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Che un libro, dal quale si prenda esempio, possa esser indicato con un simbolo, come ovis, bucula e simili, non par consono all'uso bucolico; pel quale la pecora, la mucca, ecc. son considerate come ricchezza del pastore e il latte che se ne trae, un prodotto per cosí dire della propria cura e attività padronale. In generale sono le Muse che allattano i poeti: ma con un innovatore di simboli arditi come Dante (ricordo che l'Eneida fu" mamma "nudrice poetando, a Stazio) l'argomento non ha valore.

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"Non occorre dire che questo non può indicare l'abbondanza di intima, propria poesia: perché di quel latte s'hanno a empir i mastelli di Titiro.

3 Che Dante avesse scritto già prima versi latini non è lontano dal credere il NOVATI (p. 68, n. 64). 4 Cfr. addietro, p. 37.

corregge: “Dante no, Virgilio „. Veramente dalla lettura della Bucolica non si apprende che proprio a lui sgorgasse dall'estro: anzi, nella elegante e raffinata tornitura d'ogni immagine e d'ogni verso, parrebbe di vedere la traccia d'un lungo e paziente lavoro di intarsio e di cesellatura, ben lontano dalla facilità. Ma poi io ho forte dubbio che dal contesto si possa assegnare al venire solet un complemento diverso che non ad me. Come mai solet a Virgilio, mentre est mecum, cioè con Titiro? Ed era Virgilio che la mungeva a empirne i dieci mastelli per Mopso?

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Or io non so, checché sia di quel sonetto al Quirini, se la Musa si offrisse facile al poeta volgare: ma dobbiam pur crederlo, a giudicarne dai maravigliosi cento mastelli che Titiro ha lasciati — ben colmi — all'umana ammirazione; e dalla parola stessa di lui, che come Amore entro gli spirava andava significando.

Ma no s'ha a intendere tutto al rovescio, per far piacere a due parole dell'Anonimo, e si ha a dire che dalla Bucolica latina, metaforicamente munta, Dante trarrà le doverose dieci ecloghe; interdum Melibeo ha da vigilare i caproni... Forse che di sedere in prima avrai distretta, avrebbe potuto sentirsi dire Melibeo, da qualche Belacqua.

Resterebbe da dire se io creda che nei dieci mastelli siano da ravvisarsi dieci Canti del Paradiso. Ho già detto (p. 9) che la interpretazione spicciativa dell'Albini, trattandosi di un assiduo ricercatore di simboli, quale fu Dante, non mi appaga: benché non sia da escludersi l'uso di particolari puramente suggeriti dalla finzione poetica, come pel Novati (p. 21) sarebbe il recensentes pastas de more capellas (v. 3) di questa stessa ecloga.

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Ma è pur sempre forte incentivo a credere che sí, quel noto passo del Boccaccio, sulla composizione della Commedia: “ Egli era suo costume, qualora sei o otto o più o meno Canti fatti n'avea, quelli, prima che alcun altro li vedesse, donde ch'egli fosse, mandare a messer Cane della Scala.... e poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne voleva „.

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1 In ZINGARELLI, op. cit., p. 319.

2 Quivi si trattava d'una chiosa che contraddiceva all'opinione che Dante non abbia punto insegnato pubblicamente, e il povero Anonimo fu ripudiato. Anche questa tesi del Novati fu largamente (se non esaurientemente) confutata dal comp:anto ODDONE ZENATTI a p. 462 sgg. dell'op. cit. nella nota seguente.

3 ODDONE ZENATTI, Dante e Firenze. Firenze, Sansoni, 1903, pp. 165-166. Il Pascoli anzi fa il conto; in

Queste, come altre parole del primo dei dantisti, ci convincono che a quei vecchi l'ecloga presente dava il senso che dà a noi.1

V.

