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VARIETA'

PIER DELLE VIGNE.1

Nel poeta della rettitudine, com' ei stesso si appella nel De Vulgaris Eloquentiae doctrina, non potea mancare l'avvertenza che non conviene amar troppo la fama del proprio nome, tanto da ridursi a morire qualora ingiustamente venga menomata. Tale precetto è artisticamente sceneggiato ed attuato in Pier Delle Vigne che perciò si presenta assai interessante sotto il riflesso dello studio della fama. La fama genera invidia la quale è contraria al suo sviluppo. La fama di Pier Delle Vigne, oltre che grande come personaggio già appartenente alla storia, lo era anche come letterato che col suo signore ed imperatore Federigo II si distinguea fra gli scrittori della scuola poetica siciliana unitamente anche al figlio di Federigo, Enzo re di Sardegna, di quella scuola menzionata anche nel trattato della Volgare Eloquenza (I, 12) ove l'autore afferma che il dialetto siciliano sembra meritare la preferenza sugli altri idiomi dell'Italia, avendo il poeta, giusta quanto si ha anche dal Gaspary (La scuola poetica siciliana del sec. XIII, Livorno, Vigo, 1882, pag. 3), designato come siciliana tutta quella scuola poetica che avea preceduto il dolce stil nuovo di Guinicelli, di Guido Cavalcanti, del poeta stesso e di Cino da Pistoia. Se grande era la fama di Pier Delle Vigne come letterato e poeta, maggiore era quella di uomo probo, leale tanto da godere come segretario tutta la fiducia dell'imperatore. Anzi le sue poesie come già quelle del suo monarca, del Re Enzo e di tutti gli scrittori siciliani erano piuttosto fredde ed artificiose. In esse (Gaspary, Op. cit., pag. 25) pensieri e sentimenti non istavano in armonia colla realtà, non si collegavano con nessun proprio affetto nell'intimo sentimento del poeta e non solo la figura della donna divenne vuota astrazione, ma la stessa individualità del poeta sparí. Pensando soltanto alla vita svariata e tempestosa di Federigo II, alle sue guerre contro i pontefici e le città lombarde, alla sua spedizione in Terra santa, o al biondo re Enzo, alla sua prigionia di ventidue anni nel carcere dei Bolognesi, a Pier Delle Vigne, scrive il citato autore, l'onnipotente cancelliere di Federigo, alla sua precipitosa caduta nel fondo della miseria che lo spinse a troncar la vita colla propria mano, alla figura sua altamente poetica quale ci è presentata dal divino poeta, si prova un grande disinganno allorché si leggono le loro poesie e produce uno strano contrasto il confronto fra la loro vita cosí piena di poesia e i loro versi cosí poveri causa il fatto che essi si spogliarono della propria individualità poetando secondo un tipo comune, imitato dai provenzali, che nulla avea a che fare coi loro sentimenti personali. È cosa doverosa e nobile il procacciarsi fama che altro non è che prolungamento della vita. Geloso ognuno del proprio buon nome deve invigilare perché se ne mantenga intatta la illibatezza. Per questo, come si nota nel Convivio, si concede dai retorici il parlar di sé per difendere il proprio nome, come Boezio nelle sue Consolazioni. La difesa del proprio onore non deve essere tuttavia a de

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1 Da un lavoro di prossima publicazione, intitolato La Fama nella divina Commedia.

trimento di sé stessi e della giustizia. Vi sono contingenze nella vita nelle quali l'uomo deve attendere dal tempo una riparazione alla sua fama oltraggiata, anziché ottenerla colle sue forze e contro le vie della giustizia.

L'invidia era il fiero nemico col quale avea a combattere Pier Delle Vigne, nemico spietato e crudele che tutto fece per tramandar disonorata ai posteri anche la memoria dell'Alighieri, che ora rinfresca, rirverdisce la buona fama del grande Capuano. Come osserva il Carducci (Opere, VIII, Bologna, 1893, pag. 40) l'invidia ben presto si acuí contro di lui sebbene il suo ingegno non si appalesasse di subito in quel chiaro lume onde poi dovea irraggiare l'Italia. Gli uomini della vecchia scuola sentirono nel giovinetto diciottenne il rivale ed il vincitore, né mancarono di assalirlo con quell'arma di famiglia che i chiarissimi tengono in serbo contro i principianti formidabili, lo scherno misto di compassione spietata.

