che salta al capitolo 57, Martirio di san Miniato ; quindi dal capo 60, Come la fede cristiana fu prima nella città di Firenze, ai capitoli, 3, 4, 6, 15 del Il libro, e sempre seguitando nel metodo propostosi, di escludere, cioè, i fatti non appartenenti a Firenze, giunge al capitolo 51 dell'XI libro, ossia al 15 di luglio 1336, dove precisamente pure si arrestano il compendio anonimo serbatoci dal codice Magliabechiano 1, 252 ed altri apografi che credonsi derivati da un testo rimasto inutilo a quel punto. A dar qualche idea del come e quanto il Terosi, a differenza dell'anonimo, ora trascriva, or riduca e qualche volta anche agginga, il Tenneroni offre in saggio il capitolo 25 del V libro del Villani dal codice della Riccardiana 1532 co' due compendi, la cui indipendenza tra loro per più ragioni si fa palese : ed avverte che il capitolo 124 del VII libro riportato dal cal. zolaio fiorentino per intero, è compendiato dall'anonimo in pochi righi : e che il noto passo del capitolo dedicato a Dante sul comento delle XIV canzoni e sul trattato di Volgare elo. quenza, del quale il Riccardiano 1532 manca, leggesi invece nell' autografo del codice manzoniano, che in ciò concorda coll' altro Riccardiano segnato 1533, della fine del trecento. Di Domenico di Giovanni Del Terosi, novello onore delle arti fiorentine, tacciono le bibliografie toscane: e il Tenneroni fa sapere che ogni sua ricerca fatta altrove è riuscita vana. Con tutto ciò, il nome, da prima ignoto, del calzolaio riduttore della Cronica non andrà, d'ora in poi, disgiunto da quello del primo storico d'Italia nostra.

(99 [Tromacoldo). San Francesco d'Assisi. (In Folchello. Anno II, no. 96).

Rende conto della conferenza tenuta dal dottor Corrado Ricci nella sala del Collegio romano il 6 dello scorso aprile. L'oratore, con la parola facile, semplice e pure effica. cissima, con la coloritura chiara dei particolari, delle figure, del paesaggio, ha precisamente trasportato gli ascoltatori fuori del secolo presente, nel mondo dove san Domenico e san Francesco d'Asisi, Dante e Giotto vivevano. Il medioevo ebbe specialmente due farti, diremo, sociali: la violenza brutale e le eresie. I due santi, accomunati appunto in una terzina di Dante (Paradiso, XI, 37-39), finirono per contrapporsi a quei due vizi del tempo. San Domenico, ingiustamente accusato d'aver creato il tribunale della inquisizione, ebbe una vita di dotto combattente e trascorse il mondo come torrente d'alta vena pieno: san Francesco, invece, ingentili gli animi e converti i violenti: la vera adorazione delle stelle, della luna, del sole, delle piante, è tutta una conversione delle anime all'amore, alla pace, alla gentilezza. Il parallelo che il Ricci ha fatto tra l'atleta della chiesa e il poverello d'Asisi è stato splendido. La diversità de' due santi si trova nel presagio, dove le loro opere si compirono, nella loro morte stessa, nei simboli che l'arte ha scolpiti sui loro sepolcri. La figura di san Domenico è necessaria perchè spicchi bene dallo sfondo quella del frate poverello. San Francesco predicava in modo strano; le sue parole erano come i suoi fioretti : massime staccate, senza una tesi logica, senza una dimostrazione teologica. Ma quell'arte, e forse più la persona del fraticello, esercitava sulla moltitudine un fascino grande. Dopo le sue prediche i cittadini, da lungo tempo in guerra, facevano la pace e gli odi si deponevano. A Bologna molti scolari dello studio, attratti dalla predicazione di Francesco, si fecer mo. naci. Quello era allora un santo veramente popolare e democratico. I freschi di Giotto che rappresentano la vita del poverello danno la vera idea ascetica, mistica del frate: sono parecchi gruppi simbolici dove son rappresentate la castità, l'umiltà, la povertà, l'obbe. dienza. Corrado Ricci ha descritto tutto questo con arte finissima rilevando come nell'alle. goria Giotto abbia tratto più volte il suo pensiero da imagini dantesche. Ma il gruppo pri. meggiante è il matrimonio di san Francesco con la povertà, dove alcuni particolari non si intenderebbero se non si ricorresse a reminiscenze del poema dantesco. Giotto fu il solo che diede all' arte san Francesco estatico, assorto nella contemplazione divina, nella quiete del paesaggio umbro. La tecnica conferì molto a questa espressione artistica. Nei secoli poste. riori questo concetto si perdette, e più tardi san Francesco fu sempre rappresentato in ca. verne col teschio in mano, col crocefisso e col libro. L'arte moderna si studiò di risalire alla bella idealità del trecento. Il conferenziere citò parecchi esempi i quali dimostrano quale influenza abbia esercitato il poema dantesco su l'opera artistica di Giotto; e finì ricordando come Dante, mentre studiava a Bologna, assistette ad una celebre solennità francescana, dove vide Piero da Medicina, Francesco d' Accorso, i due frati godenti, Venedico Caccianemico, Ghisolabella, Oderisi di Gubbio, Franco bolognese : gente che nella Commedia ha di poi trovata l'immortalità.

