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ibi replebunt locum inferni, quod nihil ibi de aere remanebit: et sic non erit ibi aliquid de diaphano, quod possit esse subiectum lucis et tenebrae, nisi oculi damnatorum, qui erunt obtenebrati,.1

Tale la dottrina tomistica sulle tenebre infernali. Ma è d'uopo ancora conoscere le opinioni di qualche altro commentatore di Pietro Lombardo.

Durando da san Porciano, fiorito, secondo il Trittehemius, nel 1318, cosí dichiara la Quaestio II. (Distinct. L) del IV Libro Sententiarum: “De aeris poena in Evangelio ubi praecipiuntur projici in tenebras exteriores, tenebra est passio aeris, hae autem non sunt intelligendae per carentiam omnimodam luminis, sed per carentiam ut visio eius est delectabilis, unde tales tenebrae erunt in inferno, quia ibi per picue videbitur, sed solummodo videbunt ibi sub quadam tenebrositate illa quae afflictionem cordi possunt ingerere, unde damnati videbunt poenas suas et illos quos secum per malum exemplum traxerunt de mundo, quod totum cedet eis ad augmentum supplicii

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".

Nel Compendio di Teologia di fra Giovanni de Combis si legge: "Infernus est locus tenebrosus, cum sit locus institiae. Lumen autem cum sit delectabile, tamen ingerit tristitiam per accidens, scilicet in quantum ostendit aliquld triste. Unde in inferno est aliquid obscuri luminis, quo damnati videre possint unde doleant, et non unde laetentur „.

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Dante non si è scostato affatto da queste conclusioni in vigore ai suoi tempi, né vi ha aggiunto nulla di suo. L'Inferno è anche dal Poeta posto al centro della terra, immerso nell'ombra, e se visione c'è, è dolorosa ed opprimente; donde avviene che gli spirití sentano un' aspirazione avida verso la luce beata della terra, verso lo dolce lome che compendia tutte le gioie del vivere. Ancóra, l'Inferno, nella primissima concezione è tutto infocato dalle fiamme; ricordiamoci infatti che le mura di Dite eran dimostrate rosse dal foco eterno ch'entro le affocava (VIII, 73 e segg.). Ma questo fuoco,

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nella cittá del foco finalmente (X, 22).

Che se il Cavalcanti chiama quel carcere cieco (X, 58), non deve assolutamente intendersi lí per assenza di luce materiale, ma per assenza di luce intellettuale, di bene, di grazia. E dalla mancanza di accenni alle tenebre, è da supporre che il bollor vermiglio fosse pure in parte luminoso, irraggiando bagliori sanguigni sulla scena circostante. Luminose sono le di fuoco dilatate falde del terzo girone (XIV, 29) del settimo cerchio, luminose le fiamme di che tutta risplendea l'ottava bolgia (XXVI, 31), cosí che il Poeta può paragonarle alle lucciole non solo, ma alla fiamma che involse il carro che rapiva Elia (XXVI, 35 e segg.). Luminose però fino ad un certo punto, perché dobbiamo ricordarci che la luce dell'Inferno non deve dilettare. E le cappe degli ipocriti non sono addirittura abbaglianti?

Di fuor dorate son, sí ch'egli abbaglia (XXIII, 64).

Dunque luce forte, ma dolorosamente insopportabile anche qui. Se Dante, con quel verso messo in bocca a Virgilio, quando costui parla del cerchio di Giuda:

Quell' è il più basso loco e il piú oscuro

(IX, 29)

ci fa pensare che la distribuzione delle tenebre debba seguire nell'Inferno con un climax ascendente, questa progressione noi non la troviamo di fatti adoperata e ciò non per difetto del Poeta, il quale abbia potuto obliare la quasi promessa, ma perché egli, dovendo rispettare le dottrine teologiche, è stato costretto a distribuire adeguatamente alle colpe le pene, (pene dove trovansi: lux et tenebra, prout maxime spectant ad miseriam damnatorum, secondo la trattazione di Tommaso d'Aquino), e di queste qualcuna, pel suo carattere particolare, si è opposta al crescere continuo delle tenebre.