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Non nascondo che un po' di coraggio mi ci vuole a render pubbliche queste mie conclusioni, di cui come si fa (chiede il Novati) a non vedere l'insulsaggine, la fiacchezza e persino l'assurdità? Dante sollecitato da Giovanni Del Virgilio a far paghi i suoi voti, condivisi da quanti son uomini dotti, col comporre de' poemi latini, gli indirizza un'ecloga con la promessa di mandargli de' versi volgari.......... L'altro, che s'era fin allora scalmanato a pregarlo perché facesse per l'appunto il contrario, s'accheta a un tratto; e, quasi immemore di quanto aveva cosí insistentemente richiesto, promette di ricambiare ciò che non gli era stato inviato con dieci componimenti suoi,, (p. 52): e questi, in latino. Ma è ciò scrupolosamente esatto?

Giovanni, dopo aver eccitato Dante a " comporre de' poemi latini, (in ciò siamo d'accordo) gli fa un'offerta: proporrà in Bologna che si dia a Dante la laurea, ma all'esortazione aggiunge due preghiere: lo venga a trovare e gli risponda.

Dante, cosi attento in quei suoi colloquí con le ombre dell'altra vita a far corrispondere ad ogni punto delle domande una particolar parte della risposta, non trascura, parlando coi vivi, nessuno degli argomenti toccati nel carme. Per l'offerta della laurea a Bologna, dice di desiderarla a Firenze; per andarlo a trovare, andrebbe sí, ma teme i luoghi ostili; per iscrivergli ecco che lo fa, e cosí gentilmente, da accompagnarvi un dono di altre sue poesie.

E quanto alla sollecitazione di scriver poemi latini, ecco come risponde: Quando mundi circumflua corpora cantu........ Concedat Mopsus. Ed eccogli un compenso per ammenda, quale la sua Musa piú facilmente e piú volonterosamente gli suol offrire.

"

Ai più noti scrittori accade spesso d'aver richieste d'articoli, pel tal numero unico „: qualche volta acconsentono, tal altra tacciono: più spesso rispondono: "Non posso ora soddisfare, ecc.: ma se può esser gradita questa poesia, che mi trovo ad avere..........„ Scrivo questo esempio sorridendo, e, come scherzo desidero sia letto: ma forse che non tutto il

due volte il Poeta avea pubblicato venti canti; gli altri tredici, furon quelli trovati dal Figliuolo.

Ibidem, pp. 105-108.

mondo è paese, e non tutti i secoli son oggi? Giovanni Del Virgilio "s'accheta a un tratto". Ma sfido io! che si poteva fare? Mopso ha conceduto rispettosamente, ecco tutto, come, nell'ipotesi del N., concederebbe che invece di carmi eroici Dante scrivesse carmi pastorali. Mostra che l'ammirazione sua si è fatta anche maggiore, (p. 50). E ne aveva ben ragione, dopo aver avuta cosí cortese risposta dallo sdegnoso e vecchio poeta. '

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Insistere sul punto dei versi latini, sarebbe stato davvero impertinente e stolto: invece sopra un altro poteva ritornare senza indiscrezione: sull'invito di venire a Bologna, mentre Dante attende (si noti) che il suo bell'ovile gli si apra, (Carme III, v. 36 segg.); qui tutto spira l'amore alla poesia: un gruppo di ammiratori lo aspetta, desiderosi non meno d'apprendere gli antichi carmi che di applaudire ai nuovi (Carme III, vv. 67, 69)! Però, se io non m'inganno (e di se e di ma occorre pur sempre circondare tali argomentazioni), dalla forma stessa dell'invito traspare la convinzione di Giovanni, che oramai è inutile indurre ad altro. cor.siglio il Poeta, il quale per la via da lui additatagli non vuol entrare, e non potrà, almero a Bologna, godere del desiderato onore. A Firenze l'abbia, se può: ma frattanto qui riceverà l'applauso privato degli amici. È importante osservare che Mopso non si offre ora piú araldo della gloria di Titiro per i plaudenti ginnasi; ma solo gli promette una piú ristretta, piú intima ammirazione, il che - anche facendo parte alla finzione pastorale apparisce chiaro nella scena familiare che vi è (vv. 48, 66) tratteggiata: l'antro fido ed amico, nel quale l'edere paiono sí, proter.dere le rame a cinger la fronte del Poeta; ma l'edere del convito amicale, non l'alloro ufficiale: ivi i due poeti canteranno alternamente, dandosi al comune amore delle Muse.

