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altre trattazioni, anche in questa del Principato civile del pontefice. Ma, pur troppo, nel ponderare le argomentazioni del Poletto, ebbi ad accorgermi fin dal principio che il suo edificio poggia in buona parte, come il Gran Veglio del monte Ida, sopra un piede di creta; e che il commento del Poletto non porge nella sua vera fisonomia il concetto di Dante.

Se il Poletto non fosse dei pochi scrittori la cui lealtà è superiore ad ogni eccezione, sarei tentato a dubitare che si sia valso dell'esteso e profondo suo conoscimento delle opere dantesche non per chiarire, se ce ne fosse bisogno, ma per abbuiare, davanti alla mente del lettore, il pensiero genuino di Dante. E mi forzerebbe a questo dubbio quel vedere l'autore ricorrere pel commento di passi della divina Commedia, già di per sè abbastanza cspliciti, a' principi generali esposti dal poeta in altri suoi scritti minori; e viceversa servirsi di altri passi del poema, riferentesi a fatii particolari, per attutire e ristringere il valor generale di quegli stessi principi.

Se poi si fosse trattato di uno dei soliti articoli di occasione coi quali certi botoli, ringhiosi più che non chiede lor possa, vorrebbero fare di Dante un rabbioso fautore o un non meno rabbioso nemico del poter temporale, certamente non sarebbe valsa la pena di porsi a confutare il loro latrati; ma trattandosi di un commentatore di vaglia come è mons. Poletto, assunto meritamente alla cattedra dantesca istituita da S. S. Leone XIII in Vaticano, la faccenda inuta aspetto, e il merito dell'autore richiede che se vagli e discuta l'opera. .

« Uno dei più validi cavalli di battaglia messi in campo da » chi sostiene che Dante oppugnasse il Dominio temporale dei Papi, » è senza dubbio questo tratto del Poema:

ne

Soleva Roma, che buon me do feo,

due Soli aver, che l'una e l'altra strada

facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è giunta la Spada

col Pastorale, e l'uno e l'altro insieme

per viva forza mal convien che vada ; perchè, giunti, l'un l'altro non teme.

Purg., XVI, 100.112.

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Ecco, dicono, qui c'è il Pastorale, simbolo di autorità spirituale, e c'è la Spada, simbolo dell'autorità civile; ergo, si

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parla del Papa-Re. Ma, cari signori, non è permesso di stra

volgere sino a questo segno le parole di un galantuomo, spe» cialmente quando questo galantuomo si chiami Dante Allighieri; » vediamo. Mi si concede che nel Pastorale si inchiuda Autorità » ecclesiastica spirituale del Papa, in quanto Papa, cioè Domini » nostri Jesu Christi Vicarius et Petri Successor et Ecclesiae univer» salis Antistes (Mon. III, 3 e 6)? Negare non lo si può. Ebbene: » e se al Pastorale dovete dare un significato di Autorità univer

sale, perchè allora non v'accorgete che la stessa logica vi co» stringe ad ammettere pure nella Spada un significato di Autorità

universale, che non può essere che la civile o temporale? A ciò » vi obbliga Dante medesimo, chi ben discerne, là dove nella Mo» narchia (III, 9) ragiona sulle due Spade presentate da Pietro a

Cristo; ma vi obbliga ancor più chiaramente colla terzina pre» cedente parlando de' due Soli. Ho già detto altrove? come ora » ne' due Soli, ora nel Sole e nella Luna Dante non solo ?, ma » tutti i suoi contemporanei raffigurassero il Papalo e l'Impero; » ora se Papato ed Impero inchiudono un concetto d'autorità uni» versale, perchè non dovrassi dire altrettanto del Pastorale e della

Spada, due termini affatto equipollenti ai due Soli? ma il Do» minio Temporale sarebbe cosa tutt'affatto particolare, quindi » Dante nella Spada non poteva per verun modo intendere di

quello. D'altra parte, se un Sole ha spento l'altro, resta che » l'Autorità del secondo Sole, o sia stata nel suo essere distrutta, » o sia stata alla propria congiunta dal primo Sole. Ma se ne due » Soli siamo di necessità forzati di intendere il Papato e l'Imperc, » non s'è mai capito che il Papato per poche zolle di Dominio

temporale potesse così vulnerare l'Impero da spegnerlo e finirlo, » sia pure nell'uno o nell'altro modo. Che cosa intendesse Dante » lo vedremo più sotto ; ma i chiosatori e i critici avrebbero poo tuto risparmiarsi certe strane affermazioni, e dal pensiero di » Dante in tutto disformi, tanto solo che avessero un po' meglio

badato a que' due reggimenti in uno confusi, ai quali il Poeta » accenna pochi versi appresso (v. 128), e che non fanno che

perfettamente riflettere l'idea de due Soli, e del Pastorale e della

Spada insieme congiunti ». Questo accampa il Poletto a pagine 153-154 del suo libro. Anche in altro luogo della stessa opera

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Cfr. Appendice V., Parte seconda, S. XIV e XVI. ? Cir. Monarchia. III, 4.

ove si tratta del Veltro 1 il Poletto si muove la domanda se le tre Fiere incontrate da Dante alle falde del dilettoso monte, significhino o no vizi universali, e si risponde che erano mali di tutto il mondo. Io pure credo che fossero mali di tutto il mondo, ma che per Dante erano altresì e dell'Italia, e massimamente di una sua provincia, di una sua città, Roma, ove risiedeva la gente che al mondo più traligna’, alla quale città il profetato Veltro doveva essere salute. È strano questo modo di vedere del Poletto quasi che un male universale per forza non debba essere anche delle parti, e specialmente della parte principale. Roma poi, secondo Dante, centro del mondo civile e religioso dei suoi giorni, o che almeno doveva esserlo, doveva per forza essere tutt'altro che in salute : sanata la capitale non sarebbe tornato difficile spazzare dal mondo il vizio.