S'è visto adunque che l'ambiente, mi si permetta una sola volta questa parola, o il parergo, meglio, del gran quadro infernale è il tenebrore, e quanto piú solitario è il loco tanto maggiormente è oscuro; ma quanto piú si appressano i peccatori tanto piú cresce la virtú visiva del Poeta, perché dalla pena deve irraggiare una luce bastevole a farla riconoscere e ai dannati stessi e a Dante che fatalmente deve vedere, come egli stesso ha affermato fin dal primo Canto:

'Ove udirai le disperate strida, vedrai gli antichi spiriti dolenti (vv. 115, 161).

A questa conclusione però pare s'opponga Dante istesso dove dice:

Per letiziar lassú folgor s'acquista, sỉ come riso quí, ma giú s’abbuia l'ombra di fuor, come la mente è trista (Parad., IX, 70 e segg.).

Ma, chi ben noti, qui l'Alighieri non parla tanto di luce, quanto di qualcosa opposta al riso, di un ingrugnirsi, d'un abbuiarsi tetro dello aspetto per evitare la conoscenza, perché la mente è trista. E infatti le ombre, delle volte, sono addirittura irriconoscibili, come quelle degli avari e degli usurai, e sempre rabbuiate cosi che il Poeta stenta a riconoscerle d'un tratto. Quindi se è vero che

l'ombra di fuor s'abbuja a prima vista, è un abbujarsi quasi volontario per non rivelare la propria vergogna, un voler nascondere, come Vanni Fucci, anche la colpa vera; e tutto ciò è sempre vinto fatalmente e il Poeta vede nel buio, e riconosce, ed appura la verità.

Dante, cosa se non nuova, strana certo, con la concezione del suo Inferno, ebbe una influenza diretta sui commentatori del Liber Sententiarum a sé posteriori, poiché era arrivato a meglio far comprendere, con la descrizione animata, il problema complicatissimo di queste tenebre fra le quali si può vedere. E certo dalla lettura del mistico Poema dové detrarre la dichiarazione sua san Dionisio Cartusiano, il quale diceva: "Ideo Infernus quantum ad lucem et tenebras ita dispositus existit et erit, quod nihil ibi perspicue conspicitur, sed sub quadam umbrositate, quo ad illa, quo afflictionem, horrorem et abominationem possunt cordi ingerere,.'

E il Domenicano fra Domenico Soto aggiunge: "At vero neque omnimodae sunt tenebrae quales essent in centro terrae, si nullus ignis illic arderet. Sed coniicitur esse lumen quoddam ambiguum quo possint se miseri mutuo conspectare, idque ad majorem

tristitiam cum suas calamitates invicem con

spiciant, nam et solatio destituti sunt, quod

esse solet miseris dum accidit socios habere poenarum. Torquentur vero praesertim dum. eos intuentur quos vel criminum complices habuerunt, vel sua contagione contaminarunt. Tunc enim majori suffunduntur pudore„ . [Ecco perché Francesca dice di Paolo: Questi che mai da me non fia diviso (V, 135)]. "Coniectari ergo de illa tenebrosa luce possumus, aut sublucidis tenebris, admodum illarum. quam somniantes in semivigilia patiuntur, dum videre sibi videntur, maligne illos cum quibus colloquuntur „. 2

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nente, imprescindibile, direi quasi, dell'Inferno dantesco e il Poeta le ha tolte di peso dalla dottrina teologica, pur sapendole maestrevolmente adattare alla propria concezione. I luoghi tutti per sé stessi sono bui all'estremo, ma per divina disposizione i dannati trovansi fra un certo bagliore strano indefinibile che permette ad essi peccatori, ed al Poeta, nel suo fatale andare, la vista della pena. L'anima vede sé e gli spiriti suoi compagni per accrescere il proprio tormento, contemplando l'effetto dei cruciati anche ne

A

A PROPOSITO

DELLA STRUTTURA MORALE DELLA "DIVINA COMMEDIA,,

Ji critici vuolsi dare piena libertà come ai poeti; ed ai loro giudizî conviene chinare il capo rassegnatamente anche se non piacciono, e se anche sembrano irragionevoli.

In un solo caso si ha il diritto di ribellarvisi, ed è quando diano un'idea non esatta o falsa dell'opera da essi presa a criticare; che se poi corroborano di ragioni i loro giudizî, allora nasce nel criticato il diritto di esaminare e criticare alla sua volta le vedute e le argomentazioni del critico.