Da ultimo gli ripromette un ricambio naturale di cortesia: se Titiro gli manderà i prodotti della sua Musa, egli ne invierà a lui "altrettanti. Ma ciò va inteso con discrezione; perché a me sembra che, se assumiamo troppo rigidamente questi simboli pastorali, non solo cadiamo rello strano, ma disconosciamo la causa e l'origine di essi. Lo strano sarebbe questa specie di gigantesco canto amebeo, del quale ogni strofa verrebbe ad essere

1 Alla peggio si potrebbe dire che Mopso abbia interpretato, come interpreta ora il dotto Critico; cosí, per esempio, pensa il Pascoli. Ma, come vedremo, non c'è bisogno di ricorrere a tale disperata ipotesi,

un'ecloga. E quanto all'altro punto, l'evidente parafrasi della finzione dantesca, toglie alla parola di Mopso un assoluto valore simbolico: e come per la bucula anche il Novati crede s'abbia a intendere genericamente la Musa, cosí per questi novelli vascula, credo prudente non precisarne troppo il significato; bastando intendere che Mopso renderà, come potrà, il dono di Titiró, appunto perché prima s'era impromesso di cantar con lui nel suo antro, Titiro primo ed egli secondo (vv. 49-51).

E in fine: se Mopso avesse avuta la vista tanto acuta, come non ebber mai i critici prima del Novati, e alcuni reprobi non hanno neanche di poi, e se avesse intesa la promessa delle ecloghe, perché avrebbe scritti quei versi nei quali gli lanciava arditamente la minaccia di volgersi al fiume padovano di dotta poesia? Ma non mai meno opportunamente di ora, che vedeva Dante "sulla via di Damasco, conveniva di gettargli in viso il fortunato esempio del Mussato!

E ancóra un'altra osservazione sopra un indizio negativo, che, parodiando un geniale studio del Tocco, potrei intitolare "Quel che non c'è nell'ecloga di Giovanni,. Questo sarebbe lo strano silenzio di Mopso sul suo trionfo: perché altro che chiamar pitagoricamente Titiro un Virgilio redivivo! ma tutti gli Dei e tutte le bestie d'Arcadia, come già per udire il lamento di Gallo, sarebbero state introdotte a plaudire al rinnovato Titiro: di mille belati (come avea detto Dante) avrebber risuonato i colli ed i prati: ed egli, Mopso, si sarebbe fatto veramente pracco sonorus della fistola padana. Invece nulla dell'orgoglio legittimo di chi vede seguíto da un suo Maggiore, l'umile proprio consiglio: nulla del plauso, onde doveva incoraggiare e salutare il promesso poema ai dotti.

Convien dire che Mopso non avesse davvero capito il latino!

E nella ultima ecloga di Dante, c'è forse qualche cenno di quel che il Poeta s'apprestava a fare per ottenere in nuova guisa l'alloro? Dopo aver con molta originalità rappresentato come gli giungesse la risposta di Giovanni Del Virgilio, un solo motivo svolge il Poeta: quello appunto di una visita a Mopso. Già l'accenno di costui a Iolla, Guido Novello, che era il deus che avea fatto questi ozi al nuovo Titiro, lo spinge a esaltare la propria dimora, degna della sicula arcadia, come arcade era la finzione e il canto. "Mopso crede, dice Titiro, che io abiti fra il Po e il Rubi

cone; e non sa che giaccio nella piú felice terra di Peloro,. Tuttavia pel comune amor delle Muse, andrebbe pur nell'aspra Bologna, vicina allora a scacciar coi Pepoli forse anche l'ospitale Giovanni, se non fosse il pericolo di Polifemo, diciam pure di re Roberto.' Invece in tutta l'ecloga, della incoronazione solo un incerto cenno fugace, come un sospiro di desiderio al quale manchi il vigore della speranza vicina (vv. 86-87). Si può anzi notare che l'ecloga, nella seconda parte è un po' vuota; sicché non so davvero quale avrebbe potuto essere, di questo passo, la materia delle otto rimanenti.

