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minenza della lor lingua. E agli stessi toscani fa velo agli occhi il pregiudizio classico, e, se si eccettui Dante, che anche qui giganteggia, non troviamo altro che giudizi staccati e non si afferma in nessuna guisa la teorica della lingua. Nel secondo periodo il primato toscano si afferma sistematicamente col Bembo, s'incominciano a far grammatiche della nuova lingua letteraria, si impegnano le più aride discussioni sul nome da darsi al novello idioma basandosi sull' autorità del trecento e di Dante. Nel terzo, tiene il campo la Crusca, contro la quale avvien la reazione che ha per punto culminante e più notevole quello determinato dal moto filosofico e liberale del secolo scorso. Nel quarto, quello de' nostri giorni che si intende cominciato dopo cessata la lunga polemica originata dalla Proposta, abbandonate le pe. danterie, il pregiudizio municipale e le infeconde rabbie letterarie, - si cominciò a giudicare con maggior equità e larghezza di criteri e con intenti più scientifici. Dall'esame della controversia l'autore crede poter concludere che anche prima di Dante vi fosse in ogni città d'Italia qualche divario tra il parlar plebeo e il parlar delle persone colte, e che gli scrittori nobilitassero il vulgare: ma non che da fenomeni staccati di tal genere potesse uscire una lingua letteraria. Una lingua è qualche cosa di' ben diverso da queste rattoppature di un dialetto: essa è un complesso organico: e quando si voglia riflettere alla struttura dell' idioma italiano, si dovrà sempre convenire che esso è uguale a quello di Firenze, e che da Firenze uscì. Ciò, quanto alla tesi storica : in quanto alla pratica è da ripetere col Bonghi: la dottrina del Manzoni ha questo supremo suggello dell'esser vera, che l' accetta o è forzato viz via ad accettarla coi fatti anche chi la rinnega a parole e in teoria. – Di questo libro è una breve recensione, presso che sfavorevole, nella Biblioteca delle scuole classiche italiane, (anno V, no. 3) ove, tra altro, si rimprovera all'autore di non aver curato un lavoro del Crivellotti, pubblicato nella Cronaca del liceo di Sassari fino dal 1880,

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Mariotti Candido. - Il Laterano e l'ordine francescano: studio. Roma, tip. Artigianelli di s. Giuseppe, 1893, in 8.° di pagg. 258, con tav.

Sommario: 1. Roma e il Laterano. 2. Stato della società cristiana in sul principio del secolo decimoterzo. 3. Innocenzo III in un sogno misterioso vede s. Francesco sostenere il Laterano cadente. 4. Il quarto concilio ecumenico lateranense e l'approvazione dell'ordine francescano fatta a voce. S. Onorio III conferma con bolla la regola dei due patriarchi in Laterano, e loro presenza in Roma insieme a s. Angelo carmelitano. 6. San Francesco una a' suoi figli sostenne di fatto il Laterano, ossia la chiesa di Dio. 7. Nicolò IV francescano, ed i musicisti francescani in Laterano. 8. Sisto IV francescano, ed i suoi ristauri ed abbelJimenti in Laterano. 9. Sisto V francescano, ed i suoi grandiosi lavori in Laterano. 10. San Pio V domenicano, pone i francescani penitenzieri in Laterano. u. La nuova absida, il monumento ad Innocenzo III in Laterano fatti erigere da Leone XII e l'ordine francescano. 12. Il Laterano ed il vicino collegio di sant'Antonio francescano.

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Mazzoleni Achille. - La Sicilia nella divina Commedia. Acireale, tipografia Donzuso, 1893, in 8°, di pagg. 27.

