Slike stranica
PDF
ePub

e per altrettanti giorni si vede al mattino; i quali due intervalli si restringono in uno solo di circa 584 giorni, conosciuto sotto il nome di rivoluzione sinodica di Venere. Due rivoluzioni sì fatte compionsi in circa 39 mesi; ma il Balbo stimò bene che tenuto conto delle cognizioni astronomiche limitate delle quali Dante doveva andar fornito a quei tempi, debba intendersi di uno spazio di circa trenta mesi, quanti appunto l' Alighieri ne impiegò a studiare filosofia. Ma il Balbo è anch'esso in errore prima, perchè riduce tutti e tre i periodi distinti sopra ad un solo, cioè all'ultimo; e poi, perchè il terzo periodo non è punto compreso in quella doppia « girazione » di Venere.

Il solo che si opponga è Francesco Pasqualigo; del quale, a onor del vero, fin qui, sebbene con altro ordine, ho seguito molto da presso l'arguto ragionamento. Ma la rivoluzione di Venere a cui l'Alighieri allude, è la sinodica come ritiene il Balbo, o la siderea, secondo che vuole il Pasqualigo? Questi, che del resto non si dà la briga di dimostrare il fondamento dei propri calcoli, stima infatti essere il caso di un doppio spazio di circa 225 giorni ciascuno, perchè in 225 giorni circa avviene la rivoluzione di Venere sull' epiciclo (stile tolemaico), o, in altri termini, intorno al sole (stile copernicano); e perciò è d'avviso che l’Alighieri volesse significare, presso a poco, 13 mesi.

Prima di manifestare il mio qualsiasi parere, non sarà fuori luogo ridurre a mente al lettore le dottrine degli antichi e di Dante intorno al sistema cosmico in generale e al pianeta Venere in particolare. Ognun sa che anticamente, con poche eccezioni, tenevasi con Tolomeo che la terra stesse ferma e fosse centro del creato; e che il sole, la luna, i pianeti e le altre stelle le girassero attorno. Regolandosi dalla diversa distanza, reale o apparente, degli astri dalla terra, dividevano l'universo in un certo numero di cieli, dei quali terzo era quello di Venere, perchè terzo era questo pianeta in ordine di distanza. Non occorre notare che non era tanto dire stella di Venere quanto cielo di Venere, essendo quest'ultimo, come facilmente può comprendersi, non solo quella regione celeste dove Venere campeggia, ma ben anche tutta quella parte di cielo che, da qualunque punto, si trova a tanta distanza dalla terra, quanta ne corre tra quel pianeta e questa. Ognuno di cotesti cieli era concepito come una immane sfera o palla cava, contenente le sfere più piccole e contenuta da quelle più grandi, tutte aventi asse, poli ed equatore. Un certo punto poi dell' equatore di ciascun cielo traente nome da uno dei pianeti allora conosciuti, era creduto centro di un'altra sfera più piccola (Dante : « una speretta »), chiamata epiciclo, con asse e poli propri, e con la stella (pianeta) fissa in un punto del relativo equatore ; si reputava infine che l' epiciclo portasse intorno a sè stesso la stella, e il cielo rispettivo portasse, a sua volta, lo epiciclo in giro attorno alla terra. Ho procurato spiegare così alla meglio quel tanto che si riferisce alla nostra materia, di questo sistema cosmico per sè non troppo complicato, ma che per avventura non si arriva a comprendere con molta facilità dalla descrizione che Dante ne fa ne' seguenti termini : « Ciascuno cielo, di sotto dal cristallino, ha due poli fermi e fissi, non mutabili secondo alcuno rispetto; e ciascuno, si lo nono come gli altri, hanno un cerchio che si puote chiamare equatore del suo cielo proprio; il quale egualmente in ciascuna parte della sua revoluzione è rimoto dall’un polo e dall'altro... E in sul dosso di questo cerchio nel cielo di Venere ,.... è una speretta che per sè medesima in esso cielo si volge, lo cerchio della quale gli astrològi chiamano epiciclo : e siccome la grande spera due poli volge, così questa piccola : e così ha questa piccola lo cerchio equatore .... e in su l'arco, ovver dosso, di questo cerchio è fissa la lucentissima stella di Venere. L'epiciclo nel quale è fissa la stella, è uno cielo per sè, ovvero spera, e non ha una essenza con quello che 'l porta, avvegnachè più sia connaturale ad esso che agli altri, e con esso è chiamato uno cielo, e denominansi l'uno e l'altro dalla stella 1).

Ciò posto, qual è quel « cerchio » di Venere intorno al quale detta stella erasi aggirata per due volte dopo la morte di Beatrice? In quest'ultimo brano del Convito, Dante, colla parola cerchio, dinota, se ben m'appongo, quando una superficie sferica, quando una circonferenza di circolo. Onde abbiamo innanzi due supposizioni:

o che il cerchio (comunque intesa venga questa parola) che fa parer Venere serotina e mattutina sia il terzo cielo, - o che desso sia l'epiciclo omonimo.

