Slike stranica
PDF
ePub
[ocr errors]
[ocr errors]
[merged small][ocr errors]

ripulsa, simbolo ed espressione di una legge grazia, come altri penseranno, 1 che assista
piú di ogni altra potente, meglio d'ogni altra l'uomo vivo viaggiante per l' oltretomba, se
intollerante di trasgressioni. Poi, Dio, presente bene s'accorga della vitalità di lui, ma prefe-
ognora, tace, e par lontano, ma è vicinissimo. risce aver solo contezza del suo essere. Certo,
Tant'è, che il fatto materiale rivela, chi guardi, un offensore. Poiché ingiuria l'uomo, che,
il valore intrinseco dei singoli personaggi : senz'altro conoscere, d'un súbito afferma lordo

di peccato e vuole di prim'acchito preveder
Lo Duca mio discese nella barca,

sozzo del pantano, in cui egli s' intruglia ; e

e poi mi fece entrare appresso lui,

ingiuria Dio, trascurando, si come fa, la Po-

e sol quand’io fui dentro, parve carca.

tenza di Lui e la sua Grazia, senza le quali

Certo: perché il senso e la carne pesano, ma

non doveva supporre nessuno visitatore «anzi

la ragione e lo spirito splendono; l'uomo e il ora » dei morti regni. Ma che cosa offende

suo corpo gravano, ma Dio e la sua potenza su- egli, nell' uomo? e nel Dio, che cosa ? Nel-

blimano; onde solo Dante uomo in quanto

l'uomo, non Vergilio, sí Dante; non la ra-

senso fa carcar la barca, non Vergilio gione, si il senso. Nel Dio, non la legge e la

uomo in quanto ragione, voce inoltre d'Iddio. giustizia, la misericordia e la grazia trascura

Si badi, s' insista ! perché insiste il Poeta :

piú tosto. Cosi fatto essendosi rivelato al

pronto acume di Dante nell'interrogazione im-

Secando se ne va l'antica prora

provvisa, ecco il Poeta gli dà risposta dice-

dell'acqua piú che non suol con altrui.

vole a botta superba. Lascia, all' offensor di

Dio misericordioso, balenare una superiore po-

Nella scena, adunque, come nei personaggi,

tenza graziosa, e dice:

non so che umano, non so che demoniaco, pare

s'appuntino e convergano insieme a non SO

S'io vegno, non rimango;

che superiore e divino.

rintuzza la superbia gonfia di sé, e dice:

Manca, perché prorompa il dramma, il pro-

ma tu chi se', che sei si fatto BRUTTO ?

tagonista soltanto. Eccolo! (31-63) Ai tre, che
correvano, pregno ciascuno d’un valore suo e

Da quel momento l'orgoglioso è vinto. Al-
d'una sua importanza, la morta gora, signifi-| lora, si rivelano in lui due aspetti nuovi. Ac-
cativa essa pure, si fa innanzi a un tratto tal cenna, prima, al suo pianto (« Vedi che son un
sconosciuto. Pien di fango. Chi ? Parla, e si che piango »), alla sua pena

in somma; può

scopre : « Chi se' tu che vieni anzi ora ? ». sembrare umile e contrito; ? ma no, piú che

Certo, è un superbo.' Perché, a guisa di supe-

riore, non si presenta né spiega, si bene sen-

1 Ecco degli esempi : Caronte (Inf., III, 88-93),

z'altro interroga; e, a guisa d'orgoglioso, vuole Francesca (ib. V, 88), Ciacco (ib. VI, 40), Pier delle
in altri il peccato suo proprio, non suppo-

Vigne (che presta fede senz' altro, conscio di una gra-
nendo migliore e piú puro alcuno di sé; e, a

zia a lui negata, ma benigna per altri, al ritorno di

Dante « nel mondo su » : (ibi XIII, 54 e 76), Brunetto (ibi

guisa d'oltracotante, non pensa súbito a una

XV, 46), Rusticucci (ib. XVI, 33 : « cosi sicuro » quali-

fica Dante, e s'intende assai....), gl'ipocriti (ib., XXIII,

89), Vanni Fucci (persino ! ib. XXIV, 141), Pier da Me-

1 Che Filippo non sia un pretto superbo è stato

dicina (ib. XXVIII, 70), Bertrand de Born (ib. XXVIII,

asserito anche or non è molto (cfr. Bullett, della Soc.

