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CHIOSE DANTES CHE

ANCORA DELLA VARIANTE: “ PIANGE D'AMORE.

(Purg., VIII, 5).

Dalle osservazioni cortesi, pubblicate nel terzo quaderno del Giornale dantesco, prendo volentieri argomento ad avvalorare la lezione da me proposta : « piange d'amore »?.

In questo piange, col pianger che vien dopo, Ferdinando Ronchetti sente un non so che di affettato e di sdolcinato. Ma io, pur messo in sospetto, d’affettazione e di sdolcinatura non ci sento nemmen l'odore! Se affettazione vale, come il vocabolo suona, ricercatezza, artifizio, ostentazione d'affetto o d'arte, se sdolcinatura vale dolcezza viziata o soverchia, non è da parlare dell'una o dell'altra cosa quando nel linguaggio si specchi rispondenza di pensiero agevole e chiara, che derivi spontanca dall'intimo delle cose e dalla legge dell'ordine. Mentre la squilla, nella sua languida eco, pare pianger la luce che fugge, l'uomo piange i suoi cari lontani, luce dell'anima : nulla di più vero, di più semplice e schietto. Dov'è qui l'artifizio o l'ostentazione? « Res ipsa medullam verbi, quam mens videt, intus habet ». Ne Dante, com'altri afferma, ama ripetizioni per vezzo; ma, nella sua fiera semplicità d’uomo antico, ripete una voce, ribadisce un'idea, rafferma un'immagine tutte le volte che la ragione del sentimento lo chieda.

Il Ronchetti non sa perchè io faccia « lo dì » soggetto d'intenerisce e non di volge; eppure questo perchè ben si rileva dalle mie parole. Non ho io detto che il desio, invece d'esser vòlto, volgesi o torna; ch'è occulta virtù d'amore, perfusa nell'onda che rabbuia, nell' aria che imbruna ? Facendo « lo dì » soggetto di volge, il desio sarebbe generato, insieme con la tenerezza, dal pensiero del di dell'addio; e per me la cosa non va così. Prima nel cuore de' naviganti, quando muore il giorno, nasce improvviso il mesto desiderio della terra lontana, del paese c' han lasciato, degli amici; poi l'immagine dell'addio vi genera una tenerezza nuova. Aggiungo che « volge il desio » è un po' troppo lontano perchè Dante, amico sempre della giacitura del periodo più facile e piana, potesse credere che la mente del suo lettore subito corresse, come legge d' evidenza vuole, a « lo di ».

Anche mi si fa rimprovero d'aver ristretto il pianto del peregrino ai primi giorni di viaggio. Or io domando: potevo fare altrimenti, se Dante pone novo? La differenza tra i naviganti e il peregrino, quanto più ci penso e più mi par bella e piena di verità. Chi va per terra a poco a poco, più o meno, si racconsola : ode e vede cose che lo dilettano, lo attrag. gono a sè o lo distraggono da' suoi pensieri; fa conoscenze nuove, o ravviva le antiche. Ma chi va per mare, senza compagnia di persone amiche, sempre più avverte la solitudine del cuore, perchè nulla ode o vede, che possa confortare o disviare piacevolmente l'animo suo. Non è palese in questo, come in ogni tócco dantesco, che il poeta nostro fu gran conoscitore del cuore dell'uomo, miracolo di psicologo e di osservatore? Però, sapendo la tempra dello scrittore, penso che il pianto immaginato da lui sia pianto senza lagrime; chè l'uomo di rado piange con gli occhi, nè mai, o quasi mai, per dolce mestizia di ricordanze: spesso, quando il cuore più gli si stringe e rabbuia, sente inumidirsi gli occhi, salire un nodo alla gola, venir fuori qualche lucciolone; ma non dà nelle lagrime, come femminella o bambino percosso. Pianto, nel poema di Dante e nell' uso toscano, molte volte non è lagrima; e qui, rispondendo al pianto de la squilla, non so pensarlo che come pianto dell'anima.

i In margine al superbo esemplare dell'edizione di Foligno, posseduto dalla Corsiniana, è d'antica mano • piange », sostituito a a punge»; e « piange » legge il codice Urbinate della Vaticana, scritto da Matteo de' Contregi, volterrano.

