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Tu mi fai rimembrar dove, e qual derazala de a
Proserpina nel tempo che perdetter on
La madre leted ella primavera.

Ma perchè il Poeta non conosceva ancora il luogo fortunato, ove égli trovavasi quella bella donna glielo manifesta, soavemente dicendogli sono,, vig T

Quelli chanticamente poetarosd, supas

L'età dell'oro, e suo stato felices, onsina

Forse in Parnaso esto loco sognaro ih o

Qui fu innocente l'umana radice:

Qui primavera sempre, ed ogni frutto:

Nettare è questo, di che ciascum dicend

.

Vaghe e dolci sono al certo tutte queste descrizioni, ma più lo sono ancora quelle che incontransi nell'ultima cantica della Divina Commedia jobbenchè la benchè la piùr arida e la più nojosa sia essa generalmente creduta tali pregi dal tedio, e dalla oscurità delle continuate teologiche e scolastiche questioni son rest forse in quella cantica meno sibili ma isolatamente esaminati arredar certo deggiono il più alto senso di diletto quelle anime non comuni, che all' aspetto del vero bello sentonsi sempre incantate e

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Tra queste bellé descrizioni, dunque, che leggonsi nella cantica del Paradiso, merita d'esser rilevata da prima quella dell'ingresso di Dante nel pianeta della Luna, in compagnia della sua Beatrice; allorchè narra egli di esser giunto

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. ove mirabil cosa

Mi torse 'l viso a se: e però quella,

Gui non potea mia ovra essere ascosa de

Volta ver me, si lieta come bella,

Drizza la mente in Dio grata, mi disse,

Che n'ha congiunti con la prima stella.

Pareva a me che nube ne coprisse

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520 Ano Lucida spessa solida benpulital, in ni col. T rzonimQuasi adamante che lo Sol ferisse

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1. rigytients Perlentrose leterna margherita onora la so

Neuricevette, com'acqua recepe cunos Shuido Raggio di luce permanendo unita

Presentasi quindi e chiarissimamente rifulge tra le sud'dette ridenti descrizioni l'introduzion del canto XX., ove, dopo aver nel canto innanzi udito a parlare quei beati spiriti formanti la simbolica Aquila, così si esprime il 5.iqih im lo I si erseɔ & Quando colui, che tutto il Mondo alluma, Dall' emisperio nosprosi discende,

Poeta :

950 E il giorno d'ogni parte si consuma, 1145199 Lo ciek, che sol di lui prima s'accende samod Subitamente si rifà parvente origenio d Per molte luci, in che una risplended!) E quest' atto del ciel mi venne a mente, Come il segno del Mondose, dei suoi Duci Nel benedetto rostrop fub tacente; in starsqmoƆ Però che tutte quelle vive lucigoroɔ ia shno Vie più lucendo y cominciaron cantiup (1 Dalmia memoria Jabili elcaducing canoni oniOrdolce amor, che diriso trammanti, nie 'nu roit. (2901 Quanto parevi ardente in queidfavilli soia allaup Ch' aveand spirtosol di pensierosanti! ui in th Poscia che i carie vlucidi lapilligi si ibiv I Ond' io vidi ingemmato il sesto lume, I Poser silenzio agli angeliċidsquilli, sight Udir mi parves un mormorari di fiumey is 10 Che scende chiaro giandii pietra in pietrag Mostrando fubertà delosuoi cacundes izn

Se Poriginalità, vié la bellezzaqdeby citato squarcio non hanno bisogno di esser rilevates,pebsaltano agli occhi įdi tutti y una non men piacevole impressione sul lettore far

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deb

9

debbe l'altro, in cui il Poeta descrive quella mistica Rosa simboleggiante la Madre del Nazarenose quella luminosa corona che al suono di celeste sarmonla cinse alla di lui presenza la donna santa ed in cioè specialmente da ammirarsi quella nuova e sublime similitudine che lo chiude, degna del trascendente poetico genio di Dante ov!

v Il nome del belfiorhochlio sempre invoco shin shu Food ¡Emanete sera 93 tutto ministrinse for sve ogob L'animo ad avvisar lo maggior focoot isiga E com ambo le luci mi dipinse

Il quale è quanto della viva stella

Che lassù, vince come quaggiù xinse, TheU
Perentro Cielo stesenunaifcella,oroig
Formata incerchio a guisa diocorona, bois o
E cinsela, e gicossi intorno ad ella istid 12
Qualunque melodia più dolce suona stout

!

