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guai se non si fa tutto quel che vogliono : « nè alcuna fiera è più nè tanto crudele quanto

la femmina adirata ; nè può vivere sicuro di sè chi sè commette ad alcuna, alla quale paia » con ragione essere corrucciata, che pare a tutte » !!

Qui mi fermo un momentino, e vorrei che lo Scartazzini, al quale non possono essere ignoti i più belli versi dei maestri tedeschi, mi dica se non gli sembra un po' più ragionevole di quella prosa italiana la poesia di Schiller, che dice così:

Drum soll auch ein eniges, jartes Band

die Frauen, die Saenger umslech en; sie wirken und weben, Hand in Hand,

den Guertel des Schoenen und Rechten.

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S'egli mi concede che l'autore della Vita di Dante si diede a conoscere per pazzo e imbecille, quando giudicò a proposito di dettare quel suo vituperio delle donne, vorrei che mi spieghi, come intende che quell'animale sia precisamente il Certaldese, cioè, il più spiri. toso e il più piacevole degli uomini.

Ma continuando il mio elenco di assurdità, ritrovo ancora nella biografia maledetta, che la madre di Dante ebbe un sogno, mentr' era gravida, nel quale, dopo varii avvenimenti, vide il figlio in forma di pavone. E il poema è conforme, « ottimamente conforme o a quell'uccello per quattro ragioni: 1.° Il pavone ha penna angelica.

Perchè?
Ecco :

« Udendo che gli angeli volano, avviso loro avere penne, e non sappiendo alcuna fra questi nostri uccelli più bella, nè più peregrina, nè così come quella del pavone, immagino loro così doverle avere fatte ».

Poi osserva che tuttavia l'angelo è « più nobile uccello che 'l pavone »,

Orbene, io nella mia povera critica non domando altro se non che si voglia confessare, in cortesia, che il Boccaccio fu più nobile uccello che l'autore della biografia. Ma proseguiamo.

2.° La penna del pavone ha cent' occhi. Cento appunto, e esattamente. E i canti del pocma sono al numero di cento.

3.0 Il pavone ha piedi sozzi. Anche il poema posa su certi suoi piedi, che saranno la lingua nella quale è scritto. È la lingua italiana volgare, lingua sozza, lingua, insomma, di porci.

Questo si mette sul conto del Boccaccio. Della quarta ragione non dico niente; il fal. sario pretende che la carne del pavone non si corrompa; ed io vorrei fargliela mangiare dopo sette giorni di esibizione all'aria libera, sulla piazza del duomo, a Firenze, nel mese di luglio. Sarebbe premio degnissimo delle sue invenzioni.

Di fronte a quasi tutte le questioni dantesche, noi ritroviamo per imbrogliarle e renderle inconcepibili, l'autorità di quel falsario. Tale è per esempio quella del libro della Monarchia, che per la maggioranza dei dantisti è opera del poeta, mentre noi abbiamo in certo modo ragioni d'ordine matematico per esser sicuri che non lo è.

Il fatto è dei più semplici.

L'autore della Monarchia ammette, per definire la nobiltà, il principio d'Aristotele che si legge nel libro IV della Politica, al cap. 8. La nobiltà consiste dunque nella virtù e nelle ricchezze antiche.

Ora, tutto il quarto trattato del Convito è scritto per dimostrare che quella definizione è falsa. Del resto, il poeta, nei canti VIII e XVI del Paradiso, difende sempre le idee del Convito. Quelle idee sono la fede filosofica di tutta la sua vita; credere che egli le abbia poi rinnegate, e con tanto disprezzo che non si degni nemmeno di accennare ai motivi di quella ritrattazione, è un principio di tale assurdità che nessuno lo ammette. È dunque cosa evidentissima che se Dante scrisse la Monarchia, non poteva scriverla dopo il quarto trattato del Convito.

Ma poi, in quel trattato, egli attribuisce la definizione aristotelica all' imperatore Federigo II. Dimostra di non aver letto la Politica d'Aristotele, d'ignorare un fatto che è di massimo momento, e questo è che se veramente Federigo diceva esser la nobiltà

Antica possession d' avere con reggimenti belli,

lo diceva per averlo sentito dichiarare da qualche pedante peripatetico del suo secolo. E Dante, nel medesimo trattato, riconosce per altissima e importantissima l'autorità d'Aristotele nelle cose filosofiche, e, per altra parte, non vuole ammettere quella di Federigo per definire la nobiltà. Il suo ragionamento cade in terra, per chi sa che il principio è di Aristotele e non di Federigo.

