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5 gradi si arriva all'ultima ripa e all' ultima scala con un'inclinazione di 15 gradi.

Quest'affermazione è conseguenza logica di un dilemma; perché, qualora l'inclinazione della ripa non fosse eguale a quella della scala, non potrebbe essere che maggiore o minore: se maggiore ad un certo punto la scala si perderebbe in aria, se minore s'addentrerebbe nelle viscere della montagna da non trovar via d'uscita. Ma mi pare che il Piranesi non abbia riflettuto che se la ripa e la scala seguono l'istessa inclinazione, non sarebbe necessario che le scale fossero scavate dentro la roccia, potendo essere incise sul pendio della ripa e scavate di tanto quanto è necessario a mettere in rilievo le pedate dei gradini. Ma della profondità dello scavo, della fenditura della roccia, delle alte pareti che s'innalzano ai lati di chi sale, dell'uscire allo scoperto, come da un cunicolo, dopo aver percorsa la scala, si hanno continui accenni dalle calle

nell'Antipurgatorio, alle scale del Purgatorio; e, se badiamo alle parole colle quali Dante si esprime, si vede chiaramente come in tutte le salite della montagna si mantenga l'istesso concetto di conformazione.

Di fatto, la calla onde salinve lo duca, al cominciar dell'ascensione, entrava per entro il sasso rotto, ed era cosí stretta che Dante poté dire: e d'ogni lato ne stringca lo stremo, e soltanto quando arrivarono in su l'orlo supremo dell'alta ripa furono alla scoperta piaggia (Purg., Canto IV).

Simile a questa è la salita che dalla porta adduce alla prima cornice per cui Dante:

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Che per artezza i salitor dispaia (Purg., XXV, 9). Ici mantiene nello stesso ordine d'idee.

Nell'ultima, poi, proprio in quella che, secondo il Piranesi, avrebbe insieme alla roccia un pendio di 15 gradi, Dante pare insista in modo speciale perché nessuna delle proprietà delle più ripide scale precedenti possa escludersi da questa che dovrebbe essere la più comoda: ci dice che la via salia per entro il sasso, e che anche qui erano Fasciati quinci e quindi d'alta grotta (Purg., XXVII, 87) e la via era cosí profondamente scavata nel sasso che

Poco potea parer lí del di fuori (Purg., XXVII, 88).

Chi non vede inutile questo lavoro di scavo se le ripe seguivano l'inclinazione delle scale? di più il taglio, dovendo essere sempre profondo da mantenere i Poeti quasi nascosti, avrebbe reciso in tutta la sua larghezza la cornice; e per l'ultima scala sembra anche ridicolo quell'inutile taglio che farebbe camminare quasi in piano i Poeti entro un corridoio con pareti piú alte della statura di un uomo.

Invece proprio dall'ertezza della roccia e delle ripe si riconosce la necessità di vie o di scale che, scavate con piú lieve pendio, rendano il monte accessibile a persona viva.

I poeti, arrivati alle falde della montagna, trovarono la roccia si erta che indarno vi sarian le gambe pronte, per cui era necessario trovare dove la costa calava o la montagna giacesse in modo da rendere possibile l'andare in suso, e trovarono l'accesso per entro il sasso rotto, dov'è, necessario

supporre, si trovava quella strada che, per quanto ripida, offrisse un pendío piú comodo della roccia, e atto a far salire chi va senz'ala.

E a che sarebbe servito l'accenno alla scala che conduce a San Miniato (Purg., XII 100-108), se non per dirci che l'alta ripa che cade ben ratta dal 2° girone era inaccessibile al punto che, senza una scala fatta a posta per allentare la natura troppo montagnosa del luogo, non si sarebbe potuto andar su? insomma, pensando alla scala, non possiamo non pensare alla drittezza della ripa.

E poi nell'espressione:

Cadea dall'alta roccia un liquor chiaro (Purg., XXII, 137).

la parola alta non ci richiama l'espressione del XXVII, 87. Fasciati quinci e quindi | d'alta grotta, dove la parola alta esprime una drittezza perpendicolare o quasi della roccia?

