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Fazio degli Uberti, il quale nè amò un'Angiola nè cantò altra donna sotto questo nome, ma si valse di esso come di semplice epiteto in quell'unico luogo delle sue liriche dove si legge '; amò bensì Ghidola Malaspina, e, pur tacendone il nome di battesimo, non ne tacque il casato su cui (come il Petrarca su Laura) architettò bisticci e giuochi di parole ? Ecco, se vogliamo risalire più addietro, proprio ai tempi di Dante, Guido Cavalcanti che, rammentando la Mandetta di Tolosa, la rammentò certo col suo vero nome, non essendo possibile credere che egli, anche nel porre in versi la dolce memoria tornatagli di una donna tolosana, abbia provato il singolare bisogno di nasconderla sotto un nome poetico 3. Non inancano dunque gli esempi di nomi reali di donna usati da diversi poeti: ora, basterebbe uno solo perchè l'argomento dello Scherillo e dello Scartazzini perdesse ogni sua forza.

Il secondo argomento, tratto dalle parole del S. 2 della Vita Nuova, «.... la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che si chiamare », non ha maggior valore del primo. Dice lo Scartazzini che la difficoltà d'interpretare quelle parole nasce dal ritener come assioma indiscutibile che Beatrice fosse il nome della fanciulla; mentre invece, continua, se togliamo via questa falsa premessa, il senso diviene chiarissimo : « alcuni, e non erano pochi (molti), i quali » non sapevano come la si chiamasse col suo nome di battesimo, » derivandone il nome dall'impressione che la sua vista su loro

faceva, la chiamavano Beatrice, cioè colei che beatifica chi la » vede * ». Più sotto, riportata l'interpetrazione che di quell'oscuro passo della Vita Nuova dà il Giuliani (Per semplice e naturale effetto che in loro al vederla si destava, la chiamavano Beatrice, indovinandone così il vero nome, come questo le convenisse propriamente),

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· Ecco il passo di Fazio : Amor, non so che mia vita far deggia , qual cammino a campar possa prendere che i miei lamenti intendere non par l'Angiola bella tanto è frigida (v. Renier, Liriche edite ed ined. di Fazio degli Uberti, Firenze, Sansoni, 1883, p. CLXXXI). È così evidente che Angiola non è qui nome proprio che io la scriverei coll'a minuscola.

? Ne dò qui alcuni esempi, togliendogli dal Renier, Op. cit., pag. CLXXXIV-V : trovai Na rosa che sopra il suol de' Malespini è nata; Non più cercar di su la mala spina | coglier la rosa, siccome se' uso; e par come in su la spina rosa.

3 E' mi ricorda che 'n Tolosa | Donna m'apparve accordellata istretta | Amor la quale chiama la Mandetta. (v. P. Ercole, Guido Cavalcanti e le sue rime, Livorno, Vigo, 1885, pag. 383-4).

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aggiunge: « Si stenta a credere che molti, ignorando il vero di lei » nome, lo indovinassero dalla impressione che dalla sua vista ne » ricevevano. Pare che, qualunque quella impressione si fosse, i » molti non sarebbero andati d'accordo nel nome che le davano. » Chi l'avrebbe chiamata Angiola, chi Beatrice, chi Stella, chi Splen» dore di viva luce eterna, chi Loda di Dio vera e chi diversamen» te». - Io non so comprendere come lo Scartazzini non si sia accorto che l'argomento può benissimo ritorcersi contro di lui. Infatti, ammesso pure che la donna di Dante non si chiamasse Beatrice, perchè mai quei molti, che le assegnavano di propria testa un nome a seconda dell'impressione ricevuta, si sarebbero trovati mirabilmente concordi nel chiamarla tutti così (come lo Scartazzini stesso più sopra ammette) e non piuttosto Beatrice alcuni, altri Angiola, altri ancora Stella, ecc. ? Intendiamoci: sono, queste, sottigliezze a cui non tengo minimamente, e che anzi vorrei lasciare affatto in disparte, poichè certo la critica non se ne avvantaggia ; ma, dal momento che lo Scartazzini se ne vale contro l'opinione degli altri, è giusto fargli riflettere che altri potrebbe valersene contro l'opinione di lui.

