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venuta d'oggi; ché io mossi lo imponitore a chiamarla Primavera, cioè prima verrà lo dí che Beatrice si mostrerà dopo l'immaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è a dire quanto Primavera, perocché il suo nome Giovanna è da quel Giovanni, lo quale precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini'.' Dunque è chiaro: la madre di san Domenico fu veramente Giovanna, perché, come Giovanni Battista precorse Cristo (la verace luce), cosí ella precorse il Santo, che

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per sapienza in terra fue

di cherubica luce uno splendore. 2

Ora nessuno andrebbe mai a pensare che la donna, cui il suo amante Guido Cavalcanti salutava "fresca rosa novella piacente Primavera, avesse tal nome, non per la sua bellezza, secondo altri credevano, ma perché doveva mostrarsi a Dante in visione prima di Beatrice, quasi precorritrice della verace luce; nessuno, dico, andrebbe mai a pensare che, per Dante, Giovanna e Primavera fossero sinonimi.

Quanto al nome di Matelda, il Da Buti lo interpreta: Matelda "tanto viene a dire quanto dante loda di Dio alla scienza „; e lo Zingarelli, a questo proposito, si chiede: " è un'etimología della sua propria Minerva, raramente sottile, o escogitata da un pezzo e accettata dai contemporanei?," Alle due domande non è facile rispondere. Tentiamo un'altra via. Per trarre dal vocabolo Matelda una qualche significazione etimologica, che, se non proprio quella data dal Butese, le si avvicini, scomponiamolo cosí: Mat-el-da. Di queste tre particelle, mat può prendersi dal greco, radice di un verbo che vuol dir sapere; el dall'ebraico, e significa Dio; da è voce del nostro dare. Quanto alla prima, osserva il Pascoli, "Dante, sapesse o non sapesse di greco, il significato della radice math lo sapeva, o lo indovinava, o lo travedeva nelle parole mathesis e mathematica

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1 Vita nova, XXIV.

* Par., XI, 38-39.

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3 ZINGARELLI, op. cit., p. 546.

4 I FORNACIARI (Studi danteschi, p. 171) congetturò già che il nome Matelda fosse composto di due voci greche (μαθ da μανθάνω e ελè da έλέομαι). Cfr. PASCOLI, op. cit., p. 572.

5 PASCOLI, op. cit., loc. cit.

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1 Par., XXVI, 133-36. Purg., XXXIIV, 111-123.

Ma, se è una sorpresa il nome, non può davvero dirsi tale l'apparizione di Matelda. Avrebbe mai Dante (chiedo scusa di questo frequente picchiar dell'interrogativo) introdotto cosí, d'improvviso, un personaggio di tanta importanza, quasi come un indovinello da esercitar l'acume del lettore? A me par di no. E in questo caso, dove, se non nel sogno di Lia, che ha preceduto immediatamente la venuta della donna soletta, possiamo ritrovarne le tracce? Ora, se Lia, oltre che di sé stessa, non ha parlato di altra donna che di sua sorella Rachele di cui ha

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lodato i begli occhi ed ha ricordato l'abito contemplativo 1 non è audacia il supporre che appunto perciò Dante non abbia sentito il bisogno di nominarla mai, e che, in ultimo, le abbia apposto un altro nome (Matelda) come quello che meglio giova a mettere in rilievo la funzione da lei compiuta di datrice della scienza di Dio. Funzione codesta già simboleggiata in Rachele, che, secondo sant'Agostino, s'interpreta "visum principium, sive Verbum, ex quo videtur frincipium, rappresenta la speranza della vita eterna "in qua delectationem Dei contemplabimur „; della vita eterna, alla quale si perviene per la dottrina della sapienza. 2 Sembrano due cose diverse, ma non sono; ché la contemplazione

della Verità s'identifica nella dottrina della sapienza: "doctrina illa sapientiae, quae a vulgi strepitu remotissima, in contemplatione veritatis dulci delectatione defigitur 3

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E qui, davvero, rende luce il salmo Delectasti, citato piú sopra: " Delectasti me, Domine, in factura tua; et in operibus manuum tuarum exultabo specialmente se raffrontato col seguente passo di san Tommaso: David cognitionem operum Dei quaerebat ut ex hoc manuduceretur in Deum, unde alibi di cit: Meditatus sum in omnibus operibus tuis et in factis manuum tuarum exultabo. Ecco dunque Rachele, apportatrice a Dante della dottrina di sapienza. Rachele che "scientiam Dei dat, Rachele ossia Matelda.

