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Del Lungo Isidoro. Pagine letterarie e ricordi, Firenze, G. C. Sansoni, editore, (tip. di G. Carnesecchi e figli), 1893, in 16.° (Dall' editore).

Durand-Fardel Mas. Dante Alighieri. Paris, P. Ollendorf, editeur, (tip. Chamerot et Renouard), 1893. (Dall'editore).

Imbriani Vittorio. Studi danteschi, con prefazione di F. Zocco. Firenze, G. C. Sansoni, editore (tip. di G. Carnesecchi e figli), 1891, in 16.° (Dall'editore).

Inguagiato Vincenzina. Dantes Xristi Vertagus: conferenza letta nel Circolo Empedope di Girgenti, tip. Farmica e Gaglio, 1893, in 8.° (Dall'autrice).

Marozzi Raffaele. - Una lettera sopra l'ortografia dantesca. Siena, stab. tip. Nava, 1890, in 18.° (Dall'autore).

Morpurgo S. I manoscritti della r. Biblioteca Riccardiana di Firenze. Vol. I, fasc. 1o. Roma, presso i princ. librai (Prato, tip. Giachetti) 1893, in 8o. (Dal Ministero dell'Istruzione).

I codici riccardiani della divina Commedia. Firenze, tip. di S. Landi, 1893, in 8'. (Dall'autore).

Nottola Umberto. - Studi sul canzoniere di Gino da Pistoja. Milano, tip. nazionale di V. Ramperti, 1893, in 8°. (Dall'autore).

Petrosillo Raffaele. A proposito di una conferenza sulla divina Comedia. Milano, stab. tip. Insubria, dell'editore C. Aliprandi, 1893, in 8.0 (Dal prof. G. Franciosi).

Ravazzini Emiliano. Trisenso della lonza, del leone e della lupa nella divina Commedia. Reggio Emilia, tip. operaia, 1893, in 16.0 (Dall'autore).

Scartazzini G. A. Prolegomeni della divina Commedia. Introduzione allo studio di Dante Alighieri e delle sue opere. Leipzig, F. A. Brockhaus, 1990, in 16.0 (Dall' autore).

Bindo Bonichi da Siena e le sue rime. Torino, E. Loescher, 1893, in

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Vaooheri G. G. e C. Bertaochi. Cosmografia della divina Commedia. La visione di Dante Alighieri considerata nello spazio e nel tempo. Torino, tip. editr. G. Candeletti, 1881, in 8.° (Dal dr. C. Bertacchi).

Proprietà letteraria.

Venezia, Prem. Stab. tipografico dei Fratelli Visentini, 1893.

LEO S. Olschki, edit. e propr.

G. L. PASSERINI, direttore.

Massaggia Luigi, gcrente respons.

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Il Poletto poi passa ad esaminare altri luoghi della Monarchia, sulle concessioni dell'imperatore Costantino, l'indisposizione sua nel dare e l'indisposizione della chiesa a ricevere : « Modo dico » sic: Aut ille Imperator erat, cum dicitur Ecclesiae contulisse

(cioè Romam cum multis aliis imperii dignitatibus), aut non; et si » non, planum est quod nihil poterat de Imperio conferre. Si sic, » quum talis collatio esset minoratio jurisdictionis, in quantumn Impe» rator, hoc facere non poterat. Amplius, si unus Imperator aliquam

particulam ab Imperii jurisdictione discindere posset, eadem ra» tione et alius. Et quum Iurisdictio temporalis finita sit, et omne » finitum per finitas decisiones absumatur, sequeretur, quod Iuri» sdictio prima posset annihilari : quod est irrationabile ». In questo passo Dante insegna che l'imperatore non poteva in nessun modo donare ad altri Roma, nemmeno se si fosse riservato su di essa l'alto dominio imperiale, perchè il donare in qualsiasi modo Roma • ad altri sarebbe stato un minorare e uno scindere l'impero. Al

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I Vedi il quaderno IV, pag. 145.

Giornale Dantesco

16

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passo : « « Quare si Ecclesia recipere non poterat, dato quod Con» stantinus hoc facere potuisset de se; actio tamen illa (di cederle

parte della sua giurisdizione) non erat possibilis, propter patientis

indispositionem. Patet igitur quod nec Ecclesia recipere per mo» dum possessionis, nec ille conferre per modum alienationis poterat » il Poletto commenta : « Da queste ultime parole rampolla evi» dente che, ove si fosse trovato un modo da evitare da parte della » Chiesa la possessione, e da parte dell'Impero l'alienazione (che » è quanto dire 'minorazione di giurisdizione) Dante ammette che

l'Impero poteva legittimamente dare alla Chiesa un Patrimonio » territoriale, e la Chiesa poteva legittimamente accettarlo e pos» sederlo. Credo che nessuno potrebbe impugnare la verità di » questa mia deduzione che scaturisce dalle premesse di Dante, » anche se l'Autore avesse qui interrotto la trattazione del suo ar» gomento », lo invece dico che l'Alighieri, parlando della donazione di Costantino, non specifica quali fossero le dignità imperiali cedute a papa Silvestro; ma dice chiaro che non poteva cedere Roma perchè questa, dovendo essere la sede dell'impero, la equi. para ad una dignità dell'impero stesso; perchè il governare civilmente la sede dell'impero non può spettare che all'imperatore; e il cederne ad altri il governo sarebbe stato, come già si è detto, un minorare la giurisdizione, vale a dire, secondo Dante, scindere l'impero e distruggerlo.