A proposito della prima espressione sa spiegare il Piranesi come farebbe a cadere sugli alberi della 6a cornice il liquor chiaro, quando il punto alto della roccia, per l'inclinazione della ripa, si trovasse a chi sa quante decine di metri piú indietro dell'albero, il cui asse deve essere perpendicolare al piano? Se un corso d'acqua trova un dislivello a interruzione perpendicolare forma cascata, ma in un terreno in pendío, e, come nel caso del Piranesi, con un'inclinazione di 20 gradi, l'acqua sarebbe scesa per la ripa e avrebbe bagnate non le foglie ma le radici degli alberi misteriosi. E giacché siamo a parlar degli inconvenienti delle ripe ad❘ inclinazione, confesso di non sapermi spiegare neanche la posizione degli Invidiosi se l'un sofferia l'altro colla spalla, mentre poi, perché tutti dalla ripa eran sofferti, si sarebbero dovuti trovare sdraiati sopra un letto di 40 gradi di pendenza. Insomma non mi pare sia il caso d'insistere più oltre per dimostrare l'evidenza della drittezza delle ripe, le quali, all'infuori di quella dei Superbi, che deve presentare una certa regolarità e raffinatezza, per gli intagli che vi sono, le altre non avranno che una perpendicolarità relativa per essere delle roccie tagliate e non mura affinate. Esclusa la possibilità della progressiva pendenza delle ripe la loro perpendicolarità ci riporterebbe all'idea di un Purgatorio formato di cilindri sovrapposti a cilindri, che noi abbiamo col Piranesi riget- |

tati a priori. L'idea dei cilindri c'è venuta dal disegno della "volgare, il quale ha diffuso un errore che, senza esser messo in discussione, ha fatto sí che tutti concepissero la montagna del Purgatorio in quel modo; ma se il Piranesi non ha accettato i cilindri perché non si prestavano alla costruzione delle sue scale, a me sembrano non accettabili per la seguente considerazione.

Le cornici non sono che risegature del

monte:

Ove secondamente si risega lo monte

(Purg., XIII, 2).

Se queste risegature a ripe perpendicolari si succedessero senza interruzione, anche dando alla costa della montagna un'inclinazione di 45 gradi, che potrebbe essere massima, le ripe non sarebbero alte più di 5 metri, tanto quanto è largo il piano della cornice; e, siccome dal piano dei Superbi al Paradiso terrestre s'innalzano sette pareti, tutto il Purgatorio si restringerebbe all' ultimo cucuzzolo della montagna, e sarebbe alto 35 metri; quanto un modesto palazzo. Né parlo degli inconvenienti che si verificherebbero se cosí potesse essere.

Qui cade in acconcio la bella pensata dell'Agnelli. Nessuna ragione, di fatto, c'è che queste risegature, che pur debbono avere perpendicolare il taglio della montagna che fa angolo collo spianato delle cornici, si debbano succedere a distanza solo della ripa perpendicolare, anzi tutto fa supporre che i ripiani si trovino notevolmente distanti l'uno dall'altro, per cui dal punto più alto della ripa perpendicolare al ciglio esterno della successiva cornice ci deve essere una zona montagnosa.

Peccato che questa pensata dell'Agnelli non conferisca alla montagna quella libertà di slancio e di proporzioni quali liberamente l'ha concepita la poetica fantasia di Dante, e quale potremmo noi liberamente imaginare, senza accogliere delimitazioni di sorta. E che cosa potrebbe porre un freno alla nostra fantasia nel far dislagare quanto piú ci piace questa montagna di cui Dante poté dire: lo sommo er'alto che vincea la vista; che 'l poggio sale Più che salir non posson gli occhi miei; e se la zona dell'aria, entro cui si hanno i turbamenti atmosferici, arriva fino ai tre gradi ov'ha 'l vicario di Pietro le piante?

Non certo il bisogno di mettere d'accordo le distanze col tempo impiegato nel percorrerle, perché fra tempo e spazio in Dante non vi può essere relazione alcuna; neanche l'osservazione che l'Angelitti1 fa all'esagerata ipotesi del Russo sull'altezza della montagna, cioé che gran parte di essa si troverebbe collocata in una regione perpetuamente illuminata dal sole, perché, se non sbaglio, Dante in Par., IX, 118-119, ci dice che il cono ombroso della Terra si appunta al cielo di Venere. Un limite, però, si verrebbe a trovare nella rigida legge geometrica per la graduale decrescenza degli angoli d'inclinazione delle scale, per cui si spezzano le linee convergenti della costa e la montagna, acquistando una forma emisferica, perde quel libero slancio che ha valore morale e poetico.

