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una parola o espressione semplice, ovvia e familiare ad un'altra arcaica strana e non usata o poco familiare. Or bene: e non sarà questo il caso nostro, di cotest'uo' che l'uso lasciò cadere?

Torniamo al Witte. Non è qui inopportuno ricordare il singolar bivio in che venne a trovarsi co' suoi quattro “ autorevoli testi a penna , il dantista alemanno: di contro cioè al Santa Croce e al berlinese che gli offrivano la comune lezione uopo aprirmi, il vaticano e il Caetani (almeno per quant'egli allora ne sapeva) riferivano la variante nostra uo' ch' aprir mi. Chi escogitò il principio Difficilior lectio potior non avrebbe dovuto trovar crudele un simile bivio; non v'è alcuno infatti che non abbia per più facile quella tra le due che, per ciò appunto, divenne la comune, anzi la universal lezione: or questa è invece proprio quella stessa che anche il Witte accolse nel suo testo! Vero è che, com'egli seppe da poi, il codice Caetani legge (?) quivi non t'è d'uo' aprirmi (il De Romanis però, che l'ebbe sott'occhio per la propria edizione, scriveva a questo proposito: “ sembra sia stato cassato rità avanti l'aprirmi ), e il Witte sarebbe quindi rimasto con l'auto" il ch d’un sol codice, il vaticano; ma è pur vero che con l'autorità d'uno soltanto de quattro suoi (ch'è quasi sempre il Santa Croce) egli introdusse nel suo testo moltissime lezioni, ben centocinquantacinque delle quali sono di non lieve valore e, fra queste, io ne riscontrai proprio undici sorrette dall'autorità del solo codice vaticano. Duplice ragione poi egli avrebbe avuto accettando l'uo' ch’aprirmi: anzitutto quella difficoltà d'interpretazione, o meglio inopportunità per il concetto quivi espresso, che vedemmo riscontrarvi i commentatori e critici recenti tutti, non escluso lo stesso Zani de' Ferranti; in secondo luogo quella forma tronca uo' che dovette sembrare un arcaismo al Witte non meno che agli amanuensi. I quali tuttavia (ed è per noi degno di singolare osservazione), se vollero toglierle il carattere antiquato, la mutarono quasi sempre in uopo o, meglio, ne fecero semplicemente Una voce piana (per dar posto alla quale, nel verso, si sacrificò il che); ciò

prova adunque che di que' tempi codesta forma, oggi tant’ostica, non era quasi mai frantesa : rari sono infatti i codici ne' quali (e parrà all'età nostra assai meno inesplicabile, anzi assai piú naturale) quell'uo' o vo' divenne un voglio o vol o anche vorria. Coteste forme del verbo volere appaiono in cinque soli de’ 233 codici ricordati dal Moore; ed a que cinque io posso oggi aggiungere il codice bergamasco (Grumelli) in cui anche il tuo del nostro verso s'è mutato in mio (e non

ragione, appresso al voglio, poiché non possa uno voler lui stesso

o spiegare l'altrui talento), cosí che n'è venuta la lezione, rara quanto poco invidiabile:

Piú non ti voglio aprir lo mio talento ! Ed ora passiamo a vedere quali codici offrono la lezione dell'esa

senza aprire

minato verso da noi difesa: dico quali a bello studio, poiché nei casi in cui la concordanza non sia presso che universale, si dovrà sempre stare all'autorità de' codici migliori e non del piú fra essi tutti.

