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Tra' quali privilegi è da annoverare ancora la mancanza di tristezza (« sembianza avevan nè trista nè lieta », dice Dante a proposito d'Omero, d’Orazio, d'Ovidio e di Lucano mossi ad incontrar Virgilio '); onde è logico concludere, che gli abitatori del nobile castello non sospirino; chè chi sospira non può non aver tristo sembiante. Nè ciò solo mi conferma in tale opinione. Nel prato di fresca verdura Dante trovò genti, che « parlavan rado, con voci soavi » ?: or come s'accorderebbero le voci soavi con i sospiri ? Inoltre, quando Dante abbandona il « luogo aperto luminoso ed alto », dal quale gli « fùr mostrati gli spiriti magni », dall'aura queta vien nell'aura che trema 3: or quest' aura, che trema, non è, come interpetra lo Scartazzini, l'aura agitata dalla bufera nel secondo cerchio, ma l'aura che i sospiri « facevan tremare », fuori della dimora degli spiriti magni, nello stesso primo cerchio 4. Si rassicuri adunque il Bartoli 5; Omero non « sospira per tutta l'eternità », Omero non è « grottesco », come nessuno degli alti personaggi accennati da Dante ne' versi 88-90 e 121-144 del canto IV dell'Inferno : essi non hanno tristezza e quindi neppur motivo a sospirare. Nel che, dovrebbero aver pure compagni i bambini, i quali, come insegna s. Tommaso o, non conoscendo che il bene perfetto consiste nella vista beatifica di Dio, non possono rattristarsi, che di tal vista sieno privati. Ma veramente, che i bambini del Limbo dantesco non sospirino, non si ricava dalle parole di Dante.

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La seconda causa di peccato è, secondo s. Tommaso, il defectus appetitus sensitivi; e i peccati, che da questa causa hanno origine, si dicono peccati ex passione o ex infirmitate. Essi cor

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Inf., IV, 84.

Ivi, 114. 3 Inf., c. IV, 150.

4 Così interpetra pure l'Antognoni in Saggio di studi sopra la Commedia di Dante, Livorno, Giusti, 1893, studio 3. Anche questa nota è di quelle che vado aggiungendo sulle bozze, per il ritardo nella pubblicazione del pres. scritto.

5 Op. cit. pag. 50. 6 2 Sent. Dist. 33, 9. 2, art. 2, De Malo, q. 5.

rispondono ai peccati d'incontinenza in Aristotile '; e in essi « passio minuit peccatum, in quantum minuit voluntarium » 2. E perciò, non col solo Aristotile, ma anche con s. Tommaso, Dante scrive: «incontinenza men Dio offende e men biasimo accatta » ; e la punisce fuori della città roggia. Che se rammentò, a tale proposito, piuttosto l'uno che l'altro, ciò fece per più motivi e perchè era richiesto dal preceito oraziano, sulla coerenza de' personaggi in un poema, che Virgilio citasse l'autorità d'Aristotile, anzi che quella di s. Tommaso, vissuto più secoli dopo (non dimentico che Virgilio « tutto seppe » ; ma qui non ne è il caso); e perchè Virgilio, come rappresentante della ragione umana, poteva citare un filosofo, non un teologo; e, infine, perchè lo stesso s. Tommaso sull'autorità d'Aristotile si fonda.

Peccati ex passione sono i sette vizii capitali: lussuria, gola, avarizia, ira, invidia, accidia e vanagloria 3 : e si badi che dico vanagloria, non superbia : perchè, se la superbia è da alcuni compresa tra i vizii capitali, è però esclusa da s. Gregorio, col quale s'accorda s. Tommaso. s. Gregorio, dunque, pone l'inanis gloria come uno de' vizii capitali, e la superbia come regina omnium vitiorum 4. Ma su questo importantissimo punto avremo occasione di ritornare. I peccati ex passione poi si suddistinguono in carnali

i ciò si rileva, per tacer d'altro, dai seguenti passi di s. Tommaso : « Philos. dicit in 7 Eth. (ca. 3, to. 5) quod syllogismus incontinentis habet quatuor propositiones, duas particulares et duas universales; quarum una est rationis, puta nullam fornicationem esse committendam, alia est passionis, puta delectationem esse sectandam. Passio igitur ligat rationem, ecc. ) Summa, I, II, q. LXXVII, art. 2 a quando extra ordinem rationis vis concupiscibilis aliqua passione afficitur, et per hoc impedimentum praestatur modo praedicto debitae actionis hominis, dicitur peccatum esse ex infirmitate. Unde et Philos. in 7 Ethic. (cap. 8, cir. prin. to. 5) comparat incontinentem paralytico, cujus partes moventur in contrarium ejus quod ipse disponit ». Summa, I, II, 9. LXXVII, art. 3 – « Philos. in 7 Ethic. (cap. 8 in princ. to. 5) comparat intemperatum, qui peccat ex malitia, infirmo, qui continue laborat; incontinentem autem, qui peccat ex passione, ei qui laborat interpolate ». Summa I, II, q. LXXVIII, art. 4.