1

[ocr errors]

133). Non vi fan cenno né Farinata né Ugolino : ma

dant. it., nuova serie, vol. XVII, fasc. I, marzo 1910,

quegli, dicendo « Tosco », è tutto assorbito dal pen-

siero della sua Fiorenza ; questi è intento, troppo, a
pag. 62); ma a me pare non lodevole sofisticheria.

rodere. Altri esempi, nel Purg.: (Catone I, 43-48), il
Anzi tutto Vergilio medesimo ha cura di dirci « Questi

giudice Nin gentile (VIII, 66), Sapia Sanese (XIII,

fu al mondo persona ORGOGLIOSA », senza far cenno 146), Guido del Duca (XIV, 14). Il concetto poi della

all'iracondia di lui, che pure avrebbe dovuto esserne, Grazia che assiste Dante è da Vergilio in piú casi

a es, secondo G. Neppi, la piú importante caratteri- espresso ai peccatori : cosi in Inf. XXI, 79-82 ; in

stica. Poi dall'individuo, ancora Vergilio, passa alla Purg. III, 98-99. È espresso da Dante medesimo in

collettività o categoria, proseguendo « Quanti si ten- Purg. XVI, 40. Nel Parad. se ne fa da ognuno espressa

gono or su gran regi (o sia : quanti son ora là su menzione. Ma non vo' moltiplicar gli esempi.

SUPERBI] che qui staranno come porci in brago (cioè : 2 Tale sembrò anche a Vittorio Graziadei, che

verranno qui puniti come l'Argenti, perché questo è si stupi per ciò della risposta di Dante. (Cfr. Lo sdeg no

il luogo della lor pena] ».

di Dante, Palermo, Reber, 1904, pag. 42).

>

mai superbisce, ché vi ha l'aria di dire : « non goglio s'è, in ombra là giú, furioso, perpeti curar di me, ma passa oltre ! », di osten- tuando con la pena il peccato; medesimamente tare le sue lacrime per celarsene e meglio l'offensore della grazia di Dio è dalla grazia scomparire e farsene schermo; onde è accor- istessa privo dei suoi benefizi. Come? Per un tamente che Dante, pronto, lo rimbecca : primo, piú semplice, modo : giacché può la

grazia concedere, cosí può ritenere, e come dà, Con piangere e con lutto, spirito maledetto, ti rimani :

nega del pari: a Filippo degli Argenti a punto

non piovono doni misericordiosi, quale dannato poiché il pianto è il piú adatto contrapasso al

egli è. Ma ancora per un secondo modo è punighigno dell'irrisione, il lutto è il contrappo

to: la grazia di Dio, che gli si nega brusca, sto piú degno del tronfio godere di chi

si concede per contro larga al nemico di lui, per esser suo vicin soppresso

Allighieri fiorentino, e si concede, peggio, a spera eccellenza 1

danno tutto e a grande scorno dell'avverso

Adimari ! Dante : e gli accagiona, a ciò, sia pur con la brama soltanto, sofferenze e doglianze. Ma presto lo

Maestro, molto sarei vago spettacolo di lacrime scompare: quegli, furioso,

di vederlo attuffare in questa broda.... afferra con ambo le mani la barca al bordo,

E Vergilio, espressione del superiore volere ! tenta con ogni forza di capovolgerla e trar

Di tal disío converrà che tu goda. seco nel limo, sozzo, l' uomo che aveva dato di piglio a sua superbia, le aveva scoperte con E ne gode il Poeta di fatto. Sí, che pronto polso e atto fermo ambe le guance, e

Dio ancor ne loda e ne ringrazia. su v'aveva disteso due forti manate, due schiaffi potenti, punitori ben giusti d'un du

Compiuta ora la piú piena vendetta, il plice oltraggio. Vuol vendicarsi. È il desiderio

dramma sta per chiudersi e finire; ma Dante, di vendetta che si vien lumeggiando, dopo il

perfetto sempre, non trascura, né deve, un alpianto, quale attributo secondo della superbia

tro aspetto, il terzo, del superbioso Filippo. Ah, di colui.