Benché dal Foscolo al Witte e dallo Scartazzini al Moore, questa osservazione sia stata soventi volte ripetuta io non credo qui inutile soggiungervi un corollario, ch'è frutto de' recentissimi studi su' testi a penna. Se delle due centinaia di quelli che il Moore cita, della trentina di riccardiani consultati già dal Morpurgo per la Società dantesca italiana (Bullettino, n. 13 e 14, giugno 1893) e della ventina di codici veneti a quest'uopo stesso finora da me esaminati, se, dico, di questi dugentocinquanta codici il maggior numero legge, per esempio (Purg., XIII, 3):

Lo nome (monte) che salendo altrui dismala (Riccardiani 16 su 26), o altrove (ivi, XXII, 105):

Ch'ha sempre le mitrie (nutrici) nostre seco [Riccardiani 16 su 26; Veneti 10 su 19), od anche (ivi, XVIII, 83):

Pietola piú che nulla (villa) mantovana

[Moore, 102 su 203; Riccardiani 19 su 27; Veneti 11 su 19), o in fine (Inf., XXXIII, 26):

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(Moore 128 su 247; Riccardiani 16 su 31; Veneti 10 su 20 e cfr. Barlow, Contrib. to the study, ecc., 75 su 147]; se possiam anzi ri. tenere che tali proporzioni non guari in meglio si muteranno quando tutti i cinquecento manoscritti della Commedia siano quivi esplorati, chi vorrà credere che, non pure un testo critico, ma la piú dozzinale tra le edizioni avvenire del poema accoglierà una sola di coteste lezioni ?

Torniam ora a noi. Il Moore prende cosí a ragionare della nostra variante nella sua Collazione e discussione di passi scelti: “ Io sono " inclinato a dare un'assoluta preferenza alla lezione t'è uopo aprirmi

(omettendo il che), sebbene essa non sia quella del piú tra’mano- scritti esaminati ,,. Un solo terzo infatti tra questi la offre : settantasette codici leggono cioè t'è uopo aprirmi (o aprire) e centoquaranta t'è nopo ch’aprirmi (o ch’aprire). Ora, se a queste cifre aggiungiamo dall'una e dall'altra parte que codici che presso il Moore stesso presentano alcun'altra varietà di lezione, ma che all'una o all'altra delle riferite possono ridursi ; se vi aggiungiamo quelli che lo Scarabelli consultò per l'edizione del Lambertino, detraendo pure dal suo novero i già citati in quello del Moore; se quest'ultimo novero poi si corregga per quanto riguarda i testi citativi sulla fede altrui (del Sicca e del Vi. viani, cioè, che il Vivarini, della p. 685 è un error tipografico); se

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terremo conto in fine del contributo che quivi arrecano i codici veneziani, nessuno de' quali il Moore vide, i codici veneti tutti anzi, de' quali egli vide il solo Trivigiano, muteremo il settantasette di lui in ottantadue e il centoquaranta in centonovantatre Su dugentosettantacinque manoscritti, cioè, ottantadue riferiscono la lezione comune alle stampe e centonovantatré la preferita da noi; anche qui adunque possiam ripetere, senza tema d'andar guari errati, che quando tutti i codici danteschi esistenti saranno consultati, non verrà alterata cotesta proporzione: de' testi a penna, cioè, rispetto al centinaio, per esempio, non piú di trenta offriranno la lezione t'è uopo aprirmi, mentre ben settanta leggeranno con noi t'è uo' ch'aprirmi.

Mi correrebbe ora l'obbligo di provare che non solo di gran lunga il piú, bensí anche de' codici il meglio offre la nostra lezione: ma dov'è cotesto meglio se non si conosce finora, per attestazione anche del Moore (p. xliii), “ né un codice solo né un gruppo di codici che possegga una distinta e indiscutibile autorità ?

Io non posso tuttavia tacere i risultati d'alcuna mia osservazione a questo proposito.

Di que' diciassette codici che il Täuber avrebbe per capostipiti, cinque soli ricorrono nel novero del Moore (Bat. 366, 374, 454, 455 e 464); orbene, sol uno di questi (il 374) ha per il nostro verso la lezione comune alle stampe; ed hanno la nostra invece, insieme co' quattro quivi rimanenti, anche quei quattro di data certamente anteriore al 1350 citati dal Täuber nel suo lavoro (I capostipiti, p. 2: il Bat

. 465 non appare presso il Moore); e l'hanno pure undici fra quindici di quella trentina che, secondo il Negroni, essendo anteriori al 1350, dovrebbero costituir l'unico fondamento al futuro testo critico (Sul testo della divina Commedia, pp. 23-32).