2 S. Tomm. Summa, I, II, B. LXXVII, art. 6.°

3 L'appetito sensitivo, o sensualità si divide in due specie o potenze, la concupiscibile e la irascibile: per la concupiscibile l'anima tende a ciò che conviene secondo il senso, e ri. fugge da ciò che nuoce : per la irascibile, resiste a ciò che nuoce; onde si dice che il suo obietto è l'arduo, « quia scilicet tendit ad hoc quod superet contraria et superemineat eis ». (Summa, I. q. LXXXI, 2). La lussuria, la gola e l'avarizia sono passioni della potenza con. cupiscibile; l'ira, l'accidia, l'invidia e la vanagloria sono passioni della potenza irascibile.

4 In s. Tomm., Summa, II, II, 9. CXXXII, art. 4.

e spirituali : « septem capitalium vitiorum quinque sunt spiritualia, et duo carnalia » 1: « illa peccata, quae perficiuntur in delectatione spirituali, vocantur peccata spiritualia : illa vero, quae perficiuntur in delectatione carnali, vocantur peccata carnalia : sicut gula, quae perficitur in delectatione ciborum; et luxuria, quae perficitur in delectatione venereorum » ?. I peccati spirituali son più gravi che i peccati carnali : « quod non est sic intelligendum, quasi quodlibet peccatum spirituale sit majoris culpae quolibet peccato carnali; sed quia considerata hac sola differentia spiritualitatis et carnalitatis, graviora sunt quam caetera peccata, caeteris paribus » : Infine, anche ne peccati carnali c'è una gradazione: « specialiter in fornicationis peccato servit anima corpori, in tantum, ut nihil in ipso momento cogitare homini liceat. Delectatio autem gulae, etsi sit carnalis, non ita absorbet rationem » 4: quindi il peccato di lussuria, perchè men volontario, è men grave del peccato di gola. E così è, a farla breve, anche de' peccati spirituali: quando è men forte la passione e quindi più libera la volontà, tanto più grave è il peccato 5. L'avarizia dunque (che ha del carnale, ma è peccato spirituale ©), è peccato men grave delf' accidia, l'accidia men yrave dell'ira, l'ira men grave dell'invidia ?: ed è questo, infatti, l'ordine con cui questi peccati son disposti nel Purgatorio di Dante, ove, come si sa, il peccato più grave è nel girone più basso, e gli altri, a mano a mano, secondo la gravità, ne' gironi superiori. Nell'Inferno, ove, a misura che si scende, più grave peccato si punisce, troviamo bensì nel secondo cerchio la lussuria, nel terzo la gola, nel quarto l'avarizia; ma nel quinto troviamo tutti e tre i

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i S. Greg. cit. da s. Tomm., Summa, I, II, 4. LXXII, art. 2.
2 S. Tomm., loc. cit.
3 S. Tomm., Summa, I, II, 4. LXXII, art. 5.
4 Ivi, art. 2.

« Peccatum ..... ex eo vero quod est ex passione, diminuitur tanto magis, quanto passio fuerit magis vehemens ». S. Tomm.. Summa, I, II, q. LXXVIII, art. 4.

« Res, in qua delectatur avarus corporale quoddam est: et quantum ad hoc connumeratur peccatis carnalibus: sed ipsa delectatio non pertinet ad carnem, sed ad spiritum : et ideo Gregorius dicit (l. 31, moral. c. 17. ante fi.) quod est spirituale peccatum v. S. Tomm., Summa, I, II, q. LXXII, art. 2.

7 Credo di potermi dispensare dal dimostrar la maggiore o minor gravità di questi peccati ad invicem : tale dimostrazione, per quanto non difficile, riuscirebbe un po' lunga; ed io cerco di « dicer poco ». Non posso però tacere, che mi sorprende il leggere nel commento del p. Berthier, che nell'ira, nell'accidia, nell' invidia e nella superbia (sic) a non c'è propriamente gerarchia da osservare », pag. 124.

peccati di tristezza, senza riguardo alla maggiore o minor gravità dell'uno rispetto all'altro. Forsé, come s’indusse a punire insieme e con l'identica pena l'avarizia e la prodigalità, senza tener conto che questa è minor peccato che quella", e solo considerando che son due vizii opposti alla medesima virtù, la liberalità ?; così per l'accidia, per l'ira e per l'invidia tenne conto soltanto che son tre vizii generati dalla stessa passione, la tristezza '; e che tutti e tre s'oppongono alla stessa virtù, la carità 4

