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con il Witte, inclina a credere appartenga a Cino da Pistoia; giustamente si oppone il Fraticelli, il quale, pur riconoscendo che il sonetto si vede nelle stampe, ora col nome di Dante, ora con quello di Cino, ritiene che a quello più che a questo appartenga per i modi altrove usati da Dante „.

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Dunque, in generale chi piú, chi meno, tutti gli studiosi delle Rime dantesche riconoscono questi sonetti come roba difficilmente spuria, e, quel che più importa, ne rilevano l'indole sensuale, realistica. Per conto mio, credo che, analizzandoli bene, uno per uno, si scorge che non del tutto mal si apponeva G. Carducci, quando affermava parergli giusto metterli insieme con le Rime Pietrose. 1 Parlando del son.: "Nulla mi parrà mai piú crudel cosa, il primo dei tre in questione, come si vedrà a suo tempo, tutta quanta la prima quartina: "Nulla mi parrà mai piú crudel cosa Che lei, per cui servir la vita smago Ché il suo desire in congelato lago Ed in fuoco d'amore il mio si posa „ possono benissimo mettere a raffronto i primi due versi, con i versi 8-12 della canzone "Amor, tu vedi ben che questa donna,, gli ultimi due, sebbene a prima vista non possa sembrare, con il verso ".... ella non mi meni col suo freddo „ e .... di tutta cruteltade il freddo, della detta canzone; e anche, infine, con i versi 58-59 della canzone "Cosí nel mio parlar voglio esser aspro „. Inoltre, come tutta la seconda quartina, specialmente l'ultimo verso, ha un riscontro perfetto nei versi: "Dagli occhi suoi mi vien la dolce luce che mi fa non caler d'ogni altra donna,, cosí l'ultimo verso della seconda terzina vediamo quasi ripetuto nei versi della detta canzone 66 .... di me, c'ho sí mal tempo n e .... il freddo che non mi lascia aver, com' altri, tempo „.

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E il sonetto "Io son sí vago della bella luce Degli occhi traditor che mi hanno anciso, ecc.? Non è forse vero che, pur non ritrovandovisi quegli scatti furibondi di furibonda passione si frequenti nelle Rime Pietrose, parecchi concetti vi si trovano che son poi meglio esplicati nelle Rime Pietrose propriamente détte? Per esempio, il dire: "Io sono cosí desideroso della bella luce che ema

1 Cf. pag. 98 del presente lavoro.

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....

na dagli occhi traditori della mia donna, i quali pur mi hanno ucciso, che, per forza, sono ricondotto a contemplarli, ha un riscontro nei versi 12-15 della canzone * Cosí nel mio parlar voglio essere aspro,, ; il dire ".... da ragione e da virtú diviso Seguo solo il disío come mio duce, ha anch'esso un riscontro nei versi della detta canzone: "Ciò che nel pensier bruca La mia virtú si che n'allenta l'opra, ; e, inoltre. “Lo qual mi mena tanto pien di fede A dolce morte sotto dolce incanto con i versi della canzone "Io son venuto al punto della rota: LL .. ché, se 'l martiro è dolce La morte de' passare ogni altro dolce, e con gli altri della canzone "Cosí nel mio parlar voglio esser aspro: "Poi non mi sarebb'atra La morte, ov'io per sua bellezza corro „. E, infine, l'ultima terzina (cosa sfuggita al Bartoli che ne vede la connessione sol con i due versi del sonetto della Vita Nuova: "Coll'altre donne mia vista gabbate Per la pietà che 'l vostro gabbo uccide,'), a me pare come altrove ho accennato contenga in germe tutto. quanto il motivo che riempirà poi di sé le Rime Pietrose, anzi che ne sarà il concetto fondamentale: cioè il rifiuto che oppone la donna cosí violentemente amata alle richieste reiterate ed appassionate del Poeta, preso da sí folle passione per la bellezza di lei:

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E' mi duol forte del gabbato affanno;

ma piú m'incresce, ahi lasso! che si vede meco pietà tradita da mercede.

