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tando per intiero l'importante brano della notissima lettera 209 di santa Caterina da Siena a papa Gregorio XI sedente in Avignone; e dimostra, per tal modo, che l’Alighieri avversò sempre, con grande coerenza, il potere temporale de' papi, e che volle invece l'impero latino civilmente e politicamente ricostituito per intiero e a sè, lasciando libera la sovrana autorità spirituale, preannunziando, quasi sei secoli prima, la formula cavouriana: libera chiesa in li bero stato.

G. GR.

- La pietà nell' « Inferno » dantesco. Milano, Hoepli, 1893, in 8°,

Ruggero Della Torre.

di pagg. 236.

Misterioso il fecondarsi e lo svolgersi d' un'idea !

Come lampo si sprigiona da un cervello infiammato, trova nell'aria l'ossigeno per vivere e, quasi raggio ardente, accende, brucia altri cervelli, suscitando nuove idee, pensieri nuovi. Ma altre volte non è, si può dire, ancor nata, che è già avvizzita : l'ambiente le è contrario, il terreno non è stato dissodato, ed essa non può attecchire. Se ne giace come installizzata in un libro, aspetta che un cervello bene disposto al suo contatto s'infiammi e sia alla sua volta causa che s'allarghi e propaghi. E a poco a poco, per la cooperazione d'altre energie, d'attività diverse, per l'intima vigoria propria della costituzione sua organica, l'ambiente si viene modificando, s'adatta al clima nel quale essa può vivere e dessa rispunta fuori bella e immortale. Svolge allora tutte le sue energie latenti, lotta contro tutte l'altre idee, contro tutti i pregiudizi che si oppongono al suo sviluppo e si propaga e trionfa.

Cosi del Dantes Xristi Vertagus.

Ne lancia il primo accenno il Missirini; ma l'ambiente è ancora contrario, l' idea non si fa strada. Quand' ecco a un tratto il Pasqualigo, il Passerini, il Claricini a raccoglierla ; ecco Ruggero della Torre a svolgerla in tutte le sue parti con libri poderosi, che sono tante bat. taglie. L'ambiente si va mano a mano modificando, il terreno si viene preparando a ricevere la sementa ; ed ecco nel mezzogiorno molti giovani accogliere entusiasti la nuova idea, e farsene strenui campioni.

Ma perchè essa si svolge più nella patria del Vico, del Vera, dello Spaventa caso rammento questi nomi che nell'altre terre d'Italia ? E perchè più i giovani l'accet. tano che i vecchi ? Che gli abiti mentali di costoro non si possano più modificare? Che le idealità sviluppatesi ne' loro cervelli non possano essere soppiantate da altre più nuove e teconde? Ma a tutte queste cose io non posso che accennare: è materia però degna che il critico positivista ci pensi e studi sopra. Io ne dovevo almeno toccare, volendo con onesta franchezza manifestare alcune osservazioni, che m'è venuto di fare nel leggere un nuovo libro di Ruggero della Torre.

non a

***

Pensatore forte è certo il Della Torre: ma arruffato, confuso. Lampi d'ingegno vero e sottigliezze di logico formalista; periodi per concisione e vigoria di pensiero potenti, pagine intere aggrovigliate, contorte. Si vede in lui una mente vasta, ci si sente lo studio profondo sui padri e dottori della chiesa. Eppure curioso a notare questo studio se forma per un lato la forza dello scrittore è anche per un altro causa della sua debolezza. La conoscenza del pensiero teologico e filosofico medievale è certo a lui aiuto potente a intendere la Commedia, a penetrarne i sensi riposti; ma il vivere sempre in mezzo a quelle mille sottili quistioni teologiche, a quelle disquisizioni metafisiche, nelle quali pur che sia salvo il rigoroso formalismo logico la realità nulla conta, ha conformato così gli abiti suoi mentali, ch'egli molte volte cerca il sottile e paradossastico più che il vero, s'accontenta più dell'acuto che del reale, vivo e fecondo. È l'effetto triste che la scolastica produce su tutti gli ingegni che non se ne sanno guardare con uno studio assiduo, intenso del pensiero naturalistico moderno.