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Ho corso forse troppo. Meglio fermarsi a studiarne gli atti e a considerarne brevemente gli uffici. E mi rifaccio anzi tutto da due particolari. Ella risplende di vivo lume

1 "Spes aeternae contemplationis Dei, habens certam et delectabilem intelligentiam Veritatis, ipsa est Rachel; unde etiam dicitur bona facie et pulchra specie,, (Aur. Aug., Contra Faustum, XXII, 52). Nota l'analogia tra queste parole e il salmo delectasti.

2 Aur. Aug., op. cit. 52-58. Vedi riassunto con fedeltà ed eleganza tutto il ragionamento di sant'Agostino, in PASCOLI, op. cit., pp. 530-44.

3 Aur. Aug., op. cit., 56. Anche san Gregorio segue l'interpretazione di sant'Agostino: vedi in proposito Summa, IIa, IIa, 180, 1, 2. San Tommaso poi scrive: "Quatuor ad vitam contemplativam pertinent; primo quidem, virtutes morales; secundo autem alii actus praeter contemplationem; tertio autem contemplatio divinorum effectuum; quartum vero et completium est ipsa contemplatio divinae veritatis Summa, IIa, IIa, 180, 4, 4. 4 Ps. XCI. Summa, loc. cit. Sant'Agostino, commentando appunto questo versetto (Enarratio in Ps. XCI, 6), dice: "Quia [veritatem] non potes bibere, restat ut inde illam bibas unde fluit,.

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e schiude le labbra al riso. 1 Oh, ma questa Donna, chi ha familiarità con Dante, la ravvisa súbito! E quella stessa, di cui nella canzone: Amor che nella mente mi ragiona, egli dice:

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Cose appariscon nello suo aspetto

che mostran de' piacer del paradiso;

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dico negli occhi e nel suo dolce riso, che le vi reca Amor com'a suo loco; 2

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i quali versi son da lui stesso cosí commentati: "Qui si conviene sapere che gli occhi della Sapienzia sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della Sapienzia sotto alcuno velamento; e in queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il quale è massimo bene in ParadiMa non son questi i soli attributi o caratteri, che Matelda abbia comuni con la Sapienza. Matelda appare su la sommità del monte; e la Sapienza si mostra "in summis excelsisque verticibus supra viam : Matelda si appresenta spontanea con lieta sembianza, pronta ad ogni dubbio di Dante; e la Sapienza" dignos se ipsa circuit quaerens et in viis ostendit se illis hilariter et in omni provi dentia occurrit iliis, Matelda espone le cause del vento e dell'acqua nel Paradiso terrestre, cause superiori all'intendimento umano; e nessuno soccorre all'uopo piú opportuno della Sapienza, che ben può dire di sé: Quando praeparabat caelos, aderam: quando certa lege et gyro vallabat abyssos; quando aethera firmabat sursum et librabat fontes aquarum,: Matelda conduce Dante

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a Beatrice la Verità rivelata e tal è il fine principale della Sapienza, la quale proclama apertamente: "Veritatem meditabitur guttur meum,; "qui me invenerit inveniet vitam et hauriet salutem a Domino,: Ma

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l'ufficio di ravvivare la virtú tramortita. ' Cosí, il verso: la tramortita sua virtú ravviva - si riferisce indubbiamente al secondo lavacro del Poeta, ma può avere altresí un significato più largo e comprensivo: rinvigorisci il suo spirito abbattuto, affinché si sollevi a Dio.