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Che piú? Nel terzo sonetto, appartenente alla stessa serie, come si vedrà in séguito, "Io maledico il dí ch'io vidi in prima La luce de' vostri occhi traditori, ecc., in cui cosí bene, nella loro rude e forte realtà, si manifestano i singhiozzi e i fremiti dell'amante non riamato che grida ed impreca, a sé stesso ed al suo sventurato amore, la cima del cor diventerà poi della mia mente la cima nella canzone "Cosi nel mio parlar voglio esser aspro e tutta la frase "E il pun

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to che veniste in sulla cima Del core a trarne l'anima di fuori„, sebbene con un atteggiamento un po' diverso, trova una certa cor

1 Vita Nuova, cap. XIV, son. VII.

mente osserva:

2 II CARDUCCI (op. cit., pag. 206, in nota) acuta"Oh andate un po' ad applicare alla Filosofia questo sonetto, senza commuovere l'inestinguibile yiso in chiunque ha serbato cuor d'uomo se non ha cervello di scolastico!".

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rispondenza nei versi della canzone "Amor tu vedi ben che questa donna „ per mezzo della luce Là ov' entrò la dispietata luce „,; e".... la mia mente dura Che ferma è di tener quel che m'uccide è "la mente mia, ch'è più dura che pietra In tener forte immagine di pietra, della canz. "Io son venuto al punto della rota. „1

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Per parte mia, adunque, sarei propenso ad affermare con relativa certezza (giacché anche il Bartoli ritiene che la connessione, la quale si riesce a scorgere e a mettere in sodo tra varî componimenti, può essere un argomento di autenticità) che i tre sonetti or ora esaminati possano rientrare nel gruppo delle Rime Pietrose. Né vale l'osservazione, che i piú valenti ed autorevoli dantisti non sono ancòra sicuri dell'autenticità dei tre sonetti. Giacché, per dirne una fra le non poche ragioni che si possono apportare in contrario, la differenza di intonazione generale fra essi sonetti e le Rime Pietrose veramente e propriamente détte, a poco a poco si è venuta attenuando assai ai miei occhi. Certo, i sonetti in discorso possono benissimo essere stati composti in sul principio della passione, e perciò non hanno, generalmente parlando, quella movimentazione cosí calda ed appassionata, cui si ispirano le canzoni. E ciò è, in grandissima parte, vero; ma pure è vero che, se non quadri larghi e compiuti, nei quali l'espressione vasta e potentemente colorita del sentimento amoroso vive, palpita e si agita, i sonetti vivono anch'essi di una vita propria, dovuta, in ispecial modo, al fatto che, come altrove ho notato, in essi, accanto ai motivi che formano come l'impalcatura delle Canzoni Pietrose, e cioè la freddezza, la durezza crudele della donna amata, è contenuto e forse maggiormente esplicato che non in quelle, l'elemento della derisione, del gabbo, che del mi. sero Poeta si prende la insensibile donna. E, si aggiunga - cosa importante, a dir il vero, - che anche per essi noi possiamo stabilire quell'ordinamento poetico-amoroso, già messo in evidenza per rispetto alle canzoni, nel quale le varie fasi della passione si affermano e si completano a vicenda. Dapprima (son. I"Nulla mi parrà mai più crudel cosa „) è la necessaria constatazione di fatto: il Poeta ama, ma non è riamato; il suo cuore è un

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1 Altri raffronti fra i sonetti e le Canzoni avrò forse occasione di notare e di sviluppare piú innanzi.

