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più uomini potè del tempo suo, avrebbe destato maraviglia che avesse taciuto di uno, come Celestino, la cui viltà fu non meno grande, del rifiuto che fece. Costui non poteva egli cacciare nell'inferno perchè non ne conosceva alcuna azione, all'infuori di quella, che fosse riprovevcle, e degna di quel luogo; non mandare in paradiso perchè, quantunque conducesse, del resto, una buona e santa vita, quell'azione medesima compariva innanzi a lui di tale gravità da render nullo qualsivoglia suo pio ed illibato costume. Quindi non migliore destinazione gli poteva assegnare se non il vestibolo infernale, il luogo appunto di coloro che mai, o quando fu tempo, non fur vivi. Laonde pensiamo che, quand' anche non si volesse ammettere che colui Che fece, ecc. sia Celestino, lo dobbiamo certo ravvisare fra quell' « alcun riconosciuto » dal poeta! – Passiamo adesso ad esaminare i motivi che spinsero Celestino alla sua abdicazione. Questi aveva rifiutato il papale ammanto prima perchè, come dicono gli storici, era stato indotto da mali consigli; poi perchè, essendo tutto semplicità e timidezza, reputava di non essere atto a continuare a reggere il primato della chiesa. In lui adunque fu somma pusillanimità e mera mentecattagine ?, che lo indussero a quella sua gravissima risoluzione, per la quale, oltrechè arrecare del pubblico danno (e ciò fu il peggio), sapendosi essere la chiesa agitata da varie e grandi turbolenze e, anzi, vacante del suo capo da più di due anni, commetteva anche un atto affatto insolito negli annali del pontificato romano. Ora, ammesso sempre che Celestino sia l'uomo, cui allude Dante nei ricordati versi, si domanda perchè anco il poeta pone quel papa nel numero degl'ignavi? Quali altre sono le ragioni, che pure lo animarono a procedere con tanto rigore verso di lui? Vedasi ciò che riferisce, riguardo a tale argomento, il conte Cesare Balbo nella sua Vita di Dante.

A marzo (sic) 1294, egli dice, fu eletto, a malgrado suo, » un umile e santo eremita, che prese il nome di Celestino V. Il quale, » provatosi a regnare, e non sapendo parteggiare (ch'era tutt'uno allora)

| Non sembrerà arrischiato, posto che Dante con colui Che fece, ecc. abbia alluso a Ce. lestino, il dire che se nol volle rammentare palesemente, fu per usargli un riguardo, consia derata la sua vita del resto irreprensibile: il qual papa, se egli, come uomo di ferrea tem. pra e nemico di qualunque bassezza, da una parte condannava, dall'altra però non è a dirsi, egli sincero credente, come ne dovesse apprezzare i santi costumi e le austere penitenze, che non molto appresso lo dovevan condurre all'onor degli altari.

? Usiamo questa voce sulla scorta del Boccaccio, il quale pure ci sembra, che a Cele. stino voglia riferirla, allorquando avendo ragionato dell'altra interpretazione di colui che fece, ecc., per Esaù, conclude che questi « fu reo e malizioso e cattivo uomo, e non fu sem. plice nè mentecatto, ecc. », le quali due ultime qualità aveva poco innanzi nel detto papa riscontrate (cfr. il suo cit. Comento sopra la Commedia, ecc., lez. IX).

))

»

» fra pochi mesi rinunciò: sforzatovi più o meno da colui, che immedia» tamente gli succedette, e poi lo trasse in prigione, e vel lasciò morire: » papa Bonifazio VIII. A Dante tal rinuncia, che pose in soglio il suo mag

gior nemico, dovette, quando scrisse, naturalmente mostrarsi sotto il peg

giore aspetto di debolezza e di titubanza : vizi che sogliono particolar» mente dispregiarsi in tempi di parte, e più dagli uomini della tempra di » Dante » 1.