Nella mia breve chiosa io diceva che il vecchio « punge » di necessità devesi riferire ad ora, quando non si voglia riferire a di, ingarbugliando maledettamente il periodo. Pare che il Ronchetti non abbia badato a queste parole o non le reputi degne di essere raccolte; dac. chè suppone appunto come ottimo scioglimento del nodo ciò ch'io chiamo garbuglio. Ne oggi, ripensandoci su, mi pento dell' appellativo poco benigno; ma piuttosto meraviglio che uno studioso di Dante possa attribuire al poeta, maestro sovrano di evidenza, periodo cosi avviluppato e buio! Lo , accettando la proposta del Ronchetti, diventerebbe un Giano bifronte: da una parte guarderebbe indietro, ammiccando, a intenerisce e a volge; dall'altra guarderebbe davanti sè e raccoglierebbe al seno anche il « punge d'amore ». Fuor di scherzo, io credo e crederò sempre che sì studiata collocazione di soggetto non sia punto conforme all'abito dell' arte dantesca. Di quest'abito non si dà pensiero chi scrive che, per una libertà pienamente ammessa dall' uso, peregrino può essere oggetto di punge e soggetto di ode ad un tempo. Può, non lo nego, per l'uso comune e volgare, ma sempre a scapito di quella evidenza, che Dante pone al disopra d'ogni grazia e d'ogni leggiadria di parola?. La sintassi dantesca è uno stupore di semplicità e di forza; nè solo vince, per lampante unità, la sintassi degli altri poeti, ma vince spesso quella de' prosatori più schietti e più virili.

Son lieto che il mio gentile contradditore voglia riconoscere meco nel sospiro dei navi. ganti e del peregrino le malinconie dell' esule poeta. « Maraviglioso (dicevo dieci anni or sono) di trasparenza e di serenità profonda, com'aria dell'alpe, il magistero poetico di questi versi; ma io, più che altro, amo sentirvi il cuore del grande esule, che dalle rive dell'Adige o dal lito di Chiassi, al magolare del vento fra’ pini, sogna e sospira la giovinezza fuggita, i dolci amici e la patria lontana » . Ma perchè, nell'atto di riconoscere questa sincerità di elemento subiettivo, egli afferma che Dante, descrivendo, si compiace talvolta di cenni anche affatto estranei ai concetti che vuol rapppresentare? Certo, Dante, benchè grandissimo, non fu (e chi fu mai dei nati d' Eva ?) da ogni lato e in ogni cosa perfetto; ma nessuno, vivaddio, può giustamente accusarlo di non aver tenuto con mano salda il fren dell'arte o di non aver saputo trar fuori dalle sue rime il troppo e il vano. Pur negli esempi allegati dal Ronchetti nulla è, proprio nulla, che non si stringa in nodo vitale al concetto di Dante. Come la comparazione dell'arzenà giovi a ritrarre visibilmente il tramenio dei demoni arroncigliatori, lo disse già da maestro Onorato Occioni nelle sue note alle Osservazioni di Luigi Blanc 3. Or io dico che l'accenno a' tristi lai della rondine non è men sincero, nè meno opportuno; perchè fa pensare che, sotto la nuova spoglia, Filomela mena vita di espiazione, e i tristi lai sono il grido della coscienza, che si rinnova. Dante, in quell' ora, non sta forse per cominciare l'espiazione delle sue colpe? E la visione dell'aquila non si riferisce appunto al rinno. vamento interiore di lui? L'accenno non è dunque frasca morta o fronzolo, ma carne viva del pensiero. Eppoi, sempre buono ripensarlo, l'indole della seconda canzone vuole che ogni nota allegra sia temperata d'un po' di melanconia, proprio a somiglianza del riso di Andro. naca in Omero.

i In due codici ambrosiani, citati dallo Scarabelli, a ode si aggiunge egli o elli; giunta di amanuense colto o di studioso per amore di evidenza. Giovanni da Serravalle, per la stessa ragione, traduce: pungit se.

2 I fenomeni dell'aria nell' « Iliade » e nella «divina Commedia » : discorso detto al Circolo filologico di Firenze il di 9 dicembre 1883.

3 Cfr. la mia Nuova raccolta di scritti danteschi, pag. 175-176.

Foggia, agosto 1893.

G. FRANCIOSI

VARIETÀ

IL PRETESO SCACCHIERE DI DANTE.

