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È del resto vero che l'altra specie di ignavi, o, meglio, gli accidiosi, ancora essi non vollero faticare, nè attendere ai loro offici, ma però, esser do stati insieme tristi e maligni verso chi fu solerte e saggio, dovettero, almeno in questo caso, darsi da fare per mettere male negli altri : la qual cosa, se turpissima parve al poeta, pur tuttavia non destò la sua maraviglia !, onde non potè fare a meno di metter quei miseri insieme con tutti coloro

C'hanno perduto 'l ben de l'intelletto,

nè trattarli, per quel che riguarda la collocazione generale, in modo differente dagli altri peccatori, coi quali hanno comunanza e per rei disegni e per inique azioni.

Pisa, 15 febbraio 1894.

GIORGIO TRENTA.

i Con ciò intendiamo riferirci non tanto al fatto delle Jeite colpe, quanto al fatto del numero di quelli che le commisero. Non così può dirsi rispetto agl' ignavi veri e proprî, della qual gente, già ricordammo aver Dante asseverato, ch' io non averei creduto, Che morte tanta n'avesse disfatta.

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La nuova, ma non certo migliore, variante del verso di Dante, (Purg., V, 37), Nè, soL CALANDO, nuvole d’agosto, proposta dal compianto ed illustre prof. Adolfo Borgognoni, come la seguente: Nè solCAR LAMPO nuvole d'agosto, mi parve tanto strana, rileggendo tempo addietro il Fanfulla della domenica (anno II, num. 6, 8 febbr. 1880), che mi sono proposto di esaminarla e studiarla sui confronti delle edizioni e dei manoscritti più autorevoli, per poi proporla a discussione, sulle colonne del Giornale dantesco, a maggior luce del divino poema.

Anzitutto, ciò che milita per la lezione comune, adoperata dal Witte, dal Fraticelli, dal Tommasèo, dal Lubin, dallo Scartazzini (per citare le più conosciute, le più vaste, le più recenti e le più complete, e perchè anche compilate sulle migliori di più antica data) è la stretta concatenazione logica del contesto, che in quell'inciso viene esplicato.

La sospensione, usitatissima, del senso nel terzo verso di ogni singola terzina, è qui più che comune, ciò che non si potrebbe dire, invece, adoperando la lezione del prof. Borgognoni, nè tampoco sostituendo quella del prof. Camillo Belli nel regio Liceo di Brescia (Fanfulla della domenica, 15 febbr. 1880, n. 7) che suonerebbe : Nè solca lain po nuvole d'agosto. E, prima di tutto, ecco la lezione più in uso :

Vapori accesi non vid' io si tosto

di prima notte mai fender sereno,

nè, sol calando, nuvole d'agosto,

che color non tornasser suso in meno. Orbene. Ad avvalorare il proprio ragionamento, il compianto prof. Borgognoni tenta confutare, anzitutto, l'opinione di qualche commentatore che opina essere i vapori accesi, del primo verso, quelli stessi che fendendo il sereno, nel secondo, fendono le nuvole d'agosto nel terzo.

A dire il vero la sua illazione zoppica evidentemente, quando egli non ritiene che per dizione vapori accesi, nel terzo verso s'abbia a intendere lampi, ma che colla stessa dizione di vapori accesi Dante abbia inteso chiamare, nel primo verso, le stelle cadenti. Il Casini spiega cosi: « l'a» pori accesi. – Paragona la velocità dei due messaggeri nel ritornare verso » la schiera delle anime e quelle dei vapori accesi o stelle cadenti, che tra» versano per il cielo sereno al principio della notte, (cfr. Par., XV, 13 e

segg.), e a quella dei baleni, che al tramontar del sole fendono le nuvole » nella calda stagione; e la velocità è bene espressa nell'incalzante suc» cedersi delle parole, pregio che manca all' imitazione che di questa simi» litudine fece il Frezza, Quadr. IV, 14: V'apore acceso nel mese d’agosto, » Mai non trascorre in ciel tanto veloce che è comparazione più com

prensiva, ma fredda e scolorita ». (Vedi : Tommaso Casini : Commento alla divina Commedia. Firenze, Sansoni, 1893, pag. 283-4).

E di eguale opinione è pure il Fraticelli.

Volendoli, adunque, lampi, questi secondi, il Borgognoni s' avvicina al Casini, che spiega chiaramente (come si vede) il duplice significato che Dante avrebbe inteso di dare a vapori accesi, cioè stelle cadenti, nel primo verso, e lampi rispetto al senso di fender essi le nuvole d’agosto.

