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D'Ovidio Francesco.

Dante e la filosofia del linguaggio: memoria. (In Atti della r. Accademia di scienze morali e politiche. Vol. XXV).

In Dante si assomma tutto quel che di più e di meglio diede la speculazione linguistica medievale. In lui si ha una esposizione felice delle credenze ortodosse, e più tardi il passaggio ardito ad opinioni più libere e piú vere. Nei versi del XXVI di Paradiso posti in bocca di Adamo, il primo uomo con molta asseveranza afferma che la lingua sua era già tramontata del tutto anche prima della confusione babelica, perché ogni cosa soggetta alla volontà umana è continuamente mutabile ed il parlare è appunto opera di essa volontà, ché la natura non dà se non la facoltà di parlare; e, seguitando poi a correggere le affermazioni della Volgare Eloquenza, Adamo viene a dire che in bocca sua il nome di Dio non era già stato El, bensi I, ed il nome El, cioè quello ebraico, era nato dopo di lui. Donde gli fosse derivato il mutamento del suo pensiero e la premura di emendarlo, si vede assai bene. La legge della indefinita divariazione dei linguaggi nello spazio e nel tempo gli era sembrata, come in parte è, una bella scoperta; perciò non s'era saputo tenere dal prelibarla nel Convivio, da promettere quivi di riparlarne piú compiutamente in un libro di Volgare Eloquenza e dall' esordire, nel trattarla, con un vanto di originalità che prende le forme di una vera commozione. Ma fin qui egli credette che quella legge fosse venuta in vigore soltanto dopo la confusione babelica, e fosse rimasta interamente estranea a tutta l'età antecedente e alla lingua homini primo concreatam a Deo. Proseguendo poi a meditare quella sua legge, si trovò infine condotto dalla logica a convincersi che ella dovesse aver avuto efficacia anche sulla lingua d'Adamo. Da che però proveniva, come necessaria conseguenza, che il parlare di lui non potesse dunque essere l'ebraico. Andatosi via via alterando, dalla creazione allà confusione, l'idioma di Adamo doveva aver soggiaciuto, di necessità, a una metamorfosi cosí profonda che nessuno l'avrebbe ormai capito nella sua forma primiera, la quale perciò potea dirsi tutta spenta già innanzi che Nembrotte si accingesse alla folle impresa. L'ebraico doveva essere al piú il tardivo e irriconoscibile continuatore della lingua parlata dal primo padre. Se si prendesse alla lettera la bella terzina in cui è detto che la natura

dà all'uomo unicamente la capacità del favellare, ma quanto al favellare in una o in un'altra lingua lo lascia tutto al gusto degli uomini, vi si avrebbe un concetto interamente spoglio d'ogni elemento religioso e tale, nella sua verità semplice, da potersi porre, come di fatto è stato posto, in fronte ad un moderno libro di scienza del linguaggio. Sono parole attribuite al primo uomo, ed a proposito della sua lingua, alla quale ei vuole che si applichi subito quell' umano beneplacito che nella Volgare eloquenza si diceva intervenuto soltanto dopo la confusione. Parrebbero quindi apertamente dire che la molteplicità delle lingue sia un fatto naturale e immediato da non aver bisogno d'altra spiegazione all'infuori di quella che è inerente al loro esser opra umana, soggetta all'arbitrio o piacere umano, che muta di continuo sotto gli influssi celesti. Ma già codesto accenno astrologico ci ammonisce di non correr troppo a scambiar la genialità di certe intuizioni e l'efficacia della dicitura per una ribellione vera e consapevole. All'opra inconsumabile di Nembrotte si torna qua stesso ad accennare come a fatto non dubbio; né è punto probabile che Dante vi desse un'interpretazione del tutto allegorica come quella morale goffamente propugnata da Filone Giudeo, o quella puramente psicologica messa innanzi da qualche mistico moderno. Secondo Dante l'azione diversificante che ha sulla lingua il suo diffondersi nello spazio venne in campo unicamente dopo la confusione; né probabilmente si domandò, o forse schivò di domandarsi, che cosa sarebbe avvenuto se quel soprannaturale rivolgimento non vi fosse stato: o forse avrebbe risposto che, se la diffusione umana sulla terra fosse invece avvenuta in modo lento e tranquillo e per il semplice incremento naturale del genere umano, gli effetti della separazione e gli effetti del tempo si sarebber provati sopra una lingua originariamente unica, e avrebber quindi dato luogo a favelle varie bensí ma rassomiglianti, come sono tra loro i dialetti italiani e le lingue romanze. (467)

Maruffi Gioacchino.