Di famiglie adunque d'un'autorità superiore ad ogni sospetto non si può per anco parlare se epur mai se ne parlerà. A questo riguardo non regna certamente la concordia nella Famiglia' vaticana del Moore, che il Täuber intitola dal Boccaccio: se fra i sette mss. che questi le assegna tutti quei quattro collazionati dal Moore, tutti dico, offrono la nostra lezione; della trentina che invece annovera nella Famiglia vaticana il dantista inglese, l'una metà legge quivi uopo aprirmi, l'altra uopo ch’aprirmi, Trattandosi d'un gruppo di codici i quali

, come nota il Moore, “hanno per fondamento un buon testo.... che.... pro" babilmente conservò il carattere dell'originale con purezza meglio che

noi dobbiamo essere, e siamo, a bastanza lieti di trovarvi in una metà la men familiare e meno intelligibile nostra lezione; ma non vogliamo tacere anche un altro esame.

È noto che il Witte, non riuscendo a “ rintracciare con evidenza

capi delle famiglie di codici, per cosí dire, i patriarchi , , scelse que' soli “ pochi che offrono la lezione piú primitiva e piú corretta, .... che, invece delle lezioni secondarie e facili, danno regolarmente le

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comune

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Giornale dantesco.

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“primitive , (Prolegomeni, p. LXXV e cfr. MOORE, Prolegomena, p. xxxi e 557): ventisei furono i manoscritti che entrarono a formare questa prima classe del dantista alemanno. Or dunque diciannove di quegli autorevoli testi a penna furono esaminati dal Moore per la nostra variante, e ben quattordici leggono quivi uopo od uo' ch’aprirmi. Con tutto cid io dubito ancora che, se invece de' soli quattro suoi, il Witte avesse potuto porre a fondamento della sua edizione, come avrebbe desiderato, tutti que' ventisei testi, io dubito ancora, dico, ch'egli volesse accogliervi la nostra variante; e non credo con ciò d'offender punto la venerata memoria di lui. Il Moore stesso, per esempio, che lesse ch' aprirmi in due terzi di que' manoscritti con la cui completa collazione ci diede la intera cantica dell'Inferno, anche il Moore accolse nel suo testo la lezione comune a tutte l'altre edizioni!

Se, da quanto siamo venuti fin qui osservando, sia ora lecito trarre qualche conseguenza pratica e decisiva io ancora non so; ben mi sembra però di poterne a ogni modo dedurre per il caso nostro questa conclusione: sempre fra i testi a penna che leggono quivi uo' ch’aprirmi, s'annoverano i piú autorevoli e i piú antichi. Oltre al numero adunque senza confronto maggiore, anche l'età piú remota e la maggiore autorità de' testi a penna che riferiscono la nostra lezione, conferirebbe ad avvalorarla.

A quest'uopo stesso, ancor meglio che quella dei codici, mi sembra varrebbe la testimonianza degl'interpreti antichi; i quali dovettero infatti meditare sovra quelle lezioni che i copisti, il piú spesso con pochi agi e molta fretta, trascrivevano come che si fosse, errando alterando e deturpando il testo del poema per aggrovigliar cosí quelle matasse che i posteri si discervellassero poi a dipanare. Dacché principiarono le edizioni della Commedia non troviamo fra' commentatori se non il Daniello che leggesse nel testo la nostra variante: chiosava quivi infatti, nel 1568 : “.... egli è tanto grande il desiderio ch'io hò d'ubi“ dirti et sodissar al tuo volere, che se di già ubidito ti hauessi mi

parrebbe essere stato tardi. Adunqne Non ti è huopo, non fà mestieri, " non bisogna piú che tu mi apra, et dimostri il tuo desiderio e volere ,