L'invidia fu a Pier Delle Vigne causa di morte oltre che di diffamazione.

Se giusto era il dolore di lui, ingiusto fu l'eccesso in cui cadde e che, ben altrimenti che le calunnie dei suoi nemici, dovea presso i posteri sminuirne la fama di uomo retto, filosofo forte, tetragono ai colpi di ventura. Nell' Eneide Polidoro ucciso da Polinestore è converso in mortella. A Virgilio pesa indurre il suo discepolo a troncare una fraschetta del tronco nel quale è converso Pier Delle Vigne, ma ei lo fa per acquistar fama e credito di verità al suo racconto e in un dare occasione allo spirito di lui a scolparsi in modo che il poeta possa rinfrescarne poi la fama nel mondo. Col riabilitarne il nome in un poema che non passa, come direbbe il Carducci oltre che togliergli qualsiasi ombra alla sua chiarezza, ne disacerba in parte l'eterno duolo. I dannati portano seco eternato quel momento di dolore nel quale e per il quale morirono e nel quale rivivono eternamente nell' altra vita. Pier Delle Vigne uccisosi in un mo. mento di depressione d'animo per l'onta ingiustamente patita, ha seco eternato quel momento di indicibile sconforto e da ogni suo accento traspare la sua affannosa premura di certificare che egli non fu mai sleale, e che tal fama gli sia ridonata presso i viventi e presso i venturi. Tale riparazione gli era dovuta e perciò Virgilio lo incoraggia a manifestarsi. Lo spirito si riconforta adescato al dolce dire e spera che ai due poeti non sia grave l'ascoltarlo. Come Francesca anche Pier Delle Vigne è grato a chi ascolta la sua istoria ancorché di nuovo sia sforzato a lagrimare e a rinnovellare l'acerbo dolore. È nobile la causa che lo indusse al suicidio come fu nobile e sincera la passione che trasse Francesca al doloroso passo. A tali dannati è per questo concesso uno sfogo all'intenso dolore e verso di essi non è ancora empietà il sentir pietà, per essi la pietà non è viva quand'è ben morta, ma vive ancora di vita propria, cosa che non accade pei dannati per cause ignobili, per raffinata malizia, per cieca e matta bestialità. Fin dalle sue prime parole Pier Delle Vigne mette in luce com'ei godesse le grazie di Federigo e come fosse da lui meritata tanta predilezione. L'alta sua carica gli era fonte di gloria ed è perciò da lui detta glorioso uffizio. Se egli si solleva e conforta un po' al ricordo della passata grandezza, tosto come già a Francesca gli si fa evidente che non v'è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, ed il suo animo si oscura al ricordo dell'invidia che lo volse in basso, della meretrice che mai non torse né torce gli occhi putti dallo splendore della reggia e che infiammò contro di lui gli animi tutti che con grido universale infiammarono e fe cero ardere contro di lui l'ira del suo signore da lui tanto onorato. I lieti onori della munifica corte siciliana, la più splendida fra le corti d'Italia, tornaro in tristi lutti, e l'animo suo, abbandonati i precetti di una sana filosofia che insegna a vincere le ambascie con l'animo che vince ogni battaglia, per disdegnoso gusto, credendo (fatale inganno) col morir fnggir disdegno, ingiusto (tarda e irreparabile conoscenza) fece lui contro lui già giusto. Ed ecco quella fatale ambascia che lo percosse e che in lui si rinnovella. Come gli fu insopportabile in vita l'idea di essere stato creduto sleale e traditore, cosí gli è insopportabile ora e perciò sente il bisogno di assicurare:

Per le nuove radici d'esto legno

vi giuro, che giammai non ruppi fede al mio signor che fu d'onor sí degno. E se di voi alcun nel mondo riede, conforti la memoria mia che giace ancor del colpo che invidia le diede.

