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riferentisi al debito di 480 fiorini con Jacopo di Lotto de' Corbizzi e Pannocchia Riccomanni, e cioè: 1.° Atto del 3 di novembre 1332 col quale Jacopo e Pietro Alighieri vendono quattro pezzi di terra nel popolo di san Miniato a Pagnolle a Giovanna vedova di Lotto de' Corbizzi, per 55 fiorini d'oro ; 2.° Atto dello stesso giorno, col quale Francesco Alighieri si fa malle. vadore che i nepoti Jacopo e Piero manterranno i patti della vendita ; 3.o Atto del 3 di novembre 1332, col quale Jacobo di Lotto de Corbizzi vende a sua madre Giovanna parte del suo credito di 55 fiorini d'oro ch'egli avea con Francesco Alighieri e gli eredi di Dante, al patto ch'ella possa esigerlo solo nel caso che i figliuoli di Dante non mantengano le condizioni stabilite per la vendita de' sopradetti quattro pezzi di terreno ; 4.° Atto dello stesso giorno, col quale Jacopo di Lotto de' Corbizzi fa quitanza a Francesco, Jacopo e Pietro Alighieri di 130 fiorini d'oro per la parte che gli spetta nel debito contratto da Dante e dal suo fratello col detto Jacopo di Lotto de' Corbizzi e con Pannocchia de' Riccomanni. – L'autore fa quindi seguire alcune brevi osservazioni sulla dimora di Dante a Forli, riferendo, corrette sui manoscritti, le relative testimonianze e rilevando la poca attendibilità dell' opinione del Troya secondo la quale Dante sarebbe, sull'autorità di Flavio Biondo e dello storico secentista Paolo Bonoli, stato a Forli, segretario di Scarpetta Ordelaffo, nel 1308.

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Bassi Giuseppe Commento al verso di Dante « Lo bel pianeta che ad amar conforta » [Purg., I, 19). Modena, tip. Moneti Alfonso, 1893, in 8', di pagg. 4.

Tutti i commentatori hanno fin qui ritenuto che il bel pianeta che conforta ad amare sia Venere : il Bassi ritiene che sia il sole, anche perchè, stando alla comune interpretazione, bisognerebbe convenire che Dante ha commesso un errore dandoci una falsa indicazione astronomica. [Cfr. la nota apposta da Filalete a questo verso in Dante Alighieri's Göttliche Comödie metrisch uebertragen von Philalethes.]

(206.

Bertana Emilio. Per l'interpretazione letterale del verso: « Chi per lungo silenzio parea fioco ». Modena, tipi A. Namias e C., 1893, in 16°, di pagg. 11.

Prende la parola silenzio nel senso traslato di tenebra, e spiega : Mentre ch'io ruinava in basso loco, dinanzi agli occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio del sole, per essere, cioè, rimasto a lungo dove il sol lace, pareva fioco, cioè pallido, smunto, di sembiante spet trale. — Questa chiosa è estratta dalla Biblioteca classica delle scuole italiane. Anno VI, no. 3.

(207.

Biagi Guido. – Cfr. ni. 4 e 232.

Bigazzi Pasquale Augusto. Firenze e contorni: manuale bibliografico e biobibliografico delle principali opere e scritture sulla storia, i monumenti, le arti, le istituzioni, le fami. glie, gli uomini illustri, ecc., della città e contorni. Firenze, tip. Ciardelli, 1893, in 8° gr., di pagg. [8] 360.

Sommario : I. Fonti bibliografiche. Opere laudatorie. Critica storica. Storie, cronache, diarii, narrazioni sincrone. Opere e monografie in sussidio alla storia. Racconti, romanzi, novelle, poemi, composizioni teatrali. II. Illustrazioni generali, storiche e artistiche; guide e viaggi. Piante e carte. Illustrazioni parziali, descrizioni a soggetto. Società diverse, banche, ecc. Storie, statuti; regolamenti. III. Contorni. IV. Illustrazioni delle famiglie. Raccolte bio. grafiche. Biografie ed altre scritture storico-biografiche. V. Periodici e giornali pubblicati a Firenze. Cronologia della stampa periodica. Almanacchi, calendari, strenne. - In fine, occorre un' indice de' soggetti, ed uno degli autori: il libro è dedicato al marchese Torrigiani, senatore del regno e primo magistrato cittadino di Firenze.