Quaggi enpinnase d'anima otira "san ip t Parrebbe nube,che squarciatatuona, smal Comparata al subna di quella lirasbened to f Onde si coronavalik hel Zhilipogut sa do Del quale il Cieli più chiaro s' inzaffira 7 1 Incontrasi poi in un altro luogo della stessa ultima cantica un' altra egualmente oarmoniosa e vaga descrizione, quella cioè del simbolico fiume dis luceqvisto dal Poeta, e da lui in tal modo vivacemente dipintoreve

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E vidi lume in forma di riviera,ɔ i ado duroI
Fulvido di fulgore intra duo rivej of T
Dipinte di mirabil primavera isoli

Di tal fiumana uscian faville vivesving to sal
Esd ogni parte silmetteam ne fiori,

Quasi rubinochenorob circoscrive bus toM

Ma qualunque vago pezzo della Divina Commedia cede ed offuscato rimane da quella vincantatrice, ridente e subli me introduzione al scanto XXVIL della cantica stessa. -d.b

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Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo,
Cominciò, gloria, tutto l Paradiso,
Si che, minnebbriava il dolce canto
Ciò, ch' io vedeva, mi sembrava un riso
Dell Universo, perchè mia ebbrezza
Entrava per l'udire, e per lo viso.
O gioja o ineffabile allegrezza! na
vita intera d'amore, e di pace!

nos senza brama sicura ricchezza!

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Tutto è vago, tutto è grandioso in questo incomparabile pezzo, che può francamente con Orazio chiamarsi insigne, recens, et adbuc indictum ore alio; ma in special modo quell immagine del riso dell' Universo è tanto originale e sublime, che quasi a me mancano i termini onde poterla degnamente encomiare. In generale in questo altissimo squarcio Dante quasi se medesimo supera, ed in esso dir non saprebbesi se l'elevatezza dei pensieri, e delle im magini, o l'armonia incantatrice dei versi principalmente grandeggi. sb dig, wahdiɔ rat! Jauch sonoce obas re CAPITOLO IV.

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Descrizioni miste

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Uanto ingegnosi e poetici siano i contrasti che l'Alighieri presenta nelle descrizioni di tal genere, i due squarci della Divina Commedia, che riporterem qui appresso, più che bastanti deggiono esser, per quanto io credo, a farcelo chiaramente conoscere: Ih primo, che trovasi nel canto I. dell' Inferno, è del seguente tenore :

Temp' era dal principio del mattino,obo 7

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El sol montava in su con quelle stelle T
Cheran con lui, quando l'amor divine et ar
Mosse da prima quelle cose belle;

Si

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Si cha bene sperar m' era cagione, stb. A
Di quella fera la gajetta pelle Gionino3
L'ora deb tempo e la dolce stagione sono 12
Ma non si, che paura non mi desse t
La vista che m'apparve, d'un leone
Questi parea che 'contra me venesse

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Con la test' alta, e con rabbiosa fameson O
Si che parea che l'aer ne temessei i

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Osservisi come la vaghezza, se farmonia de sette primi versi, ove si parla della Lonza simboleggiante la fussu ria, venga dal Poeta artifiziosamente opposta alla forzay ed at terribile degli altri cinque, ove descrivesi il Leone, col quale la superbia ebbe egli in mirà di simboleggiare. L'altro degli squarci di sopra citati leggesi nel canto XII. del Purgatorio, allorchè fingendo di veder nel pavimento effigiati molti esempi di punito orgoglio dice il nostro Alighieri:

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Vedea colui, che fu nobil creator
Più d'altra creatura, giù dal cielo
Folgoreggiando scender da un lato.
Vedeva Briareb, fitto dal telo A D
Celestial, giacer dall' altra parte,
Grave alla terra per lo mortal gielo.
Vedea Timbreo; vedea Pallade, e Marte,

Armati ancora intorno al Padre dorogni etnLU cupe Mirar le membrab de gigantis partes, mang home 026 Vedea Nembrotto appiè del gram davoron, vild, lob is sobe Quasi smarrito, a riguardar de genti, dedo úig inche n'Sennaar con lui insieme foro blod O Niobe, con che occhi doléntional Tea Ji otaus Vedev'io te i segnata in isu la stradajzə çənəl Trassette lensette tuoi figliuoli spente!

Contrasto veramente ingegnoso e poetico tra il terribile delle prime quattro terzine e il patetico grandioso dell'

12

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