Notata l'importanza della Sicilia nel divino poema, l'autore tocca degli appellativi con cui essa vi è caratterizzata, e divide i ricordi che di essa vi si incontrano in mitici, storici, letterari e geografici scientifici, che poi passa ordinamente in rassegna, illustrandoli con gli ultimi risultati della critica dantesca. Qua e là lungo lo studio coglie l'occasione di rilevare qualche svista del Vigo (Dante e la Sicilia) e del Castorina (Catania e Dante Alighieri), e ne combatte l'opinione che Dante abbia navigato per la Sicilia e vi sia sbarcato. Da ultimo riconferma che il golfo che riceve da Euro maggior briga (Par., VIII, 64), sia il sinus Ca. tanensis o golfo di Catania, contro l'opinione del Del Noce (Due studi danteschi, Firenze, 1892), il quale vuol qui vedere l’Jonius sinus di Vergilio (Georg., II, 103-108), cioè il mare che da Creta si estende sino all'Italia,

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Moore Edward, Dante's Obligations to the « De Officiis , in Regard to the Division and Order of Sins in the « Inferno » (In Twelfth annual Report of the Dante Society, Cambridge, Mass. Maggio 1893).

Dall'esame del libro di Arthur John Butler 'su l'Inferno dantesco (The Hell of Dante Alighieri with Translation and notes. London, 1892), il Moore prende occasione per dire delle relazioni che sono, circa la divisione e l'ordinamento dei peccati, fra il libro degli Offici di Cicerone e la prima cantica del poema sacro. Non dobbiamo cercar nell'Inferno l' influenza delle dottrine aristoteliche così persuadente come nelle altre parti del poema : ed è notevole, come osserva anche il Butler, che nell' Inferno si riscontrano più tracce dell'Etica laddove nel Purgatorio e nel Paradiso abbondano quelle del De anima e della Metafisica. Il punto più importante è ciò che riguarda i due terzetti 79-84 del canto XI dell'Inferno: Non ti rimembra di quelle parole Colle quai la tua Etica pertratta Le tre disposizion che il Ciel non vuole : Incontinenza, malizia e la matta Bestialitade ? e come incontinenza Men Dio offende e men biasimo accalta?, i quali han sempre fatta sorgere gran differenza di opinioni e han dato origine a qualcuna delle più fantastiche ed irragionevoli interpretazioni circa il piano generale dell' Inferno di Dante. Il Moore differisce completamente dal Butler intorno alla intelligenza di questo punto fondamentale, accordandosi invece col Witie. Spiegate quindi le parole di Vergilio (XI, 22-30) e la disposizione dei peccati nell' Inferno, asserisce che la divisione capitale delle colpe di violenza e di frode deriva direttamente e quasi verbatim da quel passo degli Offici (I, 13) ove si legge: Cum autem duobus modis, id est, aut vi, aut fraude, fiat injuria; (fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur) utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna majore. È da osservare che Vergilio, alla domanda di Dante perchè quei della palude pingue . . non dentro da la città roggia Son ei puu niti, se Dio gli ha in ira, (XI, 70, 73-74), risponde (ivi, 79-80) ricordando all' Alighieri l' Etica per la quale si sa che l'incontinenza è degna di minor pena della malizia e della matta bestialità. Questa citazione di Aristotele, alla quale Dante dà luogo con la sua domanda, dee tenersi fatta solo per dar valore e giustificazione della minor pena inflitta agli incontinenti. L'opinione del Butler, che tiene i tiranni del settimo cerchio e gli eretici del sesto rappresentanti della matta bestialità, non è accettabile: dacchè, pensando in tal modo, si verrebbe ad invertire la classificazione aristotelica e si darebbe nell' assurdo, ponendo la matta bestialità fra l'incontinenza e la malizia.

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Moschetti A. Chiosa dantesca.! (In Biblioteca delle scuole classiche italiane. Anno V, no. 3).

Si riferisce ai versi 115 a 117 del XII di Paradiso, dei quali ha recentemente data una nuova interpretazione il Filomusi-Guelfi, che non garba all'autore. (Cfr. no. 104 di questo bollettino). Egli propone di intendere: la famiglia di san Francesco mosse prima dritti i suoi piedi, dietro a lui; ora invece li muove alla rovescia, cacciando il piede dinanzi verso quello di dietro, invece che, come suolsi, quello di dietro verso quello dinanzi.

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Norton Charles E.

Parole dette nella riunione della Società dantesca americana di

Cambridge del maggio 1893. (In Twefth annual Report of the Dante Society, Cambridge, Mass., Maggio, 1893).

