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Come si spiega questo?

Se nell'uomo si dovesse tener conto unicamente del sentimento animale, e del sentimento umano, non governato dalla ragione, io dico che il Romani avrebbe felicemente espressa quella, ch'ei chiama legge di natura, e avrebbe ragione esaltandone la convenienza e la bellezza. Ma il vero è, che non è né bello né conveniente il cedere a quegli istinti, indipendentemente e contro i dettami della ragione. Il cedere contro ragione è peccato di incontinenza. In confronto dei peccati di malizia, i peccati di incontinenza sono certo men riprovevoli. La malizia è amare e cercare il male. L'incontinenza è obbedire all'istinto naturale, ma obbedire sregolato, nel che sta il peccato : Inf., XI, 83:

incontinenza

men Dio offende e men biasimo accatta.

Perciò gli incontinenti hanno pena minore, e, men crucciata, li martella la giustizia divina.

Si noti inoltre che, anche nell' incontinenza, ci sono gradi di maggiore e minore reità. Secondo Dante, i lussuriosi sono, tra gli incontinenti, i meno rei.

Or bene: il Poeta, nell'episodio di Paolo e Francesca, ha espresso tutto questo con mirabile precisione. Quello che c'è di benigno, da questo deriva ch'ei ci mise sott'occhio due anime, che si abbandonarono a un istinto bello, quando regolato dalla ragione, e vi si abbandonarono per debolezza, non per reproba compiacenza del male. Ma ciò non toglie, ch'ei non abbia veduto in loro il peccato, né fa che li abbia, in qualche modo, scusati. Ce li mostrò peccatori di grave peccato, e degni della infernale dannazione: sia pure nel secondo cerchio, che è il primo dei dannati in istretto senso.

Cosí va inteso l'episodio di Paolo e Francesca, secondo la retta ragione, e secondo la mente dell'Alighieri, filosofo cristiano, che mai non mentisce a sé stesso.

Carissimo. Noi siamo soliti, per lunga abitudine, a ragionare insieme di questi argomenti. Perciò le osservazioni ch'io feci meco stesso, leggendo il libro del Romani, a te mi parve bello comunicare.

Verona, 26 di ottobre 1894.

FRANCESCO Cipolla.

CHIOSE DANTESCHE

ANCORA DELLA SECONDA MORTE,

Ill.mo signor Direttore,

L'egregio dottor Riccardo Truffi nell'ultimo quaderno doppio (XI-XII) del Giornale dantesco pubblica uno studio su "la seconda morte,; siccome anch'io mi sono occupato della stessa questione nell' antecedente quaderno e, credo in modo persuasivo spero che V. S. mi vorrà permettere al

cune osservazioni in proposito.

Lo scopo del Truffi è quello di mostrare che i dannati annunciano, testimoniano la loro dannazione. Ora a me pare che in tal maniera egli vada un po' troppo per il sottile, ricercando la manifestazione della idea nell'idea incarnata. Certo che se i dannati urlano come cani, bestemmiano Iddio e i loro parenti, si troncano coi denti a brano a brano, traggono continui guai, certo, dico, che manifestano la loro tortura, la loro sofferenza, la loro dannazione. E non per niente Dante fa pitture cosí vive delle bolge infernali, non per niente ci scolpisce le figure dei rei. Ma da qui al far dire a Dante stesso che le perdute genti diano il bando (come scrive il signor Truffi) della loro pena vi è una grande differenza.

Inoltre i versi:

Vedrai gli antichi spiriti dolenti
che la seconda morte ciascun grida

non si possono intendere come li intende il Truffi, per la semplice ragione che gli antichi spiriti, dei quali parla in seguito il poeta, per nessun segno esteriore danno a conoscere il loro stato, non minacciando, non lamentandosi in alcuna maniera, e non essendo poi la loro condizione infelicissima come quella degli altri:

Genti v'eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorità ne' lor sembianti ;
parlavan rado, con voci soavi.

Inf., VI, 112-114.

E, se anche si voglia intendere che i dannati bandiscono la loro condanna, si ha come in qualunque altra spiegazione che non sia la mia una difcoltà a cui non ha fatto attenzione il Truffi e, che io mi sappia, nessun altro comentatore. Voglio alludere al che del verso

Che la seconda morte ciascun grida.

Non si può risolvere quel che in i quali, ma bisogna risolverlo in dei quali, e si ha cosí un contorcimento di periodo che spaventa.