(208.

Boghen-Conigliani Emma. - La divina Commedia, scene e figure: appunti critici, storici ed estetici, con lettera proemio del prof. Giovanni Fanti. Torino-Palermo, Carlo Clausen (Modena, tip. lit. Angelo Namias e c.], 1893, in 8°, di pagg. XVI-165.

Sommario : I. La divina Commedia. Dante, il suo secolo e l'opera sua. Prima idea della divina Commedia. Titolo e forma del poema. Le discese mitologiche all'Averno. Omero e Virgilio. Le descrizioni dei regni eterni nel medio evo: morali, politiche, satiriche. Se e quanto Dante vi abbia attirto. Ispirazione del poema. Epoca in cui fu composto. Epica, lirica, dra. matica e didascalica nalla divina Commedia. Suddivisione di essa. Metro. Architettura e proporzione. Concetto morale dell'opera. Senso letterale. Senso allegorico-morale. Senso allegoricopolitico. Il veltro. Forma dei tre regni. La mitologia nella divina Commedia. Virgilio e Beatrice. L'umano nel divino poema. Lingua e stile. Studio dell'anima. Pittura, scultura, armo. nia, satira e comico nella divina Commedia. Difetti. II. Dante e Virgilio. Il libro XI del. l'Odissea e il VI dell'Eneide. Peccati e pene. Copia e imitazione. Caronte. Cerbero. Minosse. Pier della Vigna e Polidoro. Le predizioni ne' due poemi. III. L' « Inferno. » Posizione e forma. Suddivisione: Antinferno, in ferro e città di Dite. Le acque infernali. Riassunto del viaggio traverso l'inferno. I nove cerchi. Relazione fra i peccati e le pene. Lucifero. Tempo impiegato nel viaggio. L'invidia e la superbia nell' inferno. Caratteri della prima cantica. IV. Episodi della prima cantica. Francesca da Rimini. Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti. Pier della Vigna. Capanèo. Brunetto Latini. Bertran dal Bornio. Maestro Adamo. Ugolino della Gherardesca. V. Il « Purgatorio ». Posizione e forma. Suddivisione: Antipurgatorio, saradiso terrestre. Riassunto del viaggio traverso il purgatorio. Gli undici scaglioni del purgatorio. Relazione fra i peccati e le penitenze. La divina foresta. Matelda. Apparizione di Beatrice. Lete e Eunoè. Caratteri della seconda cantica. VI. Episodi della seconda cantica. Casella. Manfredi. Belacqua. Buonconte da Montefeltro. Pia de' Tolomei. Sordello. Sapia de' Salvani. Forese Donati. Matelda. Beatrice. VII. Il « Paradiso. o Posizione e forma. Suddi. visione. I cori angelici. Dante e la teologia. I eicli, simbolo delle scienze. Posizione appa. rente e posizione reale delle anime beate. Riassunto del viaggio traverso il paradiso. I nove cieli. Trionfo di Cristo e di Maria. La gloria dell'empireo. Caratteri della terza cantica. VIII. Episodi della terza cantica. Piccarda Donati. Giustiniano. Romeo. San Francesco. Caccia. guida. Predizione dell'esilio. La Vergine. IX. La divina Commedia nella storia letteraria italiana. Popolarità della divina Commedia nel secolo XIII. I più antichi commentatori. Il poema dantesco nel 1400, nel 1500, nel 1600. Dante e gli arcadi. Saverio Bettinelli. Gaspare Gozzi. Risorgimento degli studi danteschi. Il Monti e il Foscolo. Commenti grammaticali e rettorici, commenti storici, commenti allegorici, commenti estetici. Precede una lettera del prof. Giovanni Fanti ove è lodata l'opera della signora Boghen e ricordato Tommaso Zauli Sajani, autore di un libriccino su Dante vaticinatore, e spositore, in altri tempi, vivace e in. telligente delle terzine dantesche nella scuola di eloquenza a Forlì.