A Dante dunque pesava quella abdicazione, perchè avvenuta in un momento, in cui maggiormente fermentavano le passioni e le ire dei partiti

, in un momento, nel quale v'cra bisogno non di retrocedere e di ritirarsi, ma di tenere invece alta la fronte per mostrarla quindi negli eventi; e tanto più perchè, conoscendo i grandi guai che travagliavano la chiesa e massime la « discordia de' cardinali ch'erano partiti, e ciascuna setta volea papa uno di loro », per cui quella era « stata vacata dopo la morte di papa Nicola d'Ascoli più di due anni», dovette certo aver provato piacere nel sentire che finalmente que cardinali « furono in concordia di non chiamare niuno di loro in collegio, e che elessono uno santo uomo, ch' avea nome frate Piero dal Morrone d'Abruzzi » ?. Ma se per cotali ragioni fu al poeta discara e parve vilissima cosa l’aver Celestino rinunciato alla sede di san Pie. tro, assai più riprovevole giudicò il suo operato perchè dette egli luogo alla immediata elezione di Bonifazio VIII, del quale era già abbastanza nota la grande astuzia ed arte usata per riuscire ad ottenere quel supremo ufficio 3.

1 Loc. cit., pag. 227-28.

2 Gio. Villani, Cronica, lib. VIII, c. V. - A proposito di questo storico notiamo che Dante non dovette, è credibile, veder di buon occhio Celestino e che volle anco, per un motivo di più, gravar la mano su di lui, per il motivo cioè della grande amicizia e partigianeria che quegli ebbe per Carlo II d'Angiò, l'odiatissimo « Ciotto di Gerusalemme », cui il poeta stesso infamia in vari luoghi della Commedia (cfr. Purg., VII, 127, XX, 80-81; Parad., VI, 106-8, XIX, 127-29). Tanto è vero che per que' legami Celestino « per riformare la chiesa fece di settembre vegnente dodici cardinali, grande parte oltramontani, a petizione e per consiglio di Carlo re di Cicilia e di Puglia: ciò fatto n’andò colla corte a Napoli, il quale fu da re Carlo ricevuto graziosamente e con grande onore » (cfr. il Villani, loc. cit.).

3 A confermare questo sta il fatto per cui Dante non dubita di dire apertamente a Bonifacio nel XIX dell'Inferno:

Se tu si tosto di quell'aver sazio,

per lo qual non temesti törre a inganno
la bella Donna ...?

le quali parole ben si collegano colle altre del XXVII del Paradiso, dove il poeta infierisce contro quel papa facendo dire a san Pietro che Bonifacio è

Quegli ch' usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca nella presenza del Figliuol di Dio,

E come non poteva Dante lagnarsi della rinuncia di Celestino, e perciò tacciarlo di vigliacco, una volta che, col succedergli Bonifazio, per causa di questo avvennero i tristi fatti che desolarono la sua Firenze, avvenne la cacciata della sua parte, dei bianchi vogliamo dire, una volta che per l'opera di tal papa dovette egli stesso esulare dalla sua patria ?.... Non è, quindi, come vedesi, senza forte ragione che egli caccia quel pontefice nella ignobil

serta dei cattivi,
a Dio spiacenti ed a' nemici sui 1,

E giacchè parliamo di Bonifacio VIII, non sarà fuori di luogo l'accennare, per la verità sto. rica, che, se vi furono scrittori contemporanei o quasi di quel papa, i quali furono dello stesso parere di Dante giudicandolo, vi furono altresì altri scrittori, non solo contemporanei, ma eziandio testimoni dei fatti che raccontarono, i quali invece asseverarono in maniera atfatto diversa la notizia del modo con cui il detto Bonifacio potè salire al pontificato e anzi della condotta da lui in prima tenuta verso Celestino suo predecessore in occasione del suo & gran rifiuto » ; facendo conoscere che come non fu il favore di Carlo II d'Angiò che lo condusse ad afferrare le sospirate chiavi, perchè v'era tra loro in quel tempo inimicizia, così non ebbero luogo pressioni ed artifizi particolari da lui usati presso lo stesso Celestino perchè abdicasse, essendogli piuttosto stato a quel fine un consigliere al pari di altri, medesima. mente interpellati. Cotali cose furono modernamente sostenute con buone e convincenti prove dal p. Luigi Tosti nella sua dotta Storia di Bonifazio vill e de' suoi tempi (ediz. di Monte Cassino, 1846), a pag. 73 e segg. e a pag. 77-8, lib. I, e in nota (E), a pag. 231 e segg. Alle quali prove serie, rispondendo poi l'erudito prof. L. Scarabelli, ci pare, non seppe opporre altrettanti argomenti seri, atti a renderle nulle. (Cfr. la sua Rassegna alla cit. Storia in Appendice all' Archivio storico italiano, tom. V, pag. 299-301 : Firenze, 1847).

