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Per la qual cosa, dicevo io nella mia chiosa, volendo qui l'iracondo custode del quinto cerchio manifestare la sua maraviglia, di vedere un vivo sulla proda dello Stige, vien fuori in quell'or, che ha senso di ora, e vuol dire : Anima fella, sei giunta ora, ancora in vita ? La quale spiegazione io corroboravo con le parole che poco dopo Filippo Argenti grida al poeta dal fango della triste palude: Chi sei tu che vieni anzi ora?

Questa interpretazione, accettata, come pare, da quanti conoscono la mia chiosa, e dallo Scartazzini riprodotta tal quale nel su indicato comento, a me sembra ora molto meno accettabile di altra che da sè stessa si presenta con molta evidenza. Infatti, volendo io sostenere che la discesa di Dante all'inferno sia dai custodi della città di Dite creduta un assalto, simile a quelli di Tesco d'Ercole e d'Orfeo, e che le fiammelle poste alle cime delle alte torri, sieno un avviso d'allarme, si come far si suole (dice il Boccaccio) per le contrade nelle quali è guerra; mi pare che Flegias, chiamato da esse fiammelle, e rapidissimamente accorso alla riva esterna di Stige, piuttosto che maravigliarsi della presenza d'un vivo, intenda contro costui avventarsi con minaccie e con atti ostili. E gridando: Tu sei giunta anima fella, voglia dire: ora t'ho presa, i' ho colla, t' ho accoppata, anima fella! - In simil modo, nella bollente pece della quinta bolgia, canto XXII, quando il misero Ciampolo Navarrese coglie il suo tempo, e fa alla schiera dei demonii di Malacoda quella solenne buffa di liberarsi con un salto dalle unghie loro; Alichino, che cagio fu del suo difetlo, si mosse, e gridò: « Tu sei giunto », cioè: t'ho preso, fa conto d'essere nelle mie unghie.

Ma come la malizia del Navarrese seppe vincere la velocità delle ali di quel malvagio uccello, che non potero avanzare al sospetto, così la velocissima corsa di Flegias, che grida come Alichino: Or sei giunta, anima fella, s'infrange dinanzi alle solenni e ripetute parole, con le quali Virgilio manifesta l'alto fato di Dio a uno strumento della divina Giustizia : Flegias, Flegias, tu gridi a vuoto: Più non ci avrai, se non passando il loto. Cioè a dire: tu credevi di averci colto e accoppato, e nondimeno ci avrai preso teco solo per quel tratto che è necessario a passare la fangosa palude. Le quali parole producono tanta delusione in Flegias, che egli si fa come colui che ascolta grande inganno; e laddove credeva d'esser stato chiamato dalle fiammelle per accoppare un fellone, che aveva ardito impune. mente attraversare tutti i cerchi d'inferno e mostrarsi alle mura di Stige, vedesi invece co. stretto a servirgli da battelliere.

Notevole in questo luogo è il fatto, che lo scorno subito da Flegias venga dal poeta si. gnificato in un modo assai rassomigliante a quello con cui mirabilmente dipinge l'onta e lo scorno di Alichino, canzonato dal Navarrese :

Non altrimenti l'anitra di botto,
quando il falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna su cruciato e rotto.

Così di Alichino; e di Flegias :

Quale colui che grande inganno ascolta
che gli sia fatto, e poi se ne rammarca,
tal si fe' Flegias nell'ira accolta.

Il corruccio d'Alichino è simile al rammarico di Flegias: l'uno e l'altro sono rimasti amaramente delusi nella loro speranza. Del disinganno di Flegias il Poeta ci fa avvertici col verso :

Quale colui che grande inganno ascolta. E qual poteva essere cotesto grande inganno, se non di sapersi chiamato ad accoppare un insolente assalitore, e di trovare invece una potenza infinitamer te superiore alla sua ?

Ammettendo altra spiegazione il grande inganno non avrebbe senso alcuno, nè tanto meno ne avrebbe l'ira accolta nel seno del veloce nocchiero:

Tal si fe' Flegias nell'ira accolta.

Nell' ira, cioè, che egli aveva concepito contro colui che avea osato presentarsi alla spiag. gia da lui custodita.