Qui dunque abbiamo un punto che è fuori d'ogni dubbio. Quando Dante scrisse il quarto trattato del Convito, egli non conosceva ancora la Politica d'Aristotele, o, almeno, non aveva letto il capitolo in questione.

Ma l'uomo che scrisse la Monarchia lo conosceva, quel capitolo: e lo conosceva pur trorpo.

Se dunque si crede che quell'uomo fosse Dante, è forza ammettere che Dante non ha scritto la Monarchia prima del quarto trattato del Convito, nè pure alla medesima epoca.

Non avendola scritta nè prima, nè dopo il Convito, nè anche mentre dettava il Convito, allora è impossibile che sia autore di quel libro.

A quel ragionamento non vedo obbiezioni, non vedo risposta di nessun genere, fuorchè il darmi del presuntuoso, dell'ignorante, dell'animale, e altre gentilezze alle quali prendo a poco a poco l'abitudine.

Ma il vero ostacolo consiste nella stizza di quelli che, dopo aver vagheggiati per tutta una lunga vita di studi certi errori gravissimi, sono costretti ad abbandonarli, e abbando. narli per ragioni oltremodo semplici, che un ragazzo può intendere in due parole. Per difendersi contro l'impeto della verità, si prende un rifugio; si fa una ritirata in qualche fortezza. Si parla di autorità, si dice che secondo questo o quel chiosatore, le cose dovrebbero intendersi in tal guisa ; si vociferano i nomi antichi del Boccaccio, del Petrarca: i nomi moderni di vari professori, quello, per esempio, dello Scartazzini, e cosi si riesce a rimanere nel buio e nelle tenebre, mentre la scienza e la critica vengono fuori con dourine chiarissime colle quali tutto risplende più che il sole.

Il medesimo fenonieno si osserva sempre quando le conoscenze degli uomini fanno un gran passo innanzi.

Nel nostro secolo noi abbiamo veduto, a Parigi, l'Accademia delle scienze dichiarare impossibili e ridicoli i progetti di costruzioni delle ferrovie. Francesco Arago dimostrava alla Camera dei deputati come i suoi colleghi dell'Accademia fossero concordi per stabilire me. diante i principi della fisica e della fisiologia che la ferrovia da Parigi a Saint Cloud non poteva esistere; diceva che, mettendosi in quei vagoni, era forza che i viaggiatori fossero assaliti da varie malattie gravissime. Dovevano morire tutti senza eccezione.

Era pazzo Francesco Arago ? Era imbecille ?

Di certo no. Ma era stizzito. Era uomo dottissimo, studiosissimo, vecchio assai, e si ri. trovava, con grande sua maraviglia, in un mondo nuovo, in un ambiente scientifico strano e incognito, ch' egli non aveva mai contemplato nemmeno in sogno.

Lo stesso avvenne in altri secoli più rozzi del nostro. Chi non sa quanti nemici ebbe il Galileo, e con quante autorità moderne e antiche si seppe resistere alle sue idee?

Gli studi da: teschi sono, attualmente, in una crisi di quel genere.

I professori medioevali, uomini superbissimi, sicurissimi d'ogni cosa, prontissimi a far lezioni ai giovani, trattavano con disprezzo immenso i Kepleri, i Galilei, insomma tutti quelli che, mediante osservazioni nuovissime, ritrovarono la chiave degli antichi errori e si spinsero su quella via di progresso, che, per i peripatetici, non poteva esistere.

Il risultamento fu il medesimo di quello che ebbero gli sforzi di Francesco Arago per impedire che si facessero ferrovie in Francia e altrove.

Fu il medesimo di quello che aspetta gli attuali dantisti, se vogliono ostinarsi nelle leg. gende e nelle favole, e calpestare, con rabbia inutile, le regole d'ogni scienza, continuando, come gli antichi chiosatori. nel sistema di confondere il polo e il zenit, di attribuire ai primi anni del trecento i codici del quattrocento o quelli dei falsari moderni, di considerare come opere di Boccaccio o di Dante, libelli bestialissimi, indegni d'ogni esame serio.