(209.

Brusa Carlo. Due parole ancora sul verso di Dante « Ch'ei fanno ciò per li lessi dolenti ». Brescia, stab. tip. lit. F. Apollonio, 1893, in 16°, di pagg. 15.

Nel 1884, in due tornate dell'Ateneo di Brescia, Carlo Negroni e Timoleone Cozzi si occuparono della lezione da seguirsi nel verso 135 del XXI d'Inferno. Secondo il Negroni la parola lessi dee spiegarsi col lessus delle tavole romane che volea dire una compagnia di gente solo in apparenza addolorata, talchè Vergilio, chiamando lessi dolenti i dannati, avrebbe inteso dire che costoro non pur mostravansi addolorati come i piagnoni dei greci e dei romani, ma eran davvero dolenti pel bruciore della bollente pece. Il Cozzi sostiene la voce lassi ed oppone al Negroni che lasso non vale dolente, ma meschino, misero, infelice, ed è, quasi, un pietoso intercalare di Dante. Secondo il Brusa è buona lezione lessi, non nel senso adottato da Carlo Negroni, ma come è e fu comunemente intesa, cioè per allessati. – Recens. favorevole, espositiva, nel Fanfulla della domenica, Anno XV, no. 41.

(210.

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C. D. 0. Note dantesche. (In Fanfulla della domenica. Anno XV, no. 34).

Dà questa spiegazione dei versi 39 e 40 del XVI canto di Purgatorio: Io non conosco Gherardo per altro soprannome che quello di Gherardo il buono: ma, se io dovessi dargliene un altro, lo chiamerei gaio (cortese, gentile) da sua figlia Gaia; e soggiunge che Dante scherza qui di parole considerando il nome di Gaia una volta come nome proprio, un'altra come aggettivo, ciò che, del resto, non dee maravigliarci perchè l'Alighieri trovò ragione di lodar la sua donna dal nome che essa portava e fe' dire a Sapia Savia non fui avvenga che Sapia Fossi chiamata.

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Campi Giuseppe. — Cfr. no. 217.

Cenni Maria. – I due Guidi: studio critico letterario. Aquila, tip. sociale di A. Elisèo, 1893, in 16.°, di pagg. 45.

Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti poser le basi di quella dottrina dell'amore spirituale che con Dante doveva assorgere ad altezze sublimi, e informare e muovere tutto il mondo dantesco. Era un amore concepito fuori della natura e della vita reale; schietta espressione dei tempi nei quali lo spirito cercava ancora dominare la materia, elevarsi gigante sopra di essa, plasmarla a suo modo, rifletterla in sè, come la pietra margarita che riflette i raggi del sole. Anche paraltro a traverso alle astratte idealità abbiam qualche rivo di poesia attinto alla vita e alla propria coscienza nell'opera di questi due Guidi, le figure dei quali emergono nel duecento. L'uno, il bolognese. benchè pensoso a modo di scienziato e filosofo, gode nondi. meno tramazzare e vivificare l'ideale della mente colla realtà del sentimento: l'altro, il to. scano, più singolare del Guinizelli, dimostra quì accentuati e distinti gli elementi ideali e reali, e sia che astragga dal mondo sensibile e nell'intelligibile cerchi alimento alla sua tendenza moralizzatrice o che riposi l'anima stanca nell' idillio delle sue ballate, par sempre che egli ami l'arte come refugio di tutto sè stesso, come plaga serena e sicura in cui si quieti la lotta della sua vita contrastata e fervente. L'un Guido preludia all'altro, e l'altro toglie la gloria al primo: entrambi giungono a noi nella simpatica luce che li unisce nella fama e nel nome additati dall'alta voce di colui Che l'uno e l'altro caccerà di nido.

