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Ed è questa forse la critica storica e diplomatica, critica del buon senso, tanto raccomandata nell'interessantissima monografia del Barbi? E cotale critica si fa oggi sui libri di Dante e trova lodi, mentre non si oserebbe di farla sui libri del più mediocre scrittore senza trovar chi ne prendesse scandalo!

Ma quali ne sono i risultati ? - I più circospetti che non fecero mai attenzione come non la fecero neppure i più risoluti - a quel primo dato dopo questa tribolazione avvenne, dato indispensabile per trovar il vero ; e che, mentre tengono la Vita Nuova scriita nell'anno stesso di quel passaggio dei peregrini, o circa - nè in ciò vanno errati vogliono che quelva, che è il secondo dato, indichi un' usanza consueta di tutti gli anni; e da ciò, senz'altro, stabiliscono che quel passaggio sia stato avanti il 1300; e per conseguenza che la Vita Nuova sia anche stata composta avanti il 1300.

Che cosa sappiamo da questo ritrovato più che non si sapesse prima pei ritrovati di quelli che dissero la Vita Nuova scritta in uno degli anni dal 1291-'94? Anche questi anni ne la davano scritta avanti il trecento; e di più ognuno di essi anni era, se non altro, determinato. Perchè non lo determinano anch'essi, indicandone quale degli anni corsi dalla morte di Beatrice, che sono certo tutti avanti il 1300, è quello in cui la Vita Nuova fu scritta, e che sia pure uno degli anni dopo cessata quella tribolazione? Non lo fanno perchè non vi trovano prove a ciò, dando così prova di non curarsi di scoprire il vero. Vedono nel S. XLI indicata un'usanza consueta di tutti gli anni senza che in esso vi sia parola che lo determini.

Ma se essi vedono in quel paragrafo un'usanza consueta annuale, io vi vedo un'usanza consueta di tutti i secoli, cioè il Giubileo del 1300, usanza ed anno che non possono essere scambiati con altri.

Sì, il Giubileo non fu un'instituzione del 1300; fu un'usanza praticata ogni centesimo anno; e Bonifazio VIII, allora papa, ne emanò la bolla confermandola in perpetuum, mosso dal fatto del concorso straordinario dei fedeli, giovani e vecchi, accorsi a Roma da tutte le parti vicine e lontane, fin dalla natività del Signore, per lucrarsi le indulgenze che ogni centesimo anno si largivano. Tra i quali fedeli, racconta Jacopo Stefanesco, consigliere di Bonifazio, vi fu un vecchio sabaudo portato in lettica, il quale diceva di esservi stato cento anni addietro con suo padre allo stesso scopo. Un tale anno non si dimentica mai. La sua ricordanza vive sempre nei fedeli e presso tutte le colte nazioni.

Ed è per ciò che Dante, invece di dire in quel paragrafo apertamente e semplicemente : Dopo questa tribolazione avvenne nel tempo del Giubileo che alquanti peregrini ecc., disse : avvenne (in quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta...) che alquanti peregrini, ecc. E continuando nota che a lui parevano que peregrini di lontana parte, e non più, come farebbe un cronista; e fece cosi perchè il lettore avesse la compiacenza di trovare quell'anno da sè. Nè di più occorreva per trovarlo affinchè ogni lettore della Vita Nuova di quel tempo vi vedesse indicato l'anno del Giubileo; come lo vedono anche i lettori del nostro, i quali senza prevenzioni leggono quel paragrafo dopo aver letto soltanto quello che del Giubileo ne scrissero due soli contemporanei, Gio. Villani e Guglielmo Ventura, i quali in quello stesso anno visitarono Roma; e le poche allusioni al Giubileo del 1300 nella divina Commedia, Inf., XVIII, 28 : Come i Roman, per l'esercito molto L'anno del Giubileo, ecc.; e il canto del Casella.

No, in quel tempo che molta gente va ecc., non indica uno di quegli anni, nel quale si mostrava a Roma la l'eronica nella seconda domenica dopo l'Epifania, per ciò che essendo quest'usanza d'ogni anno, dalle espressioni di Dante non può rilevarsi quale degli anni tra il 1290 e il 1300 esso sia; e Dante voleva pure che lo si sapesse. E la frase in quel tempo per accennare un'usanza che si compiva in un giorno solo, parmi anche molto strana. Altrimenti è se la si prenda per un anno intero.