Ricorda Longfellow, Lowell e il dr. Parsons, tre poeti che dedicarono la loro vita a Dante, e ne diffusero la conoscenza in America. Il Parsons negli ultimi anni della vita publicò la traduzione dell' Inferno : ma ci lasciò incompiuta quella del Purgatorio e appena avviata quella del Paradiso. Nonostante assai lontana dall'originale, questa sua versione merita lode e assicura al Parsons lunga ed onorata nominanza.

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notare

Pos0000 C. U. La psicologia nella divina Commedia; studio di L. Mestica. (Recensione in La Biblioteca delle scuole italiane. Anno V, no. 20).

Dopo una breve introduzione intorno a ciò che fu fatto, da Jacopo di Dante ad Augusto Conti, intorno all'interpretazione dell'allegoria morale e della filosofia dell' Alighieri, il Me. stica si fa ad esaminare le dottrine dantesche intorno all'anima umana nella sua prima origine, nella sua natura, nelle sue potenze e nell'ultima destinazione. Egli prende le mosse dal XXV di Purgatorio, dove, per mezzo di Stazio, l'altissinio poeta esprime la sua teoria della generazione e della infusione dell'anima nel feto dentro alle viscere materne : teoria fondamentalmente scientifica non del tutto rinnegata dalla fisiologia moderna. Tocca delle tre qualità dell'anima : la vegetale, l'animale, e la razionale: e seguita, quindi, a quali son le virtù assolute dell'anima, che rimangono in essa anche morto il corpo (memoria, intelligenza, volontà), mentre altre, proprio a cagione della morte, rimangono tuttavia mute e inoperose, conservate dall'anima solo potenzialmente. E questa parte è resa semplice e piana dal Mestica che ogni argomentazione sua vuol sussidiata dai versi del poeta. Quinto all'intelletto altivo e passivo di Aristotele a cui lo Scartazzini appose una lunga nota nel commento lipsiense il Mestica, più esattamente, osserva che Aristotele distingue l' intelletto in passivo, agente e possibile e quindi ce ne dà lucidamente la spiegazione relativa. Dopo ciò, esaminata la dottrina dell'operare, ponendo a riscontro delle sentenze di Dante sentenze di san Tommaso e ricostituendo la teorica dell'amore (Purg., XVII, ecc.), conclude la dotta mo. nografia dichiarando come per Dante l'anima, dotata di intelletto e volontà, sia immortale o sia eterna al pari della materia prima, che è Dio, da cui venne immediatamente creata, quand'invece gli altri esseri corporei, perchè creati dalle cause seconde, sono corruttibili. Sarebbe stato desiderabile che il Mestica dichiarasse meglio le teorie dantesche sull'istinto, sull' influsso delle stelle, sulla prescienza di Dio, e che, a proposito dell'anima unita al corpo, recasse i versi danteschi nell' Inferno, VI, 106-108, nel Paradiso, XIV, 17-18, 43-48, ecc. (224

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Report (Twelfth annual) of the Dante Society. Cambridge, Mass., John Wilson and Son, University Press, 1893, in 8.°, di pagg. 39.

Contiene: I. Carpenter G. C. Annual Report. (Dà il sommario del presente fascicolo, rin. grazia gli amici, specialmente italiani, della Società dantesca di Cambridge, e parla dei diritti de membri di quell'istituto. Alla breve relazione fa precedere alcune parole del Norton in commemorazione dei soci lefunti. [Bollett., no. 223]) II. Dr. Edward Moore. Dante's Obligations to the « De Officiis » in Regard to the Division and Order of Sins in the Inferno. (Bollett., no. 221). III. William C. Lane. Additions to the Dante Collection in the Harvard College Library, maggio 1892; – maggio 1893.

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Rossi Antonio. 1 viaggi danteschi oltr'alpe: studio. Torino, Un. tip. editrice, 1893, in 16.', di pagg. 159.