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Sopra un luogo della Commedia finora non bene interpretato. Aquila, tip. Mele, 1895, in-8°, di pag 15.

Sui versi 27-30 del XX canto dell' Inferno che il Maruffi adottando la variante dell' ultimo

verso Ch'al giudicio divin passion comporta, data dai codd. Caetani, Vaticano 3199 e Poggiali, nella Nidobeatina e nel commento Laneo, interpreta: Qui, tra gli indovini, si manifesta di sani principi religiosi chi non ha compassione di costoro; perché non c'è alcun altro piú scellerato di colui, il quale ammette che si possa esercitare in qualche modo influenza su quanto Iddio ha stabilito, cioè sui decreti divini. Di questa interpretazione dà giudizio sfavorevole R. Fornaciari in Bull. d. Soc. dant. italiana, II, 7.

(468) Investigazioni sul luogo dove Ezzelino fu ferito e fatto prigioniero. (In Atti dell'Ateneo di scienze lettere e arti in Bergamo, Vol. XI, parte 1a, 1891-"93). (469)

Mazzi Angelo.

Mazzoni Guido. Due parole sul disdegno di Guido Cavalcanti. (Nell'opusc. per le Nozze CianZappa- Flandinet. Bergamo, Ist. ital. d'arti grafiche, 1894).

Richiama una interpretazione da lui già proposta che modifica in parte quella del FilomusiGuelfi. Secondo il Mazzoni la frase ebbe a disdegno vale non curd, lasciò di amare: però, e nonostante l'altezza dell'ingegno suo, Guido non è compagno dell'Alighieri,

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Oelsner Hermann.

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(470)

The Influence of Dante on Modern Thought. London, T. Fisher Unw n, 1895, in-16o, di pag. 121. L'autore cerca di tracciare le vie diverse per le quali il pensiero moderno in Europa ha risentito dell' influenza del pensiero di Dante. Accenna, in primo luogo, alle scienze naturali, notando le moderne scoperte delle quali il nostro poeta ebbe un presentimento intuitivo. Passando alla filosofia, l'autore nota come l'Alighieri, quantunque stretto ancora da' vincoli della scolastica, sapesse pure, con l'alto suo ingegno, delineare a' futuri que' nuovi metodi filosofici che dovean condurre al moderno razionalismo. Il concetto che il grande poeta ebbe della universalità della storia fu svolto più tardi dal Bosquet e da' suoi seguaci. Si deve anche a Dante il vanto di essere stato il primo a ridurre a sistema l'idea della filosofia sociale. Il dottor Oelsner nega che Dante abbia esercitato una influenza diretta sulla riforma religiosa, ma ammette che a furia di denunziare e di deplorare gli abusi della Chiesa di Roma e la corruzione de' chierici, e di richiamare i credenti del tempo suo alla osservanza della parola cristiana, contribuí certo potentemente a quel risveglio delle coscienze che provocò col tempo la riforma luterana. Ritiene inoltre l'autore che il presente studio dell'età medievale sia causa e ad un tempo effetto dell'amoroso culto che il tempo nostro ha per l'opera dell'Alighieri: culto che secondo l'Oelsner contribuisce assai al rinnovellamento del misticismo e del simbolismo sulla letteratura moderna. L'autore esamina inoltre il predominio esercitato da Dante sulle menti de' fattori dell'italico risorgimento, e in generale sulle lettere nostre dal secolo XIII al tempo presente: e crede di riconoscere tracce evidenti di tale influenza nella scuola de' simbolisti francesi e in quella artistica de' preraffaellisti inglesi. Conclude con l'attribuire al principio cosmopolita del tempo nostro e al cresciuto amore per le ricerche storiche il presente gagliardo studio dell'opera di Dante Alighieri. (471)