Ma è proprio necessario stabilire nel Purgatorio un sistema di scale a pendío gradualmente decrescente?

Anche l'Agnelli l'afferma, perché, secondo che ci dice in Nota alla tav. V, prendendo le mosse dalla ormai famosa terzina:

Questa montagna è tale, ecc.

si convince che quanto piú si sale tanto meno il monte riesce faticoso, fino a che, per l'obliquità delle pareti, alla cima la fatica dell'ascendere è nulla; e poi trova la prova della sempre decrescente ertezza delle scale nei tre passi del Purg., X, 7-9; XII, 100136; XV, 36.

Di questi tre passi solo l'ultimo potrebbe citarsi come prova del graduale pendio delle scale, anzi unica prova; degli altri due nel 1° (X, 7-9) si parla della scala che dalla porta adduce alla 1a cornice, scala difficoltosa a salirsi: ma nulla che alluda lontanamente ad un'inclinazione minore di quella della precedente salita; nel 2o (XII, 100-136) si parla dello scopo che hanno queste scale di rendere, cioè, accessibile un luogo elevato che, per la natura montagnosa della ripa, non si potrebbe valicare senza un artificiale passaggio; ma neanche qui un lontano accenno di pendio minore della scala precedente.

Dell'Agnelli non conosciamo i criterî di misura per l'inclinazione delle scale, ma si

1 Discussioni scientifico-dantesche: su le stelle che cadono e le stelle che salgono, su le regioni dell'Aria, su 'altezza del " Purg. „, Palermo, 1991.

può supporre che di poco differiscano da quelli del Piranesi, se afferma che alla cima la fatica dell'ascendere è nulla per comodità di scale; e cosí possiamo ritenere che anche per lui l'ultima scala è quasi pianeggiante, ossia una comodissima cordonata come per il Piranesi. Mentre Dante, quasi per non essere frainteso, proprio quest'ultima scala, che dovrebbe essere la più comoda, ha contrassegnato colle proprietà di quelle che sono le più ripide. La dice formata di gradi e di scaglioni come fa per la scaletta dove i tre gradi brevi si ammassicciano l'uno sull'altro.

Di più, nell'espressione: quando poi fummo in sul grado superno, la parola superno nulla aggiunge al concetto di ripidezza?

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Quindi l'ultima salita, per quanto lieve, dovrebbe essere non solo più comoda di un piano, ma piacevole quanto una discesa. Insomma il Piranesi e l'Agnelli si propongono di costruire un sistema di scale fatte in modo che in esse l'andar su dovrebbe essere piacevole quanto l'andare in giuso e secondo corrente, per aggiunta; ma è chiaro che si propongono l'impossibile!

Poi, neanche in parte, mi pare, regga l'idea del graduale pendío delle scale perché la costruzione del Piranesi e dell'Agnelli non può neanche servire a darci una forma materiale di montagna che, per quanto im

perfetta, piú si accosti al concetto morale di Dante, perché il Poeta la confuta fin daprincipio. E non è fin dalla scala che dalla 1a cornice adduce alla 2a, e che in confronto delle altre dovrebbe essere la più ripida scala del Purgatorio, che si riscontrano effetti che contradicono alla costruzione materiale? di fatto, a Dante che la saliva pareva di essere troppo più lieve che per lo pian... davanti: insomma una ripida scala più comoda di un piano!

Ma poi se la facilità nel salire fosse dipesa dalla comodità delle scale, Dante non ne avrebbe domandata la ragione, o ne avreb be parlato solo per richiamare l'attenzione su questa speciale costruzione di scale; ma quasi per non farci prendere degli abbagli vuol sapere non di che natura siano quelle scale più comode di un piano, ma qual cosa pesante si fosse tolta da lui per cui, pur andando in salita, non si affaticava come per lo pian, e domandò:

. . qual cosa greve

levata s'è da me, che nulla quasi per me fatica sí andando si riceve?

e Virgilio confermandogli ciò che gli ha in parte detto (Purg., IV, 91-94) aggiunge che quando si sarà liberato dei sette P allora, per i suoi piedi fia diletto loro esser supinti (Purg., XII, 126), dal che ne viene come conseguenza logica che senza i P Dante avrebbe potuto ascendere colla più grande speditezza, comodità e piacere la più ripida salita.