Egli è quindi che, nella stessa sentenza del va, Dante ne die de note non dubbie per rilevare che quell'anno, quel tempo non poteva essere se non il tempo del Giubileo del 1300.

Nè quel presente va si oppone punto ad intendere che in quello stesso anno che avveniva quel passaggio, Dante scrivesse la Vita Nuova.

Quel va nella nostra sentenza dà un senso che equivale a questo : avvenne in quel tempo che molta gente suole andare per vedere ecc.; ed è per questo che dai sostenitori dell'opinione contraria fu detto, che quel va indica un'usanza consueta di tutti gli anni. E però esso presente va è tanto indeterminato, che può indicare un tempo ancora in durata come un tempo già passato. E nel caso nostro, nel quale l'autore volle lasciare al lettore la compiacenza di trovare quell'anno, non dall'indeterminato l'a, ma dalle circostanze al va annesse, esso va indica con quelle un tempo non ancora passato.

Nè so vedere perchè, s'io dica che la sentenza: avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere, ecc., equivale a questa : av. venne nel tempo del Giubileo ch: (o quando) molta gente va per vedere, ecc., mi si possa chiedere quale lingua faccia io parlare a Dante? come fu fatto altra volta quand’io rispondeva similmente a chi in quel va vedeva un'usanza consueta di tutti gli anni.

Dopo quel paragrafo dei peregrini non vi sono che due soli: uno comincia col cronologico poi, nel quale si accenna a due sonetti mandati a due gentili donne che avean pregato Dante di mandare loro delle parole rimate, del tenore del sonetto diretto a quei peregrini: uno di essi ne è indicato soltanto, l'altro è riportato. Il secondo paragrafo è quello della chiusa della Vita Nuova, che comincia anch'esso con un cronologico Appresso a questo sonetto.

In questo ultimo paragrafo Dante ne dice di aver avuto una mirabile visione, che lo fece proporre di non dire più nè sonetti nè ballate, nè canzoni per la sua Donna, ma un poema, nel quale dirà di lei quello che non fu detto di alcuna. E nella solennità del dire, usata in esso, si sente l'espressione di un'anima profondamente commossa dall'affetto per la sua Donna, dalla grandezza del soggetto del suo Poema, dall'ardente brama di compirlo, da potersi ragionevolmente ritenere che Dante, scrivendo quel paragrafo, dovesse anche sommamente godere per essergli riuscito, col racconto del passaggio di que' peregrini, assicurare la ricordanza di quella mirabile Visione (che dovea essere stato il più solenne momento della sua vita) coll'aver potuto legarla al Giubileo, anno d'imperitura memoria; come fece poscia coll'assicurare la memoria dell'anno nel quale attuava il suo provvidenziale viaggio, cantato nel sacrato Poema, nel quale sciolse davvero la solenne promessa di dire della sua Donna quello che non fu mai detto di alcuna, legandolo allo stesso anno d'imperitura memoria col primo verso di esso : Nel mezzo del cammin di nostra vita.

E qui, prima di passare all'altra variante, mi sia permesso di dire che il nobile sodalizio di Firenze - a fine di far finita e la questione tra i dantisti, insorta nell'interpretare il

passo

di Dante, l'interpretazione del quale è la più importante per la questione trattata, e per essa molte altre forse non meno interessanti dovrebbe rivolgersi direttamente a parecchi astronomi, a preferenza italiani, affinchè essi per amor di patria vogliano indicare quale delle due rivoluzioni di Venere secondo gli astronomi antichi, la vera di giorni circa 365 o quella d'anomalia di giorni 584 scarsi; e secondo gli astronomi moderni, la siderale di giorni 225

scarsi o la sinodica di giorni 584 scarsi — abbia inteso Dante d’indicarci dicendo: « Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due diversi (i diversi) tempi » : (Con. vivio, II, 2).

Vediamo ora se la sostituzione della lezione « secondo l'usanza d'Arabia » alla lezione volgata « secondo l'usanza d'Italia » nel S. XXX, per la quale sostituzione è spostata, come si dice, la data della morte di Beatrice, sia la genuina.

Il testo di essa vulgata è questo: «Io dico che secondo l'usanza d'Italia, l'anima sua nobilissima si parti nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l' usanza di Siria, ella si parti nel nono mese dell'anno; perchè il primo mese è ivi il Tismin (Tixryn), il quale a noi è Ottobre. E secondo l'usanza nostra, ella si parti in quello anno della nostra Indizione cioè degli anni domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinaio, nel quale in questo mondo ella fu posta : ed ella fu de' cristiani del terzodecimo centinaio ».