E nuoce anche al Della Torre quell' essere suo di credente: i fenomeni della psiche vo. gliono essere studiati come ogni altra manifestazione della natura e anche il genio si chiami pur Dante – è sottoposto alle grandi e fatali e immanenti leggi che regolano il cosmo universo. Analizzare scientificamente una psiche il credente non può; del genio non si può fare concetto sicuro; certo è esagerato se non falso addirittura quello che del genio dantesco il Della Torre s'è formato. Bello l'immaginare che Dante, tutto conscio della sua grandezza, tutto pieno delle idealità bibliche e cristiane, pensasse l'opera sua vindice delle infamie di quaggiù. Un rinnovamento morale doveva pure avvenire e il poema avrebbe cacciato la lupa maledetta nell'inferno, onde prima invidia dipartilla. Dante fu uno di quegli uomini potenti, che assommano in se tutte le energie del passato e contengono in potenza quelle dell'avvenire: di qui quel suo genio profetico, nel senso che l'intende la critica positiva moderna.

Ma fare di lui quasi un più che uomo e, a furia di circonfondergli attorno nimbi d'ideale, trasfigurarlo in un santo, questo no. Dante è grande perchè gli affetti e le passioni umane urlano terribili nel suo cuore e quasi lo schiantano: vive eterno appunto perchè affetti e passioni sono umani. Prosegue un ideale grande di giustizia : ma credere, come fa il Della Torre, che ad esso egli subordini ogni suo sentimento è troppo davvero. Potrà darsi forse che il Bartoli in quel suo capitolo, magistrale del resto, La politica e la storia nella divina Commedia (v. VI, p. II) abbia, a volte, esagerato ; ma come, per portare solo un par d'esem. pii, il Della Torre non sente ruggire l'odio, e odio terribile, nell'episodio di Filippo Ar. genti, in quello di Vanni Fucci? E non mi dica, odio si, ma al peccato: troppe volte Dante mostra d' odiare il peccatore, proprio lui, il peccatore. Nell'opera sua egli ha portato tutti i suoi sentimenti e le pagine sue or mugghiano d'ira, or muggiscono d'odio, come ridono d'amore, come piangono di compassione. Le idealità astratte e supermondane possono fare il santo, non fanno l'artista.

Dunque il poeta « nella scelta delle persone, onde popolò i tre regni, non obbedì sempre ad un concetto di severa giustizia oggettiva ? » Alla fama e all'altezza morale di lui basta ch'abbia creduto di obbedirvi; l'oggettività lasciamola se è possibile agli uomini di scienza : non andiamo a cercarla nell'artista che canta quando la passione gli freme in petto.

Ma da quel suo misticismo filosofico negli scolastici naturale alıri e più gravi danni derivano al Della Torre. Anzitutto, quella mal celata noncuranza, per non dire addirittura quello sprezzo, per quanto è storia. Sta bene che il poema è a prima di tutto opera lettera. ria » ma credere che ad intenderlo basti studiarne lo stile, è troppo poco davvero. La Comme. dia è anch'essa uno de' tanti fenomeni del medio evo e senza la conoscenza del tempo nel quale esso si svolge, non lo si può comprendere, se comprendere vuol dire avere d' una cosa nozione chiara ed esalta. E badi il Della Torre, egli che e giustamente dà tanta parte alla conoscenza del pensiero medievale: conoscere il pensiero del medio evo che altro è se non conoscere una parte della storia di esso ? E come si fa, ad esempio, affermare che il poeta fu sempre giusto, se prima d'ogni uomo ch'egli esalta o condanna non si è esaminata la storia, non si sono criticamente vagliati tutti i fatti ?