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Resta il verso dell'epigrafe di Giovanni, che dà il titolo allo studio del Novati: ma anche questo fu soddisfacentemente spiegato dall'Albini, 3 rammentando che appunto la Musa pastorale fu l'ultima che sorrise al Poeta, il quale lasciò postuma questa ecloga.

Insomma mi par di potere ragionevolmente concludere, che l'interpretazione del Novati non sia probabile:

1° Perché il Postillatore non dice quel che gli fu fatto dire; e ancorché lo dicesse, non ha sufficiente autorità da contrapporsi alle obiezioni;

2o Perché non credo provato che Dante sentisse la necessità di comporre carmi latini per conseguire la laurea;

3o Perché tutto il senso della corrispondenza risulta contrario all'opinione che i mastelli promessi da Dante fossero dieci ecloghe.

***

Quando, tre anni or sono, lessi gli Studî del Novati, io accolsi la sua opinione e di tal fede ero contento, ora, avendo dovuto per altro fine riesaminare il problema, mi son venuto via via persuadendo del contrario, e il perché di tale persuasione desidero rendere pubblico. Lo desidero per amore di certezza, benché sia pur peritoso di contrastare a cosí autorevoli opinioni, e sol desideroso di veder giudicato il mio giudizio. Poiché almeno questo conviene concedere: che i prati non bevvero ancora abbastanza.

ENRICO CARRARA.

1 Occorrerebbe vedere se e quale significato abbiano le atrocità del Ciclope (vv. 76-83) in relazione agli atti di Roberto. Meno importante il problema geografico che ha rilevato il Belloni, op. cit., pag. 53 seg.

? L'interpretazione del Belloni (p. 56) che intende l'allusione riferita alla felicità della vita ultramondana, mi sarebbe di valido argomento se ne fossi punto persuaso. 3 In Cultura, art. cit., p. 330.

RECENSIONI

N. VACCALLUZZO

Le fonti del Catone dantesco (Estr. dal Giorn. stor. d. lett. ital., 1902, vol. XL, pp. 140-150). Dal lungo silenzio: studi danteschi. Messina, Muglia, 1903, pp. x-212 con 3 tavole.

Nel primo di questi due importanti studî, il V. prende in esame uno scritto del Chistoni, le cui conclusioni gli sembrano prive di solide basi, e sostiene: 1° che il Catone dantesco procede direttamente, come balivo de' pii del Purgatorio, dal Catone "legista „ de' pii dell'elisio virgiliano, configuratosi esteticamente al Catone lucaneo, che gli ha dato linee e colori; trasfigurato poi dal pennello dell'artista sovrano, che ha in sé risentito alcunché della nobiltà e della fierezza catoniana; 2o che nonostante il giudizio di Agostino, che non poteva vincolare Dante piú di quanto non lo vincolasse l'esplicita condanna di Sigieri, fatta dall'Aquinate, maraviglia

sarebbe stata se il Poeta non avesse sanzionato l'unanime giudizio della posterità su Catone e l'apoteosi fattane da Virgilio; 3° che Dante non ha unificato i due Catoni facendone uno nuovo, al quale proposito mette opportunamente in rilievo alcuni esempî dai quali si rileva come tra i due Catoni fosse mantenuta una distinzione netta e precisa ne' tempi anteriori a Dante.