Mi ha messo in queste condizioni la recensione che il sig. L. F. fece nell' ultimo quaderno del Giornale dantesco della mia operetta: Minerva oscurata;1 e non intendo rinunciare ai diritti che generalmente si riconoscono a chi è onorato di recensioni e di critiche: e dico onorato, perché è già una bella cosa fuggire per proprio merito dal piú che trifauce cestino delle redazioni di periodici o di giornali.

RETTIFICAZIONI E PROPOSTE

Dunque intendo dare un'idea meno incompiuta ed inesatta della mia opera, e ricambiare di rispettose e garbate osservazioni gli appunti rivoltimi dall'egregio dantista, velato dalle trasparentissime iniziali L. F.

S

I dissensi cominciano sui criterî esegetici; e il critico m'incalza con una fila di domande. Perché comincia, non darsi pensiero alcuno dell'ortodossia o dell'eterodossia del Poeta...? È presto detto il perché: ho voluto escludere ogni criterio aprioristico, ed eliminare ogni elemento perturbatore dell'esame oggettivo del pensiero dantesco.

E perché, soggiunge, non darsi alcun pensiero delle ragioni dell'arte?... Per l'esattezza osservo che io dissi appena di voler fare poco assegnamento sulle intime ragioni dell'arte; e tra le due asserzioni ci corre un bel

gli altri che si dibattono fra gli spasimi, per subire tutto l'orrore destato dalla natura dei luoghi e dalla malvagia brutalità dei tormentatori e dei demonî. Vede anche e meglio il Poeta, sempre secondo le dottrine dei Teologi, perché possa pentirsi dei suoi falli e in una abbia modo di descriver fondo all' Inferno istesso..

X

Palermo, 20 gennaio 1903.

1 Minerva Oscurata o la topografia morale della "Divina Commedia, Milano, Albrighi-Segati, 1902.

G. B. GRASSI.

tratto. Le ragioni poi, che mi portarono a questa decisione, le esposi già: l'estetica ha poco da vedere coll'esegesi; e la struttura morale è una questione essenzialmente esegetica. Convengo per altro col sig. L. F. che sia una cattiva critica l'attribuire a Dante gravi offese dell'arte; ma lascio a lui il còmpito di provarmi che nel mio saggio abbia fatto al Poeta di queste indebite ed offensive attribuzioni.

Prosegue:

Perché rinunciare, tranne in pochissimi casi di perfetto parallelismo, all'aiuto che possono dare i teologi in generale, e san Tommaso in ispecie? Ma curiosa questa! Al parallelismo ricorsi quando c'era bisogno; e solo nei casi in cui era chiaro e perfetto, perché la sana ermeneutica insegna che non è lecito usarne a tutto pasto.

Infine il critico trova che il mio proposito di attenermi rigorosamente alla lettera della "Commedia, ha del pedantesco. E sia, ma è il metodo scientifico, mentre le interpretazioni fatte a base di estetica, di psicologia, di parallelismi, e di deduzioni aprioristiche non so se si meritino questo nome. Guai se in una questione ermeneutica si abbandonano i freni alla fantasia! E passiamo oltre.

S

Poste le divergenze nei principii naturalmente i dissensi nelle conclusioni dovevano essere più forti e profondi. Il sig. L. F. non è convinto che il vestibolo e il Limbo abbiano a far parte a sé, senza rientrare nell'unico criterio divisionale, sol perché Dante non ne fa motto nel Canto XI dell'" Inferno,; e mi oppone il silenzio che Dante serba anche sul conto degli eretici.

Ma piano alle conclusioni: non c'è parità tra il trattamento degli eretici, e degli abitatori del Limbo e del Vestibolo. Si tace di tutti, è vero, nel Canto XI; ma gli eretici sono nel mezzo dei peccatori classificati da Dante, quei del Limbo e del Vestibolo invece sono posti fuori dai confini della classificazione. Donde deriva

che cercando come gli eretici entrino nell'esercito dei peccatori, si spiega uno dei silenzî significativi, di cui è sparsa la Commedia; e cercando invece, come vi entrino quei del Vestibolo e del Limbo, si va contro al pensiero di Dante.