Del lavoro del Truffi è inoppugnabile solo quanto egli dice della seconda morte; ed in ciò concorda pienamente con me. Quindi non mi resta che a far punto.

Mi professo di Lei

Roma, 11 aprile 1895.

dev.mo

COSTANTINO CARBONI.

ERRATA-CORRIGE.

Nella chiosa dantesca La seconda morte, publicata nel Giornale a pag. 507 e segg. del vol. II, sono sfuggiti i seguenti errori che qui si correggono :

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NOTERELLE

Una risposta

66

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e sia pur breve

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debbo al signor dottor Gaetano Del Noce, il quale ha voluto, cortesemente, dirigere a me alcune sue osservazioni intorno al verso 34 del canto della Francesca. Giovanni Franciosi, cui son lieto poter fare i miei rallegramenti per la recuperata sanità, in un saggio del suo commento alla divina Commedia, che sarebbe bene vedesse presto la luce, proponeva, in questo Giornale, su l'autorità di dieci manoscritti del poema (il codice Villani, il Lambertiniano, il Senese I, VI, 28, l'Estense VIII, F. 20, il codice di s. Pantaleo, i Corsiniani 44, G. 3, 44 F. 31, il Chigiano VIII, 293, l'Angelico S. 2, 10, e il Palatino 1728 della biblioteca del Vaticano) che il verso 34 del canto V d'Inferno: Quando giungon davanti a la ruina si mutasse in: Quando giungon de' venti a la ruina, lezione che secondo lui, - dà imagine chiara e dantesca. E annotava: "Altri vada pensando la ruina del terremoto, generato dalla vittoria di Cristo, o i rotti scogli del vano per la caduta degli angeli ribelli; io penso volentieri alla foce del cerchio, onde i venti sboccano con tremenda violenza, Pel professore Franciosi ruina non vale, come pel Magalotti, dirupamento e meno anche voragine o abisso come vuole il Tambara (Alighieri, III, 191 e segg.); ma più tosto, e cosí anche sembrò a Chirimone faentino, (Ms. Campori del sec. XV, ora nell'Estense) e a Pietro Fanfani, (Studi su Dante) - impeto o violenza turbinosa, e reca, come utile al proposito suo, la similitudine bella del Magalotti, d'un legno o d'altro corpo, cui la corrente d'un fiume ne meni a galla; il quale, se s'abbatte a passare dove sbocca un torrente o altra acqua, lo tuffa e rituffa per molte fiate, e in qua e in là con mille avvolgimenti l'aggira e trabalza, in fin tanto ch'ei non è uscito di quella dirittura e non ha ritrovato il filo della nuova corrente Al Blanc il de' venti parve congettura di studioso: al Franciosi, al contrario, sembra "lezione sincera, che per la grafía del tempo facilmente si corruppe in davanti. E meglior lezione della volgare la chiama anche il Del Noce: al quale, per altro, non par che dia un senso pieno, ma, invece, luogo a molti dubbî "cui in niun modo si può dare una risposta soddisfacente Senza perdere inutilmente il tempo nel riferire questi dubbî, che il lettore può agevolmente ricercar da sé al luogo loro, io mi permetto di far notare all'amico Del Noce non esser forse troppo esatto affermare che "i gradi infernali stanno disposti ad anfiteatro,,: questa forma dell'inferno dantesco, imaginata dai vecchi interpreti e disegnatori, non mi par che risponda bene al vero concetto dell'abisso ordinato a tutt'altro fine che a spasso e a tranquilla visione. Né credo che Dante, accennando la differenza tra le foci del monte sacro e quelle infernali, pensi agli scaloni con cui, secondo il Del Noce, "da un luogo superiore scoperto si passa ad un altro inferiore pure scoperto;,, ma piuttosto ad apertura o passaggio, nel piú largo senso di questa parola: cosí come al verso 129 del canto XXIII dell' Inferno: Se alla man destra giace alcuna foce; al 7 del XXII del Purgatorio: Ed io più lieve che per l'altre foci; al 37 del canto I del Paradiso dove è detto che Surge a' mortali per diverse foci La lucerna del mondo. Ci pensi bene il Del Noce; e vedrà che l'entrata negli empi giri, dove si tenga conto di piú cenni descrittivi della prima cantica, non deve essere L6 uno scalone, o un piano inclinato o una cordonata, ma può esser piuttosto un adito dirupato e somigliante ad una gola o burrone di rocce alpestri.