I V'ha chi crede ed asserisce che il fatto della rinuncia di Celestino V sia da attribuirsi non alla sua debolezza, ma sibbene alla sua grande modestia e santità, per le quali egli si giudicò di non esser degno di reggere più oltre le veci di Cristo in terra. Di tale opinione è, per citare uno, il Fraticelli, che nel suo noto Commento alla divina Commedia così espone:

Dante fu forse indotto dallo spirito di parte a così parlare di lui, poichè (Celestino) colla sua rinunzia, fatta non per viltà, ma per somma umiltà, diede, ecc. » (cfr. loc. cit., pag. 57, not. 59: ediz. Barbèra, Firenze, 1879). Ora domandiamo noi: come mai quel pontefice prese quella risoluzione più tardi, e non appena che fu eletto? Dunque erra il Boccaccio, insieme con tanti altri commentatori autorevolissimi, quando egli, avendo raccontato il modo, che riteniamo non del tutto veritiero, onde avvenne quell'abdicazione, esplicitamente riassume il suo ragionamento in proposito, dicendo: « Pare perciò Dante qui volere lui per questa viltà d'animo, in questa parte superiore dello inferno, tra' cattivi esser dannato » ? (Cfr. loc. e lez. cit.). È inutile poi che noi ripetiamo quanto difficili si fossero i tempi che allora correvano e come si richiedesse non solo non poca attitudine a governare uno stato, quale appuuto era la chiesa, ma anche una grande esperienza da usarsi verso la parte guelfa, o, meglio, nera, che nel pontefice riconosceva il suo capo e la sua guida. In tal modo stando le cose, è chiaro di per sè stesso che il rifiuto di Celestino V piuttosto che un atto di umiltà, di viltà somma

Dalle cose fin quì dette rileviamo adunque che Dante, incominciando la dolorosa descrizione de' vari tormenti e tormentati del suo Inferno, e ciò per lo scopo cui sin da principio alludemmo, e conoscendo quindi quanto nobile si fosse cotale impresa, allo intento felice della quale, senza paragone, altri sarebbero riusciti sia per maggior autorità e sia per maggior potere, ma che, pur potendo, non vollero e non fecero, rileviamo adunque, diciamo, che non senza ragione intese rappresentarci, qual prima schiera di dannati, la turba degl' ignavi. In questa, se il poeta incluse

l'anime triste di coloro,
che visser senza infamia e senza lodo :

tanto che

Fama di loro il mondo esser non lassa,

ciò fu in generale: ma, in particolare, non è a dirsi come cercasse di enumerarvi anche coloro i quali, non valendosi delle occasioni propizie per fare specialmente il benessere delle genti, si ritirarono vilmente in disparte con palese detrimento comune. Costoro, a differenza de' primi, possono da una parte aver fatto anche opere buone e degne di lode, ma, dall'altra, perchè si condussero all'uopo nel modo anzi detto, compariscono dinanzi al poeta talmente abietti che per lui diventano meritevoli di essere mischiati, come realmente li mischia, alle altre « anime triste ». Cotesta distinzione sembrerà, a prima giunta, inaccettabile, ma non sarà più tale allorquando avremo compreso che il poeta, recandoci l'indeterminato esempio di colui Che fece, ecc. (ammesso pure che non sia Celestino, ma altra persona qualunque) evidentemente intese di alludere a persona la quale non

