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s'intende che qui sia matematico perfetto, e altrove uomo incapace di distinguere il quattro dal sei; non s'intende che in certi luoghi si dichiari per analista profondo delle passioni umane, e che altrove ne parli come pazzo e come smemorato.

Se per qualche povero lapsus memoriae la critica wolfiana volle riconoscere non si sa quanti Omeri, come può il dantista, innanzi a cotali stranezze, ostinarsi negli antichi errori, e attribuire al somnio poeta cose indegne del più vile degli uomini?

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§ 4.

Non sono così frequenti le contraddizioni che esistono in un solo capitolo; ma esistono tuttavia. Il più bell'esempio è quello che si legge nel capitolo 13 del libro II dell'Eloquenza Volgare, il quale, come ho dimostrato altrove, fu, per errore di legatori e copisti, cacciato in mezzo ai veri capitoli 10 e. Il e ricevette nelle edizioni il titolo di capitolo i.

Si tratta del numero dei versi e delle sillabe nelle due parti della stanza, la quale può dividersi in fronte e versetti, o in piedi e sirima, o in piedi e versetti. Nel primo caso vi possono essere, come negli altri due, quattro combinazioni diverse. La fronte avrebbe: 1.' più versi, e più sillabe dei versetti;

2.° più versi e men sillabe ;
3.° men versi e men sillabe ;

4.° men versi e più sillabe. Si dice che il primo sistema possa esistere, ma che non se ne conosce esempio nessuno. Del secondo si dice che sarebbe, per esempio, quella d'una stanza in cui la fronte avrebbe cinque eptasillabili, e ciascun versetto, due endecasillabi; veramente, quella fronte avrebbe cinque versi, e i versetti quattro, e la fronte avrebbe sillabe 35, e i versetti, 44. Dunque tutto procede egregiamente fino al terzo caso, del quale si dà l'esempio seguente (lezione grenobliana):

« Ut in illa quam dicimus : Tragemi della mente Amor la stiva. Fuit » haec tetrametra frons tribus endecasillabis et uno eptasillabo contexta nec is etenim potuit in pedes dividi, cum eqiialitas carminum et sillabarum requi» ratur in pedibus inter se, et etiam in versibus inter se, et quemadmodum diw cimus de fronte et de versibus, possent etenim versus frontem superater v metem et eptasillaba metra et frons esset pentametra duobus endecasillabis n et tribus eptasillabis contexta, quandoque vero pedes caudam superant, ecc. ».

Esaminando quella serie di parole che finalmente degenerano in guaz. zabuglio perfetto, si osserva, in primo luogo, che l'autore dovrebbe scri

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vere quam diximus in vece di quam dicimus. Poi, è gran maraviglia leggere . il primo verso d'una canzone di Dante che oggidì sarebbe perduta. Le canzoni del divino poeta furono oggetto di ammirazione anche prima della sua morte, e tutte si ritrovano ricopiate in più di un codice antico. Egli medesimo se ne dà il vanto nell'Eloquenza Volgare (I, 17) e altrove. Poi quella canzone sarebbe l'unica in cui si facesse la divisione in fronte e versetti, che è quasi senza esempio, non solo nelle opere di Dante, ma anche in quelle degli altri poeti del suo secolo.

Anche si noterà che l'esempio si dichiara in modo imperfetto e incon-. sistente. Si dice quale sarebbe il numero dei versi e delle sillabe della fronte; ma non si spiega quante fossero le sillabe nè: quanti fossero i versi dei versetti.

Dopo quella bestialità, si legge un quemadmodum dicimus de fronte et versibus che non può essere qui al luogo suo. È frase che non può stare, se non con quello che segue, quando la questione della fronte e dei versetti è esaurita, quando si tratta delle altre, e si vuole richiamare la prima, per metterla a paragone colla seconda e colla terza. Starebbe bene col quandoque pedes caudam superant; ma fra quei due avanzi di un medesimo periodo, abbiamo varii barbarismi, e sciocchezze, dalle quali non si può cavar senso nessuno. È opera del copista, che ha il glossatore alle reni, e corre di qua e di là, titubando come ubbriaco, e non sa che far di sè stesso e della sua penna.

Il fatto è di tale evidenza che il copista trivulziano volle racconciare e aggiustar tutto per il meglio, e fece un glossema che il Corbinelli ritraduce in latino e mette in margine del codice di Grenoble. Questo glossema, tradotto in italiano dal Trissino, ristampato in tutte le edizioni, e, in somma, considerato come opera di Dante per secoli e secoli, dice così ?: «ma » siccome dicemo che i versi possono avanzare di numero di versi e di » sillabe la fronte, così si può dire che la fronte in tutte queste due cose » può avanzare i versi, come quando ciascuno dei versi fosse di due versi » eptasillabi e la fronte fosse di cinque versi, cioè di due endecasillabi, e di » tre eptasillabi contesta ».