Contro la moderna critica severa, positiva, tendente piuttosto allo scetticismo, come per reazione all'eccessiva facilità nell'ammettere e nell'affermare tenuta talvolta pel passato, con questo libro il dr. Rossi intende affermare la presenza di Dante a Parigi, esaminare alcuni passi della divina Commedia e vedere se in essi non si possa avere una prova, sia pure in. diretta, ma plausibile ed efficace, della presenza dell' Alighieri nei luoghi ai quali i passi del poema accennano. Son frutto delle ricerche dell'autore le seguenti conclusioni : che Danic tu a Parigi, tra il 1316 e il 1318, cioè dopo il decreto di esilio; che l'accenno ch' egli fa nel IX canto dell' Inferno rende anche probabile un suo viaggio in Provenza; che è da riconoscere nella Commedia l'esistenza di molti ricordi personali del poeta, e che bisogna quindi andar molto a rilento ed usare molta circospezione nella disamina dei passi danteschi: perchè, dove meno il crederemmo, in un verso che direbbesi aggiunto a completare una terzina, può inchiudersi un ricordo locale, che, una volta ravvisato, potrebbe farsi rivelatore

noi di molti arcani della vita del poeta, e darci di lui ce te notizie delle quali furono, pur troppo, avari i biografi antichi.

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Rossi-Casé Luigi. Ancora di maestro Benvenuto da Imola commentatore dantesco. (Una pergamena. Il codice Ashburnh, 389). Imola, tip. d'Ignazio Galeati e figlio, 1893, in 8.°, di pagg. 15.

Dall' archivio comunale d'Imola il Rossi publica la pergamena XIX contenente l'atto della ribellione degli imolesi contro la tirannide delli Alidosi e la elezione di Benvenuto d'Imola a far parte dell'ambasceria a Urbano V in Avignone: e parla del codice Ashburnhamiano 839 intitolato Benvenuti de Rambaldis Imolensis commentarius in Dantis Comoediam, intorno al quale publica una lettera descrittiva del prof. Cesare Paoli e i giudizi del Santini e del Novati; da che pare al Rossi di poter stabilire: 1.o che il commento benvenutiano nel 1381 già era divulgato per opera degli scolari dell' imolese, se non nella edizione definitiva, certo in una delle prime redazioni del Rambaldi; 2.o che l'imolese lasciò varie redazioni del suo lavoro, compiuta la prima delle quali egli dovette, falcidiando, aggiungendo, ritoccando, perfezionando, ritornare sulla antecedente: e probabilmente ciò avvenne ogni qual volta allo studio bolognese ei tornava a riprendere da capo il suo corso dantesco; correzioni e giunte che non cessarono che alla morte del dotto commentatore, quando, mancando a questa vita, lasciava di sè desiderio sovratutto nel commento al Paradiso ; 3.o che il commento benvenutiano fu divulgato, sia pure, se lo si vuole, anche senza l'approvazione dell'autore, molto prima della data assegnataci dall' epistola del Salutati a Benvenuto : 4.° che una delle redazioni principali e precisamente quella che per la prima volta Benvenuto riconosceva come sua, fu quella esaminata nella sua prima parte dal Salutati ed ora assegnata dal No. vati al 1383 ; 5.o che, per altro, non possiam fermare sin d'ora la data della edizione prin. cipe del commento di Benvenuto, perchè anche dopo la revisione del Salutati l'imolese dee aver seguitato nel suo lavoro fino a morte (1390), perchè altrimenti ci avrebbe lasciato il Paradiso senza lacune; 6.o che, finalmente, anche al Novati parranno più tollerabili le ragioni con le quali il Rossi stesso ha altra volta sostenuta l'autenticità della lettera attribuita dal Claricio all' imolese, secondo il quale avrebbe il Rambaldi terminata una prima redazione del suo lavoro fin dal 1373. E di vero il commentatore avea relazione amichevole con Fran

cesco Petrarca, tenuto a torto, fino a pochi anni fa, come un acerbo odiatore di Dante; sapeva, quando lo voleva, scrivere in elegante latino, come ne fanno prova i versi bellissimi che egli fa precedere o seguire ad ogni capitolo di quel suo commento, di cui fino dal 138: troviamo divulgata una redazione, ed infine già nel 1375 egli leggeva Dante allo studio di Bologna. Qual difficoltà adunque ad ammettere che il Rambaldi, tre anni innanzi alla data, che possiam dire ufficiale, del commento nello studio bolognese, avesse preparato il primo e fondamentale lavoro per la sua esegesi ?