invece debba reputarsi. Nessuno può del resto contrastare la sua santità, la quale pure dalla chiesa stessa fu riconosciuta in appresso col rendere Celestino degno dell'onor degli altari: ma per questo non si può negare che egli fosse stato abbastanza dappoco e pusillanime coll'es. sersi ritirato in un momento calamitoso e non tanto propizio certo per la sede pontificia. – Per il sopra detto vedesi bene che intendiamo di osservare il fatto come fatto e non più là: chè se poi dovessimo giudicare Celestino, quando egli fosse rimasto sulla cattedra di san Pietro, allora dovremmo dire ciò che arguiva per previsione il Petrarca stesso, affermando che quel papa non male fece a deporre il gravissimo carico. « In quanto a me, egli dice, credo essere stato ugualmente viile a lui ed al mondo, per l'inesperienza sua delle umane faccende, le quali, per essersi sempre occupato della contemplazione delle celesti, aveva affatto trascurate » (cfr. op. e loc. cit.). Laonde stimiamo, considerando l'un caso e l'altro nei loro effetti, che Celestino fece meglio a ritirarsi vergognosamente a quel modo, che a tenere più oltre il papato; poichè, continuando a regnare, era da aspettarsi, per l'accennata ragione, che egli sarebbe stato forse di maggior detrimento e per la chiesa e per l'Italia in generale.

può credersi che in realtà sia vissuta di continuo senza infamia e senza lodo, ma, invece, a persona la quale, come ben disse l'erudito F. Pasqualigo, « non fece alcuna volta il bene che poteva fare ». Se vero è ciò e se veri sono i nobili fini, per cui volle in prima porre la scena della schiera de' vili nella Commedia, è ben chiaro che cotale persona (non certo sola), per quanto abbia del resto tenuto una condotta sia pur saggia, nondimeno, per aver commesso un atto o più di viltà, comparisce, come dicemmo, davanti all'inesorabile e fiero poeta degna di essere accomunata con tutti gli altri sciagurati, poichè in conclusione è, per lui, una di quelle che mai non fur vive, e quindi, per la sua bassezza, A Dio spiacente ed ai nemici sui.

Ma già di questo argomento, che primo informa il canto III dell' Inferno, abbiamo abbastanza trattato : fa ora d'uopo che si passi a ragionare di quell'altra specie d'ignavi, o meglio accidiosi, i quali sono puniti nel quinto cerchio infernale e sono ricordati nel canto VII della precitata cantica. Abbiamo detto quell' altra specie d'ignavi, perchè questi ben differiscono dai primi per un lato, per il quale appunto il poeta volle annoverarli tra i più tristi peccatori che popolano la città dolente. Infatti se i primi ignavi sono coloro che niente operarono, specialmente avuto rispetto al vantaggio pubblico, dal fare il quale timidi e paurosi si tennero ognora lontani, e se questi non sono da giudicarsi per iniqui in quanto che col loro ritirarsi non ebbero certo alcuna intenzione di male, altrettanto non può dirsi dei secondi. Come non debbonsi questi stimare assai più spregiabili ed abietti ? . . . . Siffatta gente, oltre ad essere stata non curante di compiere alcuna opera che valuta fosse a procacciarle una qualsivoglia fama, fu mnaliziosa e cattiva, poichè non facendo essa, ebbe invidia e dispetto per chi, laborioso e provvido, passò la vita nel coltivare la mente ed il cuore. Dante la fa parlare onde confessi che

Tristi fummo
nell'aer dolce che dal sol s' allegra,
portando dentro accidioso fummo 1..

1 Vedi la recensione di F. Pasqualigo alla Topo-cronografia del viaggio dantesco di G. Agnelli nell' Alighieri, fas. 3-4, anno III (1891), a pag. 140-42. Quivi a proposito il detto sig. Pasqualigo, parlando degli abitatori dəll'Antinferno, dichiara non doversi essi chia. mare nè vili, nè codardi, nè ignavi, ecc., perchè la viltà, la codardia, ecc. ecc. includono l'idea del vizio e quindi sarebbero eglino viziati: per lo che non avrebbero da stare in quel luogo, ma invece nell'inferno, dove appunto il vizio viene castigato. Costoro, prosegue lo scrittore, non sono già da dirsi pusillanimi, ma colpevoli di pusillanimità », cioè che talvolta • peccarono per atti di pusillanimità », e reca aŭ esempio colui che fece per viltate il gran rifiuto,

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