Il Della Torre mi risponderà: c'è l'arte, si, ma è appunto cotesta arte grammatica, cotesta sua faticosa ricerca dello stile, che l'ha portato dato l'indirizzo de' suoi studi

alle stranezze cui è arrivato. Curioso il concetto che dell'arte dantesca, e per conseguente poi della vergiliana, ha il Della Torre ! Buttati là in sul bel principio tre o quattro grandi concetti il poeta non avrebbe poi fatto che elaborarli e svolgerli a passo a passo, carezzandoli, dilucidandoli, dando loro in sulla fine piena e propria individualità. Cosi ad ogni piè sospinto referenze, richiami, un diluvio d'attinenze e di relazioni col testo precedente.

Ma che proprio Dante, quando, coi polsi tremanti, colla febbre addosso traduceva nella parola il pensiero che gli bruciava il cervello, che proprio allora badasse a tutta codesta roba sottile, misera e pedantesca ? Perchè se l'arte della Commedia consistesse in ciò che il Della Torre vuole, ben gretto artista sarebbe Dante Alighieri. Rispondenze, referenze in alcuni luoghi capitali, più dottrinali che affettivi ci sono, e molte di queste il Della Torre ha acutamente notato; ma che quasi ogni parola sia in rispondenza con le precedenti, che ognuna dalla collocazione, dal contesto abbia un valore speciale, via, questo è un esagerare bello e buono.

Curioso che il Della Torre di cotesta sua arte grammatica creda di trovare la controprova in Vergilio; anche Vergilio nell'Eneida e nell'altre opere sue ha tessuto un' allegoria non dissimile dalla dantesca: anche il mite poeta de' campi s' era prefisso su per giù lo scopo che consumò la vita agitata dell'esule fiorentino.

Ecco: che Dante vedesse in Enea una missione da compire, che nell'opere del suo maestro e del suo autore egli trovasse allegorie molte e confacenti al suo gusto, all'indirizzo de' suoi studi, questo io ammetto volentieri. Ma che proprio Vergilio si proponesse ciò che pensa il Della Torre, che i fini e i modi suoi artistici fossero quelli che egli ama di attribuirgli, questo nessun critico serio gli potrà concedere. Il Vergilio del Della Torre è il vecchio Vergilio medievale, non il poeta di Roma pagana e imperiale; ecco i frutti della scolastica. E si vegga stranezza: lo stile vergiliano che « grandeggia nel poema dantesco.... ne è la chiave degli enigmi, come, a sua volta, il poeta (Dante) è la chiave vera ed unica di tutte le opere vergiliane, che aspettano ancora chi le apra del tutto e rifaccia di Vergilio una figura meno strapazzata dai rimproveri frequenti dei suoi critici e commentatori » (p. 146).

Sicchè l'uno è la chiave dell'altro: Dante spiega Vergilio e.... viceversa. Davvero che se avessi voglia di piacevoleggiare e stesse bene in argomento così serio, vorrei domandare : ma e la toppa che aprono qual' è? L'egregio critico mi potrebbe rispondere che sono chiave e coppa insieme, e vada pur così. In ogni modo resta sempre che Vergilio due soli finora l'hanno capito bene: Dante prima, il Della Torre poi.

Peccato davvero che pensatore così geniale immiserisca l'ingegno forte in arzigogoli di tal fatta ; e non s'accorge quanto noccia alla causa buona che sostiene. Perchè i più non sanno nell'opera sua separare le esagerazioni scolastiche da quanto è vero e profondo e il suo sistema presentato in modo e in forma così strana a' più riesce ostico ed impossibile.

Vera ad esempio nella sua sostanza la tesi dominante nel libro, che m'ha fornito il modo di fare queste poche e amichevoli osservazioni: il poeta ci si mostra tanto benigno quando cade per l'infinita pietà de' due cognati, quanto ci appare crudele allora che strappa una ciocca da capelli di Bocca, il traditore della patria là a Montaperti. «Ma fra l'apparire primo di questa sua pietà e il cessare di essa, cioè il mostrarsi spietato, corre una scala ben gra. duata, per la quale i due sentimenti, l'uno degradante, l'altro ascendente s' intrecciano senza mai offendere la logica e la verità, senza turbare mai, colla più piccola incoerenza o contraddizione, sia pur apparente, il soggetto trattato » (p. 9).