È poi falso che questo silenzio sia l'unico argomento da me recato; perché a pagg. 40, 41, 95, 96, ecc. esposi e sviluppai pure questi, che accenno appena.

a) Nella Commedia non si ha il più leggiero accenno alla grande classificazione abbracciante tutto l'Inferno, e tanto meno al grande criterio distributivo;

b) Il Limbo, secondo la teologia e secondo Dante, è un regno dell'oltre tomba a parte, e diversissimo dall'Inferno; e quindi non si capisce perché gli abitatori dei due regni debbano entrare in un solo grande ordinamento;

c) Minosse non giudica l'anime del Limbo e del Vestibolo: egli è il giudice solo dell'Inferno, e non consiglia anche questo fatto a ritenere che l'Inferno abbia un criterio distributivo ed una distribuzione a parte?

d) Aggiunsi infine la mala prova fatta dei tentativi di adattare alla prima Cantica una sola classificazione.

S

Un altro appunto. L'aver Dante classificati i peccati sotto le due categorie dell'incontinenza e della malizia, perché che toglie nell' " Inferno, vi sieno tutti i vizi capitali?... L. F. qui mi ha inteso a rovescio; nonostante che io abbia esposto chiarissimamente la mia opinione. "I vizî capitali scrissi a pag. 112 riassumendo una lunga discussione entrano materialiter, ma non formaliter: per tutto l'Inferno sono cioè sparsi e seminati dei superbi, dei golosi, degli iracondi, ecc., ma addolorano sotto la bandiera dell'incontinenza o della malizia sia violenta che frodolenta, ma non sotto la bandiera di questo o quel vizio capitale „. In altre parole io dissi assurdo il cercare nell' Inferno le sedi dei vizî capitali, ma non già il vedervi anime macchiate da colpe che siano figliazioni dei vizî capitali. E recai parecchi argomenti (pag. 105-112) tra i quali l'irriducibilità di due diverse classificazioni, ed una prova di fatto che nell' Inferno nessun vizio capitale all'infuori della gola forse ha il suo cerchio, e la sua bolgia riser

vata.

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E questi argomenti doveva scalzare il sign. L. F., prima di raccogliere difficoltà che non solvunt argumenta, come dicevasi ai tempi di Dante, ed è vero anche oggi.

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Infine non gli vanno i sottocriteri che dissi essere stati adottati dal Poeta nella distribuzione dei peccatori nelle bolgie, nei gironi della violenza, nei cerchi dell'Antidite e nelle sezioni del ghiaccio di Cocito.

Il criterio del danno è un criterio secondario, e non è presumibile che alla mente filosofica di Dante potesse parere sufficiente a misurare la gravezza di tutte le colpe punite nell'" Inferno,,.

Il sig. L. F. è innamorato di queste argomentazioni aprioristiche; ma saprà pure che contra factum non valet argumentum. Se Dante si attenne a questo criterio, che vale il sillogizzarvi contro? Ad ogni modo il sig. L. F. doveva prima mostrare vane le dimostrazioni da me messe insieme a pagg. 75-76-79-80. E quando lo si volesse seguire sul terreno poco sicuro da lui battuto,

si potrebbe osservare che il criterio del danno era quello che meglio si prestava a colorire le idealità politiche del Poeta. Seguendo infatti quel criterio egli poté relegare giú in fondo a Cocito i nemici della sua monarchia universale; quindi era il criterio piú politico e piú acconcio al filosofo-poeta. Quanto poi all'adattamento del criterio del danno alle bolgie, io non dissi che Dante non ve l'abbia applicato, solo perché rifuggisse dall'indugiarsi troppo, attorno alla lordura dei frodolenti. La ragione vera portata a pagg. 81-82, è che le dieci maniere di frode sono inclassificabili senza usare distinzioni e sotto distinzioni disdicevoli in un poema, perché antiestetiche. E riconoscerò volontieri l'insussistenza di questa ragione, quando il sign. F. L. mi insegnerà una graduatoria qualsiasi fra le frodi punite dal Poeta.

S

E usciamo a riveder le stelle.

Il critico ride un po' delle mie velleità demolitrici; ma non ha badato che è questo un contagio da cui forse nessuno studioso di Dante forse si tenne immune, e lui stesso se ne mostra affetto, mentre lo deride in me. Con quattro righe e senza allegare un filo di prova, non si spaccia egli delle pagine che spesi nella struttura morale del Purgatorio?