Dante è entrato in inferno per la porta senza serrame, è disceso di cerchio in cerchio vincendo colle magiche parole di Virgilio la maraviglia e l'opposizione dei primi quattro custodi, ma giunto alle mura di Dite, cinte dalla palude Stige, là dove il vero inferno ha dritto inizio, è naturale che il suo arrivo risvegli l'allarme dei custodi; e come poco dopo saranno i demonii a contrastargli l'entrata, qui è Flegias, che, avvisato dalle fiammette, accorre veloce come saetta, gridando: Alla fine (or, sei presa, anima fella; tu hai potuto impunemente attraversare i primi quattro cerchi, ma qui resterai preso (giunto).

Così solamente può aver senso l'ira accolta, cosi può intendersi il grande inganno. Quanto poi all'estensione che nella Commedia ha il verbo giungere nel senso di prendere, cogliere, afferrare, io credo che tal significato si trovi in parecchi altri casi oltre quello del verso 126, canto XXII dell' Inferno, il solo citato dal Blanc nel suo Vocabolario. A me pare che il verbo giungere stia nel senso di raggiungere e prendere anche nei versi seguenti:

Ciascun confusamente un bene apprende,

nel qual si queti l'animo, e desira :
perchè di giugner lui ciascun contende. I

E, giunto lui, comincia ad operare,

coagulando prima, ecc., ecc. 2

Fuggémi errori e giugnémi paura. 3

Posasi in esso, come fera in lustra,

tosto che giunto l'ha; e giugner puollo;
se non, ciascun desio sarebbe frustra. 4.

Credo che tali esempi bastino, e che ad essi si possa senza difficoltà aggiungere quello del verso 18, canto VIII dell'Inferno:

Or sei giunta anima fella!

Cioè: or sei presi, colt., afferrata.

SETTIMIO CIOLLA

1 Purg., XVII, 127.
2 Ivi, XXV, 49.
3 Inf., XXX1, 39.
4 Parad., IV, 127,

VARIETÀ

Documenti senesi intorno a persone o ad arrenimenti ricordati

da Dante Alighieri.

Le recenti indagini sulla Pia dei Tolomei, delle quali abbiamo parlato nel secondo quaderno della Rivista critica e bibliografica della letteratura dantesca, ci fanno sovvenire nel régio Archivio di Stato senese di molti documenti di persone o avvenimenti ricordati nella Commedia, dei quali fu data notizia agli eruditi ?. E qui ci piace ora richiamarli. Per l'Inferno: il ricordo di Farinata in una lega (1251, giugno 22) tra i ghibellini di Firenze e il comune di Siena; la deliberazione (1263) di costruire una chiesa sul campo di Montaperti, in onore di san Giorgio a ricordanza delia vittoria sopra i guelfi; il dono (1270, settembre) di mille fiorini d'oro al conte Guido da Monforte; la sentenza (1232, decembre) data in favore dei senesi contro i fiorentini dai giudici di Federigo II e sottoscritta da Pier della Vigna; mende pagate (1288, luglio 24) per cavalli morti nella giostra della Pieve al Toppo; elezione di due sindaci del comune di Firenze (1254, aprile 20) nelle persone di Iacono di Rusticuccio e d'Ugo Spini por tratfare una lega con le città di Toscana (autografo di ser Brunetio Latini); bolla (1296, febbraio 23) di Bonifazio VIII di scomunica agli ecclesiastici che pagassero denari di chiesa a persone o autorità laiche; pagamento (1262, luglio) a maestro Guido Bonatti, astrologo, per servigi di

arte resi al Comune; bolia (1261, decembre 23) d'Urbano IV che approva la regola dell'ordine dei cavalieri di S. Maria, detti cavalieri Gaudenti; quietanza (1286) di Albero o Arboro da Siena per centosettanta lire avute dal Comune in nome di fra Bartolommeo inqui. sitore de' patarini; vendita (1293, agosto 21) fatta da Caccia d’Asciano, per dodici lire, di un pezzo di terra nella corte delle Serre, in luogo detto Stecco, a Bernardino Piccolomini; condanna (1278, luglio) di Bartolommeo Folcacchieri, detto l’Abbagliato ?, per essere stato trovato con aliri a bere in luogo proibito; pagamento (1293, agosto) di tre ribaldi i quali arsero Capocchio. Per il Purgatorio: condanne pagate (1282, luglio 13) dal musico Casella per essere stato trovato a girare di notte per la città; diploma (1260, novembre 20) di re Manfredi, dato da Foggia, che riconosce ai senesi il possesso di Montepulciano; rendiconto (1292) di madonna Pia de' Tolomei come tutrice dei suoi figliuoli Andrea e Balduccia, e ratifica (1318, agosto 21) di essa Pia per la vendita d'una casa fatta da Andrea suo figliuolo; deliberazione