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Russell Gurney Emelia. Dante's Pilgrim's Progress; or, "the passage of the blessed soul from the slavery of the present corruption to the liberty of eternal glory with notes on the way. London, Elliot Stock, 1893, in-8°, di pagg. xvi-421. fig. (472)

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Vernon W. Readings on the "Inferno,, of Dante chiefly based on the Commentary of Benvemuto da Imola. With an Introduction by the rev. Edward Moore. London, Macmillan and Co., (Dryden Press: I. Davy and Sons), 1894, voll, due in-8°, di pagg. cxi-576, viii-721, fig. Sommario: Prefazione dell'autore. Introduzione di E. Moore. Prolegomena. (I. The Cosmography of Dante. Hell. Purgatory. The Dimensions of Helle. II. Symmetrical Plan of the divina

Commedia. III. Date when the "Inferno, was written. IV. The Beauties of the Inferno. V. Dante's Itinerary through Hell. VI. Chronological Tables). List of Authors and of Editions quoted. Readings on the Inferno. L'opera è adorna delle seguenti illustrazioni. Nel vol. I: The Death Mask of Dante (di profilo). Plan of the Inferno, after the measurements of Vellutello. Plan of the Inferno and Itinerary of Dante. Music to lines of c. V Noi leggevamo, composed by Rossini for Lord Vernon. The Wheel of Fortune. Itinerary of Dante within the City of Dis. The Chosmography of Dante. Map of Italy in the time of Dante. Nel vol. II: The Death Mask of Dante (di prospetto). Font in te Baptistery at Pisa. The Torre della fame at Pisa in 1507. The Broken Bridge in the Sixth Bolgia.

Roma, maggio 1895.

COMUNICAZIONI ED APPUNTI.

G. L. PASSERINI.

Il canonico Ferdinando Savini di Ravenna, avendo letto la recensione che dell'opera mia fece il conte Passerini, ha creduto di osservare (a pag. 45) " che sia da tenersi conto della faccia di Beatrice, che si fa più bella al salire di ogni sfera, e che ben può compensare la deficienza delle altre; e da tenersi conto, inoltre, delle facce de' beati accolti nella candida rosa, dove, come già Beatrice aveva predetto a Dante, erano visibili in quegli aspetti Che tu vedrai nell'ultima giustizia (Par., XXX, 44) „. E l'osservazione sarebbe giusta, se fosse vera; ma non è punto cosí. Se il canonico Savini, di fatto, non si fosse soffermato alla bibliografia, ma avesse consultato direttamente l'opera mia (edita pe' tipi de' Sordo muti in Genova), nel III volume avrebbe trovato di che largamente appagare la sua sete o l'ansia sua del bello. Ei ciò non fece; ed ecco il vuoto. Di qui la necessità che mi stringe, di mettergli sott'occhio l'estratto di quella parte, ch'è forse la piú cospicua ed attraente.

Mi faccia, dunque, la grazia di leggere; e, quando l'avrà scorsa, vedrà che la sua osservazione è proprio fuor di luogo e, quindi vana.

Graduazione della bellezza eterna sul volto di Beatrice.

La sfera della Luna che simboleggia la Grammatica o la Filologia, mutabile sempre: Multa renascentur, ecc. (Orazio nella famosa Lettera a' Pisoni), accoglie le anime di quelle pie, che per violenza ruppero il voto di castità; e qui Dante colloca Piccarda Donati e l'imperatrice Costanza. La Luna, essendo più vicina alla Terra e più lontana da Dio, gira perciò piú lentamente, e l'orbita che descrive, è piccina. E il primo raggio pella bellezza eterna già si dipinge cosí:

Per entro sé l'eterna margherita
ne ricevette, com'acqua recesse
raggio di luce, permanendo unita.

(Par., II, 34-36).