Nel caso presente poi nessuno può negare al Poletto che la Chiesa e l'Impero sono due autorità universali; ma perchè si avverasse la confusione tra i due poteri non era necessario che il papa la facesse da imperatore per tutto il mondo; ma bastava che esercitasse in qualche luogo quella autorità che era propria dell'imperatore. Ora il dominio temporale dei Papi, come era di fatto ai tempi di Dante, implicava per due riguardi usurpazione della imperiale autorità perchè sottraeva al civile comando dell'imperatore la sede istessa dell'imperatore, Roma; e disconosceva negli stati del papa l'alto dominio dell'impero : e questo per Dante era precisamente uno scindere l'autorità imperiale, la quale, essendo indivisibile, rimaneva, per ciò stesso, spenta.

E lo stesso Poletto, colla scorta di Dante, ci fa intendere che il fatto onde alcuni principati si fecero dall'impero indipendenti, non fu che usurpazione di diritti dell'impero per la debolezza dell'impero stesso, debolezza che a lui venne quando non fu più autorità indipendente, come doveva essere ; ma non per tanto Dante si rassegnava al fatto, nè intendeva che l'impero restasse così, perchè egli dice che usurpatio juris non facit jus 3. Pertanto, sebbene Dante non dica con parole vere espresse che il temporale principato dei papi costituiva una scissione nell'imperiale autorità, pure si arguisce dal nesso logico delle sue dottrine politiche che questo era veramente il suo sentimento.

1 Pag. go. 2 Parad. XVI, 58. 8 Poletto, pag. 102.

Del resto, venendo anche a maggiore particolarità, non si può negare che Dante condannasse assolutamente nei papi l'autorità civile sopra un territorio anche limitato: basterebbero a provarlo alcuni luoghi del poema ove precisamente si accenna al temporale dominio: San Pietro, indignato contro la Corte di Roma, grida:

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Dove il poeta fa osservare la sconvenienza grande e lo scandalo immenso del vedere le chiavi concesse da Cristo a san Pietro, divenute segnacolo in vessillo che combattesse contro i cristiani; e il papa combattere per mondani interessi di un temporale principato non giudei o saraceni, ma cristiani, servendosi al bisogno, per questo fine, di mezzi spirituali, i quali, di loro natura, sono unicamente ordinati al conseguimento di un fine sopramondano.

Ufficio del Veltro, tra gli altri, era quello di portare la salute a Roma e territorio finitimo, per la difesa e conquista del quale morirono di ferite la vergine Cammilla, Eurialo e Niso e Turno.

Di quell' umile Italia fia salute,

per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo, e Turno, e Niso di ferutc.

Inf., I, 106-108.

Ora la maggior parte dei commentatori, per questa umile Italia, per la quale morirono gli eroi da Dante citati e cantati dal suo duca e maestro, intende l'Italia laziale, giacchè quei personaggi non morirono certamente per l'Italia tutta, ma o per difendere o per conquistare quel territorio basso, piano, che si stendeva lungo le rive del Tevere dal mare ai primi contrafforti degli Appennini. E quando si volesse dare alla morte di quegli eroi un fine più universale, questo non potrebbe essere che la fondazione dell'impero; ma allora Dante non avrebbe accennato all'Italia, e tanto meno all'umile Italia che dell'impero non era che piccola parte

La grammatica poi reclama giustamente la sua parte. Quando si volesse intendere per quell'umile Italia la regione ove il suona bisognerebbe che vi fossero altre regioni con questo nome d'Italia, e che il poeta volesse alludere a quella per la quale morirono Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute; ma il poeta, invece, con una sineddoche specifica questa parte d'Italia la quale più delle altre aveva bisogno di soccorso; quella per la quale combatterono e di ferite morirono la vergine Cammilla, Eurialo e Niso e Turno.

Il Veltro dantesco doveva quindi essere la salute di tutto il mondo, in quanto che doveva cacciarne la lupa, simbolo della cupidigia, e rilegarla nell'inferno; ma principalmente dell'Italia, giardino dell imperio, ed in modo speciale di quella parte di essa che Dante significa, cioè di Roma, dove era germinato ogni male, causa la confusione dei due reggimenti; dove il capo reo torceva il mondo (Purg., VIII, 131) l' umana famiglia sviavasi non vi essendo chi ben la governasse (Parad., XXVII, 140); dove i privilegi eran venduti e mendaci (ivi, 53); e ogni di si mercava Cristo, (Parad., XVII, 51) si comperava e vendeva dentro del tempio fondato sul sangue dei martiri e sulla verità dei miracoli (ivi, XVIII, 123) e la buona pianta, seminata da Pietro, di vite tralignava nella malignità di un pruno (ivi, XXIX, we la mistica vigna imbiancava per la reità del vignaio (ivi, XII, 87), e non colle spade, ma facevasi guerra col pane che la pietà del Signore a tutti liberamente dispensa (ivi, XVIII, 127); dove l'avarizia dei pontefici usava il suo soperchio e attristava il mondo calcando i buoni e sollevando i pravi (Inf., XIX, 105), e si aveva fatto Dio d'oro e d'argento (ivi, 112) ed eransi tramutati del tutto dalla primitiva chiarezza (Par., XXII, 93); dove l'occhio de' pontefici, fisso pure alle cose terrene, non adergevasi in alto (Purg., XIX, 118) e le sostanze de' loro consorti moltiplicavano, mentre niuna cura le prendeva che quelle della chiesa andassero disperse (Mon., II,

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