Cominciamo dalla seconda supposizione, come quella che per ogni buon rispetto sembra la vera. Infatti dove discorre dei diversi movimenti dei pianeti, Dante dice: «... sono tre: Uno, secondo che la stella si muove verso lo suo epiciclo; l'altro, secondo che lo epiciclo si muove con tutto il cielo ugualmente con quello del sole; il terzo, secondo che tutto quel cielo si muove, seguendo il movimento della stellata spera, da occidente in oriente, in cento anni uno grado ? ». Da poi che il terzo cielo è che si muove ugualmente con quello del sole intorno alla terra, ma la stella propriamente si volge sull' epiciclo, questo solo può essere il cerchio del quale è parola nel passo controverso; tanto più che nelle parole testè riferite di Dante l'epiciclo « è uno per sè, .... e non ha una essenza con quello che 'l porta», onde la stella ha più stretta attinenza coll' epiciclo che colla propria sfera: ed è perciò che primo è annoverato il movimento della stella verso il proprio epiciclo. Altra grave ragione è che mentre il movimento della sfera o cielo è sempre lo stesso, e, cioè, ha luogo ugualmente con quello della sfera del sole, il movimento dell'epiciclo è vario a seconda dei diversi cieli: e perciò solo il movimento dell' epiciclo, nell' opinione dell'Alighieri, rendeva ragione delle varie apparenze dei pianeti, e solo l'epiciclo può essere quel cerchio che, giusta la dottrina di lui, è cagione delle apparenze dei pianeti, e, nel caso nostro, di quelle di Venere.

1 Conv., Tratt. II,
2 !vi, Tr. II, cap. VI.

cap. IV.

Ammessa, adunque, come vera questa supposizione, in quanto tempo, secondo le cognizioni astronomiche di Dante, aveva luogo la rivoluzione dell'epiciclo? A mente del Pasqualigo, in 224 giorni e 16 ore, ch'è quanto impiega Venere a compire il giro attorno al sole (la sua rivoluzione siderea), secondo il sistema copernicano e vero. Parmi che l'affermazione sia troppo affrettata, e che sarebbe stato mestieri cercare altre prove che non quelle le quali ci dà l'astronomia moderna; trattandosi di un caso, nel quale non é giá una legge naturale che vuolsi conoscere, ma il modo come gli antichi, e segnatamente Dante, la pensarono intorno ad essa.

La via piú sicura è di domandare la spiegazione del quesito agli scritti stessi di Dante. Il quale, disputando, secondo la dottrina tolemaica, degli effetti che avrebbero luogo, se il primo mobile, o nono cielo, stesse sermo, dice: « Onde ponemo che possibile fosse questo nono cielo non muovere,... Saturno sarebbe quattordici anni e mezzo a ciascuno luogo della terra celato; e Giove sei anni si celerebbe; e Marte un anno quasi: e 'l Sole cento ottantadue e quattordici ore....; e Venere e Mercurio, quasi come il Sole, si celerebbero e mostrerebbero; e la Luna per tempo di quattordici di starebbe ascosa a ogni gente ?». Riflettendo a queste parole, e considerando ciò che afferma del sole e della luna, apparisce voler il poeta dire che resterebbero celati a ogni gente, cioè a qualsivoglia punto della terra, la metà del tempo che impiegano, il sole, nel suo giro apparente (rivoluzione siderea della terra), e la luna, nel suo giro reale intorno alla terra per tornare alla stessa congiunzione (rivoluzione sinodica della luna); riflettendo ancora, troviamo che a parere dell'Alighieri, resterebbero celati Saturno, Giove e Marte quasi esattamente la metà del tempo che impiegano rispettivamente a rivolgersi intorno al sole (rivoluzione siderea di Saturno, Giove e Marte). Pertanto le « girazioni » di Saturno, Giove e Marte (dei pianeti superiori allora conosciuti) intorno al proprio epiciclo corrispondono, con molta precisione, alla loro rivoluzione siderea. La « girazione » di Venere e Mercurio intorno al rispettivo epiciclo dovrebbe, per conseguenza, corrispondere alla rivoluzione siderea (cioè a quella intorno al sole) di cotesti due pianeti inferiori, ed essere, cioè, uguale a 224 giorni e 16 ore per Venere, e a 88 giorni quasi per Mercurio; e il Pasqualigo si troverebbe nel vero. Se non che Dante non sembra esser tanto innanzi col suo sapere : « Venere e Mercurio (egli dice), quasi come il Sole (cioè quasi per altrettanto tempo quanto il sole), si celerebbero e mostrerebbero » : dunque egli credeva che la rivoluzione di Venere e Mercurio sul rispettivo epiciclo si compiesse all'incirca in un anno. Manifestamente Dante era meglio informato intorno ai pianeti superiori che agl'inferiori, e quanto a Mercurio era più che mai in errore: ed anche della luna sembra ignorasse la rivoluzione siderea, vale a dire quella intorno alla terra, che è di giorni 27 e un terzo. Ma l'importante a sapere, nella presente controversia, è che Venere, secondo le cognizioni dell’Alighieri, impiegherebbe quasi un anno a compiere il giro « verso lo suo epiciclo ».

