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gnati di guardare, ecc. Ma non ve n'è bisogno, e se l'ho accennata, è solo nella ipotesi che vi sia qualche codice che l'appoggi.

3. Che vien quaggiuso Questo vien si spiega da la frequenza con che da Dante vediamo usati verbi di moto per concetti di stato, e viceversa. Ed usi insoliti del venire si hanno anche in Purg., XXVII, 135, Mentre che végnon lieti gli occhi belli e in Parad., XXII, 132, Che lieta vien per questo étera tondo.

4. Leva principio Con sintassi analoga in Purg., XXVII, 67, E di pochi scaglion lerammo i saggi, per dire, prendemmo saggio, fecimo esperimento.

9. Falle sentire Questa ripetizione del verbo sentire, frequente a Dante, e di cui è curioso esempio il XXIV di Purg. (il canto, può notarsi, della Gentucca e dell' Io mi son un che quando Amore spira noto) ai versi 1 48 e segg., ove essa ha luogo fin quattro volte con riferimento ai tre diversi sensi, del tatto, dell'udito e dell'olfatto, sta qui a rendere più evidente il contrasto tra la gravezza dell'amore non corrisposto, e la dolcezza del desiderio d'amore. E notisi delicatezza. Dante non dice: Fa sentire anche a lei il desiderio d'amore: si contenta di dire: Fa ch'essa sappia cos'è il desiderio che provo io: ben persuaso che appena Gentucca potesse conoscerlo, quella conoscenza, per la forza suggestiva di amore, si muterebbe in un ugual desiderio, e pel noto Amor che a nullo amato amar perdona, nel desiderio appunto della persona amante.

12. Per giovinezza mi conduca a morte Prima avevo inteso, mi faccia morire ancor giovine; meno arguta sembrandomi la interpretazione che la donna lo innamorasse perchè giovine, mentre vecchia non lo innamorerebbe. Ma parvemi poi assai più persuasiva quella del Serafini, alla quale mi sono attenuto. Costèro spiega, quantunque giovinetta; e, come Fraticelli, lo intende della Filosofia, di cui egli erasi da poco invaghito, o (per dirla come taluno intese un noto luogo di Dante) erasi fatto novo peregrin d'amore: ma non si curano poi di trovare il nesso del concetto, perchè l' essere Dante appena penetrato nella Filosofia dovesse condurlo a morte: altra riprova della vanità di siffatti allegorismi.

15. Nè che negli occhi porta la mia pace Quest'ultimo verso della strofe

quarta si rannoda con l'ultimo della seconda, ove dei raggi d'Amore dice che Saliron tutti su negli occhi suoi.

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Da tal, ch'io non ragiono

ch'io non mi riprometto, se per la tua intro. (Se per tua volontà non han perdono) missione non son risparmiati, che possano duChe possan guari star senza finita. rarla a lungo. Ed oprando perchè io sia cor

Ed ancor tua potenza fia sentita risposto, ti sarà, come dissi, di onore, in quan. 10 In questa bella donna che n'è degna; to la tua potenza si farà sentire anche in Chè par che si convegna

questa bella donna che di sentirla è ben de. Di darle d'ogni ben gran compagnia, gna; sembrando ben conveniente di darle la Come a colei che fu nel mondo nata compagnia d'amore da cui ciascun bene si Per aver signoria

move, come colei ch'è nata per signoreggiare 15 Sovra la mente d'ogni uom che la guata. gli animi di ciascuno che la guardi.

6. Da tal, o per tal, come dapprima per prima; o per di tal, di tal modo, come dicesi a tal, per, a tal punto.

Ch'io non ragiono è qui usato in senso fuori del consueto, analogamente al verbo stimare in quel d'Inf., XXIV, 25, E come quei che adopera ed istima...

7. (Se per tua volontà non han perdono) La interpretazione del Costèro, se non ottengono la grazia di rimanersi in vita, non mi pare nè in logica nè in sintassi.

9. sia sentita legge, non so su che fondamento, l'edizione Serafini.

II. Chè pan Qui sì (a differenza della 4", 2) mi par da adottare il Chè del Fraticelli a preferenza del Che del Costèro. Tutto il seguito però è il solo punto che mi lasci nel dubbio, o di non avere ben afferrato il concetto del poeta, o che questi non l'avesse ben chiaro dinanzi alla mente. Tra l'esser nata per aver signoria su tutti, e l'esser conveniente ch'essa ami, non ci trovo infatti un nesso sufficiente. Nello invito ad Amore perchè pieghi quella bella donna al suo impero, ci si può ben sentire forse, velato, l'orgoglio del poeta nel pensiero ch'elia dovesse andar lieta e superba di essere da lui amata; ma ciò non basta a spiegare il complesso del concetto. E siccome dove la lettera è oscura, sia per completarla, sia per dar ragione della oscurità, fa capolino l'allegoria, potrebbe darsi che qui Dante, come fece con Beatrice e altre donne, si valesse, per nascondere (pur manifestandolo) il suo amore per la Gentucca, di espressioni che potrebbero avere un significato allegorico. E Fraticelli infatti trova la conferma che vi si alluda alla Filosofia, per ciò che questa, non sopra i cuori ma tien signoria sopra le menti degli uomini: che è però una ragione troppo debole, frequentissimi essendo anche in Dante gli esempi, ove mente trovasi usato nel significato complesso di anima, comprendente cuore insieme e intelletto; basti quel di Parad., XXXII, 64, ove Dio Le menti tutte nel suo lieto aspetto Creando, a suo piacer di grazia dota Diversamente.