Accora veramente il caso pietoso di chi si toglie la vita mosso da un sentimento, sia pur esagerato, dell' onore. Se Pier Delle Vigne impavidamente sostenendo il colpo dell'invidia, avrebbe meglio dimostrata la grandezza dell' animo suo, non è per questo meno pietoso il suo caso e meno degno di compassione, e la integrità del suo carattere e la fama della sua lealtà notata dalla mente che non erra, dovea intatta essere trasmessa ai posteri dalla tuba riparatrice del poema che squilla in condanna di tutte le ingiustizie, veramente benefattrice ai buoni. La fama di Pier Delle Vigne registrata in versi immortali vivrà quanto essi e si accompagnerà alla fama del poeta. Veramente veltro contro l'invidia, veramente maestro ai lettori ai quali fa vedere come si possa in un condannare e riabilitare. Di Pier Delle Vigne è a fuggirsi l'accasciamento al quale non seppe sottrarsi, da imitarsi la saggezza e la lealtà delle quali diede si splendidi esempi. Al momentaneo naufragio della sua fama Pier Delle Vigne non dovea perdere la speranza di un'adeguata, se anche forse tarda, riparazione, dovea attendere dal tempo, dalla storia, da Dio se non dagli uomini l'ammenda che gli spettava e non mai con modo violento contro di sé cercare una violenta riparazione. Il poeta che ebbe a trovarsi in situazione analoga se non peggiore a quella del grande logoteta di Federigo di Svevia ci mostra chiaro esempio e vivo del modo come far fronte alla scelleratezza degli uomini, e con un monumento a sé stesso, al suo tempo e all'Italia, di gloria, attuò la piú nobile e la piú terribile delle vendette, la piú alta e la piú luminosa delle riabilitazioni. La grandezza d'animo del poeta agguaglia se non supera quella di Raimondo Berlinghieri vittima delle stesse arti basse e inique dell'invidia e che a qualsiasi vendetta preferí partirsi povero e vetusto, in modo che se il mondo sapesse il cuor che egli ebbe Mendicando sua vita a frusto a frusto Assai lo loda e più lo loderebbe.

Resta accorato di pietà il poeta tanto da non poter piú far domande al misero spirito. Su questo sentimento della pietà nell'animo del poeta mano mano che ei discende nel doloroso regno non si può parlarne meglio di quello che ne parlò il prof. Ruggero Della Torre nel suo volume: La pietà nell'inferno dantesco (Milano, Hoepli, 1893) al quale rimetto il gentile lettore.

Se a Minos è lasciato l'assegnare ai suicidi il secondo girone del settimo cerchio, alla fortuna è abbandonato lo stabilirne il posto quando le loro anime cadono nella selva ove non è lor parte scelta. La fortuna che al valor si mischia nella condizione sociale dell'uomo quand'è vivo, sembra mescolarsi alla sua posizione anche quando è morto. Alla fortuna sembra affidata l'esecuzione solo dei particolari dellaumana vita, delle circostanze esterne e transeunati, mentre il determinare e fissare le linee principali del merito e del demerito è riservato alla infallibile giustizia e nemmeno la fortuna sembra possa oltrepassare dette linee. La fortuna potrà porre in alto chi poi si troverà come porco in brago, ma non potrà mutare il buono in reo ed il perverso in giusto. La fortuna coll'elevatezza del grado o della nascita, o colle ricchezze o cogli onori potrà apparentemente render famosi gli immeritevoli e ad essi dare la fama effettiva ed il grido che si accompagnano al merito premiato, ma le virtú e le colpe individuali finiranno col manifestarsi nel tempo che seco reca il turbine delle vendette ed all'errato giudizio del momento che forvia le correnti dell'opinione pubblica si sostituirà il giusto giudizio, gli scellerati e gli indegni saranno smascherati, i buoni e i meritevoli trionferanno nella luce.