malvagia iddia superbia che dilani i petti e a All'atto insano Vergilio, « accorto >, pron

brani gli sconci! che strappi i cuori e gli tor

menti! A' diletti tuoi piú male arrechi; il tuo tamente reagisce e, intervenendo tra i due, del cui vivace contrasto era rimasto spettatore

amore è fatale e pregno di sofferenze acutis

sime. Vero : inattivo, impone il comando breve a Filippo:

e 'l fiorentino spirito bizzarro ... Via costà con gli altri cani ;

in sé medesmo si volgea co' denti : rivolge a Dante la lode parca

atto, questo, del furore supremo, cui la superAlma sdegnosa,

bia traligna di facile, e di piú, atto espressivo benedetta colei che in te s' incinse ....

efficacemente del male che ridonda al cattivo.

Se non che, continua Dante : Opportuno intervento: perché Dante uomo in quanto senso s'era, si, saputo levare quivi il lasciammo, ché piú non ne narro. nella vampa dello sdegno incontro all'anima

Perché, in verità, è finito, ora, il dramma superba, ma sarebbe rimasto soccombente, senza

della superbia. Dirò piú preciso: ha avuto terl'aiuto della ragione, calma regolatrice. Filippo mine il dramma della superbia umana; la quale aveva offeso Dante. Dante con Vergilio lo ri

fu mostrata : avere per suoi effetti l'offesa alcaccia tra i cani. E fa giustizia. Non completa, l'uomo, nella parte sua men nobile, o sia nel si bene. A completarla, occorre altramente an

senso; l'ingiuria al Dio, in uno degli aspetti córa venga punito l'oltracotante, si come que- suoi, o sia nella misericordia graziosa: pregli, il quale, per traviato errore di coscienza

sentare per suoi caratteri il pianto, degno con. maligna, sconobbe e finse ignorare l'assistenza

trasto d'un ignobile ghigno, simbolo d' altra della misericordiosa grazia divina. Or a quella parte d'un arrecato dolore altrui; la bramosía guisa per cui quei che fu al mondo persona d'or

di vendetta, impetuosa tanto da tradursi facil

mente in atto delittuoso; l'ira in sé mede! Purg. XVII, 115-116.

sima, lo sfogo virulento e insensato contro sé

2

stessa, la sofferenza in sé conversa: punirsi l'umano e il divino, in relazione a Filippo in fine dagli altri, sia con il sussidio della ra- degli Adimari, o la consonanza tra l'umano e gione che, temperando il ribellarsi pronto e il divino, in relazone a Dante stesso; fu inruvido del senso, lo mantiene nei dovuti ter- somma rilevata e fatta spiccare la relazione mini e limiti « di quel dritto zelo Che misu- vicendevole tra Dio e uomo; in terzo luogo ratamente in core avvampa »,

1 di quel sano ci accorgiamo che l'elemento diabolico tacque sdegno, cioè, « che non é peccato ad averlo, al contrario e fu con Flegias silenzioso, rimama è merito a saperlo usare », sia con l'au- nendo nell'ombra e quindi dell'oblio; ne consilio della divina Grazia, che, negando i suoi cludiamo in fine che nell'ambiente fu lumegprovvidi doni al superbo, gli concede a quelli giato un aspetto soltanto, fu rischiarato, per che piú tra gli avversari egli odia.

riprendere la metafora già usata, un lato del

l'angolo, dimenticato l'altro; fu mantenuta la II.

promessa, in riguardo alle relazioni correnti tra Ma superbia è duplice peccato, come quello

il divino e l'umano; non lo fu, in riguardo ai che fu è sarà di uomini, fu anche, pur troppo,

legami tra il diabolico e il divino. Quello fu, di creature angeliche. Quale stupore, dopo in vero, il dramma della superbia umana. Ora ciò, se, appresso al dramma della superbia è la superbia, dissi, diabolica : e del ripetuto

ambiente sarà fatto risaltare l' altro aspetto, umana, si svolge quello della diabolica ? Stupore sarebbe ove ciò non fosse.

sarà vivificato l'altro lato dell'angolo, sarà manIn vece è. La scena nuova della nuova tenuta la seconda promessa : vedremo cioè il azione, mutata alquanto nel suo aspetto este- contrasto tra il diabolico e l'elemento divino. riore, riesce nel suo significato e nella sua