Ma il peggio è che mi affibbia fatti non veri. Non è vero per es. che io abbia demolito tutto e nulla ricostruito; perché un disegno topografico-morale, quale che esso si sia, l'ho tracciato.

E lo do riassunto in breve:

1o) Nel Canto XVII Dante espone una teorica classificatrice che abbraccia soltanto le sette cornici: ed in nessun luogo delle tre Cantiche si allude ad una classificazione allargantesi all'Antipurgatorio, ed al Paradiso terrestre;

2°) La classificazione del Purgatorio ha con quella dell' Inferno dei rapporti puramente esterni e poetici; 3) L'Antipurgatorio è il colorimento di qualche leggenda medievale non chiaramente fissatasi finora.

4°) Il Paradiso terrestre non si allaccia al Purgatorio che per mezzo dell'allegoria ;

5°) Sulla disposizione delle colpe secondo la gravezza nelle sette cornici, il pensiero del Poeta è chiarissimo; ma non è altrettanto evidente la sua bontà e la sua giustezza dal punto di vista filosofico.

Questa la mia costruzione; a proposito della quale il sig. L. F. mi osserva con leggiera punta d'ironia che più discreti di cosi non si può essere; e che tanta discrezione lascia il lettore vuoto e scoraggiato. E può darsi benis. simo, specialmente se si tratti di lettori avvezzi a sognare in tutte le Cantiche dantesche classificazioni recondite e mirabilmente architettate, ed a gabellare per intendimenti del Poeta le creazioni della propria fantasia; osservo però che il lettore non deve trovarsi meglio tra i viluppi di certi ordinamenti!

S

E siamo al Paradiso. La classificazione da me proposta è detta meno scarsa di quella del Purgatorio, ma ciò non toglie che sia insostenibile anzi condannata a cadere da sé stessa. Il principio ordinatore nella mia ipotesi è la carità, e, soggiunge il sig. L. F.: cominciando da Saturno dimostro benissimo la scala discendente dalla carità sino a Marte. Ma ecco il guaio: per gli

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Ora l'egregio dantista non ha letto o si è scordato delle pagine 239, 240, 241, dove dimostro: a) che nel cielo di Mercurio, di Venere e della Luna stanno anime alle quali l'affectus mentis impedí di alzarsi liberamente a Dio; b) che gli spiriti amanti sono più alti degli spiriti che furo attivi perché onore e gloria lor succeda " per il motivo che l'affetto carnale meno devia l'affectus mentis che non il desiderio di amore; c) che la mancanza ai vóti, la non saldezza di spirito guasta ed impedisce ancóra di piú l'affectus mentis che non il desiderio di gloria e l'amore carnale, epperò quell'anime sono poste nell' infimo cielo.

Aggiunsi per altro che queste opinioni di Dante sono discutibili dal lato teologico; ma che non per questo si può negare che egli se le abbia fatte sue; e giustificai il suo agire colle armonie e coi parallelismi formali, ai quali talvolta sacrifica non dirò l'esattezza scientifica, ma le opinioni più sicure e sode della scienza.

Non può dunque parlarsi di prudenti riserve, e di silenzî riguardosi; e quindi anche le condanne, che avrei io stesso pronunciate, sono basate sul falso.

Ma al sig. L. F., che anche per il Paradiso vagheggia una sola classificazione, ripugna la mia distinzione nella terza Cantica di due paradisi: uno teologico, e l'altro tutto fantastico ed improvvisato per insegnamento al fatale pellegrino.

Ma ripensi alle parole di Beatrice, Canto IV, v. 18 e seg.:

De' Serafin colui che piú s' indía Moise, Samuello, ecc.

non hanno in altro cielo i loro scanni che quegli spirti che mo' t'appariro

ma tutti fanno bello il primo giro.

A me pare non si possa desiderare di meglio.

E pure ripugna al sig. L. F. che dalla scala del merito io escluda gli abitanti delle stelle fisse, e quei del Primo Mobile.