Procedendo, lo Scartazzini adduce a conforto della sua tesi un fatto « che per sè solo » egli scrive « a noi sembra decisivo » ?. Dante, come si rileva da vari passi della Vita Nuova, faceva di tutto per tener nascosto il suo amore; tanto è vero che scelse, l'una dietro l'altra, come sua difesa, due donne, per la prima delle quali scrisse anche « certe cosette per rima » Ora, è ammissibile, dice lo Scartazzini, che volesse usare il vero nome della sua amata, non solo dopo che fu morta, ma mentre tuttora viveva come apparisce dal sonetto del S. 24 della Vita Nuova e dall'altro sonetto Guido, vorrei che tu e Lapo ed io? non avrebbe egli, così facendo, svelato quel segreto che con tanta cura si studiava di nascondere? Anche qui credo si pecchi d'esagerazione. Il rammentar monna Bice non mi sembra potesse far subito conoscere l'oggetto dell'amore di Dante: forse che a quel tempo viveva a Firenze una Beatrice sola? E poi, anche il desiderio che Dante aveva di celarsi, bisogna intenderlo con una certa discrezione. Quel desiderio era senza dubbio vivissimo, poichè il poeta stesso ce lo dice; ma si sarà manifestato nelle forme pratiche della vita reale, negl'imme

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1 Ivi. 2 Ivi. 3 V. N., S. 5

diati contatti e relazioni che Dante aveva colle persone del suo tempo. Quando, ad es., si trovava in compagnia di suoi conoscenti e la donna gentilissima gli era vicina, egli avrà guardato altrove piuttosto che là dov'ella stava, avrà fissato di preferenza altre donne, quelle dello schermo, avrà magari ecceduto (senza riuscire però in tutto a nascondersi, come vedremo fra breve) nell'affettar noncuranza verso colei che pure stava in cima de' suoi pensieri. È questo un fenomeno psicologico che accade tutti i giorni: e son sicuro che se potessi rivolgermi ai giovani e domandar loro se mai, o per sfuggire ai motteggi degli amici o per un qualche delicato riserbo che mal si può definire e che solo può comprendere colui che lo prova, si sian trovati nel caso di simulare o dissimulare, son sicuro che la maggior parte mi risponderebbe di sì. Nulla dunque di straordinario che Dante, il cui amore (si noti) era timido e reverente, e, diciamo pure, mistico al massimo grado, facesse di tutto perchè occhi indiscreti non lo sorprendessero nella sua adorazione e voci indiscrete non profanassero la delicatezza del suo sentimento. Ma da ciò a concludere che non avrebbe mai scritto neppure il nome della gentilissima, quando, solo, nella propria casa, scriveva un sonetto in sua lode, mi sembra ci sia di mezzo un abisso.

Del resto, la verità di quanto ho detto più sopra, doversi cioè intendere il desiderio di Dante di tenere occulto il proprio amore cum grano salis, emerge, se non m'inganno, da ciò che Dante medesimo racconta nel S. 24, proprio in quel paragrafo da cui lo Scartazzini crede poter trarre il suo argomento decisivo. « Io vidi » narra l’Alighieri « venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa beltade, e fu già molto donna di questo mio primo amico. E lo nome di questa donna era Giovanna, salvo che per la sua beltade, secondo ch'altri crede, imposto l'era nome Primavera : e così era chiamata. E appresso lei guardando, vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me cosi l’una appresso l'altra, e parvemi che Amore mi parlasse nel cuore, e dicesse: Quella prima è nominata Primavera, cioè prima verrà lo di che Beatrice si mostrerà dopo l'imaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, ecc. . . Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo queste, altre parole, cioè: Chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco. Ond' io poi, ripensando, proposi di scriverne per rima al primo mio amico (tacendo certe parole, le quali pareano da tacere), credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà di questa Primavera gen

tile. E dissi questo sonetto ». E riporta il sonetto, di cui a mia volta riporterò le due terzine :

Io vidi monna Vanna e monna Bice
venire invêr lo loco là ov' i' era,
l'una appresso dell'altra maraviglia :

e si come la mente mi ridice,
Amor mi disse: Questa è Primavera,
e quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

Qui davvero non potremmo desiderare una chiarezza maggiore. Dante volle informare l'amico suo Guido Cavalcanti di un fatto che, per quanto in realtà semplicissimo, nella sua immaginazione si era trasformato in un collegamento ideale fra le due donne. Ma dunque il Cavalcanti doveva conoscere il segreto dell'amore di Dante; ma dunque Dante, mentre si sforzava, è vero, di nascondere questo amore ad altri che non avrebber saputo comprenderlo, all'amicissimo Guido lo aveva rivelato. Questa è, a parer mio, una cosa innegabile, se pure non vogliamo negar fede alle parole dell' Alighieri 1.