Ecco ora il cavallo di battaglia del Poletto che entra in lizza: « Dante, proseguendo, immediatamente soggiunge queste memora» bili parole : Poterat tamen Imperator in patrocinium Ecclesiae pa» trimonium et alia deputare, immoto semper (ecco la sola condi» zione da lui richiesta) superiori dominio cuius unitas divisionem » non patitur. Poterat ed Dei Vicarius recipere, non tamquam pos» sessor, sed tamquam fructuum pro Ecclesia proque Christi paupe» ribus dispensator; quod Apostolos fecisse non ignoratur ».

« E da queste parole, dice il Poletto, a nessun onesto critico può sfuggire, che Dante non solo non vede ne impossibile, nè

ingiusta, nè inconveniente, la collazione di un Patrimonio ter» ritoriale alla Chiesa, e anche qualcosa di più (et alia), in patro

cinium, in suo vantaggio e difesa e decoro, ma che ne riconosce » tutta la legittimità, sia da parte del conferente, sia da quella del

ricevente, richiedendo perciò una sola condizione, cioè immoto semper superiori dominio, purchè fosse salvo l'alto dominio da » parte dell'Imperatore, e per tal guisa tale donazione cessava di » essere una scissura nell'impero, nè v'era più luogo che diventasse » per l'Imperatore una minoratio jurisdictionis; ciò che solamente

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» stava a cuore al nostro Politico. E a tutto fil di logica parmi che » altri potrebbe andare anche più in là, dandogliene pieno diritto le » stesse parole di Dante; costui potrebbe dire: se tutto il nodo » della quistione sta nella parola che l'Autore prese più sopra per

obbiezione da ribattere, che cioè l’Imperatore Romam donavit » Ecclesiae cum multis aliis Imperii dgnitatibus; e nelle parole teste

allegate si vede che l’Imperatore poteva fare pur questo (Eccle» siae patrimonium et alia deputare son parole di identico significato » alle altre), tanto solo che fosse immoto nell'Imperatore l'alto

dominio, conchiudo che Dante, a quella condizione, non solo

giudicava ' illegittimo il Potere Temporale dei Papi e la sua esi» stenza, ma che anzi non avrebbe potuto giudicare illegittima » nei Papi un'autorità civile ben più ampia, magari che si esten» desse su tutto il civile governo dell'Occidentė, purchè questa » autorità venisse dai Pontefici esercitata non come diritto insito » alla loro qualità di Papi, ma come delegata loro dall'Impera » tore, e in nome di lui esercitata. – E a chi di simil guisa ar» gomentasse, come si potrebbe contraddire? Ne viene quindi, » come legittima conseguenza, questo corollario : sia che nella co» stituzione del Poter Temporale della Chiesa si accetti la spontanea » donazione di Costantino, come credevasi nel medio evo ; sia, » come ne insegna la storia, che quel Dominio siasi venuto for» mando in forza delle misere e travagliate condizioni politiche « dei tempi e per libera dedizione delle città invocanti la prote

zione del Papa, come porto unico della loro salvezza, guaren

tigia suprema delle loro leggi, degli averi dei cittadini e della » vita, - è chiaro che Dante codesta legittimità di Principato la » ammette senza discussione; anzi, rispetto a Costantino, chiama » tale donazione buono oprar, opera buona fatta con intenzion » casta e benigna; benchè, non essendosi riservato l'alto dominio, » tale donazione passasse i limiti dell'autorità imperiale : unica » riserva da farsi era dunque l'alto dominio, e così tutto sarebbe » stato in perfetta regola ».

Per me, riassumendo, l'interpretazione del Poletto non è accettabile per tre ragioni principali: 1.Roma, come già si disse, non poteva essere data a governare civilmente al papa ancora che l'imperatore se ne fosse riservato l'alto dominio, dovendo quivi avere la sua sede; per cui di Roma l'imperatore non era

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i Qui forse havvi errore di stampa: ci andava un non ; cioè: non solo non giudicava .. soltanto, come di qualunque altra città o luogo, Imperatore, cioè governatore mediato, ma anche Reggilore, cioè governatore immediato. Anche il Poletto dice che l'impero terreno doveva imitare quello celeste ove l'Imperatore che sempre regna siede nell'Empireo, sua città, come re, ivi comanda, senz'altro mezzo, sona; gli altri nove Cieli sono detti regni dell'impero ? ove come vicari imperiali, regnano le intelligenze rispettivamente motrici. Dio imperatore ivi non regge, ma impera, come dice Virgilio :

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L'imperatore quindi doveva reggere Roma, sua capitale, come Dio l'Empireo: per cui l'imperatore impera in tutto il mondo, ma in Roma regge, perchè

Quivi è la sua cittade e l'alto seggio.

e

2." Il dominio temporale del papa, quale era di fatto ai tempi di Dante, escludeva l'alto dominio dell'imperatore sopra di esso: dunque Dante, per non contraddirsi, non poteva riconoscere come legittimo il dominio temporale dei papi quale era di fatto ai suoi giorni. L'unità della civile monarchia divisionem non patitur lo dice anche il Poletto 5. Dunque chi non riconosce l'autorità dell'impero fa male: chi si è reso indipendente dall'imperatore, in qualunque modo, ha commesso usurpazione e usurpatio juris non facit jus. Il papa quindi, che non riconosceva l'autorità imperiale sul proprio stato e sopra Roma, era, secondo Dante, usurpatore. Il veltro doveva rimediare.

3.* Quando Dante dice che l'imperatore poteva conferire alla chiesa un patrimonio ed altre cose, non intende di parlare di un

1

cfr. De Mon., I, 11. ? Cosi corremmo nel secondo regno Parad., V, 93. 3 M. G, Ponta, Nuovo esperimento sulla principale allegoria della D. C., ecc. 4 Mon., III, 10. 5 Pag. 141.

a pag. 133

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