fuoco d'amore, quello della donna un lago gelato; ciò non di meno, niente potrà mai tenerlo avvinto ed affascinato quanto la bellezza di lei; ciò non di meno, egli non può sperare che ella si cangi a suo riguardo, e la triste constatazione si chiude in un pietoso sospiro, nel quale si invoca l'aiuto di Amore. Ma (son. II: "Io son sí vago della bella luce,,) con la passione, i desiderî crescono e cresce anche l'avversione della donna per il Poeta. Il quale, sotto l'assoluto impero dei sensi (cfr. la seconda stanza), rivede e non può guardare senza fremere le palesi e nascoste bellezze di lei. E delira l'insano; e, sol dopo che si vede ingannato, trascurato, deriso, si lamenta che a nulla riescano le sue reiterate preghiere. Infine (son. III: "Io maledico il dí ch'io vidi in prima,) questa dolorosa lotta fra l'amante non riamato, anzi vilipeso e gabbato, e la crudele insensibile donna si accentua e si acutizza in mezzo alla maledizione del Poeta e al saettar tremendo degli occhi traditori, che gli hanno rubato il cuore. Tutto egli maledice, e i suoi versi, e la fatica durata nel comporli in onore di lei, e la propria ostinata mente, e la bella e colpevole bellezza di lei; e tutto egli bestemmia, Amore fin anche !

Come si vede, in fondo, noi troviamo in questi tre sonetti lo stesso procedere, lo stesso svolgersi del canto amoroso, che abbiamo nelle canzoni: direi quasi che i due svolgimenti si verificano con fasi quasi parallele; ad ogni modo, si integrano a vicenda, formando insieme un ciclo compiuto.

Lo stesso non possiamo dire per rispetto. agli altri due sonetti: "E' non è legno di sí forti nocchi, - "Deh! piangi meco, tu, dogliosa pietra!,; per essi io istituisco la categoria delle Rime Pietrose di dubbia autenticità, e ad essa non esito molto ad ascriverli. Si può osservare, in verità, che il primo, per ragioni di ordine vario, facilmente è di un altro poeta, contemporaneo a Dante, di Cino da Pistoia, come vogliono i piú;' per parte mia, lo rileggessi anche un' altra millesima volta, non so persuadermi sia roba dantesca per questa ragione specialmente, che esso nessun elemento, nessun motivo contiene, il quale non sia cantato e ricantato nelle altre Rime (canzoni e sonetti). Ciò, a

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PASQUALIGO, Comentino al sonetto di Dante "E' non è legno di sí forti nocchi,, in L'Alighieri, Rivista di cose Dantesche, an. III (1891).

non volere tener conto delle importanti ragioni metriche, le quali s'impongono a far che il sonetto non si possa attribuire con molta facilità a Dante.

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Nessunissima affinità con il contenuto o la forma delle esaminate Rime offre, poi, il sonetto "Deh! piangi meco tu dogliosa pietra né, tanto meno, toglie o aggiunge nulla al progressivo svolgersi della passione, cantato cosí completamente e armonicamente nelle vere e proprie Rime Pietrose. L'opinione dal Carducci per il primo manifestata, che probabilmente questo sonetto racchiuda una allegoria politica, non può non essere accettata dopo un attento esame e un diligente confronto specialmente con i tre sonetti che mi pare di aver, a ragione, messo nel gruppo generale delle Rime Pietrose. Il fraseggiare contorto ed inintelligibile, le allusioni oscurissime, le imagini punto poetiche, tutta quanta l'intonazione e la mancanza completa di qualsiasi ricordo amoroso, di qualsiasi lode o biasimo della donna amata, fanno ritenere esso sonetto o una mediocre imitazione dantesca contemporanea o no poco importa ovvero, come io credo, una perfetta allegoria politica, con la quale Dante vuol mordere i partiti e il loro avvicendarsi in Firenze.

Ogni altra ipotesi che si volesse enunciare a proposito dell'enigmatico sonetto in parola, a me parrebbe arzigogolo inutile e insufficiente. O si ammette, infatti, che sia roba dantesca, e, in questo caso, non può non essere ritenuto di carattere allegorico-politico, ovvero lo si crede una contraffazione, e allora è superfluo scervellarsi per dimostrarne la più o meno grande importanza.