Onde l'artista non si ripeté, in realtà; si comimportanza quella che notai pur dianzi pro- pletò invece : colorendo volta a volta con efspettarsi a lumeggiare il dramma finito or ficacia e vivacità maggiore ora l'una ora l'alora. Ancor qui l'elemento umano predomina : tra parte del quadro. vi è una valle, e vi son « meschite », e v'è

Vediamo adesso che sieno i personaggi. Non una città, e cittadini in essa, e vi son fosse, ripeterò di Vergilio e Dante : di quegli che, e vi son mura, e in queste un' entrata. Ma il

buon Maestro, dice e spiega l' occulta cagione foco che l'affoca è l'eterno e diabolico, il luogo del rosso esteriore; di questi che cerne nella è il basso inferno, la terra è la sconsolata, la

valle o avanti intento l'occhio sbarra. Piú tosto, città ha nome Dite, i cittadini sono gravi di do.

ecco i diavoli. Erano piú di mille in sulle porte glianze : sicché in breve dura ancor qui l'ele- DA' CIEL PIOVUTI. Dicevano, stizzosamente, mento, che dissi, demoniaco. Né ancor qui è

Chi è costui, che senza morte assente quello, che notai, divino : parso, al

va per lo regno della morta gente ? solito, piú sentito che espresso, piú imma- È la prima offesa. Consueta, giacché altri nente che supereminente, piú affiato che ma

demoni l'usarono, per ogni cerchio, a cominteria, piú astratto che concreto; presente e ciar da Caronte e fino a Pluto. Nuova, se si sensibilissimo a ogni modo. Lecito è quindi,

pensa che la stizza ond'era improntata la voce dalla somiglianza innegabile degli sfondi, ar

di quelli non doveva essere simigliante né guire somiglianza di drammi. Se non che qui

alla bestiale violenza di Cerbero il gran vermo, calza opportuna un'osservazione notevole. Se

né alla rabbia consumatrice di Pluto maleci facciamo a notare qual relazione mai corra

detlo lupo, dacché Vergilio non ai diavoli ritra ambiente e scena nel dramma, come lo

spose come a quest'ultimi, si fe' cenno definii, della superbia umana; notiamo in primo

di voler lor parlar segretamente : luogo che nello sfondo preparatogli dal Poeta l'umano e il diabolico parevano appuntarsi,

era senza dubbio già nel tono della domanda come lati d'angolo in vertice, nel divino; in espressa la tracotanza loro e la superbia, la secondo luogo osserviamo che nella scena

loro piú ferma intenzione di resistenza. Offesa, svoltavi dal Poeta fu evidente il contrasto tra

tuttavia, limitata a Dante: da Vergilio non

divisa, ché gli concedono « Vien tu solo »; pur1 Purg. VIII, 83-84.

ché quei sen vada. L'Allighieri ne trema; lo 2 Cosi il Boccaccio, nel Comento,

conforta il Poeta latino.

non

Ma ecco Vergilio

Mal non vengiammo, un tempo, in Cristo

l'assalto! Or si provveda. È urgente necessanon stette là con essi guari,

ria vendetta. che ciascun dentro a prova si ricorse.

Sarà vana. Ma non senza effetto, ché non Chiuser le porte que' nostri avversari nel petto al mio Signor....

è mai senza tracce il male. Dante ha tremato,

or è poco : non mi lasciar, ha detto al duca È la seconda offesa. Fatta, questa, alla ra- savio, cosi disfatto ! Dante ha, or è poco, degione. La quale, pacata, aveva cercato con piú siderato rifare il cammino e riuscir di lí, piú vicinanza di sedare l'irritato moto dell'animo tosto che affrontare quel migliaio di grugni di quelli ; calma, aveva forse (ché non poté duri, di fronti cornute, di negre pelli ruvide. Dante lontano udire) pôrto loro ragioni, e va- Dante ha dubitato di sé, che non gli bastasser lide, e sode; ma in vano. Fu sprezzata; se ne le forze ; di sua guida, che stesse per abbanscorò.

