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non arriva; e facendo tesoro dei disegni del Manetti, del Giambullari, e della difesa che ne fece il Galilei, ritiene che la costa abbia la direzione del filo a piombo. Al lettore poi che desiderasse di far conoscenza col Vellutello che disegnò a scarpa le coste dei primi cinque gradi, suggerisce di darsi la pena di guardare la figura 3a della tavola IIa del Michelangeli e la tavola 1a dell'Agnelli, "e dirà se dalla proda d'abisso gli riesca di vedere la "voragine infernale, mentre egli, l'autore, non vi "scorge che un campo che "va degradando ancor meno che le falde dei monti

Veramente non saprei come da quei versi un commentatore possa dedurre che la costa dell'abisso abbia la direzione del filo a piombo, quando Dante istesso ne dice che era tanto oscura e nebulosa da non potervi scorgere cosa veruna: so non di meno che per la oscurità il poeta non poteva raffigurare nulla nemmeno in fondo alla settima bolgia stando a perpendicolo sul ponte che vi dominava (XXIV, 74-75), e che, pure ad una distanza relativamente minima, sempre per la stessa cagione, prima non vide i giganti, e poi, accortosi di loro, al suono del corno, li credette tante torri (XXXI, 20, 21). Lo autore stesso (p. 45), ove parla della declinazione data dal Vellutello a Malebolge, la dice soverchia per sé stessa, e riferendo questa linea di pen"denza.... al raggio terrestre, si accorge di un declivio che rasenta la per"pendicolare,. Ora la pendenza che il Vellutello dà alla Malebolge è uguale a quella di ciascuna delle coste che congiungono i primi cinque gradi. Dunque o l'autore vide male quando disse che il disegno del Vellutelli gli sembra un campo che va degradando ancor meno che le falde dei monti O cade in una patentissima contraddizione.

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L'autore ad ogni modo vuole che le coste dei varî gradi seguano una linea verticale: questa direzione porta con sé la impossibilità dello scenderle a chi non è spirto che per l'aer vada. A togliere questo inconveniente di capitalissima importanza si sognò dai sostenitori delle calate a perpendicolo una continuità di scale piú o meno regolari o comode, come quelle che Dante descrive nel salire i gironi del sacro monte.

Premesso che se il Purgatorio aveva le sue brave scale non ne consegue necessariamente che pure l'Inferno dovesse aver le sue; io, che pure ho camminato su e giù per l'Inferno e il Purgatorio di Dante, non mi sono mai accorto di queste ripe a perpendicolo, tranne là dove Dante lo lascia colla massima evidenza supporre, e nemmeno di queste scale lungo le medesime. Se il lettore o l'autore vuol darsi la pena di seguire con me i passi di Dante, io mi incarico di dimostrargli, come due e due quattro, che il poeta fa le coste inclinate e non accenna a scale nel vero senso della parola, quando però per scale non si prendano le spalle di Gerione (XVIII, 82) o le branche di Antèo, ovvero i peli di Lucifero (XXXIV, 82).

Eccoci

... in su la proda... della valle d'abisso dolorosa.

Inf., IV, 7-8.

Come racconta il poeta la discesa? brevemente:

Cosí si mise e cosí mi fe' entrare

nel primo cerchio che l'abisso cigne.

Ιυί, 23-24.

Avanti: siamo sul limitare interno del primo cerchio, quindi sulla sponda del restante abisso

per altra via mi mena il savio duca, fuor della queta, nell'aura che trema; E vengo in parte, ove non è che luca.

Ivi, 148-151.

Cosí discesi del cerchio primajo
giú nel secondo....

V, 1-2.

Al riaprirsi della mente che si era chiusa per la pietà dei due cognati, il poeta si trova di pianta trasportato sul limite esterno del terzo cerchio, davanti a Cerbero: non dice nulla della discesa: questa per conseguenza si può delineare come più talenta al disegnatore. Il poeta viene poi al punto dove si digrada dal III cerchio (VI, 114): quivi si trova Pluto: il poeta discende al IV cerchio:

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Da questi passi risulta a chiare note che le coste non avevano scale, ma vie speciali; che non erano a picco, ma a scarpa; che i poeti non precipitavano, ma scendevano per queste vie prendendo sempre più della dolente ripa, come a seconda giù l'andar per nave; e finalmente che il triste ruscello scendeva esso pure nel suo letto lungo una via percorsa dai poeti. Quel prendendo più della dolente ripa non lascia dubbio sulla verità delle mie asserzioni, tanto piú se si pone mente a quel pié delle maligne piagge, dove alla parola piaggia non si può attribuire il significato di costa verticale.