Ma concludendo intorno al 2, 3, 4 e 5 cerchio dell'Inferno, diremo noi che vi sien puniti tutti i peccati d'incontinenza o ex passione, ovvero tutti i vizii capitali? No. Ho già detto, che ove altri teologi annoverano tra’ vizii capitali la superbia ; S. Tommaso, con s. Gregorio, la esclude, e pone invece l’inanis gloria, che è effetto della superbia . Or l'inanis gloria è soltanto peccato veniale o. E poichè nessuno si danna per peccato veniale ?, è evidente che la vanagloria non poteva trovar luogo nell'inferno dantesco. Si opporrà certamente: la vanagloria è vizio capitale e non è peccato mortale? Al che risponde senza ambagi s. Tommaso: « non autem requiritur quod vitium capitale semper sit peccatum mortale, quia etiam ex veniali peccato potest mortale oriri, in quantum scilicet veniale disponit ad mortale » 8.

E nemmeno possiamo dire che nel 2, 3, 4 e 5 cerchio sien puniti i peccati d'incontinenza annoverati da Aristotile; poichè anche della classificazione aristotelica uno ne manca, lo sfrenato desiderio della vittoria e dell'onore. Il Castelli afferma , che questo sfrenato desiderio della vittoria e dell'onore non è che la superbia

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i S. Tomm., Summa, II, II, q. CXIX, art. 3.
2 Ivi, II, II, q. CXVIII, art. 3; e q. CXIX, art. 1.

« Sicut accidia est tristitia de bono spirituali divino, ita invidia est tristitia de bono proximi » S. Tomm., Summa, II, II, q. XXXVI, art. 4. « Illa tristitia, ex que oritur ira, ut plurimum, non est acediae vitium, sed passio tristitiae, quae consequitur ex injuria illata ». S. Tomm., Summa, II, II, q. CLVIII, art. 6.

* S. Tomm., Summa, II, II, 9. XXXV, in princ.; e q. CLVIII, art. 3. 5 Ivi, q. CLXII, art. 8.

i Ivi, q. CXXXII, art. 3. E già s. Crisostomo (cit. da s. Tomm.) aveva scritto : « cum vitia caetera habeant locum in servis diaboli, inanis gloria etiam locum habet in servis Chriști » ; al che s. Tomm. aggiunge : « in quibus non est peccatum mortale ».

7 « Nemo fit reprobus pro peccato veniali ». S. Tomm., Summa.
8 S. Tomm., Summa, II, II, 9. CXXXII, art. 4.
Rassegaa emiliana, anno I, fasc. 7.

o le sue sottospecie. Con maggior precisione teologica si sarebbe detto, che il vizio di cui parla Aristotile, non è che la superbia o la vanagloria « quae immediate ab ipsa oritur » ?. Ma se Dante interpetrò questo sfrenato desiderio della vittoria e dell'onore per la superbia, non poteva registrarlo tra' peccati d'incontinenza puniti nell'inferno superiore; perchè la superbia è regina di tutti i vizii, è qualche cosa di più che i vizii capitali; è, quel che più importa, peccato ex malitia, in quanto s'oppone a Dio, «non vult ejus regulae subijci » ; se poi tale sfrenato desiderio della vittoria é dell'onore fu da Dante interpetrato per l'inanis gloria, non poteva punirlo nè tra i peccati d'incontinenza, nè tra quelli ex malitia, perchè l' inanis gloria è peccato veniale.

Diremo dunque che nel 2, 3, 4 e 5 cerchio si trovano puniti quelli tra i peccati ex passione, che son peccati mortali; cioè soltanto sei de' vizii capitali: in quanto al settimo, sia esso la vanagloria, sia la superbia, il settimo vizio capitale ne è escluso, perchè, teologicamente parlando, la superbia non è peccato d'incontinenza e la vanagloria non è peccato mortale.

VI.

CLASSE INTERMEDIA.

(Infedeltà propria o eresia).

Nel sesto cerchio son puniti « gli eresiarchi co' lor seguaci d'ogni setta ». Il Todeschini credette che Dante assegnasse il sesto cerchio agli eretici, per « vaghezza di serbare nell'opera sua certe corrispondenze superficiali e quasi direi materiali » 2 : insomma, avrebbe collocati nel primo cerchio del basso inferno gli eretici « che mancarono di retta fede per propria malizia », perchè stessero in corrispondenza con « le anime perdute pel mancamento non malizioso della fede », che si trovano nel primo cerchio dell'inferno superiore ». Non nego che questa corrispondenza non possa essere stata nell'intenzione di Dante; come pure, collocando gli eretici alla porta del basso inferno, può forse Dante aver pensato anche a quel di s. Matteo, ove l’eresia è detta porta dell'in

1 S. Tomm., Summa, II, II, q. CXXXII, art. 4.
& Todeschini, Scrilli su Dante, I, 92, cit. dal Bartoli, op. cit. pag. 82, n. 1.

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