Quella perla, incorruttibile (secondo i peripatetici) e quindi eterna, ci ricevette (dal latino recipere), come l'acqua in sé riceve ed accoglie un raggio di luce o di sole, traendone scintille e colori, senza che punto si franga o diminuisca, formandone una stessa cosa.

La sfera di Mercurio, che simboleggia la Dialettica, perché piccoletta e misteriosa o velata, accoglie perciò coloro che ne fecero miglior uso, tra' quali primeggia, per ingegno e dottrina, l'imperadore Giustiniano, giusto ed equanime in tutto: prova ne sia l'istoria dell'Aquila latina, ch'ei ritesse con isplendore di forma oratoria per dedurne quanto ne abusassero Guelfi e Ghibellini (a giudizio del Gioberti, la piú bella pagina ed eloquente che siasi mai scritta). La stella

di Mercurio è un po' più lontana dalla Terra e, quindi, più vicina a Dio: l'orbita che percorre, è conseguentemente piú larga. Al primo s'aggiugne un secondo raggio di bellezza eterna; e Dante cosí descrive, di nuovo, la sua Beatrice :

Quivi la Donna mia vid' io più lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che piú lucente se ne fe' il pianeta.
E, se la stella si cambiò e rise,

qual mi fec'io che pur di mia natura
trasmutabile son per tutte guise!

(Par., V, 94-99).

Beatrice non riceve piú la luce di fuori, ma la comunica a' circostanti oggetti: ch'é quanto dire, la bellezza interiore or si fa palese, e, al suo sorriso divino, anche la stella si tramuta e ride. Alla lucentezza or s'aggiunge il sentimento; e quindi il poeta ne resta, per cosí dire, trasumanato.

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La sfera di Venere, che simboleggia la Retorica o l'Estetica o la Scienza delle Arti belle, perciò accoglie quante anime elette, amando, se ne fecero un culto; e tra questi è Carlo Martello, che 'l divino poeta tanto e poi tanto amava. La stella di Venere è ancora più lontana dalla Terra, e, quindi, ancora più vicina a Dio; l'orbita che descrive, è, per ciò stesso, assai più ampia. Al secondo s'interza un nuovo raggio di bellezza ideale, eterna. E Dante con piú soave abbandono nello spirito, ripiglia:

Io non m'accorsi del salire in ella:
ma d'esservi entro mi fece assai fede
la Donna mia, ch'io vidi far più bella.
(Par., VIII, 13-15).

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Il tempo e lo spazio sono omai spariti dagli occhi di Dante. Estasiato, ei vola, né sa di volare; sale, e non sa di salire. Se ne accorge allora soltanto, quando la vede, come per incanto, farsi piú luminosa e bella.

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La sfera del Sole, che simboleggia la Scienza del Numero infinito e però dell' Uno eterno, indimostrabile ed evidente, perciò accoglie quanti sapienti in divinità se ne fecero maestri e rivelatori al mondo: tra' quali il suo Sigieri, l'immortale fiammingo, suo maestro a Parigi. La stella del Sole è ancora assai piú remota dalla Terra, e, quindi, piú prossima all'eterno Sole ch'è Dio; l'orbita sua, perciò, si slarga ancora di piú. È un quarto raggio di luce abbagliante, che si unisce agli altri tre, già descritti. Dante piú pronto di prontissimo pensiero, vi si sente trasportato: e Beatrice? È divenuta indescrivibile:

E, se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia;

che sovra 'l Sol non fu occhio ch' andasse.

(Par., X, 46-48).

Ed invero: non vi fu mai pupilla mortale, che fisa guardasse il Sole, senza rimanerne abbagliata. S'immagini, adunque, qual divenisse Beatrice, questo Sole di sapienza e di beltà, in quel globo fiammante di luce e d'amore!

