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Cino da Pistoia.

Una canzone inedita, pubblicata per cura del prof. Umberto Nottola in occasione delle nozze d'argento dei Sovrani d'Italia. Milano, tip. Nazionale di V. Ramperti, 1893, in 8°. (Dal prof. U. Nottola).

Giordano Antonino Breve esposizione della divina Commedia. Seconda edizione riveduta e ampliata. Napoli, Pierro ed., (tip. « Monitore degli annunzi »), 1892, in 8.o (Dall'autore).

Gualtieri Vincenzo A tempo avanzato: considerazioni ed osservazioni intorno ad alcuni personaggi allegorici e ad alcuni luoghi controversi del paradiso terrestre di Dante Alighieri. Catania, tip. di F. Martinez, 1892, in 16.o (Dall'autore).

Kraus F. Xaver.

Luca Signorelli's Illustrationen zu Dante's Divina Commedia zum erstenmal herausgegeben. Freiburg i. B., Akademische Verlagsbuchhandlung von J. C. B. Möhr, (Paul Siebeck), 1892, in 4.o, con XI tavole. (Dall'autore).

Luzio A. e Rod Renier Il probabile falsificatore della « Il probabile falsificatore della « Quaestio de aqua et terra ». Torino, E. Loescher, 1892, in 8.o (Da Rodolfo Renier).

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Matelda Purgatorio» XXVII e segg. Roma, tip. Pallotta, 1892,

Saggi critici. Milano, libr. editr. di Giuseppe Palma, 1892, in 16.o picc.

Michelangeli L. A. Sul disegno dell' Inferno dantesco: studio. Bologna, tip. Zanichelli, 1886, in 8.o con II tavole. (Dall'autore).

Monini S.

San Celestino difeso dall'accusa di viltà datagli dai glossatori di Dante. Pisa, tip. Orsolini-Prosperi, 1892, in 8.o (Dall'autore).

Poletto Giacomo

Alcuni studi su Dante Allighieri, come appendice al Dizionario dantesco del medesimo autore. Siena, tip. di s. Bernardino, editrice, 1892, in 16.o (Dall'autore).

Tenneroni Annibale.

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Di un compendio sconosciuto della « Cronica» di G. Villani. Roma, Forzani e c., tipografi del Senato, 1893, in 8.o (Dall'autore).

Turchi E. La protasi della divina Commedia dichiarata in modo di servire di preparazione allo studio dell' intiero poema. Milano, E. Rechiedei editore, (tip. Capriolo e Massimino), 1891, in 16.° (Dall'editore).

Proprietà letteraria.

Venezia, Prem. Stab. tipografico dei Fratelli Visentini, 1893.

LEO S. OLSCHкI, edit. e propr. G. L. PASSERINI, direttore. MASSAGGIA LUIGI, gerente respons.

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Il professore mons. Giacomo Poletto, nel suo ultimo libro intitolato Alcuni studi su Dante Allighieri, come Appendice al Dizionario Dantesco del medesimo Autore, ha un capitolo dedicato espressamente alla trattazione del Dominio temporale dei papi secondo le idee del sommo poeta.

L'illustre dantista, deplorando lo strazio disonesto fatto dell'opera di Dante da alcuni scrittori d'attualità, i quali, pur di avere il poeta dalla loro, non si peritarono di violentarlo attribuendogli ciò che non disse mai, ampliandolo o mozzandolo secondo le loro mire, si prese l'incarico di mostrare il pensiero di Dante in tutta la sua interezza, in modo che non si possa mai dire che egli lo abbia mozzato o contorto.

In vero che mons. Poletto, a cui l'argomento della mente nelle cose dantesche fa tutt' altro che difetto, avrebbe potuto, meglio forse d'ogni altro, riuscire nell' intento, come ne sono prova le

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altre trattazioni, anche in questa del Principato civile del pontefice. Ma. pur troppo, nel ponderare le argomentazioni del Poletto, ebbi ad accorgermi fin dal principio che il suo edificio poggia in buona parte, come il Gran Veglio del monte Ida, sopra un piede di creta; e che il commento del Poletto non porge nella sua vera fisonomia il concetto di Dante.

Se il Poletto non fosse dei pochi scrittori la cui lealtà è superiore ad ogni eccezione, sarei tentato a dubitare che si sia valso dell' esteso e profondo suo conoscimento delle opere dantesche non per chiarire, se ce ne fosse bisogno, ma per abbuiare, davanti alla mente del lettore, il pensiero genuino di Dante. E mi forzerebbe a questo dubbio quel vedere l'autore ricorrere pel commento di passi della divina Commedia, già di per sè abbastanza espliciti, a' principî generali esposti dal poeta in altri suoi scritti minori; e viceversa servirsi di altri passi del poema, riferentesi a fatti particolari, per attutire e ristringere il valor generale di quegli stessi principî.

Se poi si fosse trattato di uno dei soliti articoli di occasione coi quali certi botoli, ringhiosi più che non chiede lor possa, vorrebbero fare di Dante un rabbioso fautore o un non meno rabbioso nemico del poter temporale, certamente non sarebbe valsa la pena di porsi a confutare il loro latrati; ma trattandosi di un commentatore di vaglia come è mons. Poletto, assunto meritamente alla cattedra dantesca istituita da S. S. Leone XIII in Vaticano, la faccenda muta aspetto, e il merito dell'autore richiede che se ne vagli e discuta l'opera.