Se si fosse sempre tenuto stretto alla sua tesi, se con troppe e troppo lunghe digressioni non avesse nociuto all'economia del libro, e non avesse voluto trarre conseguenze impossibili o per lo meno troppo ardite, il Della Torre si sarebbe certo meritato il plauso di tutta la critica italiana,

Cosyo.

BOLLETTINO

Aragona Carlo Tommaso. Interpretazione della prima terzina del canto VI del « Pur. gatorio ». (In Roma letteraria. Anno I, no. 16).

Confuta uno scritto sopra questo tema del sign. Masaracchio apparso recentemente nella Rivista etnea, e prende occasione da ciò per dare anch'egli una sua interpretazione della famosa terzina. Per dipingere Farinata, simbolo dell'amor di patria, Cavalcante, simbolo dell'amor figliale, Dante si serve di un contrasto di luce e di ombra per formare un quadro ammirevole e dar rilievo a' lineamenti delle sue figure. E ciò è logico, perchè in natura nulla è assoluto e tutto è relativo: il bello e il brutto, la forza e la debolezza, l'odio e l'amore, l'ombra e la luce .... Così anche nella pittura. La figura è riprodotta dall'armonia della luce e dell'ombra; e quanto quest'armonia e l'accordo de' toni son più perfetti, tanto più perfetto è il quadro e l'artista più abile. Dante segue appunto questo metodo costantemente; e con questo criterio eseguisce quindi anche il quadro contenuto ne' primi versi del canto VI di Purgatorio. Dante qui dipinge un vincitore della zara che allegro e lesto esce seguito da coloro che vorrebber partecipare del guadagno della vincita, mentre il perditore, che se ne sta dolente a ripetere le volte, cerca di imparare meglio il giuoco e prepararsi così alla rivincita. Tale la similitudine. Ora, se nulla è d'assoluto ma tutto di relativo, ed è questa la pietra angolare su cui si basa l'edificio dell'arte dantesca, abbiamo avuto dipinto il perditore, che è certamente tutto l'opposto del vincitore; ed in quella relazione tra il vinto, che ripete le volte, ed il vincitore che distribuisce strette di mano senza fermarsi, ma filando sempre dritto, mentre gli astanti lo seguono perchè vogliono partecipare del guadagno, noi abbiamo il contrasto della gioia e del dolore, della lestezza e della immobililà, del volere e non volere; o, meglio, il vincitore risulta tanto più allegro e lesto quanto il perditore è più dolente e immobile ; il vincitore ha tanta voglia di non dare, quanto quelli che lo seguono di ricevere. La figura che più deve spiccare in questo quadro è dunque il vincitore che va lesto e contento, intanto che il perditore e gli astanti, che lo seguono, sono i chiaroscuri voluti dall'arte dantesca, perchè la figura dipinta, il vincitore che va lesto, rifulga più bella dal contrasto. Se dunque la figura che spicca dalla similitudine è il vincitore, il paragone esiste soltanto per il vincitore; questi non vuol sentire di far parte agli altri, come Dante non vuol sentire le storie di quegli spiriti che gli si fanno tutti dappresso, e promette a questo, e a quello volta la faccia di qua e di là con tanta voglia opposta a quella delle anime che lo seguono.

(118 Auvray Luoien. Cfr. no. 128.

Billia L. Michelangiolo. Dante e il potere temporale dei papi, per A. Buscaino-Campo. (Annunzio in Nuovo Risorgimento. Vol. III, ni 9-10).

In questo opuscolo l'operoso dantista siculo si oppone con vigore di logica, cognizione di causa e valore di persuasione al Poletto il quale, in un suo scritto (Studi danteschi, pag. 151), attribuisce a Dante una opinione troppo favorevole a quel potere temporale che pure è stato cagione di tanto danno spirituale.