Il D' Ovidio (Studii, 226) abbozzò il programma di un libro che fosse uno stretto confronto perpetuo tra l'Eneide e la Commedia; al libro da farsi il V. porta un notevole contributo con un saggio, col secondo lavoro sopra notato, il cui intento è "di rintracciare, dove non è stato fatto o è stato appena accennato (perché la novità assoluta in simili indagini non è più possibile), i contatti tra i due poemi, l'influenza suggestiva de' personaggi virgiliani, i lineamenti comuni nella fisionomia delle figure e lo schema comune nella disposizione e nella struttura delle scene e degli episodî. Talvolta non sono che linee e trame sottili, sfumature leggiere, pennelleggiature invisibili, riflessi, insomma, de' luoghi e delle figure virgiliane, cosí simpatiche e familiari agli occhi e al cuore di Dante,.

L'eco della voce di Virgilio si era perduta ne' lunghi silenzî dell'evo medio, sicché egli parea fioco; ma con le sue creature più belle e piú umane rivive nella Commedia dal lungo silenzio. Cosí Evandro e Cacciaguida si trovano congiunti come da una parentela spirituale. Il libro VIII dell' Encide e il ciclo fiorentino dei canti XV e XVI del Paradiso, che sono il nucleo interiore, quasi l'anima de' due poemi, offrono una rispondenza e un'affinità di prim'ordine (Evandro e Cacciaguida). Ma Cacciaguida ha, direi, due facce, e con l'una guarda, indietro, alla Firenze antica; con l'altra avanti, alla guerra e alla gloria dell'eroe e per l'idealità che da lui si riflette, riproduce Evandro; per l'azione che esercita nel meccanismo del Poema, riproduce Anchise. La coincidenza che il V. nota nello

svolgimento delle due figure di Anchise e di Cacciaguida, gli pare indizio d'una consi

mile elaborazione poetica, d'un consimile processo psicologico, di due azioni, insomma, e di due personaggi, che a un dato punto vengono a sovrapporsi e a sostituirsi ad altri due. Stretta relazione è tra' due poemi anche per il modo come si svolgono le profezie.

L'anchiseide dantesca procede come la virgiliana con la stessa larghezza, con lo stesso sentimento e con lo stesso fine (AnSu Francesca, e non chise e Cacciaguida). su lei soltanto, ma anche su altri profili di donne dantesche, si riflettono i raggi più soavi e gentili della persona di Elissa. Scene, incontri e colloqui di persone care Dante impregnò del dolore e della tristezza di Andromaca (Le donne antiche e i cavalieri). Altri rapporti il V. rileva tra l'umana commedia del libro VI dell' Eneide, che è popolata di personaggi presenti e vivi alla mente e al cuore del popolo romano, e idealmente e storicamente legati all'azione del protagonista, il cui nucleo principale è come una continuazione e un' appendice, nel regno de' morti, del dramma troiano; e la Divina Com media di Dante, il cui nucleo interiore è costituito dal dramma fiorentino. E a traverso a una serie di varie considerazioni il V. giunge