Se degno di pietà è il suicidio per cause nobili, altrettanto non è a dirsi di chi biscazza e fonde la sua facultade e piange là dov'esser dee giocondo. Lano e Iacopo da Sant'Andrea sono ricordati senza rimpianto, anzi vengono infamati, dipinti fuggenti nudi e graffiati, inseguiti da nere cagne bramose e correnti, come veltri ch' uscisser di catena. Colla selva dei suicidi è già la terza volta che colla stessa si indica aggregazione d'ombre e questo ci sembra argomento a poter dire che se selva deve denotar allegoricamente errore o peccato, il poeta erasi smarrito non già nei propri ma in mezzo ai peccati ed errori altrui.

Cavarzere, 1894.

SILVIO SCAETTA,

RIVISTA CRITICA E BIBLIOGRAFICA

BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO.

Adolfo. Francesca da Rimini. (In Giovane Romagna, II, 18).

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Amaducci Paolo.

(457)

Notizie storiche su gli antichi conti di Bertinoro. (In Atti e memorie della r. Deputazione di storia patria per le prov. di Romagna. Terza serie, vol. XII, fasc. 4-6). Sommario: 1. Il Castrum Iesubeum feudo della Chiesa romana. 2. La Geus Honestia. 3. Serie dei Conti. 4. Il conte Ugo I. 5. Il conte Girardo I. 6. Il conte Girardo II. 7. Il conte Cavalcaconte I. 8. Il conte Rainerio. 9. La contessa Adruda e Rainerio suo figliuolo. 1o. Il conte Cavalcaconte II. 11. Appendici. (Documenti, dall'Archivio arcivesco vile di Ravenna).

(458) Casini Tommaso. Aneddoti danteschi. I. La data vera di un codice della Commedia, (Nella Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, An. VI, 1-2).

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Del cod. Capponiano 266 della Vaticana, finito di scrivere, come appare dall'esplicit, a dí 29 d'ottobre 1368 da Giovanni di Ghirigoro d'Antonio Ghinghi cittadino fiorentino del popolo di Santa Maria Novella. Il Moore per ragioni paleografiche, dubitò della esattezza della data (Contributions to the test, criticism of the d. C., Cambridge, 1889, pag. 643): il Casini conferma doversi attribuire il ms. álla seconda metà del secolo XV, e per siffatte ragioni e pel riscontro del Riccardiano 1763, finito di scrivere dal medesimo copista nell'aprile del 1472. E di vero, bene aguzzando lo sguardo intorno alla data (M°.ccc.lxviij°) segnata in fondo al manoscritto, “si vede che dov'è il punto dopo la iniziale maiuscola qualche cosa fu raschiato, che pur vi era; senza dubbio un c, la sparizione del quale serví a invecchiare d'un secolo questa copia della Commedia di Dante, che per sé stessa non avrebbe avuto se non uno scarsissimo valore letterario e commerciale,, - A dar poi maggior valore alle conclusioni del Casini, il dr. E. Rostagno cita (Bull. d. Soc. dant. ital., If, 7) il codice già Gaddiano, ora segnato: pluteo LXXXIX sup. 35, dove è un fascicoletto, ora a carte 10-22, contenente la disposizion de sogni secondo Daniello profeta, copiata addí 18 di luglio 1468 dal Ghinghi, il quale a carte 19 verso facendo ricordo di alcune trascrizioni da lui incominciate essendo a Montebuoni, per fuggire maninchonia, dall' ottobre 1467 al luglio del '68, accenna ad uno Dante che, probabilmente, è l'esemplare Capponiano Vaticano 266 finito il 29 di ottobre 1468. (459) Cesarini-Sforza L. Erelino da Romano e il principato di Trento. (In Archivio trentino, An. XI, fasc. 1o). (460) Cian Vittorio. Briciole dantesche. (In Rassegna bibliografica della letteratura italiana, II, 6-7). I. La Cianghella. Reca un passo del Corbaccio ove lo spirito del marito defunto racconta a messer Giovanni di quella specie di savia gente.... la quale si chiama la Cianghellina.......... da

una gran valente donna.... che fu chiamata Madonna Cianghella, a mostrare che, varcato già il mezzo del secolo XIV, non era spento il ricordo della Cianghella in Firenze, dove, anzi, essa aveva lasciata una scuola di sfrenata lussuria, e dove le sue tradizioni erano state degnamente continuate.