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Diceva Salomone (e non è fuor di luogo rammentare come dell'ispirazione biblica in ispecie dei Proverbi, del Libro della Sapienza e dell'Ecclesiastico - risentano singolarmente gli ultimi sei Canti del Purgatorio e il Convivio): il corpo ch'è soggetto a corruzione aggrava l'anima, e la dimora terrena deprime l'intelletto assorto in molti pensieri. E difficilmente comprendiamo le cose che sono in terra, ed a fatica troviamo quelle che ci sono nel cospetto. Chi investigherà quelle che sono ne' cieli? E chi riescirà a conoscer Te (o Dio), se prima Tu non gli avrai dato la Sapienza?? Queste parole ben rispecchiano il sentimento di Dante sul punto di assorgere alla visione divina.

Chieti, 1903.

DOMENICO SANTORO.

1 "Omnium excellentium et numilium corda virtude calcari; (Eccli., XXIV, 11). " Inspiciam omnes dormientes, et illuminabo omnes sperantes in Domino, (Ibid., XXIV, 45).

2 Sap., IX, 15-17.

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BULLETTINO BIBLIOGRAFICO

Favor. recens. della traduzione del Poema, di Amedeo de Margerie (Parigi, Retaux, 1900). (2814) ANGELI DIEGO. Cartoline dantesche. (Nella Roma letter., 30 decembre 1902).

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Le cartoline dantesche del Razzolini (Giorn. dant., X, 79). (2815) ANTOLINI CORNELIA. - Alinda Brunamonti e Vittoria Colonna: In memoria di Alinda Brunamonti, 3 febbraio 1904. Firenze, tip. Barbèra, Alfani e Venturi proprietari, 1904, in-8°, pp. 165-(1).

In questo amoroso studio sulla insigne poetessa perugina, si ragiona pure, a pag. 107, del discorso di Maria Alinda Bonacci Brunamonti intorno a Beatrice Portinari e l'idealità della donna ne' canti d'amore in Italia, pronunziato a Firenze per l'inaugurazione della mostra nazionale sui lavori femminili il 1° maggio 1890, e pubblicato in Discorsi d'arte della B., Città di Castello, 1898. (2816) ARNOULT André. La maison de Dante à Florence. (In Le journ. des Arts, 11 ottobre 1902).

Si loda la proposta mossa dalla Società per la difesa di Firenze antica di restaurare le case degli Alighieri.

ARULLANI VITTORIO Amedeo.

(2817) Pensieri danteschi. (Nelle Cronache d. civ. ellenolat., gennaio-marzo 1904). (2818) BARTOLINI AGOSTINO. - "Dante, dramma di Sardou. (Nel Giorn. arcadico, VI, 312). (2819) BARTOLINI AGOSTINO. "Cacume, nella "Divina Commedia,. (Nel Giorn. arcadico, VI, 545). (2820) BARTOLINI AGOSTINO. Studi sulla vita di Dante. (Nel Giorn. arc., VI, 257, 291, ecc.). (2821)

In continuazione.

BASSERMANN Alfred. Veltro Gross-Chan und Kaisersage, Heidelberg, Verlag von Gustav Koester, 1902, in-8°, pp. (50).

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Estr. dai Neue Heidelberger Jahrbücher. — Il Basser. mann cerca di confortare la vecchia sua interpretazione del veltro (la cui immaginazione rappresentazione confrontava con la tradizione relativa alla elezione del primo imperatore dei Tartari: Villani, c. 29, e Haithoni Armeni, Historia Orientalis, c. 16, che il Villani cita come fonte) con un lungo studio intorno alla leggenda imperiale tartara, in cui si parla appunto di un imperatore misterioso, forte e sapiente, che dovrà nascere in luogo dove le capanne son di feltro, che dovrà esser levato su feltro e gridato Cane, cioè signore; e l'albero secco, simbolo della potenza imperiale, che ha parte in quella leggenda, gli ricorda l'albero mistico del Paradiso terrestre. Io credo che, l'opinione del Bassermann, per altri suoi studî, del resto, sommamente benemerito, da niuno o da pochissimi potrà essere accettata.

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