Slike stranica
PDF
ePub

IV.

Presentacio confininm mensis Marcij ser Gracioli de Banbaglolis

(27 marzo, 1335).

In Christi nomine amen. Anno eiusdem nativitatis millesimo trecentesimo trigesimo quinto, Indictione tercia, die XXVII mensis Martii, regnante Serenissimo principe Domino Roberto Dei gracia Jerusalem et Sicilie Rege. Ego Nicolaus notarius infrascriptus, simul cum infrascriptis testibus, cognovi et vidi discretum virum dominum Graciolum de Bambaiolis de Bononia Regii Capitanei civitatis Neapolitane Vicarium habitare et esse in civitate predicta; ad cuius domini Gracioli instanciam et mandatum de habitacione et residencia ejus in civitate predicta hoc presens confeci publicum instrumentum. Actum Neapoli, in palacio Domini Capitanei predicti, presentibus Domino Manfredo comite Sartiani, notario Perotto filio judicis Martino Coppe de Neapoli, Francescino de Lando de Placencia, Johanello filio Errarii et Johanne de Parma familiare dicti domini Capitanei testibus ad hec vocatis et rogatis.

Ego Nicolaus de Albertis de Tergesto Imperiali auctoritate notarius predictis omnibus interfui et rogatus predicta scribere scripsi et roboravi et interlineavi.

Die XII mensis aprilis productum fuit per d. Laurentium de Bonacchaptis.

CHIOSE DANTESCHE

BATTE COL REMO QUALUNQUE S'ADAGIA

Inf., III, 111.

Il prof. Oreste Antognoni in un elegante volumetto, stampato in questi giorni dal Giusti di Livorno, ha pubblicato un saggio di studi sopra la Commedia dantesca, del quale io ho già dato notizia intera ai lettori nel III quaderno di questo Giornale. In uno di quegli studi l'autore si propone di togliere la contradizione che vi è tra il verso sopra citato, in cui l'adagiarsi devesi interpretare, secondo lui e secondo molti commentatori, per indugiarsi, e gli altri versi, che si riferiscono pure alle anime de' dannati al passaggio dell' Acheronte, ne' quali e Dante domanda :

qual costume
le fa parer di trapassar si pronte,

Inf., III, 73, 4.

e Virgilio più tardi risponde :

E pronti sono a trapassar lo rio,

che la divina giustizia li sprona,
si che la tema si volge in desio.

Inf., III, 124-6.

L'Antognoni rigetta l'interpretazione di coloro che spiegano l'adagiarsi non per indugiarsi, ma per sedersi o coricarsi, poichè chi interpreta così, egli osserva, intende che Caronte battesse le anime, entrate nella barca, affinchè, levandosi, lasciassero posto alle altre. Ebbene « come mai, dice egli, Dante, il quale ancora non ha visto le anime gittarsi di quel lito nella barca (scena che ci descriverà con la famosa immagine virgiliana delle foglie che secche si staccan dall' albero), poteva pensare a un atto che suppone le anime entrate non solo in parte, ma in tanto numero, che ci bisognasse occupar tutto lo spazio disponibile ? » E più oltre: « Sarebbe infine curioso che proprio si raccogliessero a ogni viaggio di Caronte quante anime bastano per far piena la sua barca e che questa si riempisse esattamente in modo che vi dovessero occupare il minor posto possibile ». Perciò, pur non potendo negare che il verbo adagiarsi ha, nella nostra lingua antica eziandio, il senso di posarsi, l’ Antognoni ricerca nella divina Commedia l'uso che altre volte il poeta ha fatto della stessa parola, e pone a riscontro col passo sopra citato dell'Inferno questo del Purgatorio :

Ma perchè dentro a tuo voler t'adage

XXV, 28.

Nel quale, allargando l'interpretazione del Torelli, trova nell' adagiarsi il senso di penetrare, e conclude che adagiarsi ha quindi nel poema senso di moto e non di stato, vale cioè muoversi adagio, lentamente.

tra

Accettata cosi la prima interpretazione del verso, egli toglie la contradizione, facendo osservare che le anime sono pronte a trapassare il fiume, pronte cioè nel senso di parate, ma che il dolore le fa indugiare alcun poco.

A ne sembra ingegnosa la dimostrazione dell'Antognoni, na francamente, a togliere la contradizione trovo invece più giusto basarsi in parte proprio sull'interpretazione ch'egli rigetta. In dico: Le anime sono pronte, cioè sollecite, non soltanto preparate, a passare il fiume, perchè le sprona la divina giustizia e la tema si volge in desio; ma, dovendo scen. dere nella barca ad una ad una, conviene che, pure ardentemente desiderando d'essere gheitate, attendano ciascuna la propria volta. Nell' attendere possono mettersi a loro agio? possono cioè riposarsi ? No, che debbono soffrire fin da questo momento. Sarebbe bella che le anime de' dannati potessero stare ad agio loro. Non occorre che Caronte desideri che lascino maggior posto nella barca, nè si comprenderebbe ciò, come ben dimostra l'Antognoni; ma le anime lasse, vuoi nella barca, vuoi sul lido, attendendo, vorrebbero posarsi.