II. L'Uccellatoio. Anche nella metà del '500 l'Uccellatoio era additato da' fiorentini come uno de' punti più notevoli della loro città, e per quelle stesse ragioni per le quali l'aveva prescelto Dante e posto a riscontro col monte Mario. Di ciò si ha sicuro testimonio da una lettera che Anton Francesco Doni indirizzava da Venezia, il 17 di agosto 1549, ad Alberto Lollio, il futuro autore dell'Aretusa, che avea risoluto di visitare Firenze.... Quando voi sarete all' Uccellatoio gli scrive il Doni, lontano cinque miglia da Fiorenza in circa, e che arriverete all'Apparita, fermatevi a dare un'occhiata al sito, al luogo della città, al fiume d'Arno; alla pianura, alle colline, ai monticelli e al paese amenissimo che veramente rimarrete tutto stupefatto.

(461) Cipolla Carlo. Contributo alla storia della controversia intorno all'autenticità del commento di Pietro Alighieri alla divina Commedia. (Nell' opusc. per le Nozze Cian-Zappa-Flandinet. Bergamo, Istituto ital. d'arti grafiche, 1894).

Da una lettera rimasta fin ora inedita di Rambaldo degli Azzoni-Avogaro, l'autore fu invogliato a prendere di nuovo in esame la questione dell' autenticità del monumento sepolcrale di Pietro in Treviso e dall'esame della iscrizione che un tempo era nell' arca, e da altre testimonianze, è indotto a credere che quella fosse davvero lå tomba del figliuolo e commentatore di Dante. (462)

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Cipolla Francesco. La lonza di Dante: lettera al prof. comm. Michele Lessona. (In Rassegna bibliografica della letteratura italiana, III, 4).

La lonza di Dante è una bestia un po' indeterminata, risultante da una fusione della lince, conosciuta letterariamente, e della pantera; e nella Commedia sta a simbolo dell'invidia. (463)

Coppola Liborio. Dante e la Bibbia. (In L' Italia evangelica, An. XV, 11-15).

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Dall'esame della divina Commedia, della quale si citano in questo studio molti luoghi, l'autore conclude che Dante, " in quanto al valore che dava alla Bibbia ed all' apprezzamento che ne faceva come fondamento della fede cristiana, che era la sua fede sincera e fervente; ed in quanto alla necessità, da lui riconosciuta, di essa Bibbia, egli era uno dei nostri „. Resterebbe ad esaminare la dottrina particolareggiata che l'Alighieri professava, come conseguenza della interpretazione biblica; e vedere fino a qual punto egli appartenesse alla Chiesa di Roma, anche de' suoi tempi; e se possa dirsi ancora cattolico, come si vorrebbe ora che fosse, di fronte a quello che, dopo altri sei secoli, la Chiesa è divenuta Ma per questo esame occorrerebbe di penetrare, con indagine diligente e minuziosa, nell'intimo della grande anima di Dante, scrutar la vita del poeta, isolare le sue credenze spogliandole de' pregiudizî del tempo che fu suo e delle imperfezioni individuali: cosa oltremodo difficile trattandosi di un uomo che si è affermato nella storia dell'umanità come uno dei più singolari che Iddio le abbia largiti. L'autore non si crede da tanto: ma fa caldi voti perché qualcuno possa e voglia sobbarcarsi al difficile cimento, imparzialmente e serenamente. (464) Dante en vers francais. (In L’Intermédiaire des chercheurs et curieux, An. IV della terza serie, no. 6). Vi si cita la traduzione dei canti I-III dell' Inferno di Giacinto Vinson, nel suo volume di Etudes et souvenirs (Bordeaux, 1846). (465)

Danyell De Tassinari B.

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S. Francesco d'Assisi. Firenze, Loescher e Seeber edit., (tip. Cooperativa), 1894, in-8o, di pag. 67.

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