La sfera di Marte che simboleggia la Musica, perché scalda ed attira a sè le anime belle, accoglie perciò quanti, credenti nell' Uno e Trino, or ne cantano il mistero " con tal melodia, Ch'ad ogni merto saría giusto muno (o rimunerazione). Qui, di fatto, sono i erociati, che, cantando, mossero a combattere l'Islam e tra costoro è Cacciaguida. il trisavolo di Dante, che morí sotto le mura di Gerusalemme. La stella di Marte, slarga, anche di più, la sua cerchia : è un quinto raggio di luce che sfolgora. E Dante, cosí, dolcemente esprime la pienezza del suo gaudio:

I' mi volsi a Beatrice; e quella udio

pria ch'io parlassi, ed arrisemi un cenno,

che fece crescer l'ale al voler mio.

(Par., XV, 70-72).

Beatrice non parla più, ma governa il suo diletto con un cenno, con un guardo; ed ei, nell'ansia sempre di sapere, non ha piú volontà, dappoiché ormai il volere di lei è il suo.

La sfera di Giove, che simboleggia la Geometria, termine medio fra gli estremi (il caldo ed il freddo, il punto ed il cerchio), accoglie perciò quanti, sedendo su' troni, della temperanza, e però della giustizia, si fecero una legge di governo: Diligite iustitiam qui iudicatis terram, come Giosuè Maccabeo, e Carlo Magno, ed altri. La stella di Giove, roteando lontanissima dalla Terra, piú si appropinqua al cielo stellato, e l'orbita segna un giro immenso nello spazio infinito. Il fascio di luce s'aumenta; e Dante ripiglia:

Fin che'l piacere eterno, che diretto
raggiava in Beatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.

(Par., XVIII, 16-18).

Il raggio della bellezza eterna altro è diretto, cioè da Dio a Beatrice ed altro è riflesso, cioè da Beatrice in me; ed io di questo secondo aspetto, finora, era pago, contento.

Vincendo me col lume d'un sorriso,

ella mi disse: Volgiti ed ascolta;
ché non pur ne' miei occhi è paradiso.

(Ivi, 19-21).

Ma, per distogliermi da quella beata contemplazione, ella sorrise e poi mi disse: Perchè non volgi lo sguardo intorno? perchè non ascolti l'armonia celeste che suona da per ogni dove? Non negli occhi miei soltanto, ma in quelli di tanti altri beati è paradiso. Volgiti dunque ed ascolta.

La sfera di Saturno, che simboleggia l'Astronomia, tra le scienze la piú perfetta, perciò nella sua luce accoglie la stessa perfezione, quasi personificata in s. Pier Damiani e in s. Benedetto, e, piú trionfalmente, in Cristo e Maria, che dall' arcangelo Gabriele è coronata. La stella di Saturno è la più alta sulla terra; e l'orbita immensa par che si vada a perdere nello spazio immenso. E Dante, sempre nuovo ed inesauribile nella sua fantasia, continua:

Ed ella non ridea; ma, s'io ridessi,

mi cominciò, tu ti faresti quale

fu Semelé, quando di cener fessi.

(Par., XXI, 4-6).

Beatrice non può schiudere piú le labbra ad un sorriso, perché, se ridesse, di Dante avverrebbe quel che la favola dice essere avvenuto di Semele, che chiese a Giove la grazia di vederlo in tutto lo splendore della maestà divina, e restò da un fulmine incenerita. che, dopo l'apparizione di Cristo

ch' apri la strada tra 'l cielo e la terra,

è fatta grazia a Dante di guardare in viso la sua Donna.

(Par., XXIII, 38).

Apri gli occhi, e riguarda qual son io;
tu hai veduto cose, che possente
se' fatto a sostener lo riso mio.

se non

(Ivi, 46-48).

Apri gli occhi, e riguardami in tutto lo splendore della gloria, che mi raggia d'intorno. Omai hai veduto Cristo, lo stesso re della gloria, hai personalmente assistito al suo trionfo ed a quello di Maria. Puoi, dunque, contemplare anche me e 'l mio riso, ch'è riso di cielo, e però sfavillante, divino.

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Eppure, dopo l'interrogatorio, mirando s. Giovanni, rimane talmente abbagliato, che piú non distingue Beatrice, ch'era li ferma al fianco di lui:

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