Per fabbricare il glossema, l' imbecille del copista mette in opera le uniche parole non sragionevoli che ritrova nel testo grenobliano : « Et » frons esset pentametra, duobus endecasillabis et tribus eptasillabis contexta ».

Ma dopo le tre prime combinazioni, egli doveva almeno prender la quarta, e esaminare il caso nel quale la fronte ha men versi e più sillabe dei versetti. Invece, quell' animale ritorna al primo caso, del quale Dante diceva ch'era cosa possibile, ma che non v'erano esempii.

i Prendo l'italiano di Trissino, che almeno non è sconcio nè ignobile, per quanto spetta allo stile, mentre quei pregi esistono in sommo grado nel latino del copista.

E noi vediamo che la critica antica é moderna mette tutte quelle cose sul conto di Dante medesimo, e non di glossatori, come facciamo noi. E qui osserviamo che per attribuire codeste bellezze del poeta, non basta considerarlo come capace di perdere il buon gusto, e il buon senso e la ragione; ma bisogna ancora ammetter che ci sia contraddizione nel medesimo capitolo, e due linee dopo la frase maledetta, giacchè egli dice 'così: « Et quemadmodum diximus frontem posse superare carminibus, ét sillabis » superari, et e contrario ». Questo e contrario è il quarto caso, del quale non si fa parola nei testi stampati, che seguono il glossema trivulziano.

Nell'esame di questo punto di dantologia, ci siamo basati sul fatto che venne dimostrato da noi nella prefazione del codice grenobliano; e che tocca alla filiazione dei testi a penna, giacchè ormai non si può negare che il codice di Milano sia copia dell'altro. Questo però fu negato ancora, dal Rajna, quale non si stanca di annunziare al pubblico un'edizione critica (??: dell'Eloquenza Volgare, ch' egli intende di fare stampare un giorno, Iddio permettendolo ?. Non sarà dunque inutile, mentre siamo in atto di comparare i codici, di dare un'altra prova di quel fatto, e prova che sia tale da liberare di ogni dubbio la mente del lettore.

Fra gli errori dei testi stampati, ve n'è uno dei più curiosi, che ho dimostrato, nel capitolo i del libro II. È un piccolo periodo, che si ripete due volte. La prima volta non è a suo luogo, e non ha senso; l' altra, sta bene, e non c'è che dire : è cosa che risponde egregiamente all'insieme del capitolo.

Leggendo nel codice grenobliano, il testo va come segue :

« Nam quidquid nobis convenit, vel gratia genèris, vel speciei, vel indi» vidui convenit, ut sentire, ridere, militare ; sed nobis non convenit hoc » gratia generis, quia etiam brutis conveniret, nec gratia speciei, quia cunctis » hominibus esset conveniens, de quo nulla quaestio est; nemo enim monta» ninis (Sed optimae conceptiones non possunt esse nisi ubi scientia et inge» nium est) rusticana tractantibus hoc dicet esse conveniens. Convenit ergo » individui gratia ; sed nihil individuo convenit, nisi per proprias dignita» tes, puta mercari, militare ac regere. Quare si convenientia respiciunt

dignitates, hoc est dignos, et quidam digni, quidam digniores, quidam dignissimi esse possunt, manifestum est quod bona dignis, meliora dignio

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| Tali sono le sue espressioni. Pare che Iddio non voglia.

» ribus, et optima dignissimis convenient. Et cum loquela non aliter sit ne» cessarium instrumentum nostrae conceptionis, quam equus militis, et opti» mis militibus optimi conveniant equi, ut dictum est, optimis conceptionibus » optima loquela convenit. (Sed optimae conceptiones non possunt esse nisi » ubi scientia et ingenium est); ergo optima loquela non convenit nisi il» lis, ecc.).

La frase, che si ripete due volte, è rinchiusa fra le parentesi. Chi vuol leggere e fare qualche riflessione ammetterà subito che la prima volta fu ricopiata per trascuranza dell’amanuense, che lasciava errar l'occhio di

qua e di là, e la fissava sull' altra pagina, e faceva trasposizioni, delle quali abbiamo esempii innumerevoli nei codici.

Ora il copista trivulziano, volendo racconciar tutto, mette un punto fermo a montaninis. Scrive la frase in questione, e, per legarla con quel che segue, cancella tutto da rusticana tractantibus fino a nisi per proprias dignitates, e mette, per riempire quel buco, un ergo optima loquela non convenit, di modo che fa il mostro seguente: « nemo enim montaninis. Sed » optimæ conceptiones, non possunt esse, nisi ubi scientia et ingenium est ; » ergo optima loquela non convenit nisi per proprias dignitates, ecc.).