In mezzo però a tutte le bellezze di questa canzone, una certa oscurità e ripetizione e intralciamento che vi si notano lasciano pur comprendere come nella trattazione del tema esclusivo di amore quel gran genio si sentisse ristretto e quasi a disagio, obbligato qual era a rannicchiare in piccolo campo vastissimi concepimenti, e provasse quindi il bisogno di spiccare quel volo più libero ed alto, che per fortuna sua e d'Italia e del mondo spiccò poi nel divino poema. E in questo infatti le oscurità sono assai più rade, e maggiore in chi legge il compiacimento del risolverle.

CHIUSA

Canzone, a' tre men rei di nostra terra
Te n'andrai anzi che tu vadi altrove :
Li due saluta, e l'altro fa che prove

Di trarlo fuor di mala setta in pria.
5 Digli che il buon col buon non prende

guerra
Prima che co' malvagi vincer prove;
Digli ch'è folle chi non si rimove,
Per tema di vergogna, da follia;

Chè quegli teme ch' ha del mal paura,
10 Per che, fuggendo l' un, l'altro si cura.

O mia canzone, tu te n'andrai, prima che altrove, ai tre meno rei della mia città: due, salutali, e il terzo pròvati prima, di trarlo dalla rea fazione cui è addetto. Digli che il • buono non prende a guerreggiare contro il buono, prima che non abbia vinto le sue prove contro i malvagi (e di malvagi ve n'ha sempre): digli che veramente stolto è colui che per timore della vergogna (che per l'implicita confessione del fallo sempre accompagna il pentimento) non si rimove dalla stoltezza: perocchè teme a ragione solo colui che ha paura del male; per lo che, fuggendo il male, si guarisce anche della paura.

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Ho messo anche questa licenza o commiato, perchè la mettono Fraticelli e Serafini, ma a me pare abbia a fare col resto come i cavoli a merenda. Nel comento all'altra canzone lo sento si d' Amor, Fraticelli dice che nelle edizioni antiche, a questa andava annessa la chiusa, Canzone, a' tre men rei, in luogo di quella ch'egli v'appose, Canzoni mia bella, se tu mi somigli. Egli operò la sostituzione appoggiato, all' autorità del codice Palatino, alla conformità di quest'ultima chiusa con la fattura della canzone cui egli l'appose, e aila necessità quindi di espungere l'altra per non fare che una canzone avesse due chiuse. E questa chiusa così espunta egli appose poi alla canzone Amor che movi, per non fare ch'essa ne restasse senza. Non è però un criterio troppo decisivo, quando vediamo senza chiusa anche le canzoni 3*, 5o e gʻ, Donna pietosa, Quant unque volte, ahi lasso, e Poscia che Amor del tutto; e per alcuni anche, Doglia mi reca nello core ardire (10"). E anche la conformità di fattura della strofe, sebbene sia la ragione più convincente, non è per altro esauriente del tutto, essendo anzi quattro sole sopra ventuno le canzoni in cui tale conformità si verifica (2, 7, 12 e 21 del Serafini), a fronte della maggioranza in cui la chiusa è più breve.

La mia opinione quindi è che la chiusa Canzon mia bella (che nelle Giunte alla Bella Mano, Firenze, 1715, trovasi col titolo, Stanza di più nella Ca.17.... Io sento sì d'Amor), altro non fosse che una variante (come ne

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abbiamo della prima quartina del sonetto Era venuta ne la mente mia), dal poeta rifiutata in cambio dell'altra, Canzone, a' tre men rei, con la quale infatti ha comuni diversi concetti (Spïa se far lo puoi della tua setta.... Chè il buon col buon sempre camera tiene.... Con rei non star). O forse, volendo lasciar l'altra dove la colloca il Fraticelli, la chiusa, Canzone, a' tre men rei potrebb'essere un frammento (come lo è l'unica stanza della canzone Si lungamente m’à tenuto Amore); ovvero commiato di canzone andata dispersa; ma dopo tutto può ben lasciarsi dov' è sempre stata, giustificando la sua disformità colle altre strofe col privilegio delle chiuse brevi, e la sua estraneità con la considerazione che qualche volta questi commiati in fine poteansi ritenere simili alle dediche dei tempi posteriori, aventi relazione più che col soggetto, con le persone a cui le opere si inviano.