sua

i R. ACCADEMIA dei Rozzi. (Sezione di storia patria municipale). La Sala della Mostra è il Museo delle Tavolette dipinte della Gabella e della Biccherna nel R. Archivio di Sato di Siena. Omaggio al quarto Congresso storico italiano. Siena, Sordomuti, 1889, in 16o, di pagg. X1-84. I documenti danteschi sono a pagg. 51-63.

2 Mi sia permesso ricordare qui un grande numero di documenti che sull’Abbagliato e sul fratello suo, Folcacchiero di Ranieri di Folcacchiero, il poeta, raccolsi dal r. Archivio di Stato senese nell'opuscolo Folcacchiero Folcacchieri rimatore senese del Secolo XII: notizie e documenti. Firenze, Successori Le Monnier, 1878. (Nozze Banchi-Brini).

(1285, maggio 8) del Consiglio Generale o della Campana affinchè messer Benincasa d'Arezzo sostituisca messer Guido da Romena, che do veva allontanarsi da Siena; pagamenti (1285) fatti dal Comune ai ribaldi che presero e uccisero Tacco Pecorai, del quale la morte fu vendicata da Ghino suo figlio; sottomissione (1221, ottobre 6) del feudo di Santafiora al comune di Siena, fatta dai conti Ildobrandino Bonifazio e Guglielmo Aldobrandeschi; lettera (1271, aprile 17, da Roma) di Carlo d'Angiò ai senesi confermando loro i privilegi e le giurisdizioni e ricevendo in protezione il Comune; domanda (1294, gennaio 17) d'Ugolino Visconti d'alquanti ca: valieri per passare in Sardegna a riconquistarvi il Giudicato; spesa (1258-"59, febbraio) per i soldati spediti a Campagnatico per il fatto del conte Umberto Aldobrandeschi da Santafiora; spese (1270."71, febbraio) per il disfacimento delle case e torre dei Salvani, dopo la morte di Provenzano; codicillo (1274, ottobre 14) di madonna Sapia, vedova di Ghinibaldo Saracini, a favore dello spedale di Castiglion Ghinibaldi; edificazione a spese del Comune della sepoltura al beato Pier Pettignano, deliberata (1289, decembre 19) subito dopo la morte di lui; compra (1303, settembre 10) dall'abbazia del Montamiata del castello e porto di Talomone; deliberazione (1295, agosto 5) del Consiglio Generale per cercare l'acqua Diana; diploma (1226, luglio 12) di Federigo II al comune d'Imola, contro la lega delle città lombarde a'danni dell'impero; lettera (1279, settembre 17) a Corralo da Palazzo podestà di Siena; diploma (1268, luglio 7) di Corradino di Svevia promettendo di ricompensare, quando sarà imperatore, con larghi privilegi i senesi per gli aiuti da essi ricevuti. Per il Paradiso: donazione (1279, giugno 10) di Cunizza da Romano al Conte Alberto di Mangone; testimonianza (sec. XIV) di frate Tebaldo vescovo d’Asisi, del dialogo tra papa Onorio III e san francesco, approvando la regola francescana; invio, (1248) di nunzii che Pietro Ispano ed altri maestri mandano per Toscana a chiamare scolari nello Studio senese; promessa (1201, marzo 29) del podestà di Siena al comune di Firenze di mandare cento cavalieri e mille fanti a' danni del castello e degli uomini di Semifonti; donazione (1273, maggio 2) di Alessandro de' conti Alberti, conte di Mangone, di alcune castella alla parte guelfa di Firenze per la quale stipulano Cavalcante de' Cavalcanti e Stoldo de' Rossi, presente, fra i testimoni, Buondelmonte de' Buondelmonti. Come appendice: un frammento (seconda metà del secolo XIV, di un codice della divina Commedia; testamento (1374, agosto 28) di messer Giovanni di Boccaccio da Certaldo, fatto nella chiesa di santa Felicita in Firenze, e rogato da ser Zinello del fu ser Bonassera da Passignano; conferma (1397, ottobre) del magistrato detto del Concistoro, di maestro Giovanni di Buccio da Spoleto a lettore, per altri due anni, della divina Commedia nello Studio senese.