La notizia d'uno scacchiere che avrebbe appartenuto a Dante è entrata nella letteratura dantesca da Giuseppe Pelli che l'ha presa dal Museo cospiano. Fu conosciutissima nel se. colo XVII la collezione d'antichità che il marchese Ferdinando Cospi a Bologna possedeva e che poco tempo avanti la sua morte (1886) passò all'istituto bolognese. Nel 1677 il cre. monese Lorenzo Legati, professore di lettere greche in Bologna, ha pubblicato una descrizione di questa collezione col titolo di Museo cospiano annesso a quello del famoso Ulisse Altrovandi e donato alla sua patria dall' illustrissimo signor Ferdinando Cospi, patrizio di Bologna e senatore (Bologna 1777). C'erano due altri cataloghi del Museo Cospi l'uno dell'anno 1667, l'altro del 1680. Il primo, la Breve descrizione del Museo Ferdinando Cospi fa menzione del nostro oggetto a pag, 17, no. 66: « Tavoletta d'avorio antica intagliata con varie figure di molto artifizio » ; l'inventario secondo dice, a pag. 23: « Scacco di Dante e sua impresa ». Il Legati ne parla nella sua opera a pag. 302, no. 4: « Scacchiera di Dante Allighieri, famosissimo poeta, il quale soleva giocando in esso respirare da' suoi lunghi studi. Nel di fuori vi è dipinta l'arma gentilizia dello stesso poeta, la quale contiene due zampe, come di Griffo incrociate, una porzione d’ala per ciascheduna, e un gilio sopra di questo. La sostengono due leoni giacenti uno per parte. Sopra il cimiero, che è ornato di piume, v'è figurato, come si vede nella tavola che se ne porta, decrepito e in atto di camminare con le crocciole, ma con insieme quattro grandi ale al tergo, il Tempo

con

Quel Vecchio, che col Sol nacque ad un parto,
E che del Cielo misurando i moti
Par che à pena si mova, e pur qual dardo
Rapido fugge; I

i Ces. Porta, Delf. A. 3, c. 1, v. 500.

alla destra e alla sinistra della medesima vi si scorgono due immagini di donna sedenti, le quali, a mio credere, rappresentano Mvse, essendovene una espressa colla vivola in mano in atto di sonarla, e l'altra con un libro, che simboleggia per avventura la famosa Comedia dello stesso poeta. Onde non è poco ragguardevole quest'anticaglia, considerata come cosa di quel poeta, il quale morì in Ravenna l'anno di N. S. Milletrecentoventesimo e di sua età cinquantasei ».

Il. Pelli (Memorie, 2a edizione, 1823, pag. 205) non manca di notare che, il « Museo Cospiano essendo passato all'Istituto di Bologna, lo Scacchiere non vi si trova; d'altronde, dice, l'arma o stemma col quale vedevasi decorato, non era quella della famiglia o famiglie dell'Alighieri ».

Dal Pelli in poi, nessuno ha potuto dire finora che n'è divenuto dello scacchiere del mar. chese Cospi. Essendomi occupato per molti anni dell'archeologia degli scacchieri conservati nei musei pubblici e privati dell'Europa, non potei resistere alla tentazione di seguitare la storia dello « Scacchiere dantesco ». Essendo a Bologna l'ultima volta, nell'aprile di questo anno, ho saputo per mezzo del mio egregio amico, il commendatore Malagola, direttore dell'Archivio di Stato, che il preteso « Scacchiere dantesco » si trova ancora a Bologna, in proprietà di un medico ben conosciuto nella città, il dottore Spagnuoli (via delle Belle Arti, 21). Ci siamo recati insieme presso il signor dottor Spagnuoli che colla più grande cortesia ci ha fatto vedere il suo tesoro. Le carte autentiche conservate nella casa non lasciano dubbio, che lo scacchiere del dottor Spagnuoli è identico a quello posseduto anticamente dal mar. chese Cospi. L'incisione dalla quale il Legati ha accompagnato il suo testo, è assai cattiva, ma permette sempre di affermare l'identità del nostro oggetto. Questo scacchiere è un'opera in legno inquadrata di avorio, con intarsi d'avorio dai quali la tavola da giuoco è composta. Il dorso, la parte rappresentata nell'incisione del Legati, è infatto dipinta. Si pretende che lo stemma sia quello della casa Donati, o, secondo altri, dei Mitorelli da Firenze. Lascio agli amici fiorentini decidere di questa quistione. Mi riserbo a notare che la pittura coi suoi due angeli che il Legati ha preso per muse, non può essere attribuita al trecento: appartiene, senza dubbio, alla fine del secolo decimoquinto o al principio del decimosesto. Scacchieri, cioè tavole del decimo secondo e terzo e probabilmente del decimo quarto non esistono nelle collezioni d'Europa : abbiamo soltanto di questa epoca figure di scacchi delle quali le più antiche non salgono al di là del duodecimo secolo; lo « Scacchiere cospiano a manca interamente di scacchi.