Frase che non vuol dir niente, poichè il nemo enim montaninis rimane sospeso in aria, e poi il periodo maledetto si ripete due volte, tanto nel testo trivulziano come nel grenobliano.

Chi non vede come tutto questo si spiega benissimo, ammettendo che il codice trivulziano è copia dell'altro?

Volendo che non lo sia, bisognerebbe ammettere che fosse ricopiato da un terzo codice, ora perduto, nel quale l'amanuense avrebbe fatto appunto il medesimo errore del grenobliano. È ovvio che quell'ipotesi non può avere altro scopo che quello di resistere, ad ogni costo, a quelle verità che sono spiacevoli, perchè osservate e dimostrate da me medesimo, cioè, da chi considera tutto il sistema della vecchia scienza dantesca, come cosa che cade in frantumi, e deve sparire fra pochi anni. Ma la scienza e la critica hanno diritti incancellabili, e, nelle idee che poggiano sui fatti, il giudizio dell'avvenire non è incerto.

DOTTOR PROMPT.

BEATRICE PORTINARI NE' BARDI

Con tutto il rispetto dovuto al dantista infaticabile e valente, temo assai che coll' ultimo suo scritto sulla Beatrice il dr. Scartazzini non sia riuscito ad aumentare di molto il numero di coloro che la Beatrice di Dante non credono dei Portinari. A dirla schietta, a me importa poco ch'essa sia stata piuttosto di uno che di un altro casato; ma appunto per questo mi pare che non valga la pena di sollevare siffatta quistione, se non quando argomenti stringentissimi persuadano di averla risolta. E che tali siano quelli dello Scartazzini ne dubito forte: e il mio dubbio espongo francamente all'illustre uomo e a tutti coloro che si occupano della quistione.

Il primo argomento ch'egli adduce è che non si sa se Beatrice sia stato il nome proprio, ricevuto nel battesimo, della donna amata da Dante, o un nomignolo da lui attribuito a significare ch'essa era datrice della beatitudine. Intorno a ciò egli ripete anzi «che se Beatrice fosse nome di battesimo, ciò costituirebbe una eccezione, non la regola nella storia letteraria , come dice lo Scherillo; sebbene io non veda con che opportunità poi questi ponga a rincalzo, con la Nerina e l'Aspasia del Leopardi, e tanti altri pseudonimi di amate, anche la Laura del Petrarca, che fu proprio battezzata Laura; il giocare che fa il poeta con l'auro e l'aura e il lauro, essendo tutt'altra cosa, ed avendo anzi perfetta analogia con la significazione che anche Dante avrebbe trovato nel nome vero di Beatrice, come (sempre seguendo il gusto dell' epoca) egli la trovò anche al S. 24 della Vita Nuova nel nome di Giovanna, l'amata da Guido, e nei nomi di Giovanna e di Felice, genitori di san Domenico, al XII, 179 di Paradiso.

Ma è egli poi vero che Dante chiami sempre la sua donna col nome figurato e non col proprio? Una prova in contrario ce la dà lo stesso Scartazzini, quando a pagina 101 allega i due sonetti, ov'essa è proprio chiamata, e pur con intento evidente di amore, monna Bice.

Un secondo argomento egli lo trae dal S. 2 della Vita Nuova ove Dante narra ch' egli avea nove anni, « quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che si chiamare ». Dopo aver detto che queste parole furon la croce degl'interpreti, perchè essi partirono dal preconcetto che. Beatrice fosse il vero e proprio nome della donna, egli le intende invece nel senso che alcuni, e non erano pochi, i quali non sapeano come la si chiamasse col suo nome di battesimo, derivandone il nome dall'impressione che la sua vista su loro faceva, la chiamavano Beatrice, « cioè colei che beatifica chi la vede ». Curioso, che vi sian molti che s'interessino di persona che non conoscono, fino al punto di darle un soprannome! E più curioso ancora questo accordarsi di molti a chiamarla tutti Beatrice, e non, l'uno, Angiola, l'altro, Stella, etc., come poche righe più sotto osserverà ad altro proposito lo stesso Scartazzini ! E il tradurre poi, che si chiamare, come chiamarla, è forse lecito, senza che la gramatica se ne risenta ? Gramatica e buon senso invece sono pienamente rispettati ove si adotti la lezione da' molti, con l'apostrofo, e s'interpreti « dai molti che hanno occasione di nominarla è chiamata Beatrice, perchè quello è il suo nome: ma essi, chiamandola così, non sanno di qual compendio di perfezioni si parlino ».

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