Ma nelle stelle fisse non volano su tutte le anime vedute a schiere a schiere nei varî cieli? E come potrebbero esse tutte insieme entrare una seconda volta nella stessa classificazione? E nel Primo Mobile si hanno forse anime umane, perché possano essere giudicate ad una sola stregua? Mi oppose il sign. F. L.: Non è esatto che nel cielo delle stelle fisse il Poeta rive gga le anime già viste nei cieli sottostanti: è nel cielo delle stelle fisse che gli appaiono per la prima volta san Pietro, san Giacomo, san Giovanni, Adamo, l'Arcangelo Gabriele e Gesù.

E che ne segue contro la mia teorica? Dovrebbesi ammettere, per concludere qualcosa contro di essa, che i nuovi apparsi formano una nuova schiera di beati, che per qualche eccelsa virtú, e per meriti speciali sono collocati nell'ultimo gradino della scala dei santi. E chi se la sente di dire che l'Uomo-Dio, Adamo, un arcangelo e tre apostoli sono stati da Dante giudicati alla pari? che tutti si segnalarono in una speciale virtú od in piú che sia, onde fu loro sortita il cielo delle stelle fisse? L'infelice invenzione saprebbe troppo poco di teologia; e per giunta avrebbe dell'assurdo il mettere insieme, come in loro sede speciale, degli uomini, de

gli angeli, ed un Dio. Quindi la loro comparsa nel cielo delle stelle fisse non può essere affatto per formare una nuova schiera classificabile; mentre d'altra parte è chiarissima la ragione del loro apparire. Gesú è il centro della festa trionfale che gli celebrano i suoi santi; Gabriele inneggia a Maria; e gli Apostoli ed Adamo entrano a formare l'episodio dell'esame di Dante che tanto chiaramente si connette coll'allegoria del Poema. Comunque siasi si urta in assurdi a volere spingere oltre Saturno la graduatoria dei beati; come è una pretesa assurda volervi inchiudere il Primo Mobile per la ragione addotta dal sig. F. L. Nel Primo Mobile, egli scrisse, è vero che non appaiono a Dante anime umane, ma gli appaiono un punto, figura della divina essenza, e nove cerchi di fuoco, figura delle tre celesti gerarchie.

Ma l'egregio dantista crede davvero di potere accomunare gli angeli e la Divinità per giudicarli con un unico criterio? E gli pare possibile che gli angeli e la Divinità possano entrare nell'ordinamento fissato per semplici uomini benché santi?

S

Finii le rettificazioni e le risposte, per le quali mi pare logico conchiudere che le ragioni del sig. L. F. non sono tali da scrollare quella tal quale certezza che nutro in cuore di avere risolto il problema della struttura morale.

E pure un'altra convinzione mi si è radicata nell'anima; ed è che nella trattazione della tormentata questione, conviene romperla colla tradizione, quantunque rispettabilissima e gloriosa; od almeno conviene esaminare con rispettosa libertà i principî sui quali riposa, principi che si accettano ad occhi chiusi come assiomi. Accenno i principali:

1o) Il criterio divisionale dantesco dell'Inferno è sostanzialmente l'aristotelico delle tre male disposizioni; 2°) Nell' Inferno dantesco ci devono essere sedi speciali per tutti i sette vizî capitali;

3) In ciascuna delle tre Cantiche vi è un grande criterio che si allarga a tutti gli spiriti in esse collocati;

4) Tra l'Inferno ed il Purgatorio si dànno relazioni intime e filosofiche;

5o) La questione della struttura morale va risolta con un esegesi fatta di estetica, di parallelismi, di psicologia, e non con un' esegesi basata sopratutto se non esclusivamente sulla lettera della Commedia.

Ma forse e la mia mezza certezza e la mia convinzione, benché non siano sprovviste di argomenti, non saranno nella realtà altro che sogni ed illusioni: si sogna tanto facilmente anche nelle scienze, e si fa tanto presto ad essere còlti anche da illusioni letterarie!

Ed io sarei cordialmente grato a chi dissipasse queste nebbie dorate; come sarei spiacentissimo che si continuasse nel troppo comodo e troppo dannoso tradizionalismo, senza prima saggiare la saldezza delle sue basi.

1 Mi permetto citare il mio studio: La concezione della "Commedia, e le opere di san Bonaventura in Pagine sparse di Studi danteschi. Monza, Artigianelli, 1891, dove propongo una nuova ragione dell'episodio lunghissimo, che non può essere preso né per un inno alle virtú teologali, né come una risposta a coloro che dubitavano della sua ortodossia come finora si è detto.

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