(119 Giornale dantesco diretto da G. L. Passerini. (Annunzio, ivi). Non si comprende perchè il solerte editore Olschki abbia ucciso il suo periodico L'Ali. ghieri per sostituirvi quest'altro che del resto è somigliantissimo al primo, da che l'Alighieri

Cfr. no. 124.

non mancava di pregi, e il Giornale non sembra avanzarlo. Ma o con un nome o con un altro una rivista grande, consacrata a Dante, è richiesta non meno dalle esigenze degli studi che dall'onore nazionale. In questo primo quaderno del nuovo periodico è copia diligente di notizie, modernità di intenti e di metodo; ciò che del resto non mancava all'Alighieri di cui è sperabile che la nuova rivista continui le tradizioni.

(120 Bonanni Teodoro. Vincenzo Bellini e la musica italiana. (In Atti dell' Accademia Dante Alighieri, di Catania. Vol. VIII).

Dopo un' epigrafe in onor di Bellini, l'autore parla della musica nella divina Commcdia,

(121 Brown F. Horatio. Rassegna del libro di Hans Spangenberg su Cangrande 1 della Scala. (In English Historical Review. Aprile, 1893). Favorevole.

(122 Bryoe James. — Le saint empire romain germanique et l'empire actuel d'Allemagne: traduil de l'anglais par Emile Domergue, précéde d'une préface de Ernest Lavisse. Paris, Armand Colin et cie., editeurs, (Coulommiers, typ. P. Brodard et Gallois), in 8°, 1893, di pagg. XL1-596.

Sommario. I. L'empire romain avant l'invasion des barbares. II. Les invasions barbares. III. Restauration de l'empire en occident. IV. L'empire et la politique de Charlemagne. V. Les empereurs carolingiens et italiens. VI. Théorie de l'empire au moyen-age. VII. L'empire romain et le royaume germanique. VIII. Les empereurs saxons et franconiens. IX. Lutte de l'empire et de la papauté. X. Les empereurs en Italie; Frederic Barberousse. XI. Titres et et pretentions des empereurs. XII. Chute des Hohenstaufen. XIII. La constitution germani. que : les sept electeurs. XIV. L'empire considéré comme puissance international. XV. La ville de Rome au moyen age. XVI. La renaissance; l'empire change de caractère. XVII. La reforme et ses effets sur l'empire. XVIII. La paix de Westphalie; dernière phase du déclin de l'empire. XIX. Chute de l'empire. XX. Conclusion. XXI. Le nouvel empire allemand.

(123 Busoaino-Campo Alberto Dante e il potere temporale de' papi. (Recensione in La Cul. tura. Anno II della nuova serie, ni. 17-18).

Raccogliendo i passi relativi alla potestà ponteficia nella divina Commedia l'autore vuol dimostrare che Dante non fece che intravedere la formula celebre della chiesa libera nello stato libero, lontana da ogni ingerenza mondana. E cita una bella lettera di santa Caterina da Siena che consiglia il papa a lassar andare l'oro delle cose temporali.

Cfr. no. 119

(124 Castelli Giuseppe. Cfr. ni. 2, 54. 70 e 143.

Cino da Pistoja. Una canzone inedita pubblicata per cura di U. Nottola. (Recensione in Nuova Antologia. Terza serie, vol. XLV, fasc. 12).

Favorevole. Cır. ni. 51 e 136.
Cresoimanno G.

Cfr. no. 131. De Fabriozy C. Recensione del libro di H. Janitscheck « Die Kunstlehre Dante's und Giotto's Kunst ». (In Archivio storico dell'arte. Anno V, fasc. 11).

L’autore si accinge a chiarire la connessione della teoria dell'arte svolta da Dante col. l'arte di Giotto. Prendendo le mosse dalle dottrine relative di san Tommaso d'Aquino egli dimostra che l'Alighieri, in quanto alla metafisica del bello, in sostanza segue le orme del grande propugnatore della filosofia scolastica, di cui egli si confessa discepolo. Sull'origine e sulla natura del bello egli non ci offre altri schiarimenti all'infuori di quelli desunti dal sistema filosofico del suo maestro; il suo merito non consiste in altro se non nell'avere, per mezzo della poesia, popolarizzato la dottrina di lui. Ma oltre alla teoretica vi è pure negli

(125

Giornale Dantesco

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