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Ma se la spiegazione della foce fosse ammessibile, osserva il dr. Del Noce, dovrebbe ritenersi che il vento venisse dall'esterno „,. Che vuol dir ciò? L'aere maligno della trista conca è precisamente uno, come quello, men reo, che avvolge la terra de' vivi. Manifesta, è vero, qua e là diversamente la virtú sua punitiva, ma non c'è dentro né fuori che tenga, e tra il vano e i giri cavernosi l'onda aerea si muove e si rimescola senza posa. Rispetto alla forza malvagia dell'aria e alle leggi che ne regolano la manifestazione, inutile il domandare: Com' esser può Quei sa che si governa!

Quanto poi alla proposta di una nuova lezione mi duole esser anche meno d'accordo col mio valente amico: 1o, perché le lezioni congetturali, pericolose sempre, son tanto piú da evitare ora che pel lavoro della Società dantesca si vanno preparando lentamente, ma assiduamente, i materiali per un' edizione critica definitiva del poema; 2°, perché la variante Quando giunge de' venti la ruina sostituirebbe ad un verso dantescamente bello un verso non degno di poeta. IL DIRETTORE,

RIVISTA CRITICA E BIBLIOGRAFICA

BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO.

Alighieri Dante. La divina Commedia illustrata da Gustavo Dorè e dichiarata con note tratte dai migliori commenti per cura di Eugenio Camerini. Milano, stab. tip. Edoardo Sonzogno, edit., 1894, in-4°, fig., di pagg. 979, con ritr. (418) [Alighieri Dante]. Un paragrafo inedito della Vita nuova, trovato fra carte del secolo XIII e pubblicato dal dott. Giovanni Federzoni. Bologna, ditta Nicola Zanichelli, 1895, in-8°, di pagg. 20.

Il Federzoni, in occasione di nozze, publica questo paragrafo giudicandolo lavoro di qualche letterato, e forse di giorni non molto >ntani dai nostri. Ma non poteva egli, perché la burla avesse maggior sapore di ingenuità, dire, addirittura, d giorni nostri? (419)

Antonio da Ferrara.

Sonetto politico. Firenze tip. Barbèra, 1895, in-8°, di pagg. 4. Il Mazzoni publica per nozze questo sonetto, che, come l'altro dello stesso autore, impreca, con reminiscenze dantesche, all'impresa di Azzo da Correggio.

Arlía Costantino. Conio. (In Erudizione e belle arti, An. II, no. 8).

(420)

I contadini del Fiorentino dicono conio quel nolo che pagano a colui il quale loro dà l'uso degli arnesi da fare il vino, l'olio, ecc., o recipienti da conservare cosí l'uno come l'altro. Questa voce, che meriterebbe un posticino ne' nostri vocabolarî, spiega chiarissimamente il verso 66 del XVIII dall'Inferno che ha dato tanto inutile lavoro a' commentatori di Dante. (421)

Bacciotti E.

Firenze antica e moderna. Firenze, tip. cooperativa, 1893-"94, in 4o, disp. I a XIV, di pagg. 112.

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(422)

Ballerini Franco. Il "Vocabolario marino e militare del p. Alberto Guglielmotti e la divina Commedia. (In Alberto Guglielmotti: ricordi, ecc. di F. Ballerini.) Roma, 1894, in-8°). A nessuno, certo, verrà in mente di cercare in un vocabolario marinaresco e militare una chiosa a qualche difficile locuzione dell'Alighieri. Eppure la divina Commedia occupa nel vocabolario del padre Guglielmotti uno dei primi posti, dopo la marina e dopo la milizia. Ed egli stesso, l'illustre domenicano, ebbe cura di richiamare l'attenzione dei dantisti, registrando perfino il nome del sommo fiorentino. Moltissime sono le voci alle quali l'autore volle aggiungere il bel corredo dell'illustrazione dantesca, e qui il signor Ballerini ne nota alcune, come Ago, Alighiero, Brina, Classe, Fischio, Majo, Nantica, Navigio, Piorno, Séca, Varo, ecc., e riporta il seguente comentino che alla voce Mezzo il Guglielmotti fa al primo verso del poema. "Nella umana vita non sono che due soli estremi: il temporale e l'eterno; e non v' ha tra loro

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