Riassumendo e concludendo, io credo che la questione, la quale al principio di questo paragrafo ci proponemmo di risolvere, cioè quante e quali siano le Rime cosí dette Pietrose; trovi la sua risoluzione, se le dividiamo. in tre categorie, fra loro abbastanza nettamente distinte: I. RIME AUTENTICHE e sono: a) Io son vennto al punto della rota (canzone); b) Al poco giorno et al gran cerchio di ombra (sestina); c) Amor tu vedi ben che questa donna (sestina doppia); d) Così nel mio parlar voglio esser aspro (canzone); e) Nulla mi parrà mai più crudel cosa (sonetto); f) Io son si vago della bella luce (sonetto); g) lo maledico il di ch'io vidi tu prima (sonetto). II. RIME SPURIE: a) Amor mi mena tal fiata all'ombra (sestina); b) Gran nobiltà mi par

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Qualcosa ho già detto sul loro contennto generale. Analizziamole ora, una per una. Ne daremo la parafrasi in prosa, perché possiamo darne la interpretazione che ci sembra migliore, chiarire le inesattezze altrui, e, infine, cominciare a ribattere le ipotesi avanzate da altri studiosi di esse Kime. Noi vedremo che troppo tardi e attraverso molti dolori, il Poeta giunge a conoscere che l'amore da lui cantato in queste Rime non poteva renderlo contento, col dargli quella pace che l'anima sua, con tanto desiderio, bramava. Dapprima il suo amore sarà un continuo sforzo di essere corrisposto malgrado tutti gli ostacoli; andrà poi diminuendo grado a grado questa grande fiducia che il Poeta ha nelle proprie forze, ed egli si limiterà soltanto a sperare con maggiore rassegnazione che la sua amata cangi la solita durezza in sentimenti piú miti, fino a quando, nella quarta ed ultima canzone “Cosí nel mio parlar voglio essere aspro „,, aspramente egli esprimerà deluso, ingannato, deriso lo sdegno suo esecrando, prodotto dalla ineffabile crudeltà della sua donna.° La canzone che esaminiamo la prima, per ragioni già détte e forse per altre che menzioneremo, è fra le altre notevole, perché, come è stato ben osservato, per la prima volta troviamo nella lirica dantesca espresso il sentimento potente della natura: essa canzone, infatti, è una viva e compiuta descrizione dell'inverno che difficilmente può Per trovarsi nei poeti anteriori a Dante. ciascuna stanza il Poeta descrive un'appa

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Come si vede, seguo l'ordine, da me dato alle Rime, desunto dall'esame del loro contenuto e dalle conclusioni, tirate dal loro confronto.

2 FOMARO, Le poesie liriche di Dante Alighieri, ecc. Roma, 1863. Ex IMBRIANI, op. cit., pag. 464.

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renza dell'inverno, conchiudendo che, per mutar di stagione e per il gelo, il suo amore non vien meno. "Io sono giunto a quel punto della rota, prodotta dal sole, quando gira, in cui l'orizzonte quando il sole è già tramontato, ci parturisce il ciclo con la costellazione dei Gemini3 e Venere è più lontana da noi, essendo investita obliquamente dai raggi solari in maniera da rimanere nascosta ai nostri occhi, e Saturno, che rafforza il gelo con i suoi freddi influssi, ci appare nel Meridiano, risplendendo in tutta la sua grandezza, in cui tutti e sette i pianeti fanno poca ombra [perché, stando essi sul colmo del circolo massimo della sfera celeste, essi mandano quaggiú piú diretti i loro raggi]. Ciò non ostante, sebbene cioè la natura non sia propizia agli amori, la mente mia, piú tenace di una pietra in quanto ha la forza di serbare profondamente impressa dentro di sé l'imagine della donna insensibile e fredda qual pietra, non abbandona nessuno dei pensieri amorosi, che l'affliggono.5 Dalle infuocate arene africane si leva un vento, determinato dagli avversi ardori del sole che ora riscalda tutta quanta l'atmosfera