Ma v'è un'ultima osservazione da fare, ed è che chiuse, come questa, tutte di endecasillabi, non si trovano, almeno in Dante, se non a canzoni pure di endecasillabi, come (lasciando le due, Donne, che avete, e Morte, poich' io non trovo, ove le chiuse son fatte di strofe identiche), Voi che intendendo e Amor, tu vedi ben (6 e 18 Serafini), ove, a strofe di tredici e dodici versi, corrispondono chiuse di nove e di sei; e solo nella canzone 20" La dispietata mente, a strofe di dodici endecasillabi e un unico settenario corrisponde una chiusa di tutti endecasillabi, ma in numero di soli tre. Onde riesce poco verosimile che la chiusa Canzone, a' tre men rei, di ben dieci endecasillabi, si applicasse a canzoni, come Amor che mori, o lo sento si d’Amor, aventi strofe di quindici e sedici versi contenenti non uno, ma quattro e due settenari; e però in desinitiva conchiudo che il meglio da fare sarebbe di non metterla a nessuna, e presentarla invece come chiusa di canzone dispersa.

Spiacemi a questo riguardo di rilevare nel Seratini (o nel suo editore) una fila d'incongruenze, sulle quali non posso non mettere in guardia il lettore. Comincia col dire che « questa chiusa si trova di soverchio nella Canzone terza ». Dovea dire, quindicesima; e non, che vi si trova di soVerchio, ma che vi si troverebbe, se (come cominciò a farlo solo il Fraticelli) vi si aggiungesse la chiusa che trovasi a parte nella Bella Mano. « Questa Canzone non potea mancare di chiusa », O perchè no, se ne mancano altre tre o quattro ? « e la seguente contro l'usanza comune non ne poteva aver due ». Ma nessuno si è sognato di dargliene due: basta lasciarvi quella sola che ha sempre avuto, Canzon mia bella, secondo il Palatino, Canzone, a’tre inen rei, secondo tutti gli altri. « Tale chiusa per la tessitura de' versi può stare, e per la rispondenza di rime sta bene a questa, ma non alla seguente Canzone». Ma, a parte quello che osservai da ultimo della sua disarmonia con entrambe per la misura dei versi, se è di quelle chiuse che io sopra chiamai brevi, tanto potrebbe stare con l'una come con l'al

tra, non avendo nè con l'una nè con l'altra nessuna rispondenza di rime, come non l'ha di concetto. E rispondendo su quest'ultimo punto al Giuliani che in ciò la pensa come me, il Serafini crede dire una ragione ripetendo che la canzone Amor che movi « manca del commiato che l'Alighieri generalmente aggiunge alle sue Canzoni». Ora generalmente non vuol dir sempre. Nè sarebbe una trovata molto critica metterla qui per non sapere ove metterla altrove. E continua ripetendo non esser « vero che la forma di questa chiusa non abbia relazione a questa Canzone, bastandoci notare la corrispondenza delle rime». E daccapo! ma dov'è questa corrispondenza? Si vede che l'ha confusa con quella, che infatti c'è tutta, dell'altra canzone lo sento si ďAmor, con la chiusa, Canzon mia bella. A provare poi la relazione del concetto conclude «che nella chiusa la Canzone ha due scopi, uno diretto e l'altro indiretto, e quest'ultimo è quello di trarre di mala setta uno de' tre Fiorentini salvo noi ». Salvo noi? « La Canzone è destinata altrove, e non a costoro ». Benissimo. Essa dunque dovea prima andare a Firenze a convertire al ghibellinismo un amico di Dante, e poi, per un di più, tornare in Casentino ad ammansare la sua bella: viaggio di piacere, di andata e ritorno. « La chiusa poi dev'essere di Dante, perchè ne ha lo stile e i concetti, e perchè dalle antiche edizioni era apposta ad una sua Canzone » O perchè non dire addirittura, qui come addietro, alla canzone lo sento si d' Amor? Ma che sia di Dante, questo lo ammetto; onde non approvo il Costèro che non le dà nessun luogo. Si fa poi la questione: « Se non si aggiunge a questa Canzone, a quale altra l'aggiungeremo ? » O bella! Non vi sono tre o quattro altre canzoni senza chiusa? E se le prime due si possono escludere, cantando di Beatrice, mentre la chiusa sembra appartenere all'esilio, non vi sono le altre due che sono delle morali? Ma di queste il Serafini non si occupa (e, senza volerlo, fa bene perchè anche quelle due son troppo ripiene di settenarii per ammettere una chiusa tutta di endecasillabi), bensì si domanda : « Forse ad una delle nove morali perdute? Sarebbe un metodo facile di sciogliere le difficoltà. Ma osta il fatto che questa chiusa fu scritta da Dante allorchè non era in Fiorenza ». O chi gli dice che tutte quelle nove canzoni (notate) perdute, come le due senza chiusa non perdute, dovessero proprio essere da Dante composte in Firenze? – È curiosissimo poi il modo con cui determina che chiusa (Canzone, a' tre men rei) e canzone (Amor che movi) devono essere state scritte ai principii del 1307 « quando l'Alighieri non avea del tutto separato uno de' tre men rei fiorentini dai due che poi disse i due giusti che in Fiorenza non erano intesi ». Ora, questo, Dante lo dice nel VI d' Inf., 73, e quel canto non può argomentarsi altro se non che sia stato scritto molto dopo il trionfo dei Neri, per quell'Alto terrà lungo tempo le fronti; ma che lo sia poi nel 1305, 06, o 10, questo non si può dar

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