1 Ivi, Tr. II, cap. XV.

Questo intorno alla seconda supposizione. In quanto alla prima, cioèa quella, giusta la quale il cerchio che fa parere Venere serotina e mattutina, sia non l'epiciclo, ma la terza sfera (il che mi sembra assolutamente inverosimile); ammettendola per vera, i risultati della nostra critica non varierebbero. Difatti, ricordando ancora una volta la distinzione che dei movimenti dei pianeti fa Dante, abbiamo che dessi sono : « Uno, secondo che la stella si muove verso lo suo epiciclo; l'altro, secondo chè lo epiciclo si muove con tutto il cielo ugualmente con quello del Sole; il terzo, secondo che tutto quel cielo si muove, seguendo il movimento della stellata sfera, da occidente in oriente, in cento anni uno grado ». Se, dunque, il primo di cotesti movimenti non è in quistione, tanto meno sarà in quistione il terzo : resta senz'altro il secondo. E poichè, in virtù di questo, il terzo cielo si muove « ugualmente con quello del Sole », ne segue che la terza sfera, a mente di Dante, impiega, nel suo movimento che la fa parere serotina e mattutina, altrettanto tempo quanto il sole nel suo giro apparente intorno alla terra, vale a dire, anche in questo caso, un anno.

Eccoci finalmente a conchiudere con tutta evidenza che il periodo di tempo a cui Dante allude nel brano trascritto più sopra, non è del doppio di 225 giorni, ovvero di 13 mesi circa, come pretende il Pasqualigo ; ma, bensì, in tutti i casi di quasi due anni, o di due anni per l'appunto. Onde il secondo dei tre periodi da noi distinti al principio di questo articolo, è anch'esso, come il primo, di un anno.

Questo è quanto voleva conoscersi, e che giova moltissimo a rettificare la cronologia della vita di Dante, in quanto possiamo con sicurezza ritenere: – 1.o che nella primavera o principio dell'estate del 1291 egli cominciò a leggere Boezio e Cicerone ; 2.o che un anno dopo si diede a praticare le scuole dei religiosi, studiandovi filosofia per forse trenta mesi, fino al cadere del 1294; 3.o che il Convito fu incominciato sul principio del 1295, e la Vita Nuova fra il 1293 e il 1294. LORENZO MASCETTA,

LE CONTRADDIZIONI DI DANTE

Nello stato in cui si trova la critica dantesca, il più grave principio d'incertezza e d'errore consiste nelle contraddizioni che si osservano nelle opere del poeta. Queste possono schierarsi in varie categorie, e considerando piuttosto i fatti che le teorie letterarie, noi dovremo distinguerle come segue.

A) La contraddizione esiste in un solo ed unico e stesso capitolo, dettando l'autore certe cose nel mezzo del capitolo, e cose contrarie al principio del medesimo.

B) Esiste in un'opera determinata, fra un capitolo e l'altro.
C) Esiste fra due opere diverse.

D) Esiste in un punto, in un luogo unico, dove pare che il poeta si metta in opposizione, non solo strana, ma ignobile, non solo con tutte le sue opere, ma anche col buon senso, colla ragione e colla morale.

Poichè queste ultime contraddizioni sono le più spiacenti, ne dirò qualche parola, prima di esaminare le altre, e poi si tratterà delle categorie A, B, C, nell'ordine contrario, cioè, passando alla B dopo la C, e all' A dopo la B.

S.I.

Pare che le difficoltà di cui si tratta possano spiegarsi in due modi diversi, cioè, per impertinenza dei copisti o glossatori, che aggiunsero al testo del poeta le proprie divagazioni, o per errore della critica, che intende Dante nel senso letterale, in modo inesatto e falso.

Per primo esempio, prendo il capitolo 5 del terzo trattato del Convito, dove si legge certa dichiarazione del sistema del mondo, secondo i pittagorici, o in altri termini, di quel sistema che nei tempi moderni ricevette il nome di Copernico. Si dice che la terra, secondo Pittagora, « si volgea » da oriente in occidente, e per questa rivoluzione si girava il sole in» torno a noi, e ora si vedea e ora non si vedea ».

In generale, i chiosatori del Convito, come veri analfabeti nelle cose matematiche, tacciano sullo sproposito immane che qui si mette in bocca del poeta. Sproposito che del resto non esiste nel Cielo e mondo di Aristotele,

« PrethodnaNastavi »