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di coloro che si diedero a ricercare nel verso il senso letterale. Virgilio non poteva sembrare rauco a Dante, perchè con lui non aveva parlato ancora, ed è stiracchiata e contraria a l'arte di Dante stesso l'interpretazione per la quale il poeta accennerebbe a priori quella circostanza ch' egli non conobbe che a posteriori '; non doveva poi essere rauco per lungo silenzio perchè anzitutto aveva proprio allora parlato, e piuttosto a lungo, con Beatrice, ed in secondo luogo « gli spiriti magni non hanno pena materiale, e perciò non conservano dei corpi altro che le sembianze ». L'A., ricercando, trova che in qualsiasi altro luogo della Com media (come pure nella Vita Nuova) Dante ha dato alla parola fioco il significato di debole, anche nel verso:

voci alle e fioche e suon di man con elle,

dove, e solo in questo caso, il Blanc riconosce il senso di rauco. Il Blanc non ha ragione, perchè

« l'antitesi con alte ci fa determinar subito per l'interpretazione di deboli » e perchè le voci delle anime, anzichè rauche pel molto gridare, dovevano sembrare alte o deboli, secondo l'età, il sesso e la minore o maggiore distanza. Da tutti i passi quindi, ove è usata la parola fioco, posti a confronto tra loro, e dall'opportuno richiamo al verso d' Inferno, XXIV, 64,

parlando andava per non parer fievole

dal quale risulta che è non già nel parlare, ma nel non parlare che altri mostrasi debole, fioco, conclude l'A. che Virgilio si mostra a Dante come una di quelle figure istantanee che ci si presentano nei sogni: una sembianza d'uomo, cioè, a evanescente, su lo sfondo cupo della selva, con la luce che la illumina di fronte .. Il Casini, commentando il verso 54 della canzone Donna pietosa ?

ed omo apparve scolorito e fioco

la cosa

disse già che qui fioco vale piuttosto fievole, come se l'uomo avesse per il gran dolore im. pedita la facoltà della parola. Non pare all' A. che quest' interpretazione si concordi molto bene col verso dell'Inferno, XXIV, 64, sopra citato? E noti che il Casini non si esprime in modo da lasciar supporre che l'uomo non parli.

Nel secondo studio « Il colloquio di Beatrice e Virgilio » si esa ninano le ragioni, per le quali Beatrice non si sia trattenuta a parlare sui modi come Virgilio avrebbe aiutato Dante. Da tutti i passi della Commedia, che l’A. cita, ne' quali si accenna a questo riguardo (Inf., !!, 67-69, 81, 112-113; Purg., I, 52-54, 6:-63; XXVII, 130, 136-137; XXX, 136-:41) deduce che

era manifesta e che un'unica via si presentava per campare il poeta, quella cioè di condurlo pel regno dei morti. L'A. trova lungo il colloquio fra Beatrice e Virgilio, con

la fretta che avevano entrambi; ma non si nasconde che i sentimenti manifestati in poterono essere espressi con poche parole, per la perfezione dell'anima di Beatrice e l'elevatezza di quella di Virgilio. Si domanda anche perchè mai Virgilio non abbia detto a

quale sarebbe l'anima che lo condurrebbe a visitare il paradiso, e quando mai Bea. trice abbia fatto intendere a Virgilio ch' ella stessa ne sarebbe stata la guida. Non può trovare

Per questo silenzio che una ragione tutt'affatto artistica. Ma Virgilio, osserviamo noi, non dice (Inf., I, 121) che Dante debba andare in paradiso : fa un'ipotesi, e dall'ipotesi si

siderata

esso

Dante

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comprende che della visita alle beate genti fra lui e Beatrice non era stata parola. Che se l'ipotesi si vuol credere semplicemente rettorica, richiamiamo l'attenzione sulla terzina del canto XXX del Purgatorio, 136-139

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

alla salute sua eran giả corti,
fuorchè mostrargli le perdute genti,

dalla quale risulta che a Beatrice sarebbe bastato anche se Virgilio avesse accompagnato Dante pel solo inferno.