donarlo; di Dio, delle Donne celesti, che gli Ma è, a un tempo, la terza offesa. Perché negassero la loro grazia e permettessero l'iniVergilio deve, fra l'altro, aver detto: - Dio, quo sormontare dei demoni. Con Dante, Versolo mi manda, è il voler suo. -- E quelli ne- gilio ha pure esitato; dopo la resistenza dei garono adito libero al volere di Dio: a quel diavoli, i suoi passi son rari, gli occhi stan volere che non è se se giusto. S'oppo- chini alla terra, le ciglia son rase d'ogni balsero quindi alla divina giustizia, oltre che alla danza. Mormora : chi m'ha negate le dolenti umana ragione.

case ? È inutile : a lui pure, che Beatrice pregó, Triplice ingiuria adunque. Ma onde mossa? l'umanità venera, Dante onora duca signore perché originata ? Anzi tutto, dalla violenza : maestro, designa mare di senno, il dubbio s'è quel presentarsi in piú di mille là sulla porta insinuato nel petto:

E se fosse impedito a contrastare il passo, quel comune gridio piú oltre l'accesso ?... - La superbia diabolica stizzoso, quel chiudersi un poco soltanto del ha atterrito, spingendole al sospetto, le menti disdegno grande, quel volere unanime la per- dei due pellegrini, e si della guida come del dizione e lo smarrimento di Dante, son segni

minor seguace. non dubbi d' una collera presto accesa, pre- Ad entrambi però fortuna! arride stissimo divenuta violenta, eccitata, furiosa. poco appresso vittoria. Perché di qua dalla Tant'è che breve tengon essi il colloquio in- porta infernale discende pronto Talche per sieme con Vergilio, non badano d' ascoltarne lui.... fia la terra aperta ; messo in ausilio vala loquela e la parola ornata, di comprenderne lido dal cielo provvido e attento, a vincer le ragioni, per persuadersene: al contrario, nel l'oltracotanza, non nuova, dei diavoli e a fucieco furore, già convinti a priori d'esser nel garne l'ardire, non ultimo. Perché Vergilio,

l giusto non pur lo ascoltano, ma lo piantano ragione umana qual'è, già lo presente e arsúbito in sulla soglia deserta. Rabidi ! Sí, e guisce, se ne conforta e muta il dubbio in ira invidiosi. Perché l' invidia, d'essi peccatori e (v. 121), i sospiri in parole, le parole imprime ribelli privi della luce divina, contro l'uomo di coraggio e d’esortazione, afferma ch' ei vinche si redíme e si pascerà di Dio, è il segreto cerà la prova. Perché infine Dante, senso stimolo della loro collera, è la occulta favilla

umano qual'è, si sente attratto dalla bella cerche ne accese l'incendio, è il movente primo tezza e sicurezza di lui, se ne rianima un poco, del grande odio loro. Inoltre è lor deplorevole ne ritrae alquanto conforto. La battaglia è superbia nata e caratterizzata da desiderio

vinta. forte di vendetta : Ah, costui è vivo? e vuol Ed è, ho detto, la battaglia della superbia varcare il regno della gente morta ? e Flegias diabolica. La quale quindi, per tal guisa, riasnon l'ebbe che sol passando il loto ? e non sumendo, si svolge: nasce da rapida e iml'avrem noi che sol passando Dite? E bene! pronta invidia, come da insana concupiscenza si perda egli, sen stia la guida ! si confonda di vendetta : si concreta in offesa all' uomo ratra queste tenebre che volle varcare, per que- gionevole e al giusto Iddio: genera il dubbio sti cerchi che scese, per queste valli che mirò, dell' uomo in sé stesso e nella divina potenza, tra questo mondo che non è il suo e, audace lo scoraggiamento del suo ardire, la prostratemerario, volle abitare e trascorrere! si perdal zione delle sue forze: è vinta pel rigore della

[ocr errors]

Giustizia superna, presagita e preavvertita plice ufficio. Narrare, anzi tutto, i passi che i come necessaria e immancabile dall'intelletto Poeti compierono nel proseguimento del camsagace della creatura : procaccia male a sé min alto e silvestro, seguirli negli ostacoli stessa.

nuovi superati, dire degli atti successivi, dei

diversi colloqui, delle vicende strane. SvolIII.