1 CARDUCCI, op. cit., pag. 216; cfr. BARTOLI, op. cit., pag. 204; GASPARY, op. cit., vol. I, pag. 230-33.

2 Migliore parmi la lezione del Fraticelli di quella del Giuliani all'orizzonte „.

3 Non mi paiono buone né la lezione del Fraticelli "geminato, = doppio, raddoppiato, che qui non significherebbe nulla, nè quella del Giuliani "ingemmato „; ma credo con l'Imbriani, che "forse non senza intenzione il Poeta ricorda il segno zodiacale, sotto il quale altrove afferma esser nato, mentre la passione amorosa il conduce a morte, Il geminato cielo qui è dunque la costellazione dei Gemini. Quanto poi a ciò che il Giuliani afferma "Dante ne indica l'ora del tempo meno propizio agli eccitamenti d'amore e piú accomodati ai pensieri contemplativi, ecc., a ragione l'Imbriani osserva: "la sera è invece, forse, il tempo piú propizio ai pensieri ed agli eccitamenti d'amore,. Si può benissimo fare a meno del forse, a tutti essendo noto quale fascino eserciti su di un'anima gentile ed innamorata una bella notte serena!

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sconvolta da questo vento, diverso da quelli che soffiano nelle nostre regioni; esso passa il mare, dal quale prosciuga molt'acqua che solleva in altrettanta nebbia, la quale poi trasporta fino a noi. Quindi, se altri vénti non vengono ad impedirne il passaggio, questa nebbia súbito rinchiude come in un saldo mantello tutto quanto il nostro cielo, e poi si scioglie per cadere in bianche falde di neve, o in pioggia noiosa. E l'aria tutta se ne rattrista e piange.' [Epperò, appunto perché la natura col suo triste aspetto lo invita a fantasticare e a pensare più che mai all'oggetto del suo amore, il Poeta esclama]: Amore il quale, raccogliendo le sue reti, le ritira su nel cielo — quasi Venere si ristasse dal mandare quaggiú gli amorosi influssi per sottrarle alla furia del vento che si solleva, non mi abbandona, tanto potere esercita su di me la fatale bellezza di costei, ormai padrona esclusiva di tutto il mio essere. [Passa ora a descrivere i diversi effetti che la natura produce in lui e negli altri animali, che sono amorosi, gai per loro indole]. Dall' Europa che vede sempre la costellazione boreale dell' Orsa Maggiore essendo essa posta nello stesso emisfero di questa costellazione fuggano ormai tutti quegli uccelli, che ci vengono soltanto nella calda stagione; ed ormai hanno smesso di cantare tutti quegli uccelli che vi rimangono anche l'inverno; e sol a primavera faranno riudire i loro canti, dato il caso però che essi non abbiano a cantare unicamente per lamentarsi. Tutti gli animali, i quali Natura ha dotati della bella virtú d'amare, ora ne rimangono liberi, come quelli, ai quali il freddo ha distrutte le facoltà piú vitali. Pur nel mio cuore l'amore non scema, ma cresce grandemente, perché i dolci pensieri amorosi non

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1 Il Giuliani molto finemente: " quanta poesia in questi versi !,,; e veramente quell'aria che diventa di umor triste e piange; quella personificazione, quell'attribuire ad un elemento naturale sentimenti propri a persona e a persona dotata di una squisita sensibilità, fanno pensare a quelle giornate plumbee, in cui, sotto il peso di grave cura, l'animo nostro pare che abbia un amico sol nel cielo, d'accordo con il nostro stato intellettuale e fisico.

2 Il Giuliani cosí intende il poggia; il Fraticelli spiega: soffia, perché crede poggiare significhi navigare col vento in poppa. Fatto è che poggiare vale semplicemente spirare del vento in una data direzione, quindi sta bene tanto il si solleva del Giuliani, quanto il soffia del Fraticelli, giacchè le due azioni dai due verbi significate si includono ed escludono a vicenda.