Dello stesso parere (che sieno, cioè, i lampi nel terzo verso significati, gli stessi vapori accesi del primo) è il Tommasèo, che, nel suo Commento (Venezia, tip. del Gondoliere, 1837), annota a vapori : « (Georg. 1, 365) Saepe » etiam stellas, vento impendente, videbis Praecipite coelo labi, noctisque » per umbras Flammarum longos a tergo albescere tractus ......» e le spiega, senz'altro, stelle cadenti. E, poi, alla voce nuvole : « Nè vapori ac» cesi fendono si tosto le nuvole estive sul calar del sole, quando i lampi » son più visibili e spessi ».

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Il Tommaseo sta dunque per i lampi; soggiunge poi, súbito : «L'Ot» timo intende che le nuvole fendano il sereno, le nuvole che per la calura » dell' aere discendono alla terra quasi cacciate dal detto calore ». E convalida la interpretazione con il passo di Isaia : (LX, 8): Qui sunt isti, qui ut nube volant?

Assodata dunque anche l'imitazione biblica, inspirata al noto salmo del profeta : Surge, illuminare Jerusalem , . . si ha qui la chiave di tutta la terzina, alla formazione della quale contribuirono non poco Virgilio ed Isaia ; stelle cadenti, cioè, nel primo, e nurole, nel terzo; e tale dovrebbe esser anche l'opinione generale dei commentatori, poichè così ne sarebbe chiaritò il senso meglio che non colle altre interpretazioni.

Della stessa opinione (modificata, come vedremo) è anche il nostro Lubin (Comedia. Padova, Penada, 1881). Stando anch'egli per le stelle cadenti circa i vapori accesi, egli fa notare che monsignor Gaiter propone il terzo verso si debba leggere Nè al suol calando, nuvole d’agosto e ciò dandone argomento la distinzione fatta da Brunetto Latini nel suo Tesoro, ove egli distingue due specie di stelle cadenti, e precisamente, com' egli dice, queste seconde cadere dal cielo sereno in terra fendendo ľaere che è più denso, quanto più vicino al suolo (il Propugnatore, V, XIII. Studi filologici, storici).

Ammettendo come buona la spiegazione di questo : al suol calando, ne verrebbe convalidata l'altra lezione dei Landino e Vellutello, che suona: Ne sol, calando nuvole d’agosto; i quali spiegano : (Landino) «Scrive Ari

stotile, che i vapori terrestri tirati in alto dal sole, alcuna volta sono si » grossi e corpulenti, che non passano la regione di mezzo dell'aria, ma » sono congelati dal freddo,. overamente si dissolvono, e caggiono giù, ma

quelli, che sono più sottili, s'inalzano più. Et di questi i meno viscosi dal » caldo si risolvono in vento. I più viscosi nè si potendo risolvere, salgono » in tanto, che vicini alla spera del fuoco s'accendono, e se sono di piccola » quantità, presto si risolvono, e così accesi caggiono in forma di stella». Egli opina di questi parlare Dante ; ma, soggiunge, se sono di molta materia, dura assai il fuoco a risolvergli in forma, che alcuna volta ardono non solo molti giorni, ma ancor più mesi. -- A nuvole d'agosto, nota, poi:

Quando il sole è nel leone e massime quando è presso alla canicola, in» terviene che le nuvole spinte dal caldo velocemente scendono. Perchè » sempre il caldo incluso con l'humido genera vento e il vento spigne « le nuvole ».

Udiamo un po' anche il padre Baldassare Lombardi (Padova, tip. della Minerva, 1822): « Di megja notte (dice egli) legge il Vat. 3199. Fender sereno, strisciare pel sereno aere, Nè sol calando in nuvole d'agosto la Nidobeatina; Nè sol calando nurole d’agosto le altre edizioni. E nota :

»

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« Con questa ultima lezione facendo gl'interpreti tutti delle parole sol calando un ablativo assoluto, eguale al latino occidente sole, passano, indi, parte a intendere che i detti vapori accesi fendano le nuvole, e parte a spiegare che la nuvola stessa, agitata dal vento, che il caldo cagiona, fenda il sereno ».

Vorrebbe pure il padre Lombardi, per la pretesa equivalenza del latino occidente sole, si scrivesse : Nè, il sol calando, nuvole d’agosto. Come poi si verifica che solamente quando il sole cala (tramonta) o i vapori accesi fendano le nuvole o le nuvole fendano il sereno, egli non lo sa.

Stando alla Nidobeatina, si può intendere (e lo approva il Lombardi) che al presto fender sereno (che di notte fanno i vapori accesi) aggiunga Dante il presto fendere (ossia penetrare) che fa il sole nell'agosto quelle nuvole, nelle quali si nasconde, per essere queste in quei caldi tempi molto rarefatte, e facilmente penetrabili.