Le coste, sebbene pendenti, non offrono dapertutto un mezzo facile alla discesa; ma Dante, seguendo un concetto etico, pone una via certa, guardata

più o meno da un mostro infernale. A questo riguardo ho poi una osservazione che mi pare degna di nota: man mano che si progredisce nel viaggio le difficoltà per parte dei guardiani dei cerchi vanno crescendo: la porta è senza serrame: il primo cerchio è senza guardia, segno che è accessibile da qualunque punto della sua circonferenza; a guardia del secondo cerchio sta Minosse, cosí pure a quella del terzo il dimonio Cerbero; questi mostri però non impediscono per nulla lo fatale andare giacché si incontrano quando i poeti sono già discesi ed entrati nel nuovo cerchio. Ma non è cosí allorché si tratta di discendere al quarto: Pluto non si trova precisamente nel quarto cerchio, ma sul limitare esterno del terzo, ed è necessaria la bravura di Virgilio per ridurlo al dovere e a dare libero il passo. Ancor più seria diventa la difficoltà quando si tratta di addomesticare Flegias, vincere i dimon duri, il Minotauro, ecc.

Ma proseguiamo. Eccoci sul ciglio interno del sesto cerchio

In su l'estremità d'un'alta ripa,

che facevan gran pietre rotte in cerchio.

XI, 1-2.

In questo punto i poeti non prendono la discesa, ma volgendo a sinistra e girando una parte della circonferenza interna del cerchio stesso, arrivano ad un altro luogo, di cui il poeta ci fa la descrizione nei primi versi del canto duodecimo.

Ora io dico che se anche nel punto di cambiar direzione e girar l'arco il poeta vede l'alta ripa formata da gran pietre rotte in cerchio, è segno che la rovina cagionata dalla discesa di Cristo nel Limbo non si limitò unicamente al punto guardato dall'infamia di Creti, ma si estese a tutta, o, per lo meno, alla massima parte della circonferenza esterna del settimo cerchio: cosí pure, dei ponti che una volta univano il sesto al settimo argine non cadde al fondo solamente quello su cui dovevano transitare i poeti, ma si ha motivo di credere che rovinassero tutti; ragione di piú per ritenere che anche lo scoscendimento, il riverso toccato al burrato del Minotauro si estendesse in cerchio a tutta la roccia. Onde è che Virgilio, quando dà spiegazione della causa che ha prodotto l'immane scoscendimento, dice che in quel punto, cioè nell'atto della morte di Cristo

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E Dante, anche qui, ci fa conoscere nel modo più evidente che egli non ismontò la discoscesa roccia a mezzo di scale, ma solo approfittandosi della scarpa formata dalla frana, sulla quale camminava come poteva, su di pietre che si movevano sotto i suoi piedi, come ebbero ad osservare i centauri (XII, 80-81).

Dopo questo io domando: Se Dante scese questa costa di considerevole altezza approfittandosi della sua declinazione sul piano, perché si vorrà

Giornale dantesco.

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sostenere che le altre coste superiori, di un'altezza molto piú limitata, sono state dismontate sopra scale apposite lungo la linea verticale? Dante, ove non fece uso delle proprie gambe per discendere le diverse coste, lo dice chiaramente: con più chiare note ci rende ancora avvertiti della fatica che gli costava il superare certe accidentalità del suo itinerario; ma ove parla delle prime cinque discese nei cerchi degli incontinenti non ci dà nemmeno un cenno di difficoltà superate; questa mi sembra una ragione più che sufficiente per ritenere sempre più essere le prime cinque coste di facilissimo accesso, e quindi sopra una linea tutt'altro che verticale.