gere, inoltre, quel discorso intellettivo, quel Rifacciamoci un po' lontani, a contemplare

nesso di concetti, in virtú del quale si tranell' insieme il Canto VIII a quel modo che scorra senza interruzioni dalla superbia alla sogliono i pittori, finito il quadro, che colo- eresia. Entrambi gli uffici (si riconosce presto) rirono nei particolari. Il concetto che lo anima hanno una loro necessità. A quella guisa che e lo informa è la superbia : quella umana nella il primo è inevitabile, per un' ovvia ragione prima metà (vv. 1-66); quella diabolica nella artistica, la quale nega, si possa lasciar laseconda (vv. 67-1 30): della prima è mostrato cuna nel compiersi del viaggio o pellegrinagil pianto e il lutto (vv. 36); della seconda l'in- gio oltremondano; come per una semplice vidia violenta (vv. 83, 81, passim): dell'una e del- causa psicologica, che afferma doversi soddil'altra è narrato rimedio l'intervento e della

sfare la eccitata curiosità del lettore ed eviumana ragione, sia a moderare lo sdegno che

targli passi troppo lunghi e troppo bruschi : a presagire la salvezza, e della potenza di

nella guisa istessa, il secondo è imprescindivina, tanto espressa qual grazia quanto intesa bile e ineluttabile, perché, là dove la distribucome giustizia : entrambe danneggiano sé me

zione dei dannati è stata fin' ora informata a desime e in sé medesime ritorcono il male :

un evidente concetto aristotelico (piú tardi d'entrambe è propria la bramosia di vendetta : espresso nell' XI Canto), là dove lo sarà anma l'umana è men grave che la diabolica, che in séguito per gli altri colpevoli o violenti meno esiziale nei suoi effetti; giacché, se di o frodolenti o traditori, non lo è altrettanto qui, quella si può tacere in breve (v. 64), di que.

mentre bisogna sia; di maniera che è facile sta invece è tristissima conseguenza il dubbio

intendere come, se fu possibile il brusco pastormentoso accecante pietrificatore (vv. 96, sare dai golosi (faccio un esempio casuale) agli 118-120).

avari, lasciar Cerbero per dir di Pluto, senSintetizzato cosi, nel suo piú recondito z'altro, senza sfumature che attenuassero agli significato e nel piú intimo valore suo, il occhi il rapido susseguirsi delle tinte diverse, Canto VIII, passiamo a leggere, senz'altro, il X. senza note di legame, che favorissero all'orec

chio il trascorso da un tòno a un diverso, non Ora sen va per un secreto calle

è per contro possibile ora procedimento si tra il muro della terra e li martiri....

fatto, perché manca qui ciò che non là, vo

glio dire un preordinato comune e riconosciuto Dove siamo ? Fra gli eretici. Va bene: ma piano concettuale e ideale che, facile e palese come ci si venne ? per quali vie ? Inoltre: per- al lettore, accettato dal Poeta e da chi si ciba ché gli eretici qui, dopo i superbi, prima dei di lui, ponga quest'ultimo nella favorevole violenti, tra il muro della terra e li martíri ? condizione di aspettarsi in precedenza la cateIn somma : quali vicende materiali di viaggio goria di peccatori che realmente gli verrà dee cammino han condotto i due poeti, e noi scritta. Chi nel Medioevo fece lettura della lettori fantasiosi insieme con essi, fin qui ? Commedia, avendo fresche nella memoria le qual processo, per contro, ideologico e teolo- parole di Aristotele - attorno alle tre disposigale seguí il cervello dell'Autore nella dispo- zioni che il Ciel non vuole, ricordando le cosizione dei nuovi dannati, e quale figurazione muni in allora suddivisioni dei peccati, non la giustifica agli occhi nostri d' ignari e di cu- poté maravigliare, se scôrse dopo Francesca riosi ? C'è un vuoto, che le domande riem- Ciacco o dopo Ciacco i tonduti o dopo questi piono ; c'è un distacco, che i punti interro- Filippo Argenti delli Adimari ; si piú tosto, gativi colmano, ma non saziano noi.

stupire, piú che poté, dové, in leggere degli A saziarci rende propizio ufficio il Canto IX di cui intendiamo ora il valore, la necessità e, quindi, la efficacia. Giacché ne vediamo il du- 1 Cfr. Etica, VII, 1.

« PrethodnaNastavi »