Ed anche noi ripeteremo il voto già manifestato dal professore Cesare Paoli: che questa notevole raccolta, felicemente ideata dal compianto Banchi, e degna di lode per l'abbondante scelta ed il buon ordinamento, « non abbia a servire esclusivamente a diletto dei visitatori, » ma sia materia di una pubblicazione, la quale farebbe onore agli archivisti senesi e por» gerebbe agli studii storici danteschi un prezioso contributo » !

Curzio Mazzi.

1 Cesare Paoli. Recensione dell'op. cit.: La Sala della Mostra, ecc.; in Arch. Stor. Ital., Serie quinta, tom. IV (1889), pagg. 317-322.

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Con molta stringenza di argomenti, con molto lusso (forse troppo) di erudizione, il professore Faucher vuol dimostrare che al canto VII dell'Inferno, 123 dee leggersi invidioso, e non accidioso fummo. L'assunto invero non è nuovo. Ricordo d'averlo enunciato fin dal "58 in un opuscolo: Venticinque appunti su Dante (Roma, libreria Manzoni); e lo ricordo unicamente per mostrare ai dantisti e quanto poco ci conosciamo a vicenda, e come l'assunto riceva rincalzo dall'essercisi incontrati in due senza sapere uno dell'altro. Ma se convengo nel punto principale, dissento in due secondarii, addotti a suo sostegno, e a spiegazione insieme dell'intero sistema penale di Dante; che cioè la matta bestialitade dell'XI, 83 sia il tradimento (pag. 7); e che nello Stige siano puniti gl'iracondi presso alla riva, i superbi nel mezzo

(pag. 16).

Su quest'ultimo punto è per me un argomento insuperabile il dire: o perchè Dante non ce lo avrebbe dichiarato apertamente? – Ma, e perchè, replicano a lor volta i sostenitori, Dante non avrebbe collocato i superbi in alcun luogo d'inferno? – E il rispondervi richiederebbe veramente un lungo discorso, che forse metterò fuori, se mi resterà tempo: ma per ora posso così conipendiarlo.

Tra il sistema penale dell'Inferno dantesco e quello del Purgatorio avvi la differenza, che mentre questo colpisce la radice del male. ossia l'affetto onde è mosso, e da cui l'anima dev'essere detersa, in inferno invece, è la estrinsecazione del male quella che è punita, in quanto si traduce in danno della società; onde maggior la colpa e la pena quanto è maggior questo danno. Ecco la ragione per cui mentre nel Purgatorio vediamo puniti i sette peccati capitali nella loro gradazione di gravità discendente, (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria), nell' Inferno (pur mantenuta quella gradazione, naturalmente in senso contrario) l'accidia o non ha luogo o viene spostata, relegandosi i vili nell'antinferno (quasi a far simmetria coi negligenti de!l'antipurgatorio: questi, morti alla vita spirituale, quelli, alla civile); e non ha luogo anche la superbia, colpendosene invece le manifestazioni, o negli eretici, o nei tiranni e nei bestemmatori, o in altri ancora.

Negli eretici anzi (dico eretici, e non, col nostro, eresiarchi, per comprendere anche i lor seguaci; IX, 128) potrebbe trovarsi principalmente una specializzazione della superbia (della quale Farinata sarebbe in certa qual guisa presentato quasi campione o simbolo) compiendosi in siffatto modo senza interruzione la serie ascendente dei vizi capitali; e la loro posizione intermedia verrebbe insieme spiegata, in quanto essi parteciperebbero in pari tempo e degl'incontinenti, per trovarsi nel medesimo piano con parte di quelli, e de' violenti contro Dio, ai quali immediatamente precedono per essere com'essi racchiusi nella città di Dite (al modo quasi che i violenti contro l'arte o usurai confinano coi frodolenti). Gli eretici insomma sarebbero gl' incontinenti della stessa colpa di superbia (colta nella sua speciale espressione

Giornale Dantesco

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