(224 Ultimo canto di Dante. I fratelli Cairoli. Su 'l castello di Vigevano. (versi). Imola, tip. d' Ignazio Galeati e figlio, 1893, in 8.°, di pagg. 17.

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Russo Vinoenzo. -. Nell' « Inferno » di Dante; nuove osservazioni e ricerche per rico. struire la valle d'abisso: studio. Catania, N. Giannotta, editore, (tip. sicula di Monaco e Mollica), 1893, in 8.°, di pagg. iv.80, con due tav.

Cap. I. I disegnatori dell' Inferno ». Mentre nel secolo del rinascimento quasi tutte le edizioni del poema dantesco erano precedute da un capitolo sulla forma e il sito dell' Inferno è oggi ben raro trovare un testo, sopratutto per le scuole, con sufficienti notizie topografiche. Non è a dire che manchino gli architetti: ma architetti e commentatori non si sono bene intesi e battono vie 'diverse sdegnosi gli uni degli altri. La colpa di ciò è, in gran parte, dei disegnatori; i risultamenti diversi dei loro studi, il falso metodo finora tenuto, e, in ispecie, l' aver badato più alla configurazione generale dell'edificio che alle sue parti, hanno, con altre ragioni, reso più grande il dissidio. E pure, all' intelligenza della Commedia, e all' effetto estetico delle varie scene, hen gioverebbe la descrizione delle singole parti più che la rappresentazione som maria dell'intera macchina infernale. Gli studi di topografia nella divina Commedia dovrebbero avere l'importanza che ha la viva dipintura delle scene nella rappresentazione di un drama. Quando il critico del poema fosse insieme disegnatore e attore, quante nuove maraviglie non ritrarrebbe che ai più rimangono ignote ? La mancanza di questa utile propedeutica è sentita nelle scuole, e invano si chiede talvolta alle note dei commentatori qualche raggio di luce per rischiarare le nebbie del viaggio. Le illustrazioni popolari del Doré servono a confondere mirabilmente l'intelligenza degli studiosi, e i disegni che vanno per la maggiore, come quelli del duca di Sermoneta, sono insufficenti. Sono passati quattro secoli da che si è preso a stu. diare la topografia infernale; entrarono nella disputa uomini di valore, e, neppure a farlo apposta, ognuno ideò un inferno a modo suo, diverso in tutio o in parte da quello degli altri. O per le allucinazioni a cui suole spingere il poema di Dante, o perchè i più si son contentati solo di mostrar vera la macchina preconcetta che avevano edificato nel loro cervello, gli argomenti che ciascun disegnatore addusse sono, spesso, infiorati di sofismi senza luce di metodo positivo. A leggere certi scritti moderni pare che Dante abbia fatto non una opera poetica ma un trattato puramente scientifico, in cui sono proposti problemi di statica, di geografia, astronomica, ecc., conosciuti o no dai dotti del medioevo. Ora il compito del futuro pittore e architetto del teatro della trilogia dantesca sta appunto nell'esaminare e va. gliare le opinioni dei dantisti antichi e moderni, e, lungi dai preconcetti che, di solito, spingono ad inconscie illusioni, nel far procedere ogni osservazione unicamente dalle opere di Dante e dalle teorie letterarie, fisiche e metafisiche in mezzo a cui si formarono la sua meate e l'opera sua. Cap. II. Dags ignavi ai violenti. Gli ignavi si aggirano in una spelonca fuori del baratro; dal Limbo si cominciano a contare i cerchi che son sei gradi fino ai violenti. Dall'uno all'altro cerchio si scende per scale o viottoli sdruccioli, il muro della città del fuoco non ha altra torre che quella sulla porta d'ingresso, e le meschite sono i sepolcri degli epicurei. – Cap. III, Malebolge. Il cinghio tondo tra il pozzo e il piè dell'alt a ripa dura, il campo distinto in dieci valli, è attraversato da ponti congiunti tra loro in modo che

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