Vuole lo Scartazzini affidare alle fiamme, come faccio io, tutta quella falsa scienza che per il rolgo si chiama dantismo? Vuole egli conservare il suo disprezzo per l'errore, i suoi studi per la verità? Allora avrà nell'avvenire la sorte di Stephenson e di Galileo. Nel caso contrario, la sua gloria sarà quella di Francesco Arago o del padre Grassi, o di quei sofisti greci che negarono l'esattezza delle proposizioni d' Euclide.

È una gloria come le altre, e fra le scuole filosofiche tedesche è noto a tutti che ve n'è una, e non la meno autorevole, che crede utilissima per l'avvenire della scienza, l'azione dei sofisti.

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Per discorrere un poco, secondo quanto ne ho compreso, intorno alla sostanza della con. versazione che ebbe luogo fra Dante e Forese nel sesto girone del Purgatorio a darle mag. giore evidenza mi giova far menzione della chiosa che il Giuliani fa sopra la selva oscura, a ribatterne la storta significazione, che egli applica tutta a carico del poeta, rappresentandolo qual vizioso, ed associato quasi a scostumatezza con un suo caro amico e parente. Non so invero come si possa portare un sifatto giudizio, sia pure per male interpretate parole, tanto discordante e dalla realtà storica, e da quel profumo di maschio sentire che le opere del nostro Dante esalano, e che dev' essere norma a rinvenirvi gli elevati pensieri a cui s'inspirano.

Ciò premesso, trascrivo ne' suoi veri termini la chiosa in questione sulla quale farò in seguito opportune osservazioni : « La selva, dice il Giuliani, significa lo stato dei vizii, o » vogliam dire la vita viziosa in che Dante sonnolento si giacque sino all'età di 35 anni, del

» che abbiamo a sicuro testimonio lui stesso, il quale parlando con Forese gli reca a mente

l'antica e mala convivenza, e soggiunge: Di quella vita, ecc... E di questa speciale opinione trae la sicura testimonianza da quelle parole che il poeta porge a Forese

Se ti riduci a mento
qual fosti meco e quale io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente,

Purgatorio, XXIII, 115.

siccome un richiamo al loro antico passato, e appoggia tale opinione col soggiungimento :

Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi, l'altr' ier, quando tonda

vi si mostrò la suora di colui, e il sol mostrai.

Ivi, 118.

meno

Ma qui l'autore del nuovo metodo per la interpretazione della Commedia mi pare che non abbia bastantemente maturato il suo giudizio, poichè se rispondesse al vero guasterebbe l'armonia del poema, in cui il protagonista appare tutt'altro che un vizioso, e tanto un vizioso volgare qual sarebbe colui che si lasciasse trascinare dalla consuetudine dell'intemperanza. Dante era uomo, e come tale io credo benissimo che se fra gli accusatori dell'adultera del Vangelo si fosse trovato, pur egli sarebbe uscito dal tempio senza gittarle contro la prima pietra. Infatti lo vediamo varcare la soglia di san Pietro coi sette P in sulla fronte impressi dall'angelo col puntone della sua spada ; e più tardi, nel cerchio di coloro che si purgano dell' invidia, l' udiamo rispondere all'ombra di Sapia (Purg., XIII, 133):

Gli occhi ... mi fieno ancor qui tolti

ma picciol tempo; che poca è l'offesa

fatta; per esser con invidia volii.
Troppa è più la paura, ond' è sospesa

l'anima mia, del tormento di sotto :
che già lo incarco di laggiù mi pesa.

Ed era la pena inflitta ai superbi quella che più d'ogni altra egli temeva; era l'orgoglio il suo maggiore peccato che, imitando sant'Agostino, con cristiana uniltà pubblicamente confessa nella sua visione.

Ora quale grandissima differenza non v'ha egli mai, tra la mala consuetudine del gozzovigliare e il sentire troppo di sè ? La prima come disordine ed eccesso cui sempre consente la volontà, abbassa la creatura ragionevole, l'altro, connaturale a certi uomini, sta fra le pas. sioni il principio delle quali, dice l'autore nel trattato terzo del Convito, è per natura del passionato. Ma l'orgoglio in Dante, quale lo si riscontra nella sua vita pubblica, nel suo lungo esiglio, nelle sue opere, era un sentimento elevato che lo rese fidente per istudio ed ingegno nei propri meriti, e che lo condusse a fare le grandi cose, tenendolo sempre lontano da ogni bassezza.