« Uno dei più validi cavalli di battaglia messi in campo da >> chi sostiene che Dante oppugnasse il Dominio temporale dei Papi, » è senza dubbio questo tratto del Poema:

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Soleva Roma, che il buon mondo feo,

due Soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è giunta la Spada
col Pastorale, e l'uno e l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
perchè, giunti, l'un l'altro non teme.

Purg, XVI, 106-112.

» Ecco, dicono, qui c'è il Pastorale, simbolo di autorità spi

rituale, e c'è la Spada, simbolo dell' autorità civile; ergo, si

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parla del Papa-Re. Ma, cari signori, non è permesso di stravolgere sino a questo segno le parole di un galantuomo, spe»cialmente quando questo galantuomo si chiami Dante Allighieri; >> vediamo. Mi si concede che nel Pastorale si inchiuda Autorità » ecclesiastica spirituale del Papa, in quanto Papa, cioè Domini » nostri Jesu Christi Vicarius et Petri Successor et Ecclesiae univer»salis Antistes (Mon. III, 3 e 6)? Negare non lo si può. Ebbene: » e se al Pastorale dovete dare un significato di Autorità universale, perchè allora non v'accorgete che la stessa logica vi costringe ad ammettere pure nella Spada un significato di Autorità universale, che non può essere che la civile o temporale? A ciò » vi obbliga Dante medesimo, chi ben discerne, là dove nella Mo» narchia (III, 9) ragiona sulle due Spade presentate da Pietro a Cristo; ma vi obbliga ancor più chiaramente colla terzina pre» cedente parlando de' due Soli. Ho già detto altrove come ora » ne' due Soli, ora nel Sole e nella Luna Dante non solo 2, ma » tutti i suoi contemporanei raffigurassero il Papato e l'Impero ; » ora se Papato ed Impero inchiudono un concetto d'autorità uni» versale, perchè non dovrassi dire altrettanto del Pastorale e della Spada, due termini affatto equipollenti ai due Soli? ma il Do» minio Temporale sarebbe cosa tutt'affatto particolare, quindi » Dante nella Spada non poteva per verun modo intendere di quello. D'altra parte, se un Sole ha spento l'altro, resta che » Autorità del secondo Sole, o sia stata nel suo essere distrutta, >> o sia stata alla propria congiunta dal primo Sole. Ma se ne' due » Soli siamo di necessità forzati di intendere il Papato e l'Impero, » non s'è mai capito che il Papato per poche zolle di Dominio temporale potesse così vulnerare l'Impero da spegnerlo e finirlo, » sia pure nell' uno o nell' altro modo. Che cosa intendesse Dante >> lo vedremo più sotto; ma i chiosatori e i critici avrebbero pɔ⚫ tuto risparmiarsi certe strane affermazioni, e dal pensiero di » Dante in tutto disformi, tanto solo che avessero un po' meglio » badato a que' due reggimenti in uno confusi, ai quali il Poeta >> accenna pochi versi appresso (v. 128), e che non fanno che » perfettamente riflettere l'idea de' due Soli, e del Pastorale e della » Spada insieme congiunti ». Questo accampa il Poletto a pagine 153-154 del suo libro. Anche in altro luogo della stessa opera

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1 Cfr. Appendice V., Parte seconda, 5. XIV e XVI

Cfr. Monarchia. III, 4.

ove si tratta del Veltro il Poletto si muove la domanda se le tre Fiere incontrate da Dante alle falde del dilettoso monte, significhino o no vizi universali, e si risponde che erano mali di tutto il mondo. Io pure credo che fossero mali di tutto il mondo, ma che per Dante erano altresì e dell'Italia, e massimamente di una sua provincia, di una sua città, Roma, ove risiedeva la gente che al mondo più traligna, alla quale città il profetato Veltro doveva essere salute. È strano questo modo di vedere del Poletto quasi che un male universale per forza non debba essere anche delle parti, e specialmente della parte principale. Roma poi, secondo Dante, centro del mondo civile e religioso dei suoi giorni, o che almeno doveva esserlo, doveva per forza essere tutt'altro che in salute: sanata la capitale non sarebbe tornato difficile spazzare dal mondo il vizio.

Nel caso presente poi nessuno può negare al Poletto che la Chiesa e l'Impero sono due autorità universali; ma perchè si avverasse la confusione tra i due poteri non era necessario che il papa la facesse da imperatore per tutto il mondo; ma bastava che esercitasse in qualche luogo quella autorità che era propria dell' imperatore. Ora il dominio temporale dei Papi, come era di fatto ai tempi di Dante, implicava per due riguardi usurpazione della imperiale autorità perchè sottraeva al civile comando dell'imperatore la sede istessa dell' imperatore, Roma; e disconosceva negli stati del papa l'alto dominio dell' impero e questo per Dante era precisamente uno scindere l'autorità imperiale, la quale, essendo indivisibile, rimaneva, per ciò stesso, spenta. E lo stesso Poletto, colla scorta di Dante, ci fa intendere che il fatto onde alcuni principati si fecero dall'impero indipendenti, non fu che usurpazione di diritti dell'impero per la debolezza dell'impero stesso, debolezza che a lui venne quando non fu più autorità indipendente, come doveva essere; ma non per tanto Dante si rassegnava al fatto, nè intendeva che l'impero restasse così, perchè egli dice che usurpatio juris non facit jus 3. Pertanto, sebbene Dante non dica con parole vere espresse che il temporale principato dei papi costituiva una scissione nell' imperiale autorità, pure si arguisce dal nesso logico delle sue dottrine politiche che questo era veramente il suo sentimento.

1 Pag. 90.

2 Parad. XVI, 58.

8 Poletto, pag. 102.

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