Il Biagioli disapprova questa lezione e la chiosa di lui, perchè costrutto barbaro e perchè Dante non avrebbe comparato la prestezza delle anime, prima col rapidissimo moto dei vapori trascorrenti per l'aere e poi con quello del sole, tanto minore del primo.

Spiega quindi colla comune: vidi mai « (nel mese di agosto) il sole » calando già sotto l'orizzonte vapori accesi fender nuvole tosto». E il Torelli: «Io non vidi mai vapori accesi, ossia razzi, fendere di prima » notte il cielo sereno, nè fendere vapori (e qui vogliono lampi) nel » mese d' agosto, nuvole, sul tramontar del sole. Accennasi qui quella » meteora di lampi che, a guisa di batteria, si vedono scherzare in seno » alle nubi, il che accader suole nel cuor della state al cader del sole ».

Lodovico Salvi spiega così : « In modo consimile interpreta il Poggiali; » e noi, più che ad ogni altra, ci accostiamo di buon grado a questa in» terpretazione per cui al nostro testo abbiamo restituita la comune lezione».

Anche lo Scartazzini nota che tanto le stelle cadenti, quanto il frequente e silenzioso lampeggiar in seno alle nuvole nel pomeriggio di calde giornate d'estate, ai tempi di Dante si credeva provenisse da accensione di vapori (cfr. Virg. Georg. I, 365 e segg.

Brunetto Latini, Tres., II, 37. – Frezzi, Quadrir. IV, 14). E spiega col Corser veloci che parver baleni.

Tali i pareri dell'Andreoli; che si accorda con quello del Perticari, che lo toglie dal commento del Torelli, e così via, che già l'uno s'ajuta con l'altro 1

1 Giova notare che l'Andreoli ha la lezione cemune:

Ne, sol calando, nuvole d'agosto,

pari a quella del Bianchi (Firenze, Le Monnier, 1857), che si riferisce alla Vaticana 3199, Volli riportare le lezioni dei commentatori più antichi, in primo luogo, perchè più autorevoli, in quanto queste corredate su codici più in uso, e quindi meno soggette al solito accapigliamento delle varianti o per le differenti interpretazioni, offrono garanzia secura di fedeltà; in secondo luogo, perchè, esponendo i commenti di quelli che informarono e informeranno i commenti dei chiosatori posteriori e venturi, si possa badare al concetto primigenio con cui la ermeneutica della Commedia si andò svolgendo, spesso con dubbiezze e non troppo secure orme storiche e scientifiche, intendo dello scibile d'allora, con cui venne apppunto escogitato il poema.

Ma passiamo un po' ai codici.

Nella Marciana di Venezia ho avuto occasione di raffrontare, per questa come per altre varianti, ventun codici manoscritti della divina Commedia, sui quali, può dirsi, sono state riassunte quasi tutte le tradizioni del testo dantesco, non solo; ma corredati eziandio i commenti principali !

Undici di codesti si accordano nelle parole sol calando, con qualche variante di sole (evidentemente svarione di amanuense non poeta) tal che la lezione comune sarebbe con questi più evidente.

Quelli che danno la genuina lezione sono:
I. Codice LI (membranaceo) che reca:

ne sol calando nuuole dagosto.

II. Codice LII (cartaceo) in - folio:

ne sol chalando nuuole daghosto.

III. Codice LIII (membr.) in - folio:

ne sole calando nuuole dagosto.

da noi sopra accennata, e all'altra dell'Ambrosoli (Milano, Bettoni, 1824) e del Perticari, mentre il Portirelli (Milano, Soc. tip., 1804), che sta colla Nidobeatina, e l'edizione Mussi (Milano, 1809) recano l'altra :

Ne sol calando in nuvole d'agosto.

II manoscritti danteschi della biblioteca Marciana sono descritti in otto cataloghi. Il primo è un catalogo a stampa, pubblicato da Anton Maria Zanetti nel 1741, ed ivi trovansi i codici posseduti dalla repubblica di Venezia. Il secondo è un'appendice manoscritta al primo catalogo, ed ivi, per materia, sono registrati quei codici che pervennero alla biblioteca dalla caduta della repubblica in poi. La classe IX (Poeti) contiene eziandio i codici danteschi. Questi sono preziosissimi; poichè cinque sono del secolo XIV, gli altri sedici del secolo XV, descritti dall'abate Rinaldo Fulin nell'opera : 1 codici di Dante in Venezia. Venę. zia, 1865, in 8.°

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