Cosi non solo mi pare tolta la contradizione, ma mi pare che si possa sicuramente lasciare al vocabolo adagiarsi il suo incontrastabile significato di posarsi, senza ricorrere ad interpretazioni difficili e, diciamolo pure, un po' troppo sottili.

Se questa mia interpretazione incontrerà il favore dei dantisti, il merito non è mio, ma dell' Antognoni, che mi ha fatto ripensare col suo bel volumetto al verso I del III del. l' Inferno.

Tempio, Maggio, 1893.

G. MARUFFI

VARIETÀ

IL “ S AT AN A ,, DI DAN TE.

Era ben da prevedersi che la spiegazione da me data del Satana di Dante, benchè si logica e naturale, dovesse incontrare in sul principio una certa ripugnanza. E, di fatto, il Bollettino di Foggia, de 4 del corrente mese, in un articolo firmato C. Capuano, ne parla come se si trattasse di una fantasticaggine, che perciò nulla avrebbe di reale o di concreio. Fa, quindi, di mestieri una risposta; ed eccomi qui pronto a darla subito.

Per Dante, anche il diavolo è « loico » (Inf., XXVII, 41): e che logica ! la più terribile ed internale!

Allorchè, nel 1862, sono ormai decorsi oltre a 30 anni!... in Bari delle Puglie io m'ebbi la prima volta tra mani « Dante e la filosofia cattolica del tredicesimo secolo » di A. F. Ozanam, nella versione italiana di Pietro Molinelli (Napoli, 1842), giunto in fine alla parte seconda, capitolo II, mi soffermarono meditabondo le seguenti parole, dettate da tanta profondità di pensiero e con tanta pienezza di sentimento:

Legioni innumerevoli stanno o ai luoghi clevati della città dolente o in diverse parti, e ricevono dilettamento dallo spettacolo terribile che reciprocamente si danno (Inf. VIII, 28; XXI. Cfr. S. Tommaso, 1, 9, 63, art. 9). Ma queste legioni dipendono da un solo padrone, che è il primogenito, già il più bello tra' spiriti, e che ora è la pura volontà, che cerca soltanto il male, la fonte d'ogni dolore, il vecchio nemico della umanità (Inf. XXXIV, 6). Trista e bugiarda parodia della divinità, imperatore del regno de' dolori, egli ha il suo trono di ghiaccio in un punto che è il mezzo e il fondo dell'abisso, attorno al quale stanno in diversi ordini !e nove geracchie de' reprobi; sul quale posa tutto il sistema dell'iniquità (Purg. XIV, 49; Inf. XXXIV, 10, 13, 15). Il peccato e il dolore, che per le anime sono ciò che è la gravezza del corpo, lui hanno precipitato dove è il centro istesso della terra, a cui pendono tutti i corpi. La generale gravitazione lo avvolge, pesa sovr' esso, da tutte le parti lo stringe; il suo delitto fu di voler attirare a sè tutte le creature; la pena è di essere oppresso sotto il peso della creazione » (Inf. XXXIV, t. 7, 10, 30; Parad., XXIX, 19).

E anche oggi nel rileggere questa pagina esclamo: stupenda !

a In questa ardita immagine (annota il traduttore) che Dante traccia di Lucifero, dob. biamo notare le tre facce che gli attribuisce e che richiamano la triplice Ecate dell'antica mitologia ».

È una ipotesi che ho esclusa, perchè la triforme Dea (Cinzia, cioè, nel cielo, Diana ne' boschi ed Ecate nell'inferno) è concezione pagana ; e Dante invece, su le ale dell' ontologia cristiana, poggia su le vette più eccelse della rivelazione.

• Pure, una più profonda intenzione (il traduttore ripiglia) pare si riveli ne' tre colori che dà a questa triplice figura, opposti a' tre colori de' cerchi misteriosi, dove vedremo raffigurata la divina Trinità. Il commento di Jacopo da Dante offre su questo punto una spiegazione simbolica, che nella sua originalità ci parve degna d'interesse ». (Nota a pag. 84).

