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gio cavalleresco dei tempi suoi, che era il blasone. Nella Commedia viene descritto maravi. gliosamente e quasi enciclopedicamente alla sua maniera tutto il mondo cavalleresco nelle sue svariate manifestazioni. Per l'architettura dei castelli cfr. Inf., IV, 1-7; XVIII, 11-19; al canto V, v. 67-69 son citati i piú famosi paladini. Una similitudine stupenda nel canto XXXI (17-19) trae dal corno d'Orlando; nel XXXII (61-62) descrive il famoso colpo di lancia del re Artú che passò il petto a Lancillotto Mordaret, sicché il sole penetrò per la ferita e ruppe l'onibra del suo corpo. Alle giostre allude in principio del canto XXII (1 10), e nell'episodio della Francesca è citato il più celebre romanzo della cavalleria, dal quale trae di nuovo la leggiadra similitudine del XVI di Paradiso. Era a tempo del nobile Alighieri sí popolare il blasone, che egli, con ingegnosa e superba finzione, fa spiegare ai violenti, a cagione d'infamia, le loro arme nel settimo cerchio infernale (XVII, 52-105). E neppur mancano nel poema dei quesiti araldici da studiarsi, molto eleganti; quello, per esempio, di aver certezza storica se l'arma dei Buiamonti portasse tre becchi neri in campo d'oro, l'un sopra l'altro, come pretende l'Anonimo fiorentino, oppure tre becchi gialli di nibbio in campo azzurro, come afferma Francesco da Buti: o se con Pietro di Dante e con Benvenuto d'Imola si dee intendere i becchi per capri: finalmente, se, come vedesi negli antichi prioristi fiorentini, si deve ritenere che i tre becchi fossero tre rostri di aquila; e questa sembra l'opinione la piú ragionevole, sí per essere l'aquila uccello araldico per eccellenza, sí ancora perché alludente al casato che accenna ai monti, su i quali l'aquila fa il nido. Ed è da notarsi anche come, sia a causa di onore sia d'infamia, si nominasse il primo della casa, della consorteria, della fazione, dall'arma o insegna piuttostoché dal nome o dal cognome; cosí nei versi 70-75 del XVII Inferni. Dall' araldica seppe pure ricavare Dante bellissime e poetiche imagini (Inf., XXVII, 40-45 e 49-54.) Se le figure blasoniche hanno servito a Dante a significare concetti politici e, come direbbe l'Alfieri, ad esprimere regie cure di Stato nel Purgatorio gli offrono argomento a stupendi tocchi in quella elegía maravigliosa dal canto VIII, nella quale Nino Visconti di Pisa lamenta dolcemente, non senza alterezza di uom famoso per sapere, le seconde nozze di sua moglie con Galeazzo Visconti di Milano. Il canto XVI di Paradiso si potrebbe chiamare il libro d'oro dell'antica Firenze; né senza lume di araldica potreb. bonsi chiarire i versi 127-132 del canto XVI di Paradiso. Nel VII e nel XX del Purgatorio e nel VI del Paradiso, è ricordata l'insegna della casa di Francia: e sovente è ricordata l'aquila, che era per Dante il piú gran simbolo araldico, come insegna romana ed imperiale. A render piú compiuto, per la materia e non per lo studio, questo saggio blasonico sulla Commedia, il Tribolati illustra l'arme degli Alighieri riferendo l'armerista dantesco di Carlo Padiglione. (533)

Valeggia Gildo. Noterelle dantesche. (Nel Rinascimento, fasc. II).

La prima di queste due noterelle riguarda il canto V del Purgatorio, nei versi 1-15. Per interpretar bene questo luogo, crede l'autore giovi di avvicinarlo a quello del canto III dell' Inferno dove, come ognuno sa, Dante punisce gli ignavi, ossia coloro che al mondo nulla fecero né di bene né di male: e che, quindi, mai non fur vivi. Onde Vergilio ammonisce Dante (Fama di loro il mondo esser non lassa, con quello che segue) di osservare, passando innanzi, acciocché niente gli si attaccasse della pece onde simil gente era tinta. Ora, se ben si consideri, nel III del Purgatorio c'è qualche cosa di simile. Le anime osservate da ultimo, e che fanno l'osservazione su la vitalità del poeta, manifestata dalla sua ombra, sono quelle dei pigri. Era possibile che Vergilio permettesse a Dante di occuparsi troppo di loro? No, certamente: essendo anche la pigrizia un vizio attaccaticcio, e tale che dovea assolutamente fuggirsi in quel luogo, dove, per salir la difficile montagna, era chiesta fermezza di volontà e prestezza di gambe. Di qui il motivo del grave rimprovero vergiliano (Perché l'animo tuo tanto s'impiglia........ che l'andare allenti? ecc.). Nella seconda noterella, l'autore prende in esame l'ultimo capitolo del libro di Vittorio Capetti intitolato Osservazioni sul Paradiso dantesco (Venezia, 1888), che, quantunque appena sbozzato, pare a lui che contenga il fondamento vero che dee servir di base allo studio dell' onomatopea non pure in Dante ma in tutti i poeti e i prosatori veramente grandi. (534) Riso e sorriso nella divina Commedia. Foggia, tipo-litografia D. Pascarelli, 1895, in-8°, di pagg. 14.