Il terzo studio « L'adagiarsi delle anime » è per togliere la contradizione tra l'adagiarsi nel senso d'indugiarsi, che l’A. dimostra con nuove prove (Purg., XXV, 28 e Ariosto, Orl. Fur., XIV, 116) e la prontezza delle anime a trapassare il fiume. E.gli dà alla parola pronte il significato di parate, e conclude che, sebben pronte, preparate, pure nel momento che avrebbero dovuto spiccare il salto, alcune di esse s'indugiano un poco, trattenute dalla rabbia e dal pianto. Çi sarebbe da osservare che l'interpretazione di adagiarsi per posarsi riuscirebbe molto meglio a togliere la contradizione, senza che ci sia l'obbligo di supporre le anime sdraiate nella barca, il che con valide ragioni ha dimostrato strano ed assurdo l'A. Ma non pare a lui che le anime dovendo calare nella barca ad una ad una sia necessario che, pure essendo desiderose di passare, attendano ciascuna la loro volta? Nell' attendere esse vorrebbero posarsi un poco, ma Caronte non lo permette, altrimenti esse, anime di dannari, avrebbero, sia pure per un momento, riposo. In questo modo al verbo adagiare si restituirebbe il suo incontrastabile significato cd anche al verbo battere sarebbe lasciato il suo giusto valore, che per l'interpretazione adottata dall' A. assumerebbe piuttosto, secondo me, il significato di spingere. Ma su questo punto ritornerò, qualora il direttore del Giornale me lo consenta.

Il quarto studio « Le tenebre nel Limbo » ci spinge a riflettere quante volte purtroppo anche letterati insigni leggano leggermente alcuni passi della Commedia. L'Antognoni non sarà mai abbastanza lodato d'averci ricondotto all'esame dei versi :

per altra via mi mena il savio duca
fuor della queta nell' aura che trema

Inf., IV, 119-150.

L'aura che trema è nel Limbo, ma fuori del Castello, sede degli spiriti magni, dove invece essa è quela. Gli spiriti magni non mandano sospiri e son difesi con sette mura dall'aria che è mossa pe sospiri delle altre anime del Limbo. A Dante si presenta subito il Castello, poichè vede un joco

ch'emisperio di tenebre vincia.

Questo verso sembrerebbe in contradizione con quanto il poeta fa dire a Virgilio nel Pur. gatorio, VII, 28-29:

1.oco è laggiù non tristo da martiri,
ma di tenebre solo,

dove il Castelvetro, per togliere la contradizione, dà al solo il valore di separato. Ma, giustamente osserva l'A., perchè un'interpretazione così sottile ? Virgiiio nel Purgatorio ricord:2 tutto il Limbo, non il solo Castello: la poca luce ch'egli laggiù gode co' suoi compagni non è da paragonare, neppure lontanamente, con lo splendore del Purgatorio.

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Non esporrò di nuovo lo studio quinto « Piccarda e Beatrice ». Si veda per esso quanto scrisse il prof. Passerini nel primo quaderno di questo Giornale. Dirò soltanto che ne' versi :

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l'A. crede che Dante accenni solamente a Piccarda e a Beatrice, e vuol trarre da ciò una nuova prova della realtà storica della donna celebrata da Dante. Notiamo nello studio molto ingegno ed acume, ma non rimaniamo convinti dal ragionamento dell'autore. Egli peraltro, a lode del vero, presenta la sua interpretazione come una semplice ipotesi.

Il sesto studio « Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani » è un saggio di ben più ampio lavoro, che il prof. Antognoni sta compiendo intorno a Francesco da Barberino, o, meglio, intorno alle glosse ai Documenti d' Amore, in gran parte inedite. Si leggono intanto qui con molto interesse gli accenni ai costumi italiani di quel tempo: alla tirannide de' principi, all'empietà e crudeltà dei giovani e dei prelati, alla magnanimità de' ladri, alla iattanza e vanità de' senesi, al contegno non lodevole delle donne di Bologna, ecc. ecc.

Il settimo « Il se deprecativo », è uno studio grammaticale condotto sulla Commedia di Dante. Seguita l’A. a chiamare questa congiunzione deprecativa, perchè così l'han chiamata i commentatori, ma egli trova invece come quasi sempre suoni augurio, raramente desiderio e in due soli luoghi deprecazione. L'esame, fatto con molta pazienza, conduce alla bella e originale conclusione che questo se, in fine, ha quasi sempre un valore epitetico.

Terminando la nostra recensione, faremo osservare come anche interessanti in questo libretto siano le note. Si leggano, per esempio, quella a pag. 3, dove si dà notizia d'una copia dell'edizione di Dante del 1555, probabilmente annotata dal Tasso, e quella a pag. 57, che contiene una bella e geniale interpretazione del verso 69 del canto terzo del Paradiso

ch'arder parea d' amor nel primo foco.