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a due conclusioni che giova riferire: "A me pare che delle due grandi civiltà, la pagana e la cristiana; e de' grandi periodi storici, l'antico e il moderno, non esclusi l'arabo e il cavalleresco, il Poeta abbia voluto darci come un quadro rappresentativo; e gli esempi, il più delle volte, li abbia tratti intenzionalmente da diversi luoghi e tempi, con prevalenza or degli uni or degli altri, secondo la natura del reato che, insomma, i singoli nomi siano come tipi rappresentativi delle diverse età. E perciò, passando in rassegna tutti i gruppi di peccatori, fa utilmente una statistica, un censimento della gigantesca necropoli dantesca, per tempo e per nazione. "L'ipotesi del Fauriel che Dante faccia astrazione del sesto libro dell' Eneide e siasi dilettato a disegnare nel cervello pagano del poeta latino, come in una tavola rasa, il contorno generale del suo Inferno, è priva di fondamento. In tanto, anzitutto, Virgilio può guidar Dante in quanto era l'autore di quel | sesto libro, in quanto quell' Inferno aveva prima descritto e poi veduto. Permane, insomma, nel mondo ideale dell'arte e nella coscienza del Poeta, identità assoluta tra i 'due Virgili e tra i due viaggi. Dante costruisce il suo Inferno sull'antico e vi lascia quanti piú può materiali, personaggi, mostri virgiliani (che il V. esamina partitamente), variadone, naturalmente, un po' la collocazione e un po' la fisionomia, ma conservandone la destinazione e l'ufficio. È un riadattamento, un rifacimento superbo, che il grande architetto fiorentino tentò sull'antico ma solido abbozzo virgiliano, (Le più alte cime). Propria di Dante è la tendenza a spiritualizzare le figure, le scene, i luoghi virgiliani. Uno degli esempî più singolari e rilevanti, finora inavvertito, è quello del Messo del cielo (Inf., IV, 64-103), che si presta a non pochi raffronti col Nettuno virgiliano (Acn., I, 124156). Museo è Sordello, nella funzione, s' intende, meccanica a cui serve nella macchina del Poema; ma egli è un personaggio muto, mentre il mantovano è la voce squillante dell'Alighieri. Per il Museo virgiliano, umeris extantem altis, che sale il balzo e parla e accenna e rassegna dall'alto, Dante volle non già la Matelda del Paradiso terrestre, cioè la Musa, come crede il Pascoli, ma un Museo vero e proprio, dalla posa di leone, poeta ed erce, che sale il balzo e parla e accenna e rassegna dall'alto, in consimili cir

costanze di fatti, di persone e di luoghi: Sordello. Certamente Deifobo non è Brunetto, come Museo non è propriamente Sordello, perché dietro e dentro Brunetto, dietro e dentro Sordello c'è Dante; ma con Dante c'è anche qualche cosa dell' inconsolabile mutilato in quello, del mitico poeta in questo. Marcello e Pallante, i due simpatici eroi giovinetti di Virgilio, hanno improntato di sé e del loro dolore e delle loro speranze un altro giovinetto eroe, Carlo Martello. Nell'antipurgatorio permane una traccia dell' inquietudine dello spirito errabondo degl'insepolti virgiliani, co' quali gli erranti cristiani, senza loco certo, dalla ripa in fuori, si trovano in una tal quale parentela. L'episodio di Palinuro modellò in qualche modo l'episodio dantesco di Buonconte. Né parrebbe estraneo alla complessa figurazione dell' Ulisse dantesco il Palinuro virgiliano, anch' egli cogli occhi alle stelle, ma còlto nel mare dal sonno della morte, come l'altro dalla tempesta.

Certo non sempre il V. convince il lettore: cosí, p. es., non mi pare che l'appari. zione di Virgilio a Dante sia l'eço lontana di quella del vecchio Omero a Ennio; non mi pare che la figura di Cacciaguida non potesse sorgere di getto nella mente del Poeta, né che sia improbabile che entrasse, cosí elaborata e complessa, nel piano primitivo della Commedia. Ma, se qualche volta il V. lascia dubbioso il lettore, spesso lo convince, e sempre lo invita a pensare con profitto. Gli scritti del V. sono evidentemente frutto di lungo studio e grande amore e offrono gran copia di raffronti nuovi e importanti. Talora si direbbe che egli divagasse un po' dal suo argomento; ma anche allora si segue con piacere, p. es., là dove discorre delle donne antiche e dei cavalieri, concludendo: "Il Canto di Francesca è il canto dell'amore cavalleresco ed è tutto materiato di elementi romanzeschi. Forse, a contare i per sonaggi del ciclo cavalleresco, che Dante nomina nel Poema, la Cavalleria sembra poco rappresentata. Ma non perciò è da consentire senza molte riserve col Novati, che Dante non fosse un lettore appassionato e un ammiratore caloroso dei romanzi arturiani,. Finisco con l'annunzio che nella Miscellanea in onore del Graf sarà un articolo nel quale il V. sostiene che la figurazione estetica di Pier della Vigna fu suggerita a Dante anche dalle vicende di Boezio. GIOVANNI MELODIA.

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