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Il regno del riso e del sorriso non è, si comprende bene, l'inferno: qui l'odio, la disperazione, la colpa latrano fra le tenebre. Si comincia a sorridere nel purgatorio; e il riso è sempre composto, sereno, tranquillo; erra tra le labbra, sfavilla negli occhi, manifesta una gioia, una sorpresa, un sentimento gaio, uno stato lieto dell' anima: nulla che turbi la calma di quella vita, dove hanno un' eco sí debole le passioni di quaggiú. E, del resto, il riso, secondo il poeta, è una corruscazione della dilettazione dell'anima, cioè un lume apparente di fuori secondo che sta dentro. E però si conviene all'uomo a dimostrare la sua anima nell' allegrezza moderata, moderatamente ridere con un'onesta severità e con poco movimento delle sue membra. Cosí, in Dante, anche nel riso della donna amata, nulla è di sensuale: e se una sola volta sembra che il riso tocchi, nel poema, la sensualità, ciò avviene nell' Inferno, quando, nel V canto, l'Alighieri fa narrare a Francesca come cadde nella colpa e perché, e chiama riso la bocca che Paolo baciò. (535) Virgilio e l'Eneide secondo un critico del cinquecento. Messina, Trimar

Zanibon Ferruccio.

chi, 1895, in-16o.

-

Il critico è Sperone Speroni, che volea "bene cercare d'intendere perché Virgilio volesse far ardere la sua Eneide, e che in piú luoghi si provò ad investigare le imperfezioni e il difetto di originalità dell'opera vergiliana rispetto all' Odissea e all' Iliade.

(536)

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Dante nel Trentino. Trento, Giovanni Zappel, editore, 1896, in-8", di

pagg. 160.

Con questo lavoro l'autore si propone di raccogliere quel poco che v' ha di buono e di certo tra tutte le notizie e gli accenni al viaggio e alla dimora di Dante nel Trentino, di chiarire le fonti e di confrontare le supposizioni vecchie con argomenti e con opinioni che la moderna critica dantesca è in grado di fornirci, e di dare il bando a tutto ciò che v' ha di falso e di leggendario nei particolari vecchi o nuovi della questione. Secondo lo Zaniboni, Dante sarebbe andato veramente nel Trentino, ospitato da Guglielmo di Castelbarco, non prima del 1303 e non dopo il 1304: sarebbe anzi, piú precisamente, arrivato nella Lagarina in sul cader del marzo 1304, e si sarebbe trattenuto nel Trentino fin verso la metà del maggio dello stesso anno. Abbia poi Dante partecipato, o no, all' impresa della Lastra, l'autore crede di poter affermare con sicurezza che "verso la fine del 1304 il poeta si trovava a Bologna, dove attendeva al I libro del De vulguri eloquentia (537) Zenatti Albinɔ. Per l'autenticità della lettera di Dante ai cardinali. Messina, tip. D'Amico, 1893, in-8°, di pagg. 4.

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Sull'autenticità di questa lettera dubitò il Bartoli (Lett. it., V, 283 e segg.) e recentemente Giovanni Sforza nel suo studio sull'Antelminelli (Boll. n. 256) con una osservazione che può, a prima vista, parer tale da far ritenere senz' altro che l'epistola dantesca sia sicuramente apocrifa. Scagliandosi fieramente contro i vizî degli ecclesiastici dell'età sua, lo scrittore della let tera esclama: Ah, mater piissima, sponsa Christi! quos in aqua et spiritu generas tibi filios ad ruborem! Non caritas, non Astraea, sel filiue sanguisugae factae sunt tibi nurus. Quae quales pa riant tibi foetus, praeter lunensem pontificem, omnes alii contestantur. Ora vescovo di Luni era Gherardino Malaspina, che lo Sforza ci prova non solo di sentimenti guelfi e caro al pastor senza legge, ma anche cosí aperto nemico del magnanimo Arrigo, che questi lo mise senz'altro al bando dell'impero. Non pare quindi, conclude lo Sforza, naturale che Dante abbia potuto fare cosí onorevole menzione di quel ribelle. L'osservazione sembra di quelle cui non si può obiettare nulla: sennonché, dice lo Zenatti, deve intanto parere un po' strano che, biasimando aspramente i prelati, Dante faccia eccezione non per alcuni pochi, ma proprio per uno solo, sí che questi viene a somigliare a quei vecchioni lombardi nel canto XVI del Purgatorio, che sorvivevano in rimproverio del secolo selvaggio. Ma essi almeno erano in tre, mentre qui, eccettuato dal biasimo universale è un prete solo, sí che ciò torna a lode eccessiva per lui, s'ei non sia stato proprio un vero santo. Ma quelle parole della lettera ai cardinali sono proprio una lode? o piuttosto, in miglior armonía con lo spirito e con lo stile di tutta la lettera, non dovranno