Ma ammettiamo pure, per un momento, che le coste sieno verticali come vuole il dott. Russo. Dato questo, di necessità bisogna ammettere che scale vi fossero, e di molto facile declivio. Ora queste scale dovrebbero essere poste in uno dei seguenti modi; 1° o partendo dal ciglio interno di ciascun cerchio seguono la concavità della ripa volgendo a destra o a sinistra; 2° o incominciano non sul ciglio del cerchio, ma molto più indietro verso la circonferenza esterna per riescire poi sul limitare esterno del cerchio successivo; 3° oppure, sempre partendo dalla riva interna del cerchio, si spingono in avanti verso l'asse del cono, raggiungendo il piano inferiore in un punto molto vicino alla riva interna; di qui non si scappa, se si vuol dare alle scale la pendenza richiesta per renderle praticabili. Il primo caso non può avverarsi perché allora i dannati al cerchio che si va a visitare non si presenterebbero di fronte, ma a destra o a sinistra; e ciò non risulta: anzi certi luoghi della prima cantica ci dimostrano il contrario; veggasi l'entrata al IV cerchio (VII, 25-39) e la discesa del burrato al Minotauro (XII, 52-102) dove non si può ammettere che i poeti scendessero sopra scale rasenti la convessità della costa. Ma piú specialmente è da porre attenzione alla discesa dal quarto al quinto cerchio, dove i poeti fanno via in compagnia dell'onde bigie: queste acque, per discendere al cerchio inferiore, per legge propria, non possono rasentare la concavità della costa, ma devono, per la più breve, farsi strada verso l'asse del cono infernale; e per conseguenza anche la via che le costeggia deve avere la identica direzione. D'altronde il poeta dai punti dove intraprende le discese dei primi sei cerchi non dice mai che si sia voltato a destra o a sinistra. a sinistra. Il secondo modo non può darsi perché il poeta incomincia sempre le discese dal ciglio interno del grado che si vuol smontare. Ci rimane il terzo; questo modo di discendere corrisponde veramente al contesto della cantica, ma solo quando si dà alle coste una scarpa qualunque. Il dottor Russo, che fa le coste verticali, non può far tenere alle scale questa direzione, perché allora le sporgenze considerevoli richieste ingombrerebbero il cerchio inferiore, ed i poeti vi giungerebbero non al limitare esterno, come vuol Dante, ma molto innanzi, verso il limite interno; il che, per piú motivi, è contrario alle esigenze del poema.

Ma l'autore vuole le scale intagliate nell'alta ripa come quelle del Purgatorio (p. 23), e questo non può essere. Le scale del Purgatorio seguono la pendenza della costa, giacché il sacro monte non è, come lo disegnano

alcuni, un complesso di cilindri ritti l'uno sull'altro, dal più grosso al più piccolo; ma un monte come gli altri, fatta astrazione dell'altezza e delle leggi che per causa di questa e per altre cagioni etiche gli sono proprie. Le sue scale sono intagliate profondamente nel marmo e seguono la direzione della costa, la quale, trattandosi di un monte, va naturalmente restringendosi fino alla vetta: queste circostanze non corrispondono per nulla alle coste di un inferno quale ci viene disegnato dal dottor Russo. È inutile che in qualche luogo l'autore dica che tra i diversi gradi vi sia un declivio che può variare in molti vari sensi, delle ruine e delle ineguaglianze, ecc., ciò non basta per rendere praticabile una ripa verticale nelle condizioni richieste dal poeta. I cerchi, dice l'autore, seguono le curve di sfere concentriche: sono più o meno inclinati, ove però le acque dei fiumi non ristagnano (p. 24). Io però credo che egli sbagli ove tenta di dimostrare colla frase:

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che il piano del Limbo, invece che orizzontale, pendeva verso il centro. In tal caso questa espressione sommo ci darebbe a credere che il primo cerchio abbia una pendenza straordinaria; e notisi, non si era ancora giunti al mezzo del traverso, dove presumibilmente sorgeva il nobile castello. Io credo che Dante colla frase citata abbia voluto dire: Noi non ci eravamo di molto scostati dal luogo dove prendemmo le mosse per discendere in questo cerchio, quando vidi, ecc. Ma all'autore non potrà garbare questa interpretazione propria di molti commentatori, perché egli dà alla discesa verticale poco prima eseguita nientemeno che un'altezza di miglia settanta.

Egli poi crede che le meschite, da Dante vedute mentre attraversava lo Stige nella barca di Flegias, sieno né piú né meno che i sepolcri che popolano quella terra desolata. A me pare che ciò non sia provato abbastanza; come pure non mi sembra messo fuori di dubbio che la città di Dite abbia una sola torre, quella sulla porta d'ingresso. Qui per confutare il dottor Russo mi permetto di far uso delle parole di un egregio dantista, il quale, a questo proposito, scrive: "Là entro nella valle (Inf., VIII, 71) se non signi"fica fuori della valle non significa neppure dentro la città, ma dentro il "fummo della valle stigia fino alle mura di Dite e oltre. Né vale certo l'op'porre che, se le fiamme arroventassero le torri del muro di cinta, non po"trebbe Dante incamminarsi tra il muro della terra e li martìri (Inf., X, 2). "Non va Dante tra gli avelli? (X, 38). Eppure tra essi

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.... fiamme erano sparte

per le quali eran sì del tutto accesi

che ferro piú non chiede verun arte.
IX, 118-21.

"Invece entrato il poeta in Dite non solo non avverte questa straordinaria altezza dei coperchi sepolcrali che vuole il Russo, ma ricordando insieme le

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