Quindi se mai si potesse trovare un'espressione materiale, corrispondente a questo concetto morale, bisognerebbe cercarla non già nella costruzione delle scale, ma in un'impossibile rappresentazione del peso dei segni che l'Angel profila, e che gravavano le spalle del Poeta, peso che, diminuendo man mano, rendeva meno faticoso l'ascendere. Cosí soltanto si potrebbe capire come il camminare in piano possa essere piú incomodo che fare una salita; e cosí pure la montagna può restare nella sua forma piú semplice, senza tante artificiosità, perché Dante può salirla lo stesso con graduale speditezza e piacere, senza bisogno che ci sia chi gli vada accomodando le scale.

Le gravissime difficoltà di salita che si sperimentavano fin dalla parte piú bassa della montagna preoccuparono Dante, che vedeva innanzi a sé un'interminabile ascensione, per

cui Virgilio dové rincorarlo col dirgli, che non solo in quella montagna si verificava il fenomeno veramente curioso di sentir meno stanchezza quanto piú si saliva, ma l'andar su sarebbe diventato tanto comodo e piacevole quanto il trovarsi in barca per in giuso andar secondo corrente. Questa espressione che sembra buttata lí a caso, tanto per un modo di dire iperbolico, è la formula piú esatta del valore morale dell'ascensione al Purgatorio, mai non smentita in tutti i luoghi di questa Cantica dove si parla di salita; confermata e illustrata, come sa far Dante, nel Canto I del Paradiso.

Dove si parla della costruzione materiale delle scale, Dante ci dice solo della loro incassatura allo scoglio, e delle conseguenti alte pareti laterali, e, all'infuori del v. 36, XV, non c'è altro accenno ad una probabile decrescenza di pendío; ma nota, invece, la sua leggerezza, non omettendo mai di riferirsi alla causa, cioé al batter dell'ala per la fronte che gli facevano gli Angeli assistenti. Era dunque la sua leggerezza che gradatamente cresceva tanto che nell'ultima scala ad ogni passo poi al volo si sentiva crescer le penne.

Nel Canto I del Paradiso (103-141) Dante ci dà la spiegazione di tutto, col parlarci della naturale tendenza che abbiamo a ricongiungerci con Dio, e che è istintiva e naturale, come la tendenza che ha l'acqua di scendere dall'alto in basso.

Se gli uomini non s'innalzano tutti al Cielo, che è il nostro sito ed il centro di attrazione per tutti, si è perché, potendo torcere altrove, per la libertà della volontà, possono lasciarsi sedurre da falsi piaceri che non solo deviano, ma legano sopraffacendo la forza di quella corda che ciò che scocca drizza in segno licto.

Il viaggio di Dante nel mondo della morta gente aveva per scopo di liberarlo da tutti quei vincoli che gli tarpavano le ali al volo, che l'avrebbe ricongiunto con Dio; per cui ogni passo che Dante faceva verso la cima della montagna, ogni cornice che valicava segnava un impedimento di meno al volo verso le stellate ruote; e man mano che si attenuavano o diminuivano gl'impedimenti Dante acquistava la libera tendenza alle stelle, finché gli impedimenti non diminuirono al punto da dare il sopravvento alla forza istintiva, che ha, secondo l'idea di Dante, potenza di traspor

tare un uomo in alto con la stessa facilità con cui la forza centripeda trascina l'acqua al luogo più basso. È per questo che Dante nell'ultima scala, quando il suo arbitrio stava per raggiungere la libertà da ogni vincolo alla colpa, la forza istintiva, che si andava esplicando in tutta la sua pienezza, gli faceva sentire di passo in passo crescere le penne al volo, ed il suo non era piú un camminare, ma una tendenza al volare.