Vero è che se il Moore non avesse annoverato, fra' commentatori antichi i quali accolsero la lezione da lui rifiutata, anche il Daniello, io francamente non avrei qui veduto che una chiosa alla lezion comune: il non bisogna più che tu mi apra , è infatti tanto lontano dal “ “ bisogna piú oltre che aprirmi [e l'hai già fatto] ,, quanto vicino al non bisogna che piú oltre tu mi apra il tuo talento

Il Landino e il Vellutello invece ebbero certamente sott'occhio l'altra lezione e non sospettarono né meno quivi una variante; ma questo si spiega riflettendo che, da una infuori, tutte le edizioni già d'allora presentavano quivi appunto la lezione che fu comune sempre anche di poi alle stampe. Noi dobbiamo dunque risalire piú a dietro,

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non

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a' tempi cioè ne' quali la corruzione del testo non ancora era riprodotta all'infinito e divenuta dogma di fede nelle stampe: ivi soltanto, nell'esegesi di chi ebbe la necessità e la possibilità di valersi unicamente dei codici, e fra questi dovette scegliere i migliori, ivi soltanto potremo trovare l'autorità che aggiunga valore alla lezione da noi preferita. Risaliremo anche qui da' meno a' piú antichi.

Di verso la metà del secolo decimoquinto (1440?), quando però erano ancor lontane le prime edizioni della Commedia, l'erudito bergamasco Guiniforte Barziza, o delli Bargigi, cosí parafrasava la nostra terzina : “.... cioè tanto m'aggrada il tuo comandamento che l'ubbi“ dir mi è tardi, ancora se già fosse; cioè tanto m’aggrada il tuo co“ mandamento, che se già fosse adempiuto, ancor mi parrebbe tardi : " piú non ti è uopo, a te altro non bisogna che aprirmi il tuo talento

Similmente un tre quarti di secolo prima (1393), Francesco da Buti aveva esposto con poco piú che semplice parafrasi il luogo dantesco, che leggesi nell'edizione non privo d'alcun errore: “ Tanto m'ag.

: grada il tuo comandamento ; cioè tanto piace, che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi ; cioè se ora t'ubbidissi, mi parrebbe avere troppo " tardato. E per questo possiamo notare che allegoricamente l'autore “ vuole mostrare quanto la nostra ragione da sé è presta ad ubbidire “i comandamenti della santa Teologia. Piú non t'è uopo aprirmi [sic] il tuo talento ; cioè non t'è piú mestieri che manifestarmi il tuo piacere, ch'io sono apparecchiato ad ubbidire

Nel decennio in che Dante mori, Jacopo della Lana (1328?) offriva a cotesto luogo una chiosa che aggiungerebbe valore alla lezione comune del nostro verso: la riferisco, facendola seguire dalla chiosa latina inedita del codice Grumelli (Biblioteca civica di Bergamo), assai diverso qui dal Lanèo e dal testo degli altri codici che serbano la traduzione del Da Rosciate:

“ Cioè che [Virgilio) era disposto a ciò che bisognava, e che non “ li facea piú mestieri avrirli lo suo parere , (Ediz. Scarab.).

uirgilius dicens beatrici tuum preceptum est mihi quam plurimum acceptabile, et protanto sum obedire paratus quod si ad huc “de tua sede tardius te mouisses ut succursum traderes tuo dilecto (cfr. Inf., II, 64-66] non plus opporteret tuam (quam?] mihi pandere tuam (bis) uoluntatem, quia in liec sum dispositus quecumque tibi

cum effectu fideliter percomplere , (Cod. Grumelli). Nel testo italiano lo Scarabelli suppone il difetto d'un che [latino quam] dinanzi ad avrirli; per quanto però a me possa giovare l'ipotesi, io voglio riprodurre qui la lezione del Lanèo qual è nel codice italiano 73 della Bibliothéque Nationale di Parigi, e ne vo debitore alla ricordata gentilezza del signor Aurray: Piú non me uuo ch’aprirmi il tuo talento .... Cioè ch' era tucto disposto da ciò che bisognava et "che non li era mestieri d’aprirli più lo suo volere ».

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