L'Antognoni giustamente intende che qui il poeta voglia alludere all'amore spirituale che provò Piccarda quando si diede tutta alla religione, e non all'amore mondano, sia pure nel senso della scuola poetica e filosofica, a cui Dante apparteneva, chè l'immagine ad ogni modo sarebbe molto sconveniente.

G. MARUFFI

Bergamo,

Illustrazione del codice dantesco Grumelli dell'anno 1402. Seconda edizione.

dalla tipografia Pagnoncelli, 1892, in 4.0 gr. di pagg. 33.

Questa a pubblicazione del municipio di Bergamo per il sesto centenario di Dante » sta per essere ora licenziata, ma non messa in commercio, crediamo, in una seconda edizione: è la stessa adunque apparsa nel 1865 e citata dal Petzholdt (Bibliographia dantea, nova edit., Dresdae 1880, pag. 4) e dal Ferrazzi (Man. dantesco, vol. IV, pag. 295). La stessa, dico, per risperto alla descrizione anonima del codice, ai cenni di Gabriele Rosa su Alberico da Ro. sciale e a quelli su Guini forte Barziza di Giovanni Finazzi; in quest'edizione mancano le I quattro pagine fotografate » che fregiavano la prima, benchè l'introduzione integralmente riprodotta parli ancor d'esse come se realmente fossero anch' esse qui riprodotte. Poichè per queste soltanto un esemplare della prima edizione aveva oggi ancora un valore, è qui inutile aggiungere che poco o nessun valore ha questa monca illustrazione così riprodotta.

Eppure questo voluminoso e prezioso manoscritto meritava di meglio. Il De Batines infatti n'ebbe

non saprei da chi una descrizione insufficiente, dove non anche, a dir poco, inesatta; la sottoscrizione v'è data, per esempio, così: In mense martio die 21 huius mensis liber isle inceptus fuit scribere de anno 1402, etc., mentre leggesi quivi nel codice: Liber iste Inceptus fuit scribere de áno. 1402, in mse marcij die. 21. hujus msis, etc. - E pur ieri si stampava che in calce (sic) al capitolo di Jacopo se ne legge l'argomento (rammo. dernato dal nuovo editore) e si riparlava dell'amanuense Pietro de Nibiallo: il vero è invece che il detto argomento si legge, alquanto diversamente, dinanzi al canto del filiolo di Danti, e che gli amanuensi del codice Grumelli furono due benchè uno solo sia nominato presso il De Batines. Il meglio peraltro si è che nè l'uno nè l'altro di questi ha nulla a vedere con l'amanuense dei capitoli di Jacopo e di Bosone da Gubbio ; i quali non so che l'abbia altri oj. servato sono trascritti, di bel carattere della seconda metà del trecento, sulle prime pagine d'un quinterno che per lo innanzi o appartenne ad altro manoscritto, o fece parte per sè stesso, e a ogni modo fu aggiunto poi al volume che costituisce il codice Grumelli.

Il qual codice non appartiene oggi più, come si va ripetendo, alla biblioteca Grumelli, ma, per grazioso dono del possessere conte Fermo Pedrocca Grumelli, passò nel 1872 alla Biblioteca civica di Bergamo.

A. FIAMMAZZO.

Raffaele Marozzi. - Una lettera sopra l' ortografia dantescu. Siena, stab. tip. Nava, 1890,

in 18°, di pagg. it.

Benchè in ritardo, spero di arrivar sempre in tempo per plaudire ai suggerimenti in questa lettera contenuti e all'intento che li ha dettati. Dovendosi dure opera a un'edizione critica della divina Commedia, è bene che in essa sia curata anche la ortografia, allo scopo di dare il suono vero e il senso vero della espressione dantesca. Ora ciò non sempre si ottiene con la ortografia moderna, la quale, per esempio, scrive Perch'io, accciocchè il duca stesse attento, mentre a distinguere nel perchè dal senso di giacchè, quello che ha qui di per il che, e a far cadere giusto l'accento ritmico successivo, dovrebbe invece scriversi Per ch'io, acciò che il duca stesse attento (e quanto a me porrei anche, sull'ïo, una dierisi, perchè si capisse subito, senza obbligare un mal pratico a leggere il verso due volte, che l’i fa sillaba da se, e tra l'o e l'a successiva ha luogo la solita elisione).