Questo risultato non deve diminuire la mia gratitudine verso il dottor Spagnuoli, nè nuocere al valore archeologico del suo scacchiere che resterà sempre uno dei più preziosi monumenti di questo genere dell'epoca del Rinascimento.

Freiburg, ottobre 1893.

F. X. KRAUS.

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Dott. Leone Luzzatto. Pro e contro Firenze: saggio storico sulla polemica della lingua.

Verona, fratelli Drucker editori, (Padova, stamp. fratelli Gallina), 1893, di pagg. 114.

Chi voglia farsi una idea abbastanza chiara di quello che fu questa questione della lingua, ed abbracciare come in prospettiva il lungo cammino percorso, potrà, con molto profitto, leg. gere quest' operetta, che deve all'autore essere costata una certa fatica, e nella quale egli si rivela indagatore coscienzioso e sagace. Non manca, naturalmente, qualche ripetizione che po. tevasi evitare, qualche inesattezza, qualche esagerazione (come, a pag. 10, l'asserzione che il Volgare Eloquio di Dante fino ai nostri giorni fu o ignorato o letto con ispirito di partito), qualche errore di stampa che oscura il senso, qualche omissione di nomi, come quelli dell'Alunno, del Bartoli, del Biamonti, del Nannucci, del Gherardini (questi due ultimi relegati di passaggio in una nota a pag. 99), e senza che della ortografia gherardiniana, che pure con la quistione della lingua ha uno strettissimo nesso, sia fatto alcun cenno. Ma, nel complesso, questa operetta del Luzzatto si legge con piacere anche da chi non consenta in tutto colia teoria manzoniana dell'autore; e riesce ad interessare il lettore alla tanto disputata quistione.

Nessuno ignora come a capo delle due opposte opinioni stanno due sommi: Dante e Manzoni; per Firenze, il lombardo; contro, il fiorentino. Ma sono due geni che hanno fra loro diversi punti di opposizione. Nel Manzoni prevale la mente al cuore, in Dante, l'opposto: questi significa quello che Amore detta dentro, il primo ci pensa su. E come, pur venerando Dante, si può ben riconoscere i luoghi ov'egli si lasciò trascinare dalla passione, venerando il Manzoni non è delitto constatare che l'indole mite, così del suo animo che del suo ingegno, lo fece alieno dalle impetuose energie, e che se la sua rigorosa dialettica gli fece veder chiaro anche dove per tutti era buio, con essa sola non avrebbe già però il gran Bacone potuto inno. vare le scienze e la filosofia.

Ora, in questa quistione della lingua, la logica sola non basta, ma occorre, sovente, l’intuito, una sorta di divinazione, quale, a mio credere, ebbe Dante. Egli volle eccitare in tutti gli italiani una comunione di idee, per mezzo del linguaggio: ma a ciò dovette certo sembrargli mezzo inadeguato, e supposto irrealizzabile, che tutti gli italiani imparassero a parlare da una sola città. Egli si contentò quindi di destar nella loro coscienza la persuasione, l'avvertimento, di un fondo comune di sentire, di esprimere le cose, senza il quale una lingua non sorgerebbe mai.

Ma una lingua non si forma per il fatto che la gente si metta tutta per una tacita intesa a parlare il linguaggio di una determinata città. Certo, in una vasta comunione è sempre un luogo, nel cui parlare la popolazione riconosce meglio sè stessa, e però ne adotta ben volentieri i termini che ad essa mancano, e da quella prende le forme grammaricali, le desinenze, gli atticismi. Ma ciò avviene per impulso spontaneo, senza coazione alcuna, e senza

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