E le parole testuali di Jacopo, figliuol di Dante, suonano cosi:

Queste tre facce significano le tre impotenzie che ha Lucifero, da cui nasce ogni male, e sono contrarie alle tre parti che ha Iddio. La prima parte che ha Iddio si è prudenzia, per la quale provvede e coordina ogni cosa: contro questa ha Lucifero ignoranza, cioè che niuna cosa conosce e discerne; e questo significa la faccia nera. La seconda parte che ha Iddio si è amore, lo quale gli fece fare tutto il mondo e reggere e mantenere : contro questa ha Lucifero odio e invidia, per la quale tutto il mondo corrompe a mal fare ; e questo significa la faccia rossa. La terza cosa che ha Iddio, si è la potenzia, colla quale l'eterne cose e tutte quelle del mondo governa come a lui piace e siccome vuole ragione e giustizia: contro questa si ba Lucifero debolezza e impotenzia, cioè che non può fare niente; e questo signi. fica la faccia tra bianca e gialla ». (Ivi).

Ecco il vero Satana! io dissi: nè vi può essere alcuua altra spiegazione. E la opinione di Jacopo è altresi avvalorata da due padri e dottori della Chiesa, che sono san Bonaventura nel suo Compendium (II, 23) e san Tomaso nella sua Somma (1 q. 64 art. 4). È un cumolo di prove evidenti ed ineluttabili, contro cui si frangono tutte le chimere, più o meno paradossali ed inconcludenti. E dinanzi a tanta sapienza poetica e teologica, conviene che ogni critico, sia pure il più schivo, umilmente s'inchini, dappoichè con si chiaro modo di argomentare non si lotta.

Non fu dunque una semplice congettura la mia : è storia di fatti e di dottrine, quali risultano limpidamente da uno studio comparato del decimoterzo secolo.

Vi fu chi disse: Satana fu da Dante così collocato nel centro della terra, quasi per fare un riscontro alla statua del monte Ida : opinione da me egualmente ripudiata, dappoichè, per concetto e forma, sono a distanza immensa fra loro, nè punto conciliabili. Ed invero: che cosa simboleggia la statua del monte Ida? Lo stesso Jacopo cosi ce ne ammaestra :

« Da considerare è che questo vecchio significa e figura tutta l'etade e 'l corso del mondo e tutto lo 'mperio e la vita degl' imperatori e de' principi dal cominciamento del regno di Saturno infino a questi tempi .... Vuol l'autore dimostrare come lo 'mperio, essendo tra gli pagani e nelle parti d'Oriente, fu trasportato tra gli Greci .... poi fu trasportato lo 'm. perio dagli Greci nelli Romani; e però dice l'autore che questo vecchio volge il dosso inver Damiata, la quale è in Oriente, e guata Roma, cioè verso Occidente » (in nota a pag. 78).

Jacopo, anche per l'Ozanam, è a l'erede delle tradizioni paterne » (pag. 56;; e quindi, allorchè parla il figlio a me pare di sentire il padre, che spiegando il significato simbolico delle sue dottrine a tutti se ne fa rivelatore e maestro. Come dunque non aggiustargli piena fede? Al modo stesso, Riccardo da san Vittore (nel suo libro De Erudit. int. hom., lib. I, cap. I) spiega il sogno di Nabuccodonosor, da cui quella immagine dantesca è tolta. Anche qui v'ha dunque consonanza ed armonia perfetta. Se non che, la statua del monte Ida non ha nulla di comune col Satana di Dante, dappoichè, se questa è l'antitesi della divinità, quella invece è la esemplificazione di tutto l'uman genere, ch' è rimasto come pietrificato nella memoria de' tempi.

[merged small][merged small][ocr errors][merged small][merged small]

Alberto Buscaino-Campo. Dante e il potere temporale dei papi.

1893, in 16°, di pagg. 14.

Trapani, tip. Messina,

L’autore combatte con questo interessante opuscolo gli scrittori clericali che hanno tentato di snaturare le teoriche dell'Alighieri intorno al potere temporale de' papi, per togliere dal numero degli avversari l'autorità del sommo poeta.

A sostegno del proprio assunto, il Buscaino-Campo raccosta passi degli Evangeli con altri della divina Commedia e del De Monarchia, dall'analisi de' quali riesce al commento del noto passo del canto XVI del Purgatorio: Soleva Roma, che il buon mondo feo. Risolve e respinge le obbiezioni sollevate in proposito, che Dante non abbia accennato per nulla al poter temporale; che abbia invece soltanto deplorato la confusione delle due autorità supreme (papato ed impero) in un'unica persona; che il minuscolo dominio pontificio non desse ragione di attribuirgli impedimento a Cesare di ben governare l'Italia; che Dante, fra le altre cose, abbia lodato Carlo Magno di avere soccorso la Chiesa contro le invasioni longobarde, etc. L'autore invoca eziandio l'autorità de' contemporanei o de' poco posteriori, ripor

« PrethodnaNastavi »