L'ortografia moderna fa anche un grande abuso di chè, non solo dove il nostro autore osserva non potere stare, essendo il che relativo, come gli antichi spiriti dolenti Che la se. conda morte ciascun grida, ma anche, aggiungo io, ove sta per talmente che, come nel Lombardi, Chè per veder non indugia il partire, o dove sta bensì per imperocchè ma in senso leggero, mentre l'accento vi calca sopra, come nel Bianchi, Chè la diritta vïa era smarrita. E non si dica che questi sono argomenti piccini, perchè anche quella di poter leggere più correttamente e correntemente uno scrittore è una cosa la quale ha la sua impor. tanza e di cui conviene di occuparsi. Avrei anzi molte altre cose da dire sopra questo argo. mento; ma sarà meglio trattarle di proposito in altra occasione anzichè cosi alla stuggita. Una sola ne accennerò, come quella che è toccata anche dal Marozzi in questo suo utile scritto, la convenienza cioè che l'accento grave sia permanentemente adibito ad esprimere i suoni aperti, e l'acuto i chiusi; su di che mi pare che oramai si sia formata una opinione pubblica abbastanza diffusa, da poterlo anche scrivere nelle grammatiche. Ed altre cose si trovano, e dette anche con garbo, in questa breve lettera : la quale merita veramente di non cadere nel dimenticatoio, ov' è cosi facile che i piccoli scritti vadano a finire. Perciò abbiamo cre. duto di far cosa utile richiamando, sia pure con ritardo, sopra di essa l'attenzione degli studiosi.

FERD. RONCHETTI.

BOLLETTINO

Cfr. no. 95.

Alighieri Dante. - Dante s' Vulgari Eloquio. (In Saturday Review. No. 1934).

Recensione favorevole della riproduzione del codice di Grenoble, contenente il trattato dantesco dell'Eloquenza volgare, curata dal Maignien e dal dottor Prompt e publicata a spese del solerte editore Leo S. Olschki di Venezia.

(75 Barbi Michele. Dello studio di G. Trenta « L'esilio di Dante nella divina Commedia r. (In Rassegna bibliografica della letteratura italiana. Anno I, no. 3).

Non resultati nuovi e neppur nuovi elementi di discussione reca questo libretto del signor Trenta; pur non sarà inutile agli studiosi, perchè raccoglie diligentemente e minutamente discute i luoghi della Commedia relativi all'esilio, e appunto dalle cose che di sè attesta il poeta è da muovere quando si voglia ritessere la storia della sua vita.

(76 Berthier Gioaochino.

Bonghi Ruggero. Brevi parole d'inaugurazione alle conferenze della « Società Dante Alighieri» nelle sale del Collegio romano il 16 aprile 1893. (In La Cultura. Anno II della nuova serie, ni. 15.16).

(77 Busoaino Campo Alberto. Studi danteschi. (Recensione del vol. II, in La Cultura. Anno II della nuova serie, ni. 11-12). Espositiva. Cfr. no. 10.

(78 Carraroli Dario. La leggenda di Alessandro Magno: studio storico-critico. Mondovi, tip. Gio. Issoglio, 1892, in 16°, di pagg. 375.

Vi si raccolgono ed ordinano i fatti finora noti ed accertati dalla critica intorno a questo importante argomento. Nei dodici capitoli, in cui lo studio del Carraroli è diviso, son esaminati i diversi momenti ed aspetti della leggenda alessandrina da le sue origini orientali fiu alli ultimi svolgimenti e rimaneggiamenti ch'essa ha avuti in occidente. L'ultimo capitolo porta un'accurata sposizione della varia fortuna del Macedone, e si chiude coll'ode ad Alessandria di Giosuè Carducci.

(79 Cega Prof.

Federico Barb.irossa nel concetto dell' Alighieri. (In La Cultura. Anno II della nuova serie, ni. 11-12).

A proposito dei versi !18-120 del XVIII canto di Purgatorio, i quali mentre a taluni paiono tanto chiari, sono, a giudizio di altri, la croce de' comentatori. Involgono, questi versi, un'ironia fine e velata, come opinano i più, oppure, interpretati senza finzione e sottintesi, esprimono un concetto la cui giustezza ha riscontro negli avvenimenti della storia ? Il Cega

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