Quindi lo stento di Dante a salire è simile all'affaticarsi che fa l'acqua per spianarsi la via a scendere, quando, lungo il suo corso, trova ripari o altri impedimenti che le intralciano la discesa. Cosí Dante, arrivato nel Paradiso terrestre, superati gli ultimi due ostacoli, che erano la memoria delle passate colpe e la tramortita virtú, bevuta l'acqua del Lete e dell' Eunoè, si trova come l'acqua che, dopo la corsa su di una china, arrivata sull'orlo di un precipizio, deve piombare nel vuoto senza che ci possa esser forza che valga a rattenerla; e Dante, in questo modo e per questa ragione, si slanciò con fulminea velocità al Cielo.

Non dei più ammirar, se bene stimo, lo tuo salir, se non come d'un rivo, se d'alto monte scende giuso ad imo. Maraviglia sarebbe in te, se, privo d'impedimento, giú ti fossi assiso, come a terra quieto foco vivo.

Ora l'innalzarsi di Dante dal Paradiso terrestre al Cielo è un fatto cosí sorprendente e fuori d'ogni esperienza e legge fisica, che egli stesso se ne maravigliò domandando alla Beatrice come mai avesse potuto trascendere quei corpi lievi.

Come, è sperabile, non ci sarà nessuno che pensi di trovare una ragione qualunque che spieghi materialmente il concetto morale del volo di Dante al Cielo, cosí mi pare non sia il caso di sforzarsi a trovare un'espressione materiale, che ci spieghi la progressiva facilità di salita nella montagna del Purgatorio, quando anch'essa dipende dallo stesso principio che trascende l'ordine naturale delle cose, e che è effetto di quella virtú, che avrebbe poi spinto il Poeta ad un volo tanto istantaneo.

Ma ci troviamo sempre di fronte al noto verso uno scaleo vie men che gli altri eretto. È vero che questo verso, preso isolatamente, ci fa pensare ad una graduale in

clinazione delle scale, ma, prima di stabilire come fatto assoluto un principio, bisogna discutere le idee e vedere in che relazione si trova il particolare col generale, ossia coll'idea fondamentale, perché non sarebbe il primo caso in cui qualche circostanza minima si trova in collisione colle idee predominanti del Poema.

La colpa è nostra che ne facciamo sempre un caso serio; e per quanto non scompagnamo il nome di Dante da quello di Poeta, spesso spesso, poi, ci dimentichiamo che Dante è poeta, e presumiamo trovarlo, non solo, perfetto astronomo, perfetto filosofo, perfetto storico, perfetto naturalista, quasi che l'opera sua, piú che un poema, sia un trattato di scienze; ma lo vogliamo anche preciso in tutti i particolari. La colpa è anche un po' di Dante, che, in genere, riesce cosí esatto e completo in tutto da far sorgere in chi lo studia la pretesa d'inappuntabilità tale da soddisfare le esigenze di ogni specialista che vuole assolutamente trovarci tutto ciò che non contradica alla sua scienza: ma gli eccessi son sempre eccessi!

Nel caso nostro dobbiamo domandarci: è mai possibile costruire materialmente una serie di scale, che conducano alla cima di una montagna, e che non solo non facciano sentire la naturale stanchezza in chi le ascenda, ma rendano la salita piacevole come una discesa, e facile come lo scorrere di una barca secondo corrente? Non è evidente che chi si proponesse ciò si proporrebbe l'impossibile, l'assurdo? Perché mai, allora, prendere le mosse da un verso che accenna ad una circostanza materiale, che non solo è insufficiente a spiegare il concetto morale, ma dà alla montagna un'artificiosità che ripugna, quando non c'è bisogno di ciò, potendo Dante salire con graduale leggerezza, indipendentemente dalla facilitazione delle scale?

Abbia, dunque, la montagna quel pendío che più si conformi all'espressione dantesca la costa superba piú assai Che da mezzo quadrante a centro lista; tanto più che non è assolutamente necessario ritenere che la base della montagna e il Purgatorio abbiano diversa inclinazione. Necessario è solo che il Purgatorio non perda la sua fisonomia di montagna, come avverrebbe coi cilindri sovrapposti, o con altre artificiosità; e ricordandoci che le cornici sono risegature del

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