Scrive di lui Leonardo Aretino che, datosi giovanissimo agli studi, non privossi però del sccolo; ma vivendo e conversando cogli altri giovani di sua età, costumato ed accorto e valoroso, ad ogni esercizio giovanile si trovava. E nella Vita Nuova si riscontra che « Quella » gentilissima la quale fu distruggitrice di tutti i vizi e reina delle virtù, passando per alcuna » parte gli negò il dolcissimo salutare »; ma quella distruggitrice di vizi e regina delle virtù era la Beatrice, la maraviglia nell'atto: la speranza de' beati ; la desiata in l'alto Cielo; era la donna tanto amata da Dante fin dalla sua puerizia ; quella pietosa (Inf., II, 133) che lo soccorse mentre ch' ei rovinava in basso loco; e della quale sempre fedele, disbrama infine nel paradiso terrestre degli occhi suoi la decenne sete.

Or com'è possibile che il fedele di tale donna abbia voluto figurare sè stesso come un vizioso ? L'amore delle virtù rende già per sè stesso odiosi i vizi; che se poi la dilezione arriva ad abbracciarle tutte nel suo fontale principio, vale a dire in. Beatrice, l'uomo che la sente in sè forte, necessariamente combatte e discaccia ogni cosa che le sia contraria. E.se la gentilissima regina negò a Dante il suo dolce salutare temendo di essergli noiosa ne tro. viamo la cagione in ciò, che Amore, dice nella Vita Nuova, il quale lo signoreggiava per virtù di lei, avealo volto a simulare amore per tal donna, che doveva essere schermo al vero, come già altra lo era stata prima. Ma che fa dire ad una ballata che muove a lei davanti per disingannarla?

Amore é quei che per vostra beltate

lo fece, come vuol, vista cangiare :
dunque, perché gli fece altra guardare,
pensatel voi; dacch' e' non mutò 'l core.

Che se poi si ricorre al poema molti sono i passi che condannano l'opinare dell'autore del nuovo metodo, massime nella terza cantica, dove spira pel nostro pellegrino tanta predilezione dei beati, e tante buone cose sono dette di lui; ma per non andar tanto lontano basteranno, crei' io, a mostrare il suo corretto vivere due luoghi ai quali voglio di preferenza appoggiarmi, perchè antecedenti alla entrata del secondo regno, là dove il poeta si presenta ancor qual era peccatore e dove veramente principia e si compie la sua purificazione. Quei due luoghi sono entrambi neila cantica prima : l'uno appartenente alla seconda scena del terzo canto che viene così bene particolareggiata in sulla riva d'Acheronte

Ch' attende ciascun uom, che Dio non teme,

e dove il nocchiero della livida palude rifiutando a Dante il passaggio nella sua barca, Virgilio ne queta le lanose gote; e quindi spiegando al suo discepolo la cagione che fa l'anime pronte al trapassar del rio, conchiude :

Quinci non possa mai anima buona ;

e però se Caron di te si lagna,
ben puoi saper omai, che il suo dir suona.

L'altro si legge al canto XXVIII, dove frammezzo all' orribile spettacolo della nona bol. gia, osservata la pena che duramente molestava Bertrano Dal Bornio, introduce al racconto della strana singolarità coll'esame di sè stesso, dicendo:

E vidi cosa, ch'io avrei paura,

senza più prova, di contarla solo,
se non che coscienza m'assicura,

la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'usbergo del sentirsi pura.

Dietro a queste citazioni, per le quali la vita dell' Alighieri si appalesa nell'adolescenza, come in gioventù, costumata e buona, sono ragionevolmente autorizzato a rigettare la non lieve taccia di viziosità, che il Giuliani crudamente gli appone. E dico crudamente quantunque si volesse ribattere che pur quei versi stanno nella Commedia e che non si possono cancellare a comodo di chicchessia, della qual cosa non disconvengo punto; ma non sono del suo pa. rere sul modo d' interpretarli, cioè che essi sieno sicura testimonianza della vila viziosa di Dante, mentre per me suonano invece una dolce ricordanza del passato, promettitrice di salia continuità nell' avvenire.

Le due vedute sono adunque ben diverse, e se mi faccio ad impugnare la contraria è mia

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