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Valeggia Gildo. Su di un luogo del canto VIII del « Paradiso » dantesco. (In La Biblioteca delle Scuole italiane. Anno V, no. 14).

Si riferisce al passo Però ch' io credo che l' alla letizia dal verso 85 al go del canto VIII di Paradiso, ove il poeta manifesta la propria gioia a Carlo Martello che gli ha parlato di sè e del fratello Roberto, e che l'autore spiega : Godo che tu vegga la mia letizia in Dio, perchè così la vedi quale io la sento, mentre io, per quanto mi sforzassi, non potrei trovare parole adeguate ad esprimertela. Ora godo proprio anche del fatto che tu questa mia letizia la vegga in Dio, cioè che tu sia qui beato, nel paradiso. Dante dice qui, in modo o più sublime o più ostico, quanto ha detto a Nino dei Visconti nella valle fiorita dell'antipurga. torio, VIII, 53-57: Giudice Nin gentil, quanto mi piacque Quando ti vidi non esser tra rei!

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Valeri Antonio. Malelda » nuove osservazioni di Mario Mandalari. (In Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca. Roma, febbraio, 1893). Recensione favorevole.

(102 Virgili Antonio. Cfr. i ni. 50 e 69.

G. L. Passerini.

NOTIZIE E APPUNTI.

– Degli opuscoli e degli articoli danteschi rimasti ancora inediti o publicati qua e là per giornali o riviste, oppure in edizioni per nozze, non venali e a ristretto numero di esemplari, e però accessibili a pochi e a molti inaccessibili, inizierà tra breve una ordinata raccolta il Lapi di Città di Castello. Alla nuova publicazione che si intitolerà Collezione di opuscoli danteschi inediti o rari presiederà il direttore di questo Giornale; al quale sarà bene che i cultori di Darite, ognuno nella cerchia delle proprie indagini, siano larghi di aiuto e di con. siglio, e manifestino i loro desideri circa gli scritti dei quali parrà loro più utile ed urgente la ristampa. L'editore promette un volumetto mensile di circa 100 pagine in 16°, al prezzo di ottanta centesimi. Dodici di questi volumetti formeranno una serie per abbonarsi alla quale basterà inviare una cartolina-vaglia di nove lire allo stabilimento Lapi in Città di Castello.

- Sordello e Cunizia nella leggenda sarà l'argomento di uno studio di prossima publicazione del professore Antonio Piccarolo.

– Augusto Conti, commemorando in un breve scritto (in Roma letteraria, I, 11) il padre Ludovico da Casoria, conclude ricordando il monumento fatto innalzare dal buon francescano davanti all'ospizio marino di Frisio ad onore del poverello di Asisi, di Dante, di Giotto e di Colombo.

- Il professor G. Bertolotto, prendendo ad illustrare un codice ignorato di Catullo (ctr. Spicilegio genovese, estratto dal Giornale ligustico, XIX, 7-8, pag. 7), ritorna brevemente, in nota, su la questione se Dante abbia, o no, avuto in mano o letto Catullo, da lui non nominato mai. Conchiude esser inverosimile che il ritrovamento del poeta veronese sia avvenuto nel 1304 o poco prima, quando Dante era a Verona: quasi certamente poi il cantore di Lesbia era ignoto all' Alighieri quando egli scrisse il canto IV dell' Inferno.