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Clédat Leon - La poésie lyrique et satirique en France au moyen âge. (Recens. in Revue des deux mondes. Anno LXIII, terza serie, vol. 121, I di nov. 1893).

Il libro del Clédat colma una lacuna nella storia letteraria di Francia, ed è lavoro de. gno del sapiente bibliografo di Rutebeuf.

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Da Grazia Demetrio. - Studio critico comparativo sulle similitudini dei quattro poemi di

Giornale Dantesco

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Dante, Omero e Virgilio. (Recensione firmata G. S., nella Rassegna Bibliografica della letteratura italiana. Anno I, no. 6).

Non si può a meno di ammirare la pazienza grande che deve essere costato al letterato siciliano questo suo lavoro (edito a Foggia da Bucci e Fariello, 1892) chè non è agevole distribuire bene la copiosa materia e imbroglia non poco quella cura di distinguere e ravvici. nare secondo le intime affinità o disuguaglianze. I calcoli proporzionali che l'autore fa delle comparazioni rispetto alla mole dei quattro poemi, sono preziosi: e senza dubbio saranno cari agli studiosi i diligenti prospetti che tutte le ragguagliano, ond' egli ha arricchito l'uno e l'altro volume della sua opera. Ma non poco sarebbe a ridire sulla classificazione: nè parrà sempre giusto il giudizio colà dove il commentatore critica e censura, nè sempre corretta la forma in cui egli significa le sue osservazioni. L'opera ponderosa del De Grazia difetta di metodo e di critica: e il tenue contributo utile che essa può recare agli studi non è adeguato all'immensa fatica che è costata all'autore e alla cautela che dovrebbe adoperare lo studioso che volesse servirsi di quei risultamenti.

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Frizzi Ida. Gli ipocriti nella divina Commedia. (In Scritti vari di Ida Frizzi. Creo mona, 1893, in 8.°)

Esposto il canto XXIII dell'Inferno dantesco afferma che se possiamo fra colpevoli trovar degli eroi: e se Dante perdona, in mezzo a' lussuriosi, alla Francesca riminese, e scolpisce fra li eretici fiera orgogliosa ardente d'amor di patria la figura di Farinata, tra gli ignavi e gli ipocriti, colà ove l'ozio infiacchì l'animo e lo rendè inerte, e dove uno studio accurato, continuo di celare il proprio pensiere spense ogni grandezza ed ogni nobiltà, ogni gentilezza si tace ed è spento ogni ardore. Ecco perchè Dante ha un fiero disprezzo per gli sciagurati che mai non fur vivi e per gli ipocriti, ch'ei personifica nella figura del frate col quale si apre e si chiude il bellissimo canto.

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Ghivizzani Gaetano. Francesca da Rimini: prelezione alla interpretazione del canto V dell' « Inferno» di Dante Alighieri. Melfi, stab. tip. Grieco, Ercolani, Liccione, 1893, in 89, di pagg. 49.

Il canto V non è che il canto di Francesca e di Paolo : essi soli lo occupano tutto, e tutte le altre cose, e la descrizione del luogo dove molto pianto percuote, e la bufera infernale che mai non resta e gli spirti menati nella sua rapina, sono come il fondo di un quadro in cui appunto si debba rappresentare l'azione o la passione di una o più grandi figure. Esaminar le bellezze di questo quadro e porle in evidenza è lo scopo dell'autore del pre: sente scritto.

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Kraus Franz Xaver. Dante-Literatur. (In Literaturblatt für Germanische und Romanische Philologie. 1893, ni. 5 e 7).