Ma v'è di più ancora. Quelle due terzine sono per me prova provata (uso qui la frase prediletta dello Scartazzini) che Beatrice era precisamente il nome reale della donna amata da Dante. Chi non si accorge, leggendole, che vi si contrappongono due nomi ad altri due? e chi non sarà disposto ad ammettere che, essendo Primavera soprannome di Vanna e Amore soprannome di Beatrice, ed essendo Vanna il nome reale della donna del Cavalcanti, anche Beatrice dovrà essere di necessità il nome reale della donna dell' Alighieri? Se così non fosse, mancherebbe nelle due terzine una corrispondenza logica: infatti, per una donna si darebbe il nome vero e quello immaginario, per l'altra se ne darebbero due immaginari entrambi. Ma se Dante voleva proprio tener nascosto anche all'amico il nome vero della sua amata e se Beatrice fosse stato veramente il nome poetico di lei, non gli sarebbe mancato il modo di esprimersi diversamente. Avrebbe, per es., potuto dire: Io vidi monna Vanna e la mia donna venire l' una dietro l'altra ; la prima ha per soprannome Primavera, la seconda Beatrice. Ma, poichè così non ha fatto, ed ha accoppiato monna Bice a monna Vanna, ed ha poi attribuito a questa il nome di Primavera a quella il

| Anche l'altro sonetto nel quale Dante nomina Bice (in esso pure accanto a Vanna) è indirizzato al Cavalcanti, come si rileva dal primo verso: Guido, vorrei che tu e Lapo ed io.

nome di Amore, è evidente, ripeto, che la donna dell' Alighieri si chiamava proprio Beatrice.

Del che ci porge una conferma notevolissima il fatto che Dante usa, oltre a questo nome, anche il suo diminutivo Bice ; anzi, è proprio il diminutivo, come abbiamo veduto, che egli adopera in tutte due i sonetti dove fa menzione della donna sua. Ora, Bice, di per sè, non indica niente affatto l'azione del beatificare : quindi, se Dante avesse attribuito alla propria donna il nome di Beatrice appunto per indicare la beatitudine che essa produceva in lui e negli altri, sarebbe in verità molto strano che nelle sue rime usasse invece il diminutivo Bice che quest'effetto di beatitudine non esprime punto. La cosa è chiara: Beatrice era il nome della donna amata da Dante; su questo nome reale egli arzigogolò, come arzigogolò sul nove andando a pescare fin nel calendario d'Arabia e di Siria per decomporre in tanti numeri nove la data della morte di lei; ma quando di fare arzigogoli non aveva bisogno o non provava desiderio, non esitò a chiamarla col suo diminutivo (monna Bice), precisamen

imente come col diminutivo (monna Vanna) gli piacque designare la donna del Cavalcanti.

Da questo punto lo Scartazzini entra in un altro ordine di argomenti. Provato, secondo lui, che Beatrice non fu il nome » di battesimo della donna di Dante, ma un nomignolo dal Poeta » datole » !, egli vuol dimostrare che non può essere assolutamente la Portinari. Non tenendo conto della poco opportuna distribuzione data dallo Scartazzini al suo ragionamento, poichè, se Beatrice non è nome reale, viene di per sè come conseguenza necessaria che non si tratti della Portinari, e quindi l' egregio uomo avrebbe dovuto, mi sembra, invertire le parti, escludere prima la Portinari, per giungere poi ad escludere il nome stesso di Beatrice, vediamo quanto peso abbiano le prove che egli mette innanzi.

Dopo aver detto che i Portinari erano discesi da Fiesole e aver rammentato la fiera ed orgogliosa invettiva che Dante fa nėl canto XV dell'Inferno contro le bestie fiesolane, conclude che dunque Beatrice non era certo una Portinari, poichè altrimenti « la cosa sarebbe terribilmente enorme »?. È impossibile che Dante, « il Poeta della rettitudine, agisse in tal modo .... L'amore per » la sua Beatrice, il rispetto, avrebbero assolutamente impedito al

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