mi son tolti, né mi son dati dal cangiamento di stagioni, sibbene da una giovane donna.' [Sicché a me non avviene come agli altri animali, per i quali il principio, la continuazione e la cessazione dell'amore dipende esclusivamente dagli influssi benefici o malefici della natura circostante]. [In questa terza strofa il Poeta descrive gli effetti contrarî che la natura produce in lui e nelle piante: queste pérdono molto del loro vigore, dei loro ornamenti, le foglie; a lui, invece, l'Amore non tragge di cor l'amorosa spina]. Le foglie, che già nacquero per opera della Primavera, quando il sole si trova nella costelzione dell'Ariete, perché servissero di ornamento a tutto il mondo vegetale, ora son morte, e morta è anche l'erba. Fuorché i pini e gli abeti, i quali per loro natura sono sempre verdi, ogni ramo verde a noi s'asconde, e l'inverno è cosí crudamente rigido da far morire i fiorellini, che non possono tollerare la brina. Ma non per questo [cioé perché la stagione invernale dissecca ogni ramo verde e fa cadere le foglie degli alberi] Amore, mosso a compassione di me, mi cava fuori dal cuore la spina che egli mi ha condannato a portare; tutt'altro: egli me la nutrisce costantemente e fa che io mi decida a portarla sempre fino a quando io viva, anche se la mia vita duri eternamente. [In questa penultima stanza il Poeta continua a descrivere gli effetti prodotti dall'inverno nella natura e in lui]. Le vene (i fiumi, i torrenti) della terra versano le acque fumanti a cagione de'

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1 L'ultimo verso della terza stanza mi pare suscettibile di una notevole correzione e di una nuova e piú esatta interpretazione. Tutti hanno inteso (e la generale interpretazione ho riportato nella parafrasi) le parole DONNA.... C'HA PICCIOL TEMPO per donna giovane, volendo quasi istituire un pendant con la pargoletta dell'ultimo verso. Per parte mia, correggerei in una delle seguenti maniere il 2o emistichio del verso Ma donna gli mi dà, c'ha picciol tempo: 1°) ed è picciol tempo; 2°) ché è picciol tempo; 3°) ch'è picciol tempo. Tutte e tre le correzioni si fondono in una sola, la quale dà diritto ad interpretare cosí: "I dolci pensieri d'amore mi son dati da una donna, ed è poco tempo che ciò è avvenuto

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2 Opportunamente l'Imbriani fa notare la corrispondenza tra i fioretti.... e i fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi (Inf., II); del resto, questi versi si possono anche paragonare a quelli del Poliziano (Stanza II, 376) "Surgevano rugiadosi in loro stelo | Gli fior chinati dal notturno gelo, e del Tasso (G. L., IV, 753): "facean vermigli insieme e bianchi fiori | Se pur gl'irriga un rugiadoso nembo | Quando sull'apparir de' primi albori Spiegano all'aure liete il chiuso grembo

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calori, i quali sotterra traggono dal fondo dell'abisso su in alto molte esalazioni. 1 Perciò mi piacque tanto nella primavera quel sentiero; ora, esso è diventato un ruscello e tale sarà fino a quando non durerà l'inverno con i suoi freddi assalti. Il terreno pare di smalto [tant'esso è duro] e l'acqua morta si trasforma in vetro a cagione del freddo, che tutta la circonda. [Pure, con tutte queste trasformazioni, sol io non mi muto]: dall'aspra guerra [che sostengo con il mio cuore perdutamente innamorato di costei dalla quale io non sono corrisposto] non mi sono allontanato di un sol passo, né voglio allontanarmene, perché, se questi tormenti che Amore infligge, mi son son causa di infinita dolcezza, io credo che la Morte debba superare ogni cosa in voluttà. [Io dunque, dice il Poeta, voglio morire piuttosto che lasciar di amare la bella crudele; mi parrà di raggiungere il massimo del piacere, morire per opera della donna che io amo. E questo concetto, cosí vero a riscontrarsi in passioni simili a quella che il Poeta ebbe a provare, ci mostra un altro lato del carattere suo: come era ferocemente tenace nell'amore e nell'odio, altrettanto tenace e saldo egli era nel resistere a' tormenti fisici e morali]. Ora,

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