Vi si parla delle edizioni della divina Commedia del Poletto (Tournai, Desclée, Lefebvre e c., 1892) di Scartazzini (Milano, Hoepli, 1893) (Bollett. ni. 168 e 193), del Campi (Torino. Un. tip. edit., 1890) del Witte (Berlino, 1892), (Bollett. no. 3), e della traduzione dell' Inferno di Dante fatta dal Bassermann, (Heidelberg, C. Winters, 1892). Quanto alla edizione del Poletto, osserva il Kraus che sarebbe stato bene avere corredato il libro d'un indice delle materie e dei nomi; ma trova degno di lode il lavoro. L'edizione dello Scartazzini è pure molto raccomandabile, specialmente pel metodo scelto dal commentatore, di porre, cioè, ai singoli canti, un breve sunto della lor contenenza, e per la brevità dei commentari ai punti più discussi (la selva, le tre fiere, ecc.) dacchè il libro è specialmente fatto per giovinetti. La stampa di questo volume è tale da fare onore alla tipografia del Landi di Firenze. Nell'edi. zione del Campi è notevole il non ritrovarvi alcuna menzione del commento di Scartazzini e di quello di Filalete. Per il primo si può spiegare facilmente, ove si pensi che il lavoro non venne a luce che nel 1872; ma quanto al secondo bisogna necessariamente supporre che la letteratura tedesca intorno a Dante, fosse sconosciuta affatto all'autore. Il Campi non mostra molto acume nella scelta di certe lezioni, come, ad esempio, quella del verso 59 al V d'In. ferno, Che sugger dette a Nino e fu sua sposa : e il suo commentario, piuttosto che lavoro originale, potrebbe reputarsi, più ragionevolmente, una diligente compilazione fatta su vecchi e recenti commentari italiani. Anche a questa edizione del Campi manca l'indice: ma l'opera riceve speciale importanza dalle tavole artistiche che le fanno corredo. Bella, tipograficamente, è l'edizione wittiana; ma è peccato le manchino gli argomenti e, al solito, l'indice. È dubbio se possa tenersi accanto all'altra dello Scartazzini, che fra i molti pregi ha pur quello di costare un marco e mezzo di meno. Il Bassermann, venuto dopo il Bartsche il Bertrand, è il terzo traduttore di Dante che il principato di Baden ci dà. Ci voleva, a dir vero, un certo coraggio nel tentare un'altra traduzione metrica di Dante, dopo quella del Gildemeister, che, per primo, osò di trasportare i ternari del sommo poeta in ternari tedeschi: tanto più che il Bassermann confessa di avere usato maggiore liberià riguardo alle rime piane e alle tron. che, e di avere adoperato anche delle rime così dette impure. Contuttociò, la versione del Bas. sermann è buona e si legge volontieri anche dopo quella del Gildemeister ; il quale peraltro ri. mane sempre insuperato come traduttore in terza rima. Traducendo liberamente, non si capisce perchè il Bassermann abbia preferito di voltare alla lettera frasi o parole sconce (per es. il verso Rotto dal mento infin dove si trulla) che si potevan rendere più onestamente: e se egli merita lode per le brevi note con le quali ha cercato di illustrare il testo, non par così commendabile nell' accettare certe antiquate interpretazioni delle tre donne benedette, di Beatrice e del veltro.

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Luzzato Leone. Pro e contro Firenze: saggio storico sulla polemica della lingua. Verona-Padova, frat. Drucker librai-editori, (Padova, tip. frat. Gallina), 1893, in 16° di pagg. 113.

Ragiona della questione della lingua, rifacendone, da Dante ai giorni nostri, la storia, che divide in quattro periodi. Nel primo, il quale può dirsi embrionale, la lingua toscana non aveva ancora fatto valere completamente i suoi diritti e dovea lottare contro il pregiudizio che non riconosceva altra lingua letteraria se non il latino e il non latino chiamava vulgare. È il periodo delle origini in cui i toscani, meglio che in teoria, fanno valere coi fatti la pre

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