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be avuto di Virgilio per condurlo, quanto il potea sua scuola, nell'arduo pellegrinaggio ?....

.. l'animo mio che ancor fuggiva
si volse indietro a rimirar lo passo,
che non lasciò giammai persona viva.

Le quali parole per me significano: che mentre lo spirito accompagnato dal consentimento, fuggiva le cose odibili della terrena città, nella quale Dante era stato fino allora come cittadino, si volse contento indietro a contemplare il passo, cioè l'atto che avea testè compiuto uscendo di là, ove tutti inevitabilmente cominciamo il nostro cammino, ma dove non dobbiamo rimanere, per salire, invece, coll'aiuto delle tre Ninfe che mirano più profondo, a filosofare nella celestiale Atene. E per coteste spiegazioni emerge finalmente: Non essere il passo che sempre impedì la persona viva; sibbene la persona viva, che tosto o tardi mai non lascia di fare quel passo.

Ma la persona viva è l'uomo che usa la ragione, poichè noi sappiamo che, a differenza degli altri esseri, vivere nell'uomo è ragione usare; onde la sentenza del poeta, che « persona viva » non lasciò mai di fare il passo di cui abbiamo discorso, riesce, nel senso che le attribuisco, rigorosamente vera: se l'uomo in vita ragiona l'alto fine della sua peregrinazione, non rimane nella prima città, ed anzi mette in atto volere e intelligenza ad uscirne per continuare il suo cammino, che si studierà man mano di rendere meno aspro elevando le sue cognizioni nell'esercizio della virtù.

Torino, marzo 1894.

G. G. VACCHER1.

53:&Donna

APPUNTI DANTESCHI

I.

Una variante del Monti

Un epigramma del Landino. La Malta dantesca.

e il « Dante del papa ».

Il nome dello splendidissimo senatore veneto cav. Bernardo Bembo è caro a tutti i dantofili sin dal 27 maggio 1483, quando molto decorosamente restaurò il sacello del divino poeta in san Francesco di Ravenna, da lui tenuta in allora pei veneziani. Un fiorentino, celebrato commentatore della Comedia, Cristoforo Landino, gliene porgeva, secondo ci apprende oggi una sua lettera autografa conservata in un esemplare della prima edizione del suo Comento, vivissime grazie per sè e per tutto il popolo di Firenze. La lettera solenne ed il seguente epigramma latini furono di recente pubblicati dal signor E. G. Ledos nell'ultima dispensa della Bibliothèque de Ècole des chartes.

Christophori Landini florentini in Danthis poetae sepulchrum a Bernardo Bembo jurisconsulto equiteque ac senatore veneto splendidissimo Ravennae restauratum.

Faecerat egregia constructum ex arte sepulchrum

Tyrrheno Danthi prisca Ravenna novum, invida sed sacris obsunt quoque fata sepulchris

et turpi obducunt omnia pulchra situ. At tu delitiae veneti, Bernarde, senatus

tutela et sacri, maxime Bembe, chori, livida mordaci quod triverat ante vetustas

dente novum niveo marmore restituis.

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Ci è caro qui ringraziare l'editore, ma pur dobbiamo rettificare ad un tempo qualche sua osservazione premessa alla lettera del dotto comentatore di Dante.

Volle assegnarle la data del 1481, affermando avvenuta pure in detto anno la ricostruzione del sepolcro dantesco, sul quale, egli dice, si è scritto

notisi bene che non sa del grande e bel lavoro del

anche troppo

1

Ricci L'ultimo rifugio di Dante - perchè sia utile ancora intrattenercisi. Commentando poscia il seguente passo della lettera anteaquam hoc ex Jacobo (Jacopo Tedaldi) cognoscerem, comentarios quos in illius poema scripseram iam mille ac ducentis voluminibus impressos edideram, li riferisce alla prima edizione (Firenze, 1481) e si persuade perciò di rivelare una notizia interessante alla prototipografia o meglio sulla tiratura di quella stampa artisticamente preziosissima. Ma invece il Landino parla della seconda (Venezia, 1484), poichè aggiunge « Poteram nempe in illis, modo id prescissem, immortalis tui in nomen florentinum beneficii perpetuum testimonium exhibere » Col prescissem, se l'avessi saputo prima, ossia nel 1483, fa intender chiaro che egli avrebbe ricordato l'immortale benefizio nella seconda edizione, poichè evidentemente non poteva dolersi di non aver fatto cosa nel 1481, che gli dovea esser consigliata da un avvenimento del 1483. La lettera dunque fu certo dettata nel 1484 dopo la stampa della seconda edizione. Il signor Ledos vuol far sapere in fine di non aver potuto scoprire a che lavoro alluda il Landino colle parole opus non multum ab illo alienum del seguente passo : Verum cum aliud hoc tempore non multum ab illo alienum in manibus Versetur opus, licebit, ni fallor, et percommode et perbelle idem in eo efficere quod in hoc non effecisse dolemus.

Ad una terza edizione, rivista e però in qualche modo diversa dalla precedente, che egli lusingavasi mandar fuori in quel tempo e nella quale gli sarebbe permesso ricordare degnamente quello che in questa seconda edizione del 1484 non gli era stato possibile. Venne però la bramata terza ristampa, seguita anche da una quarta e da una quinta, ma il Landino lungo nel promettere fu nell' attender corto.

Ferché ? dimandiamo noi. Forse che avrebbe suonato male ai fiorentini che nel comento d'un fiorentino al loro massimo poeta si fosse elogiato un cosi grande e generoso culto alla tomba dell'esule ghibellino, professato da un senatore veneziano ?