esse venire intese in senso sarcastico? e il praeter lunensem pontificem non ricorda le altre fuor che Bonturo, trammene Stricca?

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(538) Zingarelli Nicola. XX settembre MDCCCXCV. Dante e Roma: saggio. Roma, Ermanno Loescher e c. (Napoli, stab. tip. Pierro e Veraldi), 1895, in-8°, di pagg. 68. Questo saggio è diviso in tre parti: 1. Memorie, studi, tradizioni; 2. La vista di Roma; 3. Il concetto politico e l'idea nazionale. Il lavoro è ben condotto, sebbene dice il D'Ancona (Rass, bibl. d. lett. ital., III, 11-12) non rechi molto di nuovo e lasci apparire la fretta della composizione. (539)

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Firenze, decembre 1895.

G. L. PASSERINI.

Alla direzione del Giornale dantesco son pervenuti i seguenti libri:

ANTONIO DA FERRARA. Sonetto politico edito da Guido Mazzoni per le bene augurate nozze di Ubaldo Angeli con Orictta Zannetto pulo. Firenze, Barbèra, 1895, in-8° (Da G. Mazzoni).

BACCI PELEO. Alcune note e un documento su messer Cino da Pistoia. Pistoia, Niccolai, 1895, in-8° (Dall'autore).

BARBI MICHELE. - Condizione degli studi danteschi in Italia e fuori. Munchen, R. Oldenbourg, 1895, in-8° (Dall'autore).

BRAMBILLA ETTORE. I contrasti tra l'allegoria e la realtà nel canto yo dell'Inferno, dantesco. - Teramo, tip. del Corriere abruzzese, 1895, in-8° (Dall'autore).

CANEPA ANTONIO. Nuove ricerche sulla Beatrice di Dante. Torino,
Clausen, editore, (tip. V. Bona), 1895, in-8° (Dall'autore).
COPPOLA L. Dante e la Bibbia

(Da G. Franciosi).

Firenze, tip. Claudiana, 1895, in-16°

DE CHIARA S. - Il "pastor di Cosenza : noterella dantesca in risposta al prof. Francesco Torraca. — Cosenza, Aprea, 1895, in-8° (Dall'autore). DEL BALZO CARLO. - Francesca da Rimini nell'arte e nella critica, - Napoli, Tocco, 1895, in-16° (Dall'autore).

FIAMMAZZO A. - Il commento dantesco di Alberico da Rosciate col proemio e fine di quello del Bambaglioli: notizia dal cod. Grumelli raffrontato col Laurenziano pl. XXVI, sin. 2. - Bergamo, Ist. d'arti grafiche, 1895, in-8° (Dall'autore).

FINALI G. L'Umbria nella divina Commedia: discorso.

ni, 1895, in-16° (Dall'autore).

FRANCIOSI G. - Dante e i fanciulli.

l'autore).

GALASSINI ADOLFO - I cieli danteschi: pensieri.

gendi, 1894, in-8° (Dall'autore).

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Firenze, tip. Min. corri

Roma, tip. Poliglotta, 1895, in-4° (Dal

Ragusa, tip. Piccitto e An

MERCATI GIOVANNI. "Pietro peccatore, ossia della vera interpretazione

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NICOSIA A. Attorno ad un verso di Dante.

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toci, 1895, in-16" (Dall'autore).

RENIER RODOLFO. Sui brani di lingua d'oc. del Dittamondo, e della "Leandreide". Torino, Loescher, 1895, in-8" (Dall'autore).

Proprietà letteraria.

Città di Castello, Stab. tip. lit. S. Lapi, 31 di decembre 1895.