Nel Il quaderno di questo Giornale, per una svista che i lettori vorran perdonarci, abbiam data come inedita una lettera del professore Mossotti che fu, invece, publicata fin dal 1805 (Roma, tip. delle scienze matematiche e fisiche) accompagnata da una lunga nota di B. Boncompagni.

Alla direzione del Giornale dantesco son pervenuti in dono i seguenti libri :

Buscaino-Campo Alberto. - Dante e il potere temporale de' papi. Trapani, tip. fratelli Messina e C., 1893, in 8. (Dall' autore).

Cino da Pistoia. Una canzone inedita, pubblicata per cura del prof. Umberto Nottola in occasione delle nozze d'argento dei Sovrani d'Italia. Milano, tip. Nazionale di V. Ram. perti, 1893, in 80. (Dal prof. U. Nottola).

Giordano Antonino Breve esposizione della divina Commedia. Seconda edizione rive. duta e ampliata. Napoli, Pierro ed., (tip. « Monitore degli annunzi »), 1892, in 8.0 (Dall'autore).

Gualtieri Vinoonzo – A tempo avanzato: considerazioni ed osservazioni intorno ad alcuni personaggi allegorici e ad alcuni luoghi controversi del paradiso terrestre di Dante Alighieri. Catania, tip. di F. Martinez, 1892, in 16.0 (Dall'autore).

Kraus F. Xaver. Luca Signorelli's Illustrationen zu Dante's Divina Commedia ; um erstenmal herausgegeben. Freiburg i. B., Akademische Verlagsbuchhandlung von J. C. B. Mohr, (Paul Siebeck), 1892, in 4.°, con XI tavole. (Dall'autore).

Luzio A. e Rod. Bənier Il probabile falsificatore della Quaestio de aqua et terras. Torino, E. Loescher, 1892, in 8.° (Da Rodolfo Renier).

Matelda « Purgatorio » XXVII e segg. Roma, tip. Pallotta, 1892,

Mandalari Mario in 16.° (Dall'autore).

Moda Filippo (Dall'autore).

Saggi critici. Milano, libr. editr. di Giuseppe Palma, 1892, in 16.o picc.

Michelangeli L. A. - Sul disegno dell' Inferno dantisco: studio. Bologna, tip. Zanichelli, 1886, in 8.° con Il tavole. (Dall'autore).

Monini S. – San Celestino difeso dall' accusa di viltà datagli dai glossatori di Dante. Pisa, tip. Orsolini-Prosperi, 1892, in 8.° (Dall'autore).

Poletto Giacomo - Alcuni studi su Dante Allighieri, come appendice al Dizionario dantesco del medesimo autore. Siena, tip. di s. Bernardino, editrice, 1892, in 16.0 (Dall'autore).

Tenneroni Annibale. Di un compendio sconosciuto della « Cronica » di G. Villani. Roma, Forzani e c., tipografi del Senato, 1893, in 8.° (Dall'autore).

Turchi E. La protasi della divina Commedia dichiarata in modo di servire di preparazione allo studio dell' intiero poema. Milano, E. Rechiedei editore, (tip. Capriolo e Massimino), 1891, in 16.0 (Dall'editore).

Proprietà letteraria.

Venezia, Prem. Stab. tipografico dei Fratelli Visentini, 1893.

Leo S. OLSCHKI, odil. e propr.

G. L. PASSERINI, direitore.

Massaggia Luigi, gerente respons.

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Il professore mons. Giacomo Poletto, nel suo ultimo libro intitolato : Alcuni studi su Dante Allighieri, come Appendice al Dizionario Dantesco del medesimo Autore, ha un capitolo dedicato espressamente alla trattazione del Dominio temporale dei papi secondo le idee del sommo poeta.

L'illustre dantista, deplorando lo strazio disonesto fatto dell'opera di Dante da alcuni scrittori d'attualità, i quali, pur di avere il poeta dalla loro, non si peritarono di violentarlo attribuendogli ciò che non disse mai, ampliandolo o mozzandolo secondo le loro mire, si prese l'incarico di mostrare il pensiero di Dante in tutta la sua interezza, in modo che non si possa mai dire che egli lo abbia mozzato o contorto.

In vero che mons. Poletto, a cui l'argomento della mente nelle cose dantesche fa tutt'altro che difetto, avrebbe potuto, meglio forse d'ogni altro, riuscire nell'intento, come ne sono prova le

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