La questione storico-topografica della Malta dantesca è stata ora ben ripresa (cfr. gli Atti della r. Accad. di Torino, vol. XXIX) e confermata con eletta copia di argomenti storici e filologici dal chiaro prof. Vittorio Cian in favore di quella stessa Malta o Marta ricordata tre volte da Jacopone, ossia della turris horrenda posta nel lago di Bolsena o sulle sue rive, e, secondo che pure scrisse il Rambaldi, carcer amarus delinquentium sacerdotum. Questo ricorso del Cian alle rime del poeta da Todi, precursore notevolissimo dell’Alighieri, per ispiegarne qualche forma o concetto, è del nitio nuovo e fatto con buon lume di critica. Continui ad attingere al prezioso laudario e non dubitiamo ch' ei ne saprà derivar tanto da istabilir dei giusti raffronti e dichiararne con prove sincrone altri passi danteschi, quali, ad esempio, le terzine su san Francesco e la povertà professata dal suo ordine, Celestino V, Bonifacio VIII e la simonìa, l'amor divino, la carità cristiana. Non vorremmo per altro ch'egli proseguisse a citare la edizione iacoponiana del Tresatti (Venezia, 1617) che molto a torto allegava la Crusca; sino a che non vegga la desiderata luce il cod. Manzoniano 59, da noi illustrato (cfr. A. Tenneroni, Cat. ragionato dei codici Manzoniani), ed ora in nostro possesso, sarà bene valersi esclusivamente della rarissima edizione principe (Firenze, 1490) o della sua ristampa fatta da G. B. Modio in Roma nel 1558.

Che alcuna gloria i rei avrebber d'elli.

Si sa che il Monti fu il primo a spiegare, contro l'opinione di tutti i comentatori precedenti, alcuna gloria per niuna gloria, proclamando l'alcuno in senso negativo dedotto dal provenzale aucun. La interpretazione montiana empì affatto, per dirla con lui, il Biagioli; ma non v'ha chi ignori come il Fraticelli, il Camerini, lo Scartazzini, il Casini e, per tacere d'altri, il recentissimo Berthier l'abbiano trascurata o combattuta. Non ostante le controversie mossegli dai seguaci del Lombardi subito dopo la comparsa del suo articolo non firmato nel n. 2 della Biblioteca italiana (febbraio 1816) il Monti peraltro continuava con egual calore a predicare la sua spiegazione irrepugnabile: di che sono prova i seguenti passi di due su e lettere, inedite, al celebre archeologo Bartolomeo Borghesi, potute da noi esaminare nella ricchissima collezione d'Autografi Borghesiani.

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» Mi disse Giulio (Perticari) in Pesaro essersi trovato nella Vaticana un "antico commento di Dante nel quale il passo da me illustrato nel 2° n. » della Bibl. Ital. è confermata l'interpretazione da me prodotta. Mi sa» rebbe caro l' averla e prego la cortese vostra amicizia di procurarmela, ” onde consolare il Biagioli, nostro Italiano, che pubblicando in Parigi » una magnifica edizione di Dante ha sposato nelle sue esposizioni, anzi

riportata tutta di netto la mia, come cosa che non si può più mettere » in dubbio

»

.

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Egli è adunque chiaro che sul noto passo di Dante e su l'interpre» tazione del Serravalle il nostro Giulio ha preso un abbaglio, poichè la » cosa giace tutta al contrario. E a me torna meglio : chè così non avrò » a dividere con altri il merito di quella dichiarazione, la quale per sicura v ed irrepugnabile è già stata accettata nel nuovo commento del Biagioli, » com'egli stesso mi scrive e il sarà da chiunque abbia ragione. Vi rendo » intanto molte grazie della diligenza che avete posta nel compiacermi e » sono con voi nel farmi le meraviglie del silenzio che in cotesta nuova » edizione di Dante si è tenuto intorno al commento Serravalliano. Ma de » his hactenus.

La nuova edizione di cui parla il Monti è quella del De Romanis stampata a Roma sul testo nidobeatino nel 1816. L'editore ebbe torto adunque, secondo questi due illustri personaggi, a non entusiasmarsi o giovarsi punto dell'ingente lavoro del francescano Giovanni Bertoidi da Serravalle vescovo di Fermo, notificato del resto dal Garampi sin dal 1755. Consiste esso, giovi qui ricordarlo, in un comentum, derivato in gran parte dalla massima fonte imolese, e in una traslatio, verso per verso, della divina Comedia fatti in un latino, siccome egli stesso ebbe ad avvertire, del tutto inetto e rusticano. Del che però molto lo scusano, se bene a quel tempo già fiorissero gli studi umanistici, il brevissimo spazio di tempo e il luogo in cui ebbe a comporlo, cioè undici mesi, dal 1 febbraio 1416 al 16 gennaio 1417, tra una sessione e l'altra di quel tempestoso concilio di Costanza, che depose tre papi disputantisi il temporale e osò, senza troppo pensarvi, dannare al fuoco gli eretici sterpi, Giovanni Huss e Girolamo da Praga. Il lavoro del Serravalle venne alla luce con tutti gli onori a Prato coi tipi del Giachetti nel 1891: e poichè questo nostro Giornale non ne ha ancora parlato, crediamo utile qui aggiungere intanto che la grave e lunga fatica della cura del testo fu sostenuta dai noti francescani p. Marcellino da Civezza e p. Teofilo Domenichelli, e la spesa da papa Leone XIII. Si piacque anche in ciò secondare il desiderio del nepote Ludovico Pecci; tanto che l'edizione fu subito chiamata il Dante del papa, ad imitazione

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