G. L. PASSERINI, direttore. LEO S. OLSCHKI, editore-proprietario, responsabile.

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Il 24 del corrente mese di gennaio, quando Giosuè Carducci ebbe finita la sua lezione sopra il XXVII canto dell' Inferno, gli studenti della facoltà di lettere dell'Ateneo di Bologna presentarono all'illustre professore un albo con le sottoscrizioni autografe e i ritratti della maggior parte de' discepoli ch'egli ha avuto dal 1860 al 1895. Presentò il ricordo Niccolò Rodolico di Trapani che, a nome dei compagni, salutò il maestro con queste parole:

"Permetta che a nome dei miei compagni, grati dell'amore ai grandi italiani, e specialmente al divino Alighieri, che ella c'ispira in questa fausta ricorrenza del 35° anniversario del suo insegnamento, le offra quest'albo: umile dono che le attesti tutta la riconoscenza che a lei ci lega: affettuoso saluto di coloro che ebbero l'onore di essere suoi discepoli; fervido augurio che ella continui a volgere ancora della gioventú d'Italia in alto i cuori!,

Calmati gli applausi che seguirono il breve ma affettuoso indirizzo, il Maestro, molto commosso, rispose:

"Grazie ; il pensiero è gentilissimo. È quello di farmi rivivere nei miei giovani anni, dei quali certo la miglior parte è quella che adoperai stando coi giovani.

In mezzo ai giovani io, anche trattandoli qualche volta rudemente, mi trovo bene sempre, e appunto dallo stare con loro, dal conversare con loro, credo di mantenere in me quel certo lume di giovinezza che non vuol tramontare. "Io vi ripeto che della parte della mia vita spesa con voi non ho certo da pentirmi, non ho da farmi rimprovero se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me non troppe cose certo avrete imparato; ma io ho voluto inalzarvi almeno a questo concetto: di anteporre sempre l'essere al parere, il dovere al piacere, di mirare nell'arte, anzi alla semplicità che all'artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustizia che alla gloria. Questo vi ho sempre ispirato e di questo non sento mancarmi la ferma compiacenza.

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Quanto a quello che è piú speciale ufficio didattico, io, accettando dalla scienza e dalla dottrina moderna tutto ciò che queste due grandi forze mi panno, ho pur cercato di levarvi all'idealità, di conservare in voi, di alimentare in voi, di dissotterrare in voi la grande tradizione nazionale, della quale un maestro di lettere italiane deve essere difensore e custode. Quell'unità, quella libertà che i nostri padri e fratelli gloriosi conquistarono con tanto sangue generoso sparso sulla terra della penisola sacra, dobbiamo conservare, difendere, propugnare noi, maestri nella regione dello spirito.

"L'umanità è grande cosa; e certamente è bello che vi sia un consesso sorellevole delle letterature europee; ma per arrivare a quell'abbraccio, non bisogna deporre il sentimento nazionale, non bisogna portare livrea di servi né maschere di cortigiani.

"Noi dobbiamo riprendere la tradizione dei nostri maestri: Virgilio, Dante, Petrarca, i quali trovarono l'arte moderna e il mondo nuovo: noi dobbiamo ampliare questa tradizione, senza farci né schiavi né scimmie di nessuno,.

e altri

Vivissimi applausi interruppero spesso e quindi seguirono le nobili parole del Carducci; e gli antichi discepoli, tra i quali erano Severino Ferrari, Giovanni Pascoli, il Rocchi, il Federzoni, il Rugarli molti, gli si affollarono d' intorno, acclamandolo, e lo accompagnarono, co' discepoli nuovi, sin fuori alla porta dell'Ateneo.

Fu una gentile, imponente dimostrazione di gratitudine e di affetto, degno prologo delle grandi feste che si preparano in onore di Giosuè Carducci; e noi del Giornale dantesco ci uniamo di cuore ai giovani dell'illustre Università bolognese, mandando all' insigne scrittore, con gratitudine di italiani e con reverenza di discepoli, i piú caldi augurî e i più affettuosi saluti.

LA DIREZIONE.

DEL DOTT. AGOSTINO PALESA

E DI ALCUNE SUE NOTE INEDITE ALLA DIVINA COMMEDIA

Al prof. Andrea Gloria, già amico carissimo del Palesa, e che per questo lavoro mi fu largo di incoraggiamento e di consiglio.

Del dott. Agostino Palesa, padovano, vissuto dal 1809 al 1873, parecchie sono le opere pubblicate di diverso argomento, e parecchie anche le manoscritte, conservate gelosamente nel Museo civico di Padova, erede della piú bella e grande opera di lui, la biblioteca, di cui dirò più sotto sommariamente, e che è ricchissima e preziosissima. Avendo pertanto io, che da qualche anno mi occupo di lui, risoluto di pubblicare fin d'ora alcune tra le molte sue note ed osservazioni al poema di Dante, credo opportuno di farle precedere da

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