Confesso che a me non urtò mai i nervi nè l'usanza d'Italia nè l'usanza nostra, ch'è anche essa usanza d'Italia. Un italiano, scrivendo per gl'italiani, di' quale calendario dev'egli servirsi se non dell'italiano, per indicare il giorno, il mese, l'anno della morte di persona italiana? ed egli ne indicò anche l'ora! Ma me li urtò, e molto, quell'usanza di Siria, non ostante quell'aggiunto : poichè il primo mese è ivi (in Siria) Tismin, il quale a noi è Ottobre ».

Non ne avea la chiave per aprire il segreto quivi riposto. Mi rincresce che l'autore nel tratto riportato non abbia detto di quanto fu spostata la data della morte di Beatrice per quella sostituzione. lo non lo so. S'ha a saper tutto, s'ha a poter leggere tutto che di Dante fu scritto e si scrive? Credo che anche l'autore che, come dice, sta da tre anni raccogliendo quanto si pubblica sulle opere di Dante, non avrà quanto basti per parecchie questioni.

Eppure dantisti, per me di somma autorità, hanno accettato quella sostituzione; e ciò perchè è portata dai migliori manoscritti; e perchè, a detta loro, la lezione secondo ľusanza d'Italia altera l'ordine tenuto nel discorso.

I manoscritti, così detti migliori, quand'anche molii, non hanno tanta autorità per sè da farne credere, per ciò solo, genuine tutte

le lezioni da essi portate. - Nè a me pare che la lezione secondo l' usanza d'Italia ne alteri punto l'ordine tenuto nel procedimento del discorso: esso disordine è del tutto apparente.

Dante volle trovare anche nelle circostanze della morte di Beatrice, come avea fatto nella storia dei loro amori in vita, quanti più nove quelle circostanze potevano offrirgli, dovesse pur valersi della sua ricchissima erudizione in modo non comune. Ma nel farlo egli procede coll'ordine che lo ha guidato nella ricerca: ordine naturalissimo, dell'ora del giorno secondo l'usanza d' Italia - e non di Firenze, lo si noti - del mese secondo l'usanza di Siria, dell'anno secondo l'usanza nostra, cioè dei cattolici italiani, i quali sono la massima parte degli abitanti d'Italia, poichè l’Indizione, o gli anni domini è un'usanza introdotta, senza alterazione dell'anno Giuliano, allora anno civile, dalla Chiesa romana.

Che Dante alla morte di Beatrice fosse in Firenze, lo sanno tutti che lessero la Vita Nuova; ed egli sapeva e dovea sapere quei dati; tant'è che ne dice, non solo l'anno, il mese, il giorno di quella morte, ma anche l'ora! e quel giorno, colla sua ora, quel mese e quell'anno, in sostanza tutti secondo l'usanza d' Italia dove allora, come in tutta forse l'Europa, si conservava ancora l'anno Giuliano, cominciando però a contarlo, non dal suo principio, cioè dall'anno 46 avanti Cristo, ma dall'anno domini.

Che l'ora, il giorno, l'anno, datici da Dante, siano secondo l'usanza d'Italia, non vi sarà, credo, chi ne dubiti; ed io dico che lo stesso è da ritenersi di quel nono mese secondo l'usanza di Siria, che è ivi condizionato.

Dante disse: «e secondo l'usanza di Siria, ella si parti nel nono mese dell'anno »; e vi aggiunse la ragione perchè disse usanza di Siria ponendovi « perchè il primo mese è ivi Tismin (si legga Tixryn) il quale a noi è Ottobre ».

Questa aggiunta è una condizione e vale come se si dicesse : perchè, se a noi il primo mese dell'anno fosse Ottobre come ai Siri è il Tismin, al quale il mese di Ottobre corrisponde ; il mese di quella morte sarebbe anche a noi com'è ai Siri, il nono mese ».

Che poi, in tal caso, quel nono mese sarebbe Giugno, non è da dubitare.

Ma quanti lettori non spalancheranno occhi e bocca leggendo ciò! Eppure non merito nè biasimo nè lode. Dove Dante trovò quell'usanza di Siria per avere un nove di più in quel nono mese dei Siri senza affannarsene punto, come altri crede, ivi trovai io pure quell'equivalente. — Prima però di spiegarmi meglio